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Marzo 2021

Una bolgia!

Il settimo cerchio è per i violenti: Dante lo suddivide in tre gironi, i violenti contro il prossimo, i violenti contro sé stessi, e i violenti contro Dio e contro la natura.

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Nel primo girone ci sono gli omicidi, i predoni, i tiranni, e i briganti.

Nel secondo girone troviamo i suicidi e gli scialacquatori, questi ultimi sono quelli che hanno dilapidato grandi fortune.

Nel terzo ci sono i bestemmiatori, i sodomiti, e gli usurai.

Che girone infernale!

Vi può capitare di sentire questa espressione in Italia, che indica un luogo o una situazione caotica dove non si capisce nulla. 

Un’altra espressione che ha lo stesso scopo è che bolgia!

Prima di arrivare al nono e ultimo cerchio, quello dei traditori, Dante percorre l’ottavo dove ci mette i fraudolenti. 

In pratica gli imbroglioni. 

E ce ne sono di talmente tanti tipi che divide il cerchio in ben dieci fosse circolari.

Le bolge, appunto.

Che bolgia!

Molti di questi peccati erano legati al periodo storico in cui viveva Dante, ma alcuni sono ancora attuali.

Come per esempio i ruffiani e i seduttori. I primi conducono con l’inganno le vittime nel letto di chi vuole avere un rapporto fisico con loro, in cambio di un tornaconto, ovviamente.

I secondi invece seducono per il proprio piacere.

Oppure ci sono gli adulatori, una specie che non muore mai, che fanno tanti complimenti soltanto perché vogliono ottenere qualcosa in cambio.

I simoniaci invece si occupavano della compravendita delle cariche ecclesiastiche

I maghi e gli indovini non credono nella scienza né in Dio e convincono gli altri di poter prevedere il futuro.

E poi c’è un peccato sempreverde, quello commesso dai barattieri, che si sono arricchiti grazie cariche pubbliche che ricoprono. In pratica, il reato di concussione.

Gli ipocriti, i ladri, i falsari. Tutti nelle loro bolge.

E i seminatori di discordia, la versione medievale dei moderni hater.

Insomma, un macello…un casino…una bolgia!

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Carlo Azeglio Ciampi, un economista al Quirinale

Uomo dai valori risorgimentali e anti-fascisti, con i piedi ben piantati nella Costituzione e lo sguardo verso il futuro, Carlo Azeglio Ciampi è stato una delle figure più autorevoli in Italia e in Europa.

Carlo Azeglio Ciampi “Una vita nelle Istituzioni” (Rai TG1/MEF Ministero Economia e Finanza)

La sobrietà

Eletto decimo Presidente della Repubblica Italiana il 13 maggio 1999, a 79 anni, il suo settennato al Quirinale è stato caratterizzato da orgoglio nazionale, forte sentimento europeista, e sobrietà.

Una sobrietà che Carlo Azeglio Ciampi aveva rintracciato proprio nell’idea di Europa comune già dagli anni Settanta, convinto che il rigore richiesto da Bruxelles avesse potuto aiutare l’Italia a portare avanti uno sviluppo economico e sociale.

Dalla filologia alla Banca D’Italia

L’incarico da Presidente della Repubblica è arrivato alla fine di una carriera ricca e inarrestabile, iniziata nel 1946 a 26 anni in Banca D’Italia, fresco di matrimonio con la coetanea Franca Pilla (che da first lady diventerà per tutti gli italiani, affettuosamente, donna Franca) e con due lauree all’attivo, la prima in Lettere (con una tesi in Filologia classica), la seconda in Giurisprudenza.

Partito con la qualifica da impiegato al Servizio Studi della banca centrale italiana, nel 1979 ne diventò Governatore, carica che ricoprì fino al 1993.

Per Carlo Azeglio Ciampi il suo ruolo fu quello di preservare l’integrità della Banca D’Italia e soprattutto la sua capacità operativa, come strumento efficiente al servizio del Paese e non come “corpo monocratico borioso e disdegnoso“.

