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The Blonde Salad: l’esordio di Chiara Ferragni nell’imprenditoria digitale

Dalla dichiarazione dei redditi 2019/2020, l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni vanta un patrimonio di 40 milioni di euro, frutto di collaborazioni, sponsorizzazioni, e di incassi delle sue tre aziende. La pubblicità, che ricomprende anche i suoi post di Instagram, produce da sola un fatturato di 11 milioni di euro.

Photo by Giorgio Montersino – Giorgio Armani Show, Milan Fashion Week MFW 2013

Di recente Chiara Ferragni è entrata a far parte del CdA di Tod’s S.p.A., un’azienda quotata, controllata dalla famiglia Della Valle, e specializzata nella produzione di calzature, abbigliamento e accessori.

La notizia ha prodotto un balzo del 14% del titolo Tod’s a Piazza Affari.

Oltre ai riconoscimento del mondo economico e finanziario c’era già stato anche quello accademico: nel 2014, infatti, la Harvard Business School aveva reso Chiara Ferragni oggetto di studio per aver fatturato 8 milioni di euro con la sua linea di scarpe in solo 6 anni.

The Blonde Salad: l’idea vincente di Chiara Ferragni e Riccardo Pozzoli

Era il 2009 e mi trovavo a Chicago per il quadrimestre di lavoro legato ai miei studi di marketing. Mi sono reso conto che in America i blogger facevano tendenza e condizionavano moltissimo i consumi. All’epoca Chiara postava le foto dei suoi outfit su varie piattaforme social, ottenendo un grande seguito. Così ci è venuta l’idea di aprire un suo blog. Abbiamo intravisto un’occasione di business, anche se non sapevo dove ci avrebbe portato. Il primo passo è stato acquistare il dominio da un provider americano.

Sono le parole di Riccardo Pozzoli in un’intervista per il magazine Millionaire, fondatore del blog che ha lanciato insieme a Chiara Ferragni, The Blonde Salad, con un investimento iniziale di 510 dollari (“10 per il dominio, il resto per la macchina fotografica”).

Sempre nell’intervista a Millionaire, Riccardo Pozzoli racconta l’idea che c’è dietro alla nascita di The Blonde Salad, sottolineando quanto oltre all’idea siano stati fondamentali anche il team e la dedizione al 100%.

In primo luogo il nostro connubio: Chiara appassionata di moda e fotografia e io orientato al marketing e al business. Abbiamo intuito che le aziende avevano un’esigenza di visibilità a cui noi abbiamo risposto con un progetto chiavi in mano apposta per loro. Abbiamo messo insieme l’aspetto creativo con quello promozionale. La pubblicazione dei post (su moda, viaggi, lifestyle) ogni mattina alle 9 rendeva la lettura un’abitudine quotidiana. Con i primi ricavi abbiamo allargato il team. La crescita è stata graduale. Fondamentale è stata la scelta di viaggiare tanto e avere da subito un respiro internazionale.

The Blonde Salad: espandersi sul mercato senza farsi travolgere

Il progetto non ci ha messo molto a prendere il volo: a febbraio 2010 Chiara Ferragni è stata invitata per la prima volta alla Settimana della moda di Milano che ha aperto alla realtà emergente, tutta nuova, di The Blonde Salad numerose occasioni di visibilità, tra cui alcune proposte di partecipazione a programmi televisivi.

“(…) decidiamo di rifiutare le ospitate: il mondo della moda è molto snob e la tv ci avrebbe allontanati dal nostro obiettivo. A volte serve la sensibilità di capire qual è la strada giusta da seguire o da evitare”.

Riccardo Pozzoli (intervista a Millionaire)

E Chiara Ferragni e Riccardo Pozzoli la scelta giusta da seguire l’hanno sicuramente capita.

Così come hanno capito che per consolidare i risultati ottenuti ed espandersi è fondamentale cambiare, evolversi.

Con l’avvento di Instagram molti dei blog che erano popolari all’inizio degli anni Dieci sono spariti, mentre The Blonde Salad ha cavalcato l’onda di quella che all’epoca era una novità nel mondo dei social, per crescere ancora e diventare un magazine di costume.

Dalla promozione dei prodotti dell’industria della moda alla decisione di lanciare la linea di scarpe a marchio proprio, Chiara Ferragni Collection.

