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Aprile 2021

Whatever it takes e il Quantitative easing di Mario Draghi

Tra le poche riunioni interessanti a cui ho assistito nei miei anni di lavoro in banca ne ricordo una in cui intervenne il capo del settore mercati finanziari.

Quantitative Easing

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In occasione di quell’incontro ci illustrò con molto entusiasmo quelle che sarebbero state le conseguenze della decisione del Presidente della Banca Centrale Europea di intervenire nella politica monetaria dell’Unione Europea con delle vere e proprie iniezioni di liquidità all’interno del sistema.

Costi quel che costi

Nell’estate del 2012, il 26 luglio, dopo nemmeno un anno dal suo insediamento a capo della BCE, Mario Draghi pronunciò il famoso discorso Whatever it takes, la cui portata epocale è descritta perfettamente nella versione digitale dell’enciclopedia Treccani:

Il «Whatever it takes» apre nella politica europea un altro orizzonte che non aveva precedenti. È il 26 luglio del 2012. L’Europa dell’euro è in grande difficoltà. Sale lo spread in molti Paesi. In Grecia tornano a soffiare pesanti venti di crisi. L’euroscetticismo inglese si gonfia. Quel 26 di luglio, Draghi, da meno di un anno Presidente della Banca centrale europea, sale sul palco della conferenza di Londra e, senza troppi preamboli, dopo una manciata di minuti di introduzione, pronuncia la frase che cambia la storia della crisi: «Entro il nostro mandato la Bce preserverà l’euro, costi quel che costi. E, credetemi, sarà abbastanza». 

Per sostenere l’Euro e l’Eurozona, la BCE di Mario Draghi acquistò i titoli di debito pubblici dei paesi membri dell’Unione, garantendo così la stabilità del sistema economico, mantenendo lo spread con il Bund tedesco a livelli accettabili, e immettendo liquidità sui mercati. 

Si trattava di una manovra che prima di allora era stata utilizzata durante il periodo bellico da Stati Uniti, Germania, e Italia che emettevano titoli di stato che l’industria militare comprava per finanziare l’acquisto delle armi da parte dei governi.

Si trattava anche di una manovra che andava fuori dal perimetro del mandato della BCE, il cui obiettivo esplicito è quello di controllare i prezzi e mantenere un livello dell’inflazione vicino ma non oltre il 2%. 

Una pioggia di liquidità

Il Quantitative easing, espressione inglese che significa allentamento quantitativo, fece arrivare sui mercati tanta liquidità.

Ed era esattamente questo che rendeva così entusiasta il mio collega, che ne aveva previsto l’effetto sui mercati azionari.

Favoriti dall’abbassamento dei rendimenti sui titoli obbligazionari che per via del Quantitative easing costavano di più,  con tutta quella nuova liquidità i mercati azionari iniziarono una risalita verso rendimenti che raggiunsero presto le due cifre.

I miei clienti erano tutti soddisfatti di quello che stava succedendo nei loro portafogli, convinti che fosse una semplice congiuntura favorevole, o addirittura una mia particolare abilità.

Il QE, che sarebbe dovuto durare fino al 2016, fu esteso a più riprese, fino a concludersi il 31 dicembre del 2018.

In quegli anni, avevo già lasciato la banca e il mio lavoro di consulente finanziario, e facevo tutt’altro mestiere, non ho mai smesso di pensare a cosa sarebbe successo con la fine del quantitative easing. 

E a dirla tutta, me lo sto ancora chiedendo.

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

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Buona Liberazione!

In Italia il 25 aprile si celebra la Liberazione dall’occupazione nazista e dal regime fascista, avvenuta nel 1945.

Il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia), proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti.

Il Comitato radunò tutte le forze partigiane della Resistenza attive nel Nord Italia, affinché attaccassero i presidi fascisti e tedeschi e così facendo li costrinse alla resa, già giorni prima dell’arrivo delle truppe degli Alleati (guidate dagli americani, dai russi, e dagli inglesi).

Tra gli attori principali di questo momento storico ci fu Sandro Pertini, che presiedeva il CLNAI.