Gli anni di Via Nazionale: tra violenti omicidi e lotta all’inflazione

Negli anni di Carlo Azeglio Ciampi a Via Nazionale si susseguono gravissimi fatti di cronaca legati agli scandali finanziari dell’epoca.

Primo fra tutti, nel luglio del 1979, l’uccisione a sangue freddo di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore a seguito del crac della Banca Privata Italiana del banchiere Michele Sindona, mandante dell’omicidio Ambrosoli, e che morirà in carcere nel 1986, dopo aver bevuto un caffè al cianuro.

In mezzo, anche la morte del banchiere Roberto Calvi, trovato appeso sotto il ponte dei Frati Neri (Black Friars bridge) a Londra, nel giugno del 1982.

Seppur gravi, questi fatti non distolsero Carlo Azeglio Ciampi dall’affrontare questioni urgenti come, tra gli altri, l’inflazione oltre il 20%, il venerdì nero della lira del 1985, quando un enorme acquisto di dollari dell’Eni fece schizzare il cambio lira/dollaro; e ancora, la battaglia (persa) contro e la svalutazione della moneta italiana, che, nel settembre del 1992, pagò lo scotto di essere una valuta debole, e per questo bersaglio di sanguinose speculazioni finanziarie.

Un tecnico autorevole a Palazzo Chigi

Nel 1993 la Prima Repubblica stava cadendo, pezzo dopo pezzo, sotto i colpi dell’inchiesta giudiziaria di Tangentopoli.

C’era bisogno di un governo d’emergenza guidato da un tecnico autorevole che portasse il Paese alle elezioni del 1994 (che segnarono l’avvento di Silvio Berlusconi in politica).

Carlo Azeglio Ciampi lavorò per un anno sul pareggio di bilancio, sulla difesa dei redditi dall’inflazione, sulla nuova spinta verso l’Europa, dopo il trattato di Maastricht del febbraio 1992, e riuscì a restituire all’Italia fiducia e credibilità.

L’Euro in testa

Chiamato dai governi di centro-sinistra di Romano Prodi e Massimo D’Alema a ricoprire il ruolo di Ministro del Tesoro, dal 1996 al 1999 Carlo Azeglio Ciampi preparò il Paese negli anni che precedettero l’entrata in vigore della moneta unica, allo scoccare del 2002, evento a cui assistette da Presidente della Repubblica.

Con l’euro in testa dagli anni di Banca D’Italia, sia perché era un’idea che non aveva mai abbandonato, nonostante i gravosi incarichi istituzionali, e anche perché era stata sempre in cima alla lista dei suoi progetti.

Da Ministro del Tesoro, nel 1998, scelse l’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci come effige per la moneta da 1€ in circolazione in Italia.

L’opera di Leonardo rappresenta il Rinascimento, un periodo storico focalizzato sull’Uomo: una scelta quella di Ciampi segnata dalla convinzione di una “moneta al servizio dell’Uomo” invece dell’Uomo al servizio del denaro.

Esattamente come è stato Carlo Azeglio Ciampi, un uomo al servizio delle istituzioni che ha rappresentato nel corso della sua vita.

Popolo di santi, poeti, navigatori…e peccatori

Delle tre cantiche della Divina Commedia, Inferno, Purgatorio, e Paradiso, l’Inferno è decisamente quella più interessante. 

Inferno di Dante
Casa in cui presumibilmente visse Dante (Firenze, piazza San Martino angolo tra via dei Magazzini e via Dante Alighieri). Foto di Anna Quaranta

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Vediamo com’è strutturato e quali anime dannate Dante vi colloca.

Il viaggio inizia in una selva oscura, un bosco buio che conduce al vestibolo o antinferno, cioè l’ingresso della parte più bassa dell’aldilà.

Gli ignavi e il Limbo

Quasi subito Dante incontra gli ignavi, i peccatori che non hanno mai preso una decisione nella vita e per Dante sono talmente colpevoli che non meritano nemmeno di stare all’inferno.

Nel primo cerchio c’è il Limbo, ci sono persone brave e buone (i virtuosi) che sono nate prima del Cristianesimo e quindi non sono state battezzate.