Tutto questo nel giro di pochissimo tempo e mettendo in pratica quelli che sono i principi cardine di un’attività imprenditoriale di successo: avere ben chiara la propria visione di come fare impresa e riuscire ad arrivare in maniera semplice e chiara a un pubblico sempre più folto.

Parità di genere: la Società Italiana degli Economisti cambia nome

Nata nel 1950 con l’intento di promuovere la ricerca economica, la Società Italiana degli Economisti (SIE), dopo 70 anni, ha cambiato nome. 

Società Italiana degli Economisti

Società Italiana di Economia

Da anni, al suo interno, la Commissione di Genere della SIE lavora per raccogliere, elaborare, divulgare dati e informazioni riguardanti la parità di genere sia nelle Università italiane che tra gli economisti e le economiste, oltre che fornire informazioni utili alle stesse economiste all’inizio della carriera accademica.

Dopo anni di coinvolgimento nel dibattito sulla parità di genere, i membri della Società Italiana degli Economisti hanno deciso per un cambio dello storico nome, che dopo un iter burocratico di qualche mese è diventato Società Italiana di Economia.

E questo perché, ovviamente, a differenza degli anni in cui la SIE era stata fondata, l’economia oggi non è più appannaggio maschile.

Il dibattito linguistico in Italia

La notizia, che è dello scorso 22 dicembre, ha alimentato il dibattito linguistico e sociolinguistico sulla parità di genere della nostra lingua.

La lingua italiana adotta il maschile sovraesteso, cioè il genere maschile per indicare gruppi composti da uomini e donne.

In un’epoca in cui è in atto un cambiamento che le lingue stanno ormai registrando da tempo, il fatto che, in Italia, la maggioranza dei votanti dell’ex Società Italiana degli Economisti abbia considerato proprio la parola ‘Economisti’ anacronistica, è un bel passo in avanti.

Non sono pochi gli italiani e le italiane che si ostinano a non volere vedere questa necessità che ha la lingua di modificarsi per raccontare una realtà che di fatto sta cambiando.

Prendete il femminile di mestieri che prima si esprimevano solo al maschile.

A storcere il naso davanti a ministra, rettrice, sindaca, purtroppo, sono anche le donne, che si aggiungono alla folta schiera di coloro che, in nome della purezza dell’italiano, sostengono che queste sono solo battaglie da femministe.

La società cambia

La società cambia e la lingua ne registra anche le variazioni più impercettibili. Anzi, le anticipa, fornendoci così uno strumento sempre più capace di raccontare la realtà che ci circonda.

Oltre ai numeri, il settore dell’Economia si occupa di cultura e divulgazione.

E in questo senso il cambio di nome della SIE è un doppio riconoscimento: quello della presenza delle economiste, e quello di un linguaggio al passo con i tempi, attraverso il quale rappresentare la società oggetto di studio.

(E le custodi del patriarcato dovranno farsene una ragione)

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Storia del cazzotto che diventò un bacio

Dopo aver ripercorso la storia societaria della Perugina (leggi l’articolo di domenica scorsa), vediamo oggi come nasce lo storico prodotto della casa di Perugia, il Bacio.

Che all’inizio era un cazzotto.

Riassunto delle puntate precedenti

Luisa Spagnoli fondò nel 1907 la società Perugina insieme al marito Annibale Spagnoli e ad altri soci, tra cui, in posizione marginale, l’imprenditore Francesco Buitoni.

Due anni dopo la società era sull’orlo del fallimento e per questo venne affidata al giovane Giovanni Buitoni, figlio diciottenne di Francesco, che riuscì a rimetterla in sesto grazie a una politica commerciale che aveva permesso alla Perugina di superare il periodo bellico.

L’espansione della Perugina non si arrestò dopo la fine della Prima guerra mondiale, ma nel 1923 Annibale Spagnoli si ritirò dall’azienda a causa di attriti interni.

La lungimiranza di Luisa Spagnoli

Sembra risalire al 1923 l’inizio della storia d’amore tra Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni. Le persone a loro vicine parlano di un legame profondo e riservato.

Luisa Spagnoli, lungimirante e attenta alla vita dei dipendenti dell’azienda, inizia in quegli anni ad impegnarsi per la costruzione di strutture sociali proprio a loro favore, come, per esempio, l’asilo nido nello stabilimento di produzione di Fontivegge.

