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I gialli finanziari: il caffè avvelenato di Michele Sindona

Banchiere, faccendiere, e criminale: ascesa e caduta di Michele Sindona, dalla consacrazione a mago della finanza internazionale, fino alla morte in carcere per un caffè avvelenato.

Michele Sindona

Seconda parte. Leggi qui la prima parte

Sul fallimento della Franklin Bank indagò anche l’FBI e il Senato degli Stati Uniti istituì una commissione d’inchiesta che scoprì che nel 1974 Michele Sindona aveva trasferito 2 miliardi di lire alla DC (Democrazia Cristiana) con libretti al portatore.

Sembra che con quelle operazioni siano transitati parecchi milioni di lire attraverso la CIA (l’intelligence statunitense), la stessa Franklin Bank, e il SID (i servizi segreti italiani).

I soldi sarebbero serviti per finanziare la campagna elettorale di 21 politici italiani.

I rapporti di Michele Sindona con la P2

La loggia massonica Propaganda Due (P2) è stata un’associazione segreta nata durante la Guerra Fredda in chiave anti-comunista. Gestita da Licio Gelli, si conoscono i nomi di 972 iscritti. Ha raccolto politici, giornalisti, uomini d’affari, delle Forze Armate, e dei servizi segreti con l’obiettivo di realizzare il “Piano di rinascita nazionale”: un programma di trasformazione autoritaria dello stato.

Il Divo, Paolo Sorrentino, 2008 (titoli di testa)

Al salvataggio della Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona erano interessati sia Licio Gelli, capo dell’organizzazione criminale P2, che il divo Giulio Andreotti, che aveva interessato due parlamentari affiliati alla loggia.

La Banca d’Italia ostacolò fortemente il salvataggio della banca, così Michele Sindona si rivolse al banchiere Roberto Calvi.

I due si erano conosciuti alla fine degli anni Sessanta, quando Sindona aveva aiutato Calvi a costituire delle società off shore.

Inoltre, qualche anno dopo, Sindona aveva presentato Calvi a Gelli e lo aveva introdotto nella P2.

Di fronte al rifiuto di Calvi di aiutarlo a ripianare i debiti della Banca Privata, Sindona una notte si vendicò attaccando per tutta Milano dei manifesti che riportavano le operazioni irregolari del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Il carcere e la morte

Dopo l’arresto in una cabina telefonica di Manhattan nel 1980, seguì la condanna a 25 anni di carcere per frode, spergiuro, appropriazione indebita di fondi bancari.

Mentre si trovava nelle prigioni federali statunitensi, il governo italiano presentò domanda di estradizione perché Sindona potesse presenziare al processo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

Sindona rientrò in Italia, dove ricevette la condanna a 12 anni per frode, per il fallimento della Banca Privata Finanziaria, e l’ergastolo per essere stato il mandante dell’omicidio Ambrosoli.

Qualche giorno dopo la condanna all’ergastolo, Michele Sindona bevve un caffè al cianuro di potassio e morì due giorni dopo.

Sebbene ufficialmente si trattò di suicidio, la sua morte fu probabilmente un tentativo di auto-avvelenamento, al fine di ottenere l’estradizione negli Stati Uniti, dove si sarebbe sentito al sicuro.

Tra le ipotesi c’è anche quella che qualcuno avrebbe voluto toglierlo di mezzo, e lo abbia manipolato fornendogli il veleno per fargli simulare un suicidio, e facendogli credere che una bustina di cianuro gli avrebbe causato un semplice malore.

Qualcuno che aveva paura che Michele Sindona, ormai senza più niente da perdere, avesse potuto svelare i segreti della vita politica italiana, ammanicata con Cosa Nostra, i servizi segreti.

E chissà quanto altro.

I gialli finanziari italiani: Michele Sindona e l’omicidio Ambrosoli

Il faccendiere Michele Sindona è stato il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il commissario di Bankitalia che indagò sul crac delle sue banche.

Oggi vi racconto la prima parte di questa storia.