Gli incontinenti

Dal secondo al quinto cerchio ci sono gli incontinenti, coloro che pur avendo avuto buoni sentimenti non sono stati capaci di contenerli, e le loro passioni li hanno portati alla morte.

Dante suddivide gli incontinenti in:

–  lussuriosi, che hanno preferito l’amore carnale a Dio, 

– golosi, che hanno commesso peccati di gola, 

– avari e prodighi, i cui peccati sono opposti ma strettamente legati al denaro. Gli avari sono quelli che non vogliono spendere i soldi, nemmeno per le cose necessarie, e i prodighi sono quelli che ne spendono troppi, anche per le cose inutili.

iracondi e accidiosi, i primi sono quelli che si arrabbiano in modo violento, e gli altri sono quelli che non si interessano di nulla.

Nel sesto cerchio, racchiuso tra le mura della Città di Dite,  sorvegliata da una moltitudine di diavoli, ci sono gli eretici, cioè quelli che rinnegano la dottrina religiosa a cui un tempo avevano creduto.

Mercoledì prossimo ci addentreremo negli ultimi tre cerchi dell’infernali. 

Non mancate!

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Il posto fisso (seconda parte)

Leggi qui la prima parte

Risale a un anno e mezzo a fa un articolo de Il Sole 24 Ore intitolato Il crepuscolo del posto in banca, compromesso ben pagato in cui si partiva dagli esuberi di Unicredit, uno degli istituti bancari più importanti in Italia, per analizzare quanto l’ambito posto in banca sia cambiato nel corso degli anni.

Negli anni del boom economico e poi più avanti, fino al crollo di Lehman Brothers, era il compromesso definitivo che ti salvava la vita, il piano B che ai piani alti fruttava stipendi da serie A, un «tanti saluti» indirizzato alla precarietà. Negli ultimi 11 anni la percezione sul ruolo del bancario è radicalmente cambiata, non è più quel porto sicuro che, se metti da parte qualcosina ogni mese, alla lunga ti porta pure alla casa al mare.

Un porto sicuro

In particolare, il quotidiano si soffermava sul concetto di porto sicuro che il posto in banca aveva da sempre rappresentato, al punto tale che in passato c’era chi addirittura aveva rinunciato alla passione artistica dei suoi sogni, per ripararsi dietro una sportello o una scrivania.

Il baretto su una spiaggia tropicale

Mi ricordo che il sogno del bancario medio era quello di svegliarsi una mattina, perdere la testa, andare all’ufficio del personale, dare le dimissioni, incassare la liquidazione, e partire per un’assolata spiaggia tropicale dove aprire un baretto e fare festa h24.

Ouidah, Benin (foto di Anna Quaranta)

Non è proprio così che funziona.

Qualcuno sicuramente l’ha fatto e chissà, magari gli è andata bene.

Ma c’è anche chi ha realizzato il proprio sogno e con molto successo, pur giocando in casa, per poi realizzare una carriera riconosciuta a livello internazionale.

L’impiegato

Maurizio Sarri, napoletano classe 1959, ha coltivato sin da giovanissimo la sua grande passione per il calcio, lavorando contemporaneamente in Banca Toscana, per poi rassegnare le dimissioni e passare solo e soltanto al calcio una volta per tutte.

Da sempre allenatore nei campionati dilettanti, nell’Eccellenza, e poi nella serie D, Maurizio Sarri entra tardi nel calcio della massima serie, ma non ci mette molto a far parlare di sé.

Nel campionato di Serie B 2013-2014 Maurizio Sarri porta l’Empoli in Serie A e resta sulla panchina della squadra toscana fino al 2015, quando va ad allenare il Napoli dove resta per tre stagioni.

La squadra arriverà due volte al secondo posto e una al terzo, qualificandosi sempre per la Champions League.

I capisaldi del suo gioco, fondato su velocità e offensiva, si riassumono nel sarrismo, un neologismo entrato nella lingua italiana nel 2018.

Dopo il Napoli, Maurizio Sarri è sulla panchina del Chelsea, dove si aggiudica la UEFA Europa League, per poi tornare in Italia a guidare la Juventus nella stagione 2019-2020.