Pertini diventò Presidente della Repubblica Italiana molti anni dopo, nel 1978. Anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1991, continua a rappresentare il simbolo di libertà di espressione delle idee, di liberazione dalla dittatura, e soprattutto di unità nazionale.

Roma Città Aperta

Proprio nel 1945 esce il film Roma Città Aperta di Roberto Rossellini, pellicola emblematica del Neorelismo, è il film che ha raccontato l’occupazione tedesca di Roma e della Resistenza romana.

A causa della guerra, Rossellini girò il film in condizioni precarie, utilizzando la pellicola scaduta e dei set di fortuna, subito dopo la liberazione di Roma.

Ispirato alla vicenda reale di un prete della Resistenza romana, Roma Città Aperta ha come interpreti due grandissimi Aldo Fabrizi e Anna Magnani, che con quel film raggiunsero la notorietà internazionale.

Primo capitolo della Trilogia Antifascista di Roberto Rossellini (a cui seguiranno Paisà e Germania Anno Zero), Roma Città Aperta vinse la Palma D’Oro a Cannes e ottenne la candidatura agli Oscar per la miglior sceneggiatura (a Sergio Amidei e Federico Fellini).

Ancora oggi, proprio in occasione della giornata del 25 aprile, gli italiani colgono l’occasione per rivederlo.

Trailer del film, versione restaurata dalla Cineteca di Bologna

Le celebrazioni

Il 25 aprile è una ricorrenza importante nelle tappe della Repubblica, e normalmente prevede l’organizzazione di manifestazioni pubbliche a commemorazione dell’evento.

Tra queste, c’è il solenne omaggio del Presidente della Repubblica al Milite Ignoto, a Piazza Venezia a Roma, dove il Presidente depone una corona d’alloro in ricordo ai caduti e ai dispersi italiani nelle guerre.

Le celebrazioni del 2020, durante il lockdown

Bella ciao

Bella ciao è un canto popolare cantato ai tempi della Resistenza e diventato celebre dopo la Liberazione.

Nonostante sia un brano italiano e legato a vicende nazionali, è usato in molte parti del mondo come canto di resistenza e libertà.

“Bella ciao” collettivo, cantato e suonato da molti artisti amici del festival Fino al cuore della rivolta e del Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo (provincia di Massa-Carrara)

Buona Liberazione a tutt*!

La Tobin Tax

La Tobin Tax è un’imposta pensata nel 1972 dall’economista premio Nobel, James Tobin, che fu tra i primi a proporre un prelievo sulle transazioni finanziarie.

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Nell’intenzione di Tobin c’era di fatto l’obiettivo di far diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio: prelevando una piccola aliquota di mezzo punto percentuale a ogni cambio da una valuta all’altra si sarebbe scoraggiata la speculazione.

Da Keynes a Tobin

Già l’economista britannico John Maynard Keynes, padre della macroeconomia, era favorevole a un’imposizione di questo tipo, proprio affinché gli investitori mantenessero durevolmente i titoli in portafoglio, e evitassero quelle speculazioni a breve, brevissimo, termine, che di certo non fanno bene al mercato. 

L’idea di Keynes, rielaborata da Tobin, aveva assunto così una nuova veste, per colpire in lieve misura le transazioni sui mercati valutari con l’obiettivo di stabilizzarli mediante la penalizzazione delle operazioni mordi e fuggi.

Un dibattito internazionale

L’ipotesi di adozione della Tobin Tax, applicata anche alle transazioni di Borsa, quindi su azioni, obbligazioni, e anche derivati,  ha generato un ampio dibattito a livello internazionale.

Se da un lato Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Cina e Giappone sono da sempre contrari, nel resto d’Europa ci sono stati tentativi di introduzione. 

Nel 2011 la Commissione Europea ha presentato un progetto per l’introduzione della Tobin Tax al fine di armonizzare le diverse forme di tassazione sulle transazioni finanziarie presenti in alcuni stati membri dell’Unione, ma si è ancora raggiunto un accordo, e la discussione resta aperta.

In Italia una sorta di Tobin Tax è in vigore dal 2013 e colpisce le transazioni ad alta frequenza con due aliquote differenziate, a seconda che si tratti di mercati regolamentati oppure no.