Michele Sindona, 62 anni, siciliano, avvocato. Anni fa l’Economist (…) lo ha definito il più grande finanziere europeo e il Times, l’italiano di maggior successo dopo Mussolini (…). Nel ’74, al culmine della carriera, controllava 146 società in 11 paesi del mondo. (…) Oggi il suo nome è legato al più gigantesco e losco intreccio del secolo. Ne sono coinvolti politici e banchieri, cardinali e giudici, mafiosi e interi stati, assassini e assassinati.

Rai, Mixer – Faccia a faccia, Giovanni Minoli intervista Michele Sindona, 1983

Michele Sindona

Era il 1983 e Michele Sindona, condannato a 25 anni di prigione dal tribunale di New York per il fallimento della Franklin National Bank, si trovava recluso nel penitenziario di Otisville, a un’ora e mezza da New York.

Imputato con 65 capi d’accusa, quella di Michele Sindona era la più severa condanna che un colletto bianco avesse mai avuto nella storia degli Stati Uniti.

Specialista in esportazione di capitali e paradisi fiscali

Michele Sindona nasce nel 1920 a Patti, in Sicilia, per trasferirsi a Milano appena finita la guerra, nel 1946, dove apre uno studio di consulenza tributaria e legale e collabora con importanti società immobiliari.

Le sue specialità sono la pianificazione fiscale, l’esportazione di capitali, e il funzionamento dei paradisi fiscali e anche una certa spregiudicatezza, grazie a cui mette a segno operazioni di Borsa molto vantaggiose, che sono la base per l’attività di banchiere che svilupperà in seguito.

Negli anni Sessanta introduce a Piazza Affari gli strumenti di Wall Street, come l’OPA (offerta pubblica di acquisto), il conglomerate (quando una grande compagnia è divisa in settori che si occupano di affari completamente differenti tra loro), il private equity, (quando un investitore istituzionale acquista le azioni di una società non quotata su mercati regolamentati).

Diventato amico di esponenti della mafia, nel 1961 Michele Sindona compra la Banca Privata Finanziaria e, attraverso la sua capogruppo (holding) lussemburghese Fasco acquisisce anche altre società.

Nel 1969 conosce il cardinale Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, che fa entrare la banca vaticana IOR (Istituto per le Opere Religiose) nella Banca Privata Finanziaria, mentre Sindona continua a spostare i capitali verso le banche svizzere per speculare su scala internazionale.

Ma il colpaccio che Michele Sindona avrebbe voluto mettere a segno arriva nel 1971, quando si mette alla guida di un’OPA sulla Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali.

L’operazione avrebbe portato alla nascita di un fronte di finanza bianca, legato alla DC (Democrazia Cristiana) di Giulio Andreotti e in contrapposizione alla finanza laica.

Inoltre, se il piano fosse riuscito, si sarebbe aperta la strada per una serie di fusioni, scalate, e controlli attraverso pacchetti di maggioranza, di solide società appartenenti ai più disparati settori dell’economia italiana.

Il crac Sindona

Nel 1972 Michele Sindona entra nella Franklin National Bank, tra i primi venti istituti di credito degli Stati Uniti, e partecipa al capitale di altre banche, tra cui la Finabank di Ginevra e la Continental Illinois di Chicago.

Nell’aprile del 1974 un crollo del mercato azionario si trascina dietro la Banca Privata Italiana e la banca Franklin, insolvente per frode, speculazioni in valuta estera e cattiva gestione dei prestiti.

Già nel 1971 la Banca d’Italia ha iniziato a investigare sulle attività delle banche di Sindona, da cui emergono contabilità in nero.

Molti enti pubblici (tra cui l’INPS) avevano affidato i propri depositi a Sindona, su cui applicava tassi d’interesse, sempre in nero, che fruttavano i soldi per le tangenti con cui corrompere amministratori e uomini politici.

Un giallo nel giallo: l’omicidio Ambrosoli

 A seguito del fallimento della Banca Privata Italiana, nel 1974 la Banca d’Italia nomina un commissario liquidatore, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che esamina la trama intrecciata e articolata delle operazioni che Michele Sindona aveva messo in piedi.