Non è un caso che da una personalità così generosa e brillante nasca l’idea di un cioccolatino che ha fatto epoca.

Il cazzotto

Si dice infatti che il Bacio sia nato dall’idea di Luisa Spagnoli di impastare, con altro cioccolato i frammenti di nocciola che venivano gettati durante la lavorazione dei dolciumi.

Quel curioso cioccolatino aveva una forma irregolare che ricordava la sagoma di un pugno chiuso, dove la nocciola intera rappresentava la nocca più sporgente.

In poche parole, un cazzotto.

“Scusi, mi dà un cazzotto?”

Amministratore delegato della Perugina e Presidente della Buitoni, Giovanni Buitoni curava molto l’aspetto commerciale e delle vendite.

Aveva immaginato un cliente entrare in un negozio e dire “Scusi, mi dà un cazzotto?”

Per questo, non convinto del nome che la sua Luisa aveva dato al nuovo cioccolatino, lo ribattezzò con il nome che tutti oggi conosciamo.

I primi cartigli apparvero negli anni Trenta, ma non avevano tutta quell‘aura romantica che invece hanno oggi.

Una leggenda narra che Luisa Spagnoli scrivesse brevi messaggi d’amore a Giovanni Buitoni, avvolgendoli attorno ai cioccolatini che gli mandava perché li controllasse.

Nonostante la loro storia non fosse ufficiale, il direttore artistico della Perugina Federico Seneca prese spunto proprio da questo gesto per dare all’involucro con la frase d’amore un’attrattiva commerciale.

Le campagne pubblicitarie

Sul canale youtube del Bacio Perugina si possono vedere le campagne pubblicitarie ideate per promuovere sia il Bacio tradizionale che le sue varianti.

Nonostante i colori accattivanti dell’involucro, e gli accostamenti dei nuovi gusti ricercati e raffinati delle nuove versioni che si sono affacciate sul mercato, il Bacio tradizionale resta insostituibile.

La sua carta argentata con le stelle blu e quel sapore inconfondibile che si scioglie in bocca ce lo ricordiamo sin dalla nostra infanzia, quando spesso il Bacio rappresentava il premio per esserci comportati bene o aver preso un bel voto a scuola.

Oppure durante l’adolescenza quando attaccavamo sul nostro diario di scuola il cartiglio del Bacio che la persona del cuore ci aveva regalato.

E da adulti, quante volte un collega o una collega dopo averci visto di malumore, ci hanno allietato la giornata facendocene trovare uno sulla scrivania?

Perugina e Alitalia

Un’operazione di marketing che merita di essere ricordata è sicuramente quella di Perugina e Alitalia che hanno concepito una divulgazione congiunta per i Baci e il Boeing 747-200 denominato Portofino.

L’aeromobile, che operava sulla rotta Roma-New York alla fine degli anni Novanta, aveva una livrea completamente dedicata al Bacio: il blu al posto del bianco, le bande argentee al posto di quelle verdi e rosse, e la scritta sulla fiancata: “Baci dall’Italia. Baci da Alitalia“.

Qui trovate una foto dell’aeromobile.

La storia della Perugina

In attesa di San Valentino, ripercorriamo oggi la storia della Perugina, produttrice del famoso Bacio, il cioccolatino più regalato tra gli innamorati.

Prima della Grande Guerra

La Società Perugina per la fabbricazione dei confetti viene costituita a Perugia il 30 novembre 1907 con un capitale di 100.000 lire (circa 50€).

I soci sono Annibale Spagnoli, sua moglie Luisa Spagnoli, Leone Ascoli, Francesco Andreani, e, in posizione marginale, anche Francesco Buitoni.

Dopo aver rischiato il fallimento nel 1909, il diciottenne Giovanni Buitoni, figlio di Francesco, prende in mano le redini della società.

Il piano di salvataggio del giovane Buitoni prevede il reperimento di capitali e prestiti e il ridimensionamento della politica commerciale.

All’epoca il comparto dolciario industriale è ancora poco sviluppato in Italia. La Perugina riesce a spiccare il volo sul mercato, anche se per il suo limitato grado di specializzazione si configura come un’attività semi-artigianale.