Il vice-direttore

Gli ex bancari che si dedicano finalmente al mestiere dei propri sogni si portano dentro una foga tutta speciale. Siamo mediani, più che fantasisti.

La metafora è calcistica ma la citazione è di un altro ex bancario eccellente, ora scrittore affermato.

Si tratta di Maurizio De Giovanni, lo scrittore, padre del Commissario Ricciardi e anche autore, tra gli altri, del poliziesco I bastardi di Pizzofalcone.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno aveva portato avanti la sua passione mentre lavorava al Banco di Napoli, con il ruolo di vice-direttore di filiale.

Sempre nell’articolo del 24 Ore, Maurizio De Giovanni conclude che in banca non ci sono più le garanzie di una volta, “quel mondo lì è finito per sempre“, esortando chi ha una passione artistica a provare a seguire un percorso di studi affinché questa diventi una professione.

Perché se uno sa quello che vuole, non è mai troppo tardi (parola di ex bancaria).

Dante Alighieri, un uomo del suo tempo

Nel 2021 si celebra il settecentenario della morte di Dante Alighieri, nato a Firenze nel 1265 e morto a Ravenna, in esilio, nel 1321. 

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Il viaggio immaginario descritto nella Commedia inizia nella primavera del 1300, e ci fornisce ancora oggi degli spunti interessanti nel dibattito economico e sociale.

La politica italiana dell’epoca non era molto diversa da quella di oggi. 

Le due fazioni principali erano i guelfi e i ghibellini.

I primi appoggiavano il papato, e i secondi sostenevano l’Impero. 

All’interno dei guelfi, c’era un’ulteriore divisione: i guelfi bianchi, che volevano una maggiore autonomia dal potere del pontefice, e i guelfi neri, che invece erano fortemente legati al Papa per motivi economici, e per questo favorevoli a un suo totale controllo su Firenze e la Toscana.

Dante era un guelfo bianco, ma prima di tutto credeva in Dio e il suo pensiero religioso sarà un punto di vista fondamentale per la comprensione della Commedia, a partire dal modo in cui struttura l’aldilà e vi colloca le anime

Sebbene ispirato da questi forti principi religiosi, l’aggettivo Divina non lo aveva scelto lui.

In principio fu la Commedia, proprio perché vi si racconta la Commedia umana, nel bene e nel male. 

Fu Giovanni Boccaccio, nato nel 1313, e anche autore di una biografia su Dante, a dare alla Commedia l’appellativo di Divina, per sottolinearne la natura teologica. 

L’autore del Decamerone, altro potente e moderno ritratto della commedia umana, con una cornice oggi molto attuale – la peste del 1348 – lasciò in eredità ai posteri quell’appellativo, che mai fu così azzeccato.

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Il posto fisso (prima parte)

Martedì 17 marzo di sei anni fa, verso le dieci del mattino, uscii dalla filiale della banca dove lavoravo, nel quartiere romano dell’E.U.R., per andare alla posta a spedire una lettera raccomandata contenente le mie dimissioni dal posto fisso.

Tra paternali e mani tremanti

In realtà ero andata all’ufficio Risorse Umane il giorno prima per rassegnarle di persona, ma il responsabile aveva pensato bene di trattenermi dal farlo con una ridicola paternale, infarcita di assurdità e luoghi comuni.

La decisione per me era già stata presa. Non vi nego che quando arrivò il mio turno allo sportello spedizioni del grande ufficio postale di Viale Beethoven le mani un po’ mi tremavano. Quando vidi l’impiegato prendere la mia busta, pesarla, apporvi i timbri, e infilarla nel sacco della posta in partenza, mi dissi: “adesso non puoi più tornare indietro”.

Punto e a capo.

In Italia lasciare un posto fisso in banca a 41 anni scatena le reazioni più disparate nelle persone a cui lo racconti.

Ricordo più di qualcuno farsi delle grasse risate (chiedendomi scusa subito dopo). Chissà se in quella risata, in fondo, nascondevano un po’ di invidia?

In questi sei anni, ricchi di esperienze professionali che mai avevo pensato di poter fare (non ultimo questo blog), ho lavorato con persone provenienti da diverse parti del mondo, e ne ho conosciute alcune che avevano fatto la mia stessa scelta, o che comunque non trovavano strano che a un certo punto della vita una persona potesse decidere di mettere un punto e ricominciare da capo in un altro settore.