Di fatto però, affinché la Tobin Tax si renda efficace, deve trovarsi una comunione d’intenti da parte di tutte le nazioni.

Altrimenti si rischia di fare la fine della Svezia, che l’aveva introdotta nel 1981, per poi abolirla nel 1992, spingendo nel frattempo gli operatori finanziari verso altre piazze e generando così una fuga di capitali all’estero, e una diminuzione del gettito fiscale stimato.

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Il sistema tributario italiano

Ricapitoliamo in questo articolo il contenuti degli ultimi tre podcast con le caratteristiche principali del sistema tributario italiano.

Secondo l’articolo 53 della Costituzione Italiana, 

tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività

Progressivo vuol dire che l’imposta da pagare deve aumentare in misura più che proporzionale rispetto al reddito e alla ricchezza del contribuente.

Questo fondamentale principio di giustizia tributaria è collegato al principio di uguaglianza contenuto nell’art.3 della Costituzione, che sostiene che 

è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le imposte e le tasse rappresentano lo strumento più importante proprio per la rimozione di quegli ostacoli di cui parla l’articolo 3.

Imposte dirette e indirette

Nell’ambito del sistema tributario italiano la classificazione più rilevante è quella tra imposte dirette e imposte indirette: le prime colpiscono il reddito e il patrimonio, mentre le seconde agiscono sul consumo e sul trasferimento dei beni.

Le imposte dirette sul reddito

L’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) è tra le imposte dirette più conosciute e si ispira proprio a quel principio di progressività citato nell’articolo 53, a differenza delle altre imposte, che sono proporzionali.

L’IRPEF agisce sul reddito del contribuente, cioè sulla sua produzione annuale di ricchezza.

La percentuale che si applica sui redditi, si chiama aliquota e si determina in base all’imponibile.

L’imponibile è la somma dei redditi, derivanti da lavoro (come lo stipendio), da rendite finanziarie (dividendi e cedole sugli investimenti), o da rendite immobiliari (per esempio se ho una casa e la do in affitto).

Nell’IRPEF, la progressività, cioè la determinazione dell’aliquota da applicare sull’imponibile, avviene per classi (o scaglioni). 

Questo vuol dire che l’aliquota varia da una classe di reddito all’altra (a titolo di esempio, fino a un reddito imponibile di 15.000€ l’aliquota IRPEF è del 23%, mentre dai 15.000-e-1 € fino a 28.000€ l’aliquota passa al 27%).

L’IRPEF è un’imposta personale perché tiene conto della situazione familiare del contribuente. Se ha dei figli a carico, avrà diritto a maggiori detrazioni, cioè all’abbattimento dell’imponibile, prima del calcolo dell’imposta.

Inoltre, una volta calcolato l’ammontare da pagare, si possono detrarre una percentuale di somme pagate durante l’anno a titolo di spese mediche, oppure interessi passivi sul mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, o anche le spese universitarie, o l’abbonamento annuale al trasporto pubblico.

Le imposte dirette sul patrimonio

La sola applicazione dell’imposta sul reddito non garantisce però l’equità di trattamento tra i contribuenti.

Se Anna guadagna 100 e Marco guadagna 100 pagano le tasse in base al loro scaglione di reddito, ma se Anna non possiede case e Marco ne possiede cinque, allora lui dovrà pagare un’imposta diretta anche sul patrimonio.  

Un esempio è l’IMU, l’imposta municipale da pagare al Comune dove si trovano gli immobili di proprietà. Naturalmente, sull’abitazione principale (o prima casa), cioè quella dove una persona vive, ci sono delle agevolazioni. 

Se l’IRPEF è un’imposta personale, l’IMU è un’imposta reale, che considera soltanto i beni del contribuente, senza tenere conto, per esempio, che questo possa avere un reddito basso e nonostante ciò, essere proprietario di tre case.

Le imposte dirette: l’IVA

Le imposte indirette colpiscono la ricchezza nel momento in cui si spende per acquistare un bene o un servizio.

L’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) che si paga su ciò che si compra ne è un esempio.