La Prima Guerra Mondiale

In concomitanza con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, la Perugina trasferisce la produzione nello stabilimento di Fontivegge, vicino alla stazione ferroviaria di Perugia.

Nonostante il conflitto renda difficile l’approvvigionamento delle materie prime, la società supera il periodo bellico grazie alla produzione di alimenti a base di cacao destinati ai soldati impegnati al fronte.

Il dopoguerra

Il bisogno di ampliare la capacità produttiva e allo stesso tempo adeguare la rete commerciale attraverso negozi per la vendita al dettaglio spinge Giovanni Buitoni alla ricerca di mercati esteri.

Nel 1922 nasce il Bacio, da un’idea di Luisa Spagnoli (e di questo ne parleremo nell’articolo di domenica prossima) e nel 1923 l’impresa si trasforma in una società per azioni.

Nel nuovo assetto societario i Buitoni controllano le attività attraverso un processo di acquisizioni di pacchetti azionari.

Queste operazioni consentono a Giovanni Buitoni (amministratore delegato sia della società Buitoni che della Perugina) ampio spazio di manovra nella ristrutturazione che nel frattempo sta investendo l’intero settore dolciario italiano.  

L’imprenditore Riccardo Gualino tenta di far confluire anche la Perugina nella fusione tra le principali aziende cioccolatiere italiane, ma Giovanni Buitoni non è d’accordo e inizia una serie di mosse verso l’innovazione tecnica della produzione e nello sviluppo della rete commerciale, del marketing e del packaging.

La Perugina è tra le prime aziende in Italia a incartare e inscatolare i cioccolatini e avvia un piano di diffusione capillare della rete di vendita, sia in Italia che all’estero.

I riconoscimenti internazionali e il marketing innovativo

Già alla fine degli anni Venti la Perugina è la prima azienda italiana del settore ad applicare le tecniche dell’organizzazione scientifica del lavoro, aumentando la produttività e diminuendo la forza lavoro impiegata

Per contrastare la tassa sullo zucchero, introdotta negli Anni Trenta, e aumentare le vendite, Giovanni Buitoni e il direttore della pubblicità Aldo Spagnoli (figlio di Luisa Spagnoli) inventano un concorso legato a un programma radiofonico con un montepremi.

Tra i premi in palio c’è anche l’automobile Fiat Topolino.

Nel 1935 i prodotti Perugina sbarcano negli Stati Uniti.

A New York nasce La Bomboniera, punto vendita di prodotti italiani sulla Fifth Avenue, dove già la Buitoni distribuisce sughi pronti e pasta.

Gli avvicendamenti societari

Nel 1968 ha luogo la fusione per incorporazione della Buitoni nella Perugina.

Il nuovo gruppo attraversa varie difficoltà economiche fino alla sua vendita nel 1985 alla CIR dell’imprenditore Carlo De Benedetti.

Le vicissitudini legate alla mancata privatizzazione della società agro-alimentare SME, per la quale lo stesso De Benedetti è in trattativa, lo inducono a cedere la Buitoni-Perugina alla multinazionale svizzera Nestlè nel 1988.

Anche sotto la nuova proprietà a Perugia continua l’attività produttiva.

Nel 2007 Nestlé cede gli impianti di produzione di massa di cacao e cioccolato liquido dello stabilimento di San Sisto alla connazionale svizzera manifatturiera di cioccolato Barry Callebaut.

Nel 2019 lo converte lo stabilimento di San Sisto nell’hub europeo per la produzione di uno storico snack, completando così un piano di investimenti per 60 milioni di euro.

Non male per un’impresa che era partita con un capitale di poco meno di 50 euro.

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La Guardia di Finanza

In Italia esiste un corpo di polizia con un’organizzazione di tipo militare altamente specializzato in materia economica e finanziaria: la Guardia di Finanza.

La guardia di finanza

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La sua funzione consiste nella prevenzione, ricerca e denuncia delle violazioni finanziarie, affinché tutti contribuiscano al benessere collettivo, fondato sui tre pilastri: sanità, istruzione, sicurezza.

La lotta all’evasione fiscale e all’economia sommersa sono tra gli obiettivi principali. 

Ma ci sono anche il contrasto al gioco d’azzardo, alla contraffazione dei soldi, dei marchi e alla pirateria; e anche il controllo sulla spesa pubblica e sui prezzi al consumo.