Ambrosoli scopre che dietro il crac c’erano i depositi fiduciari: le banche trasferivano i soldi dei depositi dei clienti presso consociate estere e poi li utilizzavano sottobanco per finanziare le altre società del gruppo Sindona

Ambrosoli inizia a ricevere pressioni e tentativi di corruzione, affinché certifichi la buona fede di Sindona e gli eviti il carcere. Ma lo Stato italiano, per mezzo della Banca d’Italia, non poteva coprire le violazioni con cui Michele Sindona aveva creato quegli ingenti scoperti.

Per questo motivo, Giorgio Ambrosoli, pur cosciente del fatto che sta rischiando la pelle, conferma la responsabilità penale di Michele Sindona.

L’11 luglio del 1979 Giorgio Ambrosoli viene ucciso da quattro colpi di pistola da un malavitoso americano, mandato dallo stesso Sindona.

Giorgio Ambrosoli: un eroe borghese

Per approfondire l’indagine del commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli, è molto consigliata la visione del film Un eroe borghese, di Michele Placido (disponibile su YouTube).

Il film del 1995, attraverso materiale originale dell’epoca, ricostruisce gli antefatti che portarono al barbaro omicidio.

Il ruolo di Ambrosoli è affidato a Fabrizio Bentivoglio, che restituisce perfettamente la figura di uomo di Stato e a cui lo Stato aveva affidato un incarico prestigioso e altrettanto oneroso, per poi ritrovarselo contro.

La tematica dell’uomo rappresentante della legge è incarnata anche dall’integerrimo maresciallo della Guardia di Finanza (interpretato da Michele Placido) che affianca Ambrosoli nelle indagini.

Abbandonati dagli amici e dalle loro autorità di riferimento, i due uomini si muovono in una Milano oscura, nel pieno degli anni di piombo, fatta di ricatti e tentativi di corruzione.

Ma con un’unica e sola certezza: quella di stare dalla parte giusta.

(Continua domenica prossima)

Whatever it takes e il Quantitative easing di Mario Draghi

Tra le poche riunioni interessanti a cui ho assistito nei miei anni di lavoro in banca ne ricordo una in cui intervenne il capo del settore mercati finanziari.

Quantitative Easing

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast.

In occasione di quell’incontro ci illustrò con molto entusiasmo quelle che sarebbero state le conseguenze della decisione del Presidente della Banca Centrale Europea di intervenire nella politica monetaria dell’Unione Europea con delle vere e proprie iniezioni di liquidità all’interno del sistema.

Costi quel che costi

Nell’estate del 2012, il 26 luglio, dopo nemmeno un anno dal suo insediamento a capo della BCE, Mario Draghi pronunciò il famoso discorso Whatever it takes, la cui portata epocale è descritta perfettamente nella versione digitale dell’enciclopedia Treccani:

Il «Whatever it takes» apre nella politica europea un altro orizzonte che non aveva precedenti. È il 26 luglio del 2012. L’Europa dell’euro è in grande difficoltà. Sale lo spread in molti Paesi. In Grecia tornano a soffiare pesanti venti di crisi. L’euroscetticismo inglese si gonfia. Quel 26 di luglio, Draghi, da meno di un anno Presidente della Banca centrale europea, sale sul palco della conferenza di Londra e, senza troppi preamboli, dopo una manciata di minuti di introduzione, pronuncia la frase che cambia la storia della crisi: «Entro il nostro mandato la Bce preserverà l’euro, costi quel che costi. E, credetemi, sarà abbastanza». 

Per sostenere l’Euro e l’Eurozona, la BCE di Mario Draghi acquistò i titoli di debito pubblici dei paesi membri dell’Unione, garantendo così la stabilità del sistema economico, mantenendo lo spread con il Bund tedesco a livelli accettabili, e immettendo liquidità sui mercati. 

Si trattava di una manovra che prima di allora era stata utilizzata durante il periodo bellico da Stati Uniti, Germania, e Italia che emettevano titoli di stato che l’industria militare comprava per finanziare l’acquisto delle armi da parte dei governi.