Ma i consumi non sono tutti sullo stesso piano, e per questo quelli primari hanno una tassazione ridotta, il 4%, rispetto all’aliquota principale che attualmente è del 22%.

Fino al 1992, in Italia era in vigore anche l’IVA sui beni di lusso, un’aliquota del 38% che si applicava  sugli acquisti di beni come pellicce, tappeti, auto e moto di grossa cilindrata, grandi imbarcazioni, e vini spumanti DOC.

Con l’entrata dell’Italia nel mercato unico europeo, la percentuale del 38% fu accorpata all’aliquota ordinaria, che all’epoca era del 19%.

Le imposte dirette

Nell’ambito del sistema tributario italiano la classificazione più rilevante è quella tra imposte dirette e imposte indirette.

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Le prime colpiscono il reddito e il patrimonio, mentre le seconde agiscono sul consumo e sul trasferimento dei beni.

L’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) è tra le imposte dirette più conosciute e si ispira proprio a quel principio di progressività citato nell’articolo 53 della Costituzione, a differenza delle altre imposte, che sono proporzionali.

L’IRPEF agisce sul reddito del contribuente, cioè sulla sua produzione annuale di ricchezza.

Le aliquote

La percentuale che si applica sui redditi, si chiama aliquota e si determina in base all’imponibile.

L’imponibile è la somma dei redditi, derivanti da lavoro (come lo stipendio), da rendite finanziarie (dividendi e cedole sugli investimenti), o da rendite immobiliari (per esempio se ho una casa e la do in affitto).

Nell’IRPEF, la progressività, cioè la determinazione dell’aliquota da applicare sull’imponibile, avviene per classi (o scaglioni). 

Questo vuol dire che l’aliquota varia da una classe di reddito all’altra.

A titolo di esempio, fino a un reddito imponibile di 15.000€ l’aliquota IRPEF è del 23%, mentre dai 15.001 € fino a 28.000€ l’aliquota passa al 27%).

Un imposta personale

L’IRPEF è un’imposta personale perché tiene conto della situazione familiare del contribuente. Se ha dei figli a carico, avrà diritto a maggiori detrazioni, cioè all’abbattimento dell’imponibile, prima del calcolo dell’imposta.

Inoltre, una volta calcolato l’ammontare da pagare, si possono detrarre una percentuale di somme pagate durante l’anno a titolo di spese mediche, oppure interessi passivi sul mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, o anche le spese universitarie, o l’abbonamento annuale al trasporto pubblico.

Equità di trattamento

La sola applicazione dell’imposta sul reddito non garantisce però l’equità di trattamento tra i contribuenti.

Se Anna guadagna 100 e Marco guadagna 100 pagano le tasse in base al loro scaglione di reddito, ma se Anna non possiede case e Marco ne possiede cinque, allora lui dovrà pagare un’imposta diretta anche sul patrimonio.  

Un esempio è l’IMU, l’imposta municipale da pagare al Comune dove si trovano gli immobili di proprietà. Naturalmente, sull’abitazione principale (o prima casa), cioè quella dove una persona vive, ci sono delle agevolazioni. 

Se l’IRPEF è un’imposta personale, l’IMU è un’imposta reale, che considera soltanto i beni del contribuente, senza tenere conto, per esempio, che questo possa avere un reddito basso e nonostante ciò, essere proprietario di tre case.

Negli ultimi anni, buona parte degli italiani si sono ritrovati proprio in una situazione di questo tipo.

In alcuni casi avevano ereditato degli immobili dai genitori o dai nonni, ma, avendo perso il lavoro a causa della crisi economica, è stato molto difficile sostenere il carico fiscale derivante dal possesso di questi beni, oltre che molto difficile trovare qualcuno a cui affittarli.

Qui si potrebbe fare una lunga, lunghissima digressione, sull’ossessione per il mattone, che insieme al materasso, è stato per anni la forma di investimento preferita dagli italiani.

Ma vi prometto che ci torneremo presto.

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

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I gialli finanziari italiani: Roberto Calvi

Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, nota banca italiana vicina agli ambienti finanziari del Vaticano, fu trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno 1982.