Con gli anni l’aumento dei reati legati all’ambito economico e finanziario ha portato alla formazione di una struttura sempre più articolata e mirata a prevenire e colpire la criminalità.

Nell’ambito strettamente legato ai mercati finanziari opera il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, che agisce a tutela del risparmio e in collaborazione con le Autorità di Vigilanza, quali la CONSOB (la commissione nazionale per le società e la Borsa) e la Banca d’Italia.

Fiore all’occhiello tra i corpi di polizia e militari internazionali, la Guardia di Finanza italiana è in prima linea anche a livello europeo dove ha promosso delle iniziative per favorire la sensibilizzazione dei Paesi membri dell’Unione sul tema della cooperazione investigativa.

Qualche anno fa l’editoriale del quotidiano bavarese di centro-sinistra Süddeutsche Zeitung sosteneva che in Germania c’era “bisogno di una forza di polizia tributaria come quella italiana”.

Aggiungeva inoltre che sebbene l’Italia non fosse un modello per quanto riguarda l’evasione fiscale “paradossalmente però possiede una delle migliori polizie finanziarie al mondo”.

Paradossalmente.

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Lo stacco delle cedole e dei dividendi

Ancora oggi è molto usata l’espressione staccare cedola o staccare dividendo per indicare quando un’azienda o un ente pubblico paga gli interessi o gli utili ai possessori di azioni e obbligazioni.

Lo stacco delle cedole e dei dividendi

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Normalmente, per i titoli azionari, il periodo di stacco del dividendo è nella prima metà dell’anno, dopo che l’assemblea dei soci si è riunita per decidere se, e in che misura, distribuire gli utili agli azionisti. 

Invece, chi compra un prestito emesso da una società privata o da un ente pubblico sa già quando e quanto riceverà a titolo di cedola per il suo investimento.

Gli stacchi di cedole e dividendi avvengono con accredito diretto in conto corrente.

Eppure, anche nelle descrizioni di accredito in conto, si mantiene ancora questa espressione che risale al titolo fisico

Un tempo chi comprava un titolo, di natura azionaria o obbligazionaria, riceveva un documento cartaceo, che consisteva in un foglio, con tanti piccoli tagliandi attaccati.

Il foglio principale riportava le caratteristiche del titolo, mentre i tagliandi corrispondevano alle cedole o ai dividendi, e che a ogni riscossione, appunto, venivano staccati.

Con la dematerializzazione dei titoli fisici, iniziata nel 1998, la proprietà del titolo oggi avviene attraverso una scrittura contabile.

Sebbene fuori corso, i vecchi titoli fisici sono oggetto di ricerca e scambio da parte di appassionati del genere. 

Questa forma di collezionismo si chiama scripofilia. Deriva dall’inglese scrip-o-phily, dove scrip indica un certificato azionario provvisorio. 

Spesso, passeggiando per i mercatini di antiquariato, se ne possono trovare di vari tipi.

Per esempio emessi da enti pubblici per la costruzione di una ferrovia. O addirittura, vecchissimi debiti risalenti al Regno d’Italia. 

Ascolta il podcast (Speaker e musica Marco Chiappini)

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Il capital gain: la tassazione sui guadagni sul capitale

Quando si vende un titolo in portafoglio a un prezzo superiore a quello a cui si è acquistato quel titolo, si realizza un guadagno. Sul guadagno, che tecnicamente si chiama plusvalenza, lo Stato applica una tassazione che prende il nome di imposta sul Capital Gain a cui ci si riferisce comunemente con l’appellativo di Capital Gain.

Aliquota attualmente vigente

Il Decreto Legge n. 66 del 24/04/2014 del Governo Renzi ha aumentato dal 20% al 26% dell’aliquota sul Capital Gain, che si applica anche sui rendimenti (cedole e dividendi).

L’aliquota del 20% era stata introdotta dal Governo Monti, a gennaio del 2012, all’indomani del suo insediamento a Palazzo Chigi.

Con lo spread a 575 e le preoccupazioni dell’Europa, l’aumento del Capital Gain rappresentava un segnale forte tra le misure per contrastare la crisi finanziaria.