Si trattava anche di una manovra che andava fuori dal perimetro del mandato della BCE, il cui obiettivo esplicito è quello di controllare i prezzi e mantenere un livello dell’inflazione vicino ma non oltre il 2%. 

Una pioggia di liquidità

Il Quantitative easing, espressione inglese che significa allentamento quantitativo, fece arrivare sui mercati tanta liquidità.

Ed era esattamente questo che rendeva così entusiasta il mio collega, che ne aveva previsto l’effetto sui mercati azionari.

Favoriti dall’abbassamento dei rendimenti sui titoli obbligazionari che per via del Quantitative easing costavano di più,  con tutta quella nuova liquidità i mercati azionari iniziarono una risalita verso rendimenti che raggiunsero presto le due cifre.

I miei clienti erano tutti soddisfatti di quello che stava succedendo nei loro portafogli, convinti che fosse una semplice congiuntura favorevole, o addirittura una mia particolare abilità.

Il QE, che sarebbe dovuto durare fino al 2016, fu esteso a più riprese, fino a concludersi il 31 dicembre del 2018.

In quegli anni, avevo già lasciato la banca e il mio lavoro di consulente finanziario, e facevo tutt’altro mestiere, non ho mai smesso di pensare a cosa sarebbe successo con la fine del quantitative easing. 

E a dirla tutta, me lo sto ancora chiedendo.

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast qui.

Il posto fisso (seconda parte)

Leggi qui la prima parte

Risale a un anno e mezzo a fa un articolo de Il Sole 24 Ore intitolato Il crepuscolo del posto in banca, compromesso ben pagato in cui si partiva dagli esuberi di Unicredit, uno degli istituti bancari più importanti in Italia, per analizzare quanto l’ambito posto in banca sia cambiato nel corso degli anni.

Negli anni del boom economico e poi più avanti, fino al crollo di Lehman Brothers, era il compromesso definitivo che ti salvava la vita, il piano B che ai piani alti fruttava stipendi da serie A, un «tanti saluti» indirizzato alla precarietà. Negli ultimi 11 anni la percezione sul ruolo del bancario è radicalmente cambiata, non è più quel porto sicuro che, se metti da parte qualcosina ogni mese, alla lunga ti porta pure alla casa al mare.

Un porto sicuro

In particolare, il quotidiano si soffermava sul concetto di porto sicuro che il posto in banca aveva da sempre rappresentato, al punto tale che in passato c’era chi addirittura aveva rinunciato alla passione artistica dei suoi sogni, per ripararsi dietro una sportello o una scrivania.

Il baretto su una spiaggia tropicale

Mi ricordo che il sogno del bancario medio era quello di svegliarsi una mattina, perdere la testa, andare all’ufficio del personale, dare le dimissioni, incassare la liquidazione, e partire per un’assolata spiaggia tropicale dove aprire un baretto e fare festa h24.

Ouidah, Benin (foto di Anna Quaranta)

Non è proprio così che funziona.

Qualcuno sicuramente l’ha fatto e chissà, magari gli è andata bene.

Ma c’è anche chi ha realizzato il proprio sogno e con molto successo, pur giocando in casa, per poi realizzare una carriera riconosciuta a livello internazionale.

L’impiegato

Maurizio Sarri, napoletano classe 1959, ha coltivato sin da giovanissimo la sua grande passione per il calcio, lavorando contemporaneamente in Banca Toscana, per poi rassegnare le dimissioni e passare solo e soltanto al calcio una volta per tutte.

Da sempre allenatore nei campionati dilettanti, nell’Eccellenza, e poi nella serie D, Maurizio Sarri entra tardi nel calcio della massima serie, ma non ci mette molto a far parlare di sé.

Nel campionato di Serie B 2013-2014 Maurizio Sarri porta l’Empoli in Serie A e resta sulla panchina della squadra toscana fino al 2015, quando va ad allenare il Napoli dove resta per tre stagioni.

La squadra arriverà due volte al secondo posto e una al terzo, qualificandosi sempre per la Champions League.

I capisaldi del suo gioco, fondato su velocità e offensiva, si riassumono nel sarrismo, un neologismo entrato nella lingua italiana nel 2018.