Roberto Calvi

Suicidio o omicidio? La sua morte è rimasta avvolta nel mistero per molti anni, e intrecciata a quella di un altro banchiere che fece più o meno la sua stessa fine, il faccendiere Michele Sindona, avvelenato nel carcere di Voghera il 22 marzo 1986.

Se avete visto Il Divo di Paolo Sorrentino, i due omicidi sono proprio nelle scene inziali.

Questa è la storia di un banchiere. Ma anche di soldi. Di tantissimi soldi. Ma è anche la storia di faccendieri, monsignori, dittatori, mafiosi, assassini, e politici.

(Blu Notte, Misteri Italiani, di Carlo Lucarelli).

Ascesa del ragionier Roberto Calvi

Nato a Milano nel 1920, Roberto Calvi entrò come impiegato presso il Banco Ambrosiano, la banca dei preti (come la chiamano a Milano) nel 1947, dopo essere ritornato dalla guerra.

Negli anni ’70 si alleò con Michele Sindona, banchiere siciliano, che lo introdusse alla Borsa, alle speculazioni finanziarie e alle società con sede nei paradisi fiscali.

Con l’appoggio del Vaticano trasformò l’onesto e prudente Banco Ambrosiano in una banca d’affari, e acquisì altre banche e società di assicurazioni, fino a entrare nel giro della politica e della massoneria.

La carriera di Roberto Calvi fu velocissima.

Nel settore estero della banca si fece una notevole esperienza sui paradisi fiscali e nel 1960 diventò responsabile per le operazioni di carattere finanziario, entrando così anche nei Consigli di Amministrazione di molte società controllate.

Dopo la nomina a direttore generale nel 1971 e a vicepresidente nel 1974, nel 1975 divenne presidente del Banco, avviando una serie di speculazioni finanziarie internazionale.

Di faccendieri, monsignori, dittatori, mafiosi, assassini, e politici

Strinse una collaborazione con l’Istituto per le Opere Religiose (IOR), la banca vaticana.

Fondamentali furono le amicizie con membri della mafia e della politica, sia italiana che latino-americana.

E non ultimi quelli con la loggia massonica Propaganda 2 (P2), in cui venne introdotto tramite il banchiere e faccendiere Michele Sindona.

L’ingresso nel Consiglio di Amministrazione dell’Università Bocconi segnò la consacrazione di Roberto Calvi a membro del salotto buono della finanza italiana, mentre non si arrestava la sua ascesa di finanziere aggressivo.

Costruì una fitta rete di società fantasma in paradisi fiscali. Acquistò una banca in Svizzera. Fondò una finanziaria in Lussemburgo.

Con l’arcivescovo Paul Marcinkus, detto il Gorilla, perché addetto alla sicurezza di Papa Paolo IV, fondò la Cisalpine Overseas alle Bahamas.

La banca fu successivamente messa sotto inchiesta per riciclaggio di soldi provenienti dal narcotraffico.

Su richiesta dello stesso Vaticano, finanziò paesi e associazioni politiche e religiose soprattutto nell’Europa Orientale, che all’epoca era sotto il regime filo-sovietico.

Caduta

Nel 1978 un’ispezione della Banca d’Italia nel Banco Ambrosiano riscontrò molte irregolarità.

A rimetterci furono il giudice che aveva segnalato tali irregolarità, ucciso nel 1979 da un commando di terroristi, e il Governatore e il Vice Direttore della Banca d’Italia, che avevano voluto l’ispezione, e che subirono l’accusa di irregolarità, e per questo arrestati, e poi prosciolti nel 1983 per infondatezza delle accuse.

Dopo la scoperta della loggia massonica P2 e il suo scioglimento, in quanto organizzazione criminale ed eversiva, Roberto Calvi perse una preziosa protezione.

A corto di liquidità, e già invischiato in un affare di tangenti pagate al leader del Partito Socialista Bettino Craxi in cambio di finanziamenti da grosse società, Roberto Calvi si legò a Flavio Carboni, a sua volta legato alla mafia di Pippo Calò e alla sanguinaria organizzazione malavitosa romana della Banda della Magliana, con cui condusse operazioni di riciclaggio di denaro sporco.