Prima del 2012 l’aliquota era del 12,5%, indistintamente su Titoli di Stato e titoli di altra natura (azioni, obbligazioni, derivati, etc.)

Aliquote differenziate

Nonostante le nuove aliquote introdotte dai Governi Monti e Renzi, il Capital Gain sui titoli di Stato (BOT, CTZ, BTP, CCT e CTZ) continua a beneficiare della tassazione del 12,5%, così come i titoli di enti pubblici come le regioni, le province ed i comuni, le obbligazioni di organismi internazionali come la World Bank e la BEI e i bond emessi da Stati esteri della white list.

E la tassazione del 12,5% vale anche per gli interessi prodotti da questi titoli obbligazionari.

La minusvalenza

L’opposto del Capital Gain è il Capital Loss, più comunemente chiamata minusvalenza.

Si tratta della perdita sul capitale realizzata a seguito della vendita di titoli che l’investitore aveva comprato a un prezzo più alto di quello di vendita.

Una volta aver venduto in perdita e aver sostenuto una minusvalenza, posso usarla nei quattro anni successivi per abbassare le tasse da pagare su eventuali altre plusvalenze che potrei realizzare.

La tassazione della ricchezza in Italia

Risale a un paio di anni fa un interessante articolo de Il Sole 24 Ore che riportava un’intervista fatta a Alastair Thomas, economista dell’OCSE.

All’epoca Thomas aveva presentato un rapporto che analizzava la tassazione dei risparmi delle famiglie, nell’ottica dell’introduzione di una tassa patrimoniale.

Secondo Thomas la tassa patrimoniale sarebbe solo un ripiego. Quello che l’Italia dovrebbe modificare è l’imposta di successione e la tassazione delle rendite da capitale. La prima, che giudica “alquanto generosa“, poiché si applica a partire da 1 milione di euro; la seconda che dovrebbe essere progressiva.

L’aliquota progressiva aumenta all’aumentare dell’importo su cui si calcola, una buona base di partenza per ridurre le disuguaglianze tra piccoli e grandi capitali, su cui attualmente si applica la stessa percentuale di tassazione.

Inoltre, questa progressività si dovrebbe applicare a tutte le forme di investimento, “altrimenti si finirebbe ancora una volta per favorire un particolare contribuente rispetto a un altro“.

Per gli altri articoli con le attività da scaricare leggi qui.

Una poltrona per due: le vendite allo scoperto in un super classico del Natale italiano

Immancabile come ogni anno dal 1996, Trading Places, in italiano Una poltrona per due, la commedia di John Landis è andata in onda in prima serata la sera della vigilia di Natale.

Considerata una delle migliori commedie in assoluto, il film offre spunti interessanti anche per quanto riguarda l’aspetto finanziario.

Il film ci aiuta a comprendere i contratti futures, comunemente noti come vendite allo scoperto.

Una poltrona per due

I contratti futures

In Una poltrona per due, i diabolici fratelli miliardari Duke riescono a ricevere, prima dell’annuncio ufficiale, il rapporto sui raccolti delle arance.

Conoscere in anticipo i dati sulla produzione gli consente di comprare contratti futures sul succo d’arancia a prezzi molto convenienti.

futures sono dei contratti in cui due parti si accordano per scambiare, in una data futura, una quantità di merce a un prezzo prestabilito.

Chi vende la merce non ne è in possesso, ma scommette che il prezzo in futuro scenderà e potrà comprarla sul mercato poco prima della data di scadenza del contratto, a un prezzo più basso di quello che ricaverà dalla vendita già pattuita.

Il guadagno è la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.

Chi compra invece scommette sul fatto che il prezzo si alzerà, e quindi compra la merce a un prezzo più basso e la rivenderà a un prezzo di mercato più vantaggioso.

I futures in Una poltrona per due

I due protagonisti, interpretati da due brillanti Dan Aykroyd e Eddie Murphy falsificano il rapporto delle arance che arriva ai Duke con l’informazione che la produzione di arance sarà scarsa.

Convinti del magro raccolto, i fratelli Duke investono tutto il loro capitale impegnandosi a comprare in anticipo le arance, convinti di approfittare di un prezzo basso, che si impennerà dopo la diffusione del rapporto.

Anche gli altri investitori fanno la stessa cosa, gonfiando ulteriormente il prezzo delle arance.