Dopo il Napoli, Maurizio Sarri è sulla panchina del Chelsea, dove si aggiudica la UEFA Europa League, per poi tornare in Italia a guidare la Juventus nella stagione 2019-2020.

Il vice-direttore

Gli ex bancari che si dedicano finalmente al mestiere dei propri sogni si portano dentro una foga tutta speciale. Siamo mediani, più che fantasisti.

La metafora è calcistica ma la citazione è di un altro ex bancario eccellente, ora scrittore affermato.

Si tratta di Maurizio De Giovanni, lo scrittore, padre del Commissario Ricciardi e anche autore, tra gli altri, del poliziesco I bastardi di Pizzofalcone.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno aveva portato avanti la sua passione mentre lavorava al Banco di Napoli, con il ruolo di vice-direttore di filiale.

Sempre nell’articolo del 24 Ore, Maurizio De Giovanni conclude che in banca non ci sono più le garanzie di una volta, “quel mondo lì è finito per sempre“, esortando chi ha una passione artistica a provare a seguire un percorso di studi affinché questa diventi una professione.

Perché se uno sa quello che vuole, non è mai troppo tardi (parola di ex bancaria).

Il posto fisso (prima parte)

Martedì 17 marzo di sei anni fa, verso le dieci del mattino, uscii dalla filiale della banca dove lavoravo, nel quartiere romano dell’E.U.R., per andare alla posta a spedire una lettera raccomandata contenente le mie dimissioni dal posto fisso.

Tra paternali e mani tremanti

In realtà ero andata all’ufficio Risorse Umane il giorno prima per rassegnarle di persona, ma il responsabile aveva pensato bene di trattenermi dal farlo con una ridicola paternale, infarcita di assurdità e luoghi comuni.

La decisione per me era già stata presa. Non vi nego che quando arrivò il mio turno allo sportello spedizioni del grande ufficio postale di Viale Beethoven le mani un po’ mi tremavano. Quando vidi l’impiegato prendere la mia busta, pesarla, apporvi i timbri, e infilarla nel sacco della posta in partenza, mi dissi: “adesso non puoi più tornare indietro”.

Punto e a capo.

In Italia lasciare un posto fisso in banca a 41 anni scatena le reazioni più disparate nelle persone a cui lo racconti.

Ricordo più di qualcuno farsi delle grasse risate (chiedendomi scusa subito dopo). Chissà se in quella risata, in fondo, nascondevano un po’ di invidia?

In questi sei anni, ricchi di esperienze professionali che mai avevo pensato di poter fare (non ultimo questo blog), ho lavorato con persone provenienti da diverse parti del mondo, e ne ho conosciute alcune che avevano fatto la mia stessa scelta, o che comunque non trovavano strano che a un certo punto della vita una persona potesse decidere di mettere un punto e ricominciare da capo in un altro settore.

Anzi.

In Italia, almeno fino a sei anni fa, lasciare un posto fisso era considerato da pazzi irresponsabili, da sognatori incapaci di accettare le responsabilità e di fare i conti con il fatto che tutti i posti di lavoro sono uguali e sei tu che ti devi adattare.

Incapace di accettare responsabilità. Io?

Ero entrata in banca per concorso (e senza raccomandazione) quando avevo 19 anni, di botto mi ero ritrovata in un mondo di adulti viziati e autoreferenziali, e pochi anni dopo mi ero messa un mutuo sulle spalle.

Quelli che mi davano dell’irresponsabile, li lasciavo parlare, tronfi di boria e di certezze, e della loro idea di senso di responsabilità.

Ma nun starai mica a fà nà cazzata?

La più grande responsabilità ce l’abbiamo nei confronti di noi stessi, ed è quella di fare ciò che ci fa esprimere al meglio le nostre inclinazioni e aspirazioni e che ci rende soddisfatti anche dopo una giornata pesante.

Per arrivare a fare il lavoro che meglio ci rappresenta la strada è lunga, tortuosa, sicuramente non facile.

Un milione di volte pensi se davvero tu non stia facendo una cazzata.

Perché quattordici mensilità, ferie e malattie retribuite, scatti di anzianità