Estromesso dal Banco Ambrosiano per via dell’arresto per reati valutari, e abbandonato anche dallo IOR, preoccupato dei fatti criminosi che stavano emergendo, Roberto Calvi decise di fuggire all’estero in gran segreto.

Un giorno prima del ritrovamento del cadavere di Calvi a Londra, la sua segretaria a Milano si era suicidata lanciandosi dalla finestra del suo ufficio, al quarto piano.

Sulla morte di Calvi, che inizialmente la magistratura britannica archiviò come suicidio, fu fatta chiarezza soltanto nel 1996.

Una persona vicina al mandante dell’omicidio dichiarò che ad ucciderlo era stata una persona appartenente a un clan camorrista che aveva affidato a Calvi dei soldi che poi il finanziere milanese aveva perso.

La punta delle scarpe

Nonostante la sua morte violenta e il lungo processo per arrivare alla verità non lascino indifferenti dal punto di vista umano, i suoi legami con la malavita e il suo operato non cristallino ne fanno una figura ambigua e opaca.

La grande finanza milanese, non l’aveva mai accettato completamente, poiché lo considerava solamente un miscuglio di ambiguità e reticenza che pensava solamente al lavoro e non si divertiva mai. Illuminante, a tal proposito, è la citazione di Gianni Agnelli, allora Presidente di Confindustria, su Calvicome si fa a vivere guardandosi la punta delle scarpe? 

(Blu Notte, Misteri Italiani di Carlo Lucarelli)

Per approfondire la storia di Roberto Calvi, è disponibile su Youtube il film I banchieri di Dio – Il Caso Calvi (2002) di Giuseppe Ferrara.

Le imposte e le tasse

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Secondo l’articolo 53 della Costituzione Italiana

tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività

Progressivo vuol dire che l’imposta da pagare deve aumentare in misura più che proporzionale rispetto al reddito e alla ricchezza del contribuente.

Questo fondamentale principio di giustizia tributaria è collegato al principio di uguaglianza contenuto nell’articolo 3 della Costituzione, che sostiene che 

è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le imposte e le tasse rappresentano lo strumento più importante proprio per la rimozione di quegli ostacoli di cui parla l’articolo 3.

Imposte e tasse: un po’ di chiarezza

A volte si fa confusione con i termini imposte, tasse, tributi, o si dice impropriamente che “ad aprile si calcolano le tasse”, quando in realtà ci si riferisce alle imposte dirette.

Prima di vedere da vicino quali sono le principali voci di entrata del bilancio dello stato, facciamo un po’ di chiarezza lessicale.

E anche un pizzico di storia.

Limposta è un prelevamento obbligatorio di ricchezza da parte dello Stato, per far fronte a obiettivi di interesse generale, di cui beneficia tutta la collettività.

La tassa è la controprestazione di un servizio reso dallo Stato o da un ente pubblico ad un privato cittadino, dietro domanda di quest’ultimo. 

Ci sono le tasse scolastiche, quelle universitarie, quelle amministrative, oppure quelle sui rifiuti, che si pagano per avere un servizio, come l’istruzione oppure un certificato anagrafico, o il ritiro della spazzatura.

Un termine sinonimo di tassa è tributo, che risale all’Antica Roma: si trattava infatti della contribuzione obbligatoria dei cittadini allo Stato, il cui calcolo avveniva in base alle ricchezze possedute e il pagamento era effettuato da ciascuna tribù (una specie di distretto amministrativo).

Da qui il nome latino tributum.

Il sostantivo tributo, insieme all’aggettivo tributario, (tributarium in latino) arrivano ai giorni nostri passando per le varie epoche storiche che si sono poi succedute, prendendo anche l’accezione negativa, come quella di un pagamento estorto con prepotenza.

Accezione che probabilmente, dato l’elevato tasso di evasione fiscale molto alto in Italia, deve essere rimasto nella memoria dei contribuenti di oggi.

Che probabilmente non conoscono bene i principi ispiratori della Costituzione Italiana.

Ascolta il podcast. Voce e musica di Marco Chiappini

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Buona Pasqua!

Ci vediamo mercoledì 7 aprile con in consueto appuntamento del podcast.

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