Anzi.

In Italia, almeno fino a sei anni fa, lasciare un posto fisso era considerato da pazzi irresponsabili, da sognatori incapaci di accettare le responsabilità e di fare i conti con il fatto che tutti i posti di lavoro sono uguali e sei tu che ti devi adattare.

Incapace di accettare responsabilità. Io?

Ero entrata in banca per concorso (e senza raccomandazione) quando avevo 19 anni, di botto mi ero ritrovata in un mondo di adulti viziati e autoreferenziali, e pochi anni dopo mi ero messa un mutuo sulle spalle.

Quelli che mi davano dell’irresponsabile, li lasciavo parlare, tronfi di boria e di certezze, e della loro idea di senso di responsabilità.

Ma nun starai mica a fà nà cazzata?

La più grande responsabilità ce l’abbiamo nei confronti di noi stessi, ed è quella di fare ciò che ci fa esprimere al meglio le nostre inclinazioni e aspirazioni e che ci rende soddisfatti anche dopo una giornata pesante.

Per arrivare a fare il lavoro che meglio ci rappresenta la strada è lunga, tortuosa, sicuramente non facile.

Un milione di volte pensi se davvero tu non stia facendo una cazzata.

Perché quattordici mensilità, ferie e malattie retribuite, scatti di anzianità, fondo pensione, convenzioni mediche private, congedi parentali, Legge 104, permessi studio, agevolazioni creditizie su fidi, prestiti, mutui, agevolazioni tariffarie su assicurazione auto, buoni pasto, eccetera… non sono proprio una cazzata.

Eppure, ho scovato un po’ di personaggi famosi che hanno timbrato il cartellino in banca per molti anni prima di fare il lavoro che fanno oggi.

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Quant’altro

Nel dicembre del 2003 il glottoteta e scrittore Diego Marani stilò la classifica di parole e espressioni più odiate dai lettori del domenicale de Il Sole 24 Ore.

quant'altro

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Oltre all’abuso del piuttosto che (di cui vi ho parlato qui), in cima alla classifica c’erano altri modismi che all’epoca avevano preso piede nella lingua, e che continuano ancora oggi a essere molto usati.

Quant’altro è uno di questi. 

Si tratta di un’espressione usata in chiusura di frase con il valore di eccetera, che potrebbe avere origine dalla semplificazione della formula e/o quant’altro ritenuto necessario, tipica del linguaggio burocratico.

Eccone un esempio trovato in rete a fine 2020 e che ho riadattato:

Oggi tenere i soldi fermi sul conto corrente è poco conveniente. I tassi di interesse sono ai minimi storici e un piccolo capitale di poche migliaia di euro fermo sul proprio conto rischia di diminuire velocemente tra costi di gestione, bolli E QUANT’ALTRO.

Eccone un altro, anche questo trovato online, su un sito che descrive le caratteristiche di alcuni fondi comuni d’investimento:

Le materie prime o commodity sono prodotti allo stato grezzo che vengono trattati sui mercati finanziari. Possono essere oro, petrolio, cereali, succhi d’arancia E QUANT’ALTRO

Certi tormentoni come piuttosto che con valore avversativo, quant’altro, o anche come assolutamente sì! e assolutamente no!, hanno creato negli anni una specie di lingua plastica, i cui parlanti ricorrono a formule fisse rendendo le narrazioni terribilmente noiose, borioseECCETERA.

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Parità di genere: la Società Italiana degli Economisti cambia nome

Nata nel 1950 con l’intento di promuovere la ricerca economica, la Società Italiana degli Economisti (SIE), dopo 70 anni, ha cambiato nome. 

Società Italiana degli Economisti

Società Italiana di Economia

Da anni, al suo interno, la Commissione di Genere della SIE lavora per raccogliere, elaborare, divulgare dati e informazioni riguardanti la parità di genere sia nelle Università italiane che tra gli economisti e le economiste, oltre che fornire informazioni utili alle stesse economiste all’inizio della carriera accademica.