Winthorpe e Valentine, a quel punto, iniziano a stipulare futures come venditori: si impegnano cioè a vendere le arance, in futuro, a un prezzo che per gli altri investitori è molto basso.

Quando arriva il vero annuncio ufficiale, quello che comunica che il raccolto è andato bene, i Duke e gli altri investitori si ritrovano a comprare arance a un prezzo molto più altro di quello di mercato.

Cominciano quindi a proporre futures come venditori.

Winthorpe e Valentine (Aykroyd e Murphy) accettano di comprare dopo che il prezzo si è abbassato di parecchio.

Quindi: il prezzo concordato per l’acquisto delle arance è molto più basso di quello dei contratti che hanno firmato poco prima come venditori.

Possono così vendere le arance, che ancora non hanno, a un prezzo molto alto, e poi comprare a un prezzo molto più basso, quelle che dovranno vendere.

I Duke si ritrovano invece sul groppone un quantitativo di arance comprate a un prezzo più alto di quello al quale le dovranno rivendere.

Perdendo così tutto il loro patrimonio.

La vendita allo scoperto

Da sempre una delle manovre speculative più famose in Borsa, la vendita allo scoperto, o short selling, l’abbiamo vista in film come The Big Short di Adam McKay, il cui titolo in italiano è infatti La grande scommessa, e anche nella serie tv Diavoli, una co-produzione tra Italia, GB, e Francia, andata in onda in Italia su Sky lo scorso marzo.

Oltre alla vendita allo scoperto, in Una poltrona per due ritroviamo altri argomenti ricorrenti nei film che parlano di finanza, come l’insider trading, cioè l’uso di informazioni confidenziali, che negli Stati Uniti all’epoca del film, per le materie prime, non era considerato reato, e l’avidità, i fratelli Duke investono in arance tutto il loro patrimonio sperando di fare un gran colpaccio.

E invece restano a secco.

Il golden power: lo Stato e i suoi superpoteri

Il golden power è un potere speciale che lo Stato può esercitare per tutelare i settori strategici dell’economia italiana.

Si applica quando questi si trovano in una situazione di vulnerabilità sui mercati di Borsa.

Il golden power

Proteggere i settori strategici dell’economia

Istituito con il Decreto Legge n.21 del 15 marzo 2012 e integrato con successivi atti, l’esercizio del golden power da parte dello Stato si applica ai settori della difesa e della sicurezza nazionale, e alle attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni.

Ma in soldoni, in che cosa consiste questo golden power?

Avete presente quando il mercato è talmente al ribasso che potrebbe essere molto facile per un’azienda, magari straniera, iniziare a comprare a mani basse e a prezzi di saldo?

Ecco, il golden power serve a questo: a limitare le scalate ostili con cui le aziende straniere potrebbero prendere il controllo delle imprese italiane, il cui prezzo è appetibile grazie all’instabilità di mercato.

Il golden power durante la pandemia Covid-19

Si tratta di un super potere che proprio in questa fase di pandemia si è reso ancora più importante nella protezione delle società italiane quotate a Piazza Affari.

Il suo avvento nel 2012 arrivava in un momento di forti speculazioni create dalla crisi politica.

In questi mesi si è rivelato uno strumento con cui fare scudo a quei settori che da sempre fanno gola agli investitori stranieri.

Quindi, oltre alla difesa, alla sicurezza nazionale, all’energia, ai trasporti e alle telecomunicazioni, i DPCM degli ultimi mesi hanno ricompreso anche altri comparti dell’economia.

Tra i settori inclusi nel decreto, ci sono quello alimentare, delle infrastrutture, delle tecnologie legate alla salute, dei servizi bancari e assicurativi, e le PMI (piccole e medie imprese).

L’altro lato della medaglia

Nell’editoriale di domenica 9 novembre 2020, Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore sostiene che:

Quest’anno, con la pandemia che ha abbassato i prezzi delle imprese rendendole bocconi più facili, (il golden power, n.d.r) è stato rafforzato, allargato a più settori, forse troppi.

Sembra quindi che questo potere speciale del Governo possa ritorcersi contro le aziende italiane, le quali per ripartire hanno bisogno di investimenti che arrivino dal mercato.

E così – sempre secondo de Bortoli – rischiano invece di allontanarli.

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