Dopo anni di coinvolgimento nel dibattito sulla parità di genere, i membri della Società Italiana degli Economisti hanno deciso per un cambio dello storico nome, che dopo un iter burocratico di qualche mese è diventato Società Italiana di Economia.

E questo perché, ovviamente, a differenza degli anni in cui la SIE era stata fondata, l’economia oggi non è più appannaggio maschile.

Il dibattito linguistico in Italia

La notizia, che è dello scorso 22 dicembre, ha alimentato il dibattito linguistico e sociolinguistico sulla parità di genere della nostra lingua.

La lingua italiana adotta il maschile sovraesteso, cioè il genere maschile per indicare gruppi composti da uomini e donne.

In un’epoca in cui è in atto un cambiamento che le lingue stanno ormai registrando da tempo, il fatto che, in Italia, la maggioranza dei votanti dell’ex Società Italiana degli Economisti abbia considerato proprio la parola ‘Economisti’ anacronistica, è un bel passo in avanti.

Non sono pochi gli italiani e le italiane che si ostinano a non volere vedere questa necessità che ha la lingua di modificarsi per raccontare una realtà che di fatto sta cambiando.

Prendete il femminile di mestieri che prima si esprimevano solo al maschile.

A storcere il naso davanti a ministra, rettrice, sindaca, purtroppo, sono anche le donne, che si aggiungono alla folta schiera di coloro che, in nome della purezza dell’italiano, sostengono che queste sono solo battaglie da femministe.

La società cambia

La società cambia e la lingua ne registra anche le variazioni più impercettibili. Anzi, le anticipa, fornendoci così uno strumento sempre più capace di raccontare la realtà che ci circonda.

Oltre ai numeri, il settore dell’Economia si occupa di cultura e divulgazione.

E in questo senso il cambio di nome della SIE è un doppio riconoscimento: quello della presenza delle economiste, e quello di un linguaggio al passo con i tempi, attraverso il quale rappresentare la società oggetto di studio.

(E le custodi del patriarcato dovranno farsene una ragione)

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Piuttosto che

Una ventina di anni fa, era la metà degli anni Novanta, lavoravo nella sede romana di una banca lombarda. Chiesi alla collega del comparto titoli se poteva consigliarmi qualche forma di risparmio e investimento.

All’epoca chi lavorava all’ufficio titoli o nel prestigiosissimo settore fidi era considerato un semidio.

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Si trattava di una specie di prescelti, i miracolati dalla mega direzione generale che, grazie a una serie di benevole segnalazioni di capi ufficio e funzionari, erano stati messi sulla rampa di lancio per un carrierone a cui pochi, pochissimi, potevano ambire.

Oh! Naturalmente erano anche bravi,eh! 

Naturalmente…

Ma torniamo al consiglio della mia collega.

Iniziò a sciorinare una lunga serie di fondi comuni d’investimento intervallati da un’altrettanta serie infinita di piuttosto che, rendendo quel monologo un po’ stonato.

“Beh guarda, c’è il fondo sui bond italiani, pubblici e privati, piuttosto che quello sui bond europei, piuttosto che i bilanciati, che hanno anche una parte di azionario, piuttosto che…..bla bla bla.

Risale più o meno a quell’epoca il consolidamento dell’uso del piuttosto che con valore disgiuntivo, cioè utilizzato con il significato di oppure, dimenticando il suo uso corretto, ossia quello avversativo, con il significato di invece di

Spesso le variazioni neo-standard della lingua italiana arrivano dalle classi più popolari, invece sembra che questo fenomeno sia nato tra i ceti agiati della zona di Milano, per poi propagarsi nel resto della Lombardia e del Paese.

In ambito bancario e finanziario l’uso del  piuttosto che con valore disgiuntivo abbondava sulla bocca di tutti. Lavorando in un istituto che aveva sede a Milano e una diffusione capillare in tutta la Lombardia era impossibile non venirne invasi.

A proposito, chissà se la mia collega ha fatto il carrierone che gli alti ranghi della banca le avevano riservato…

Io, piuttosto che diventare come lei, ho dato le dimissioni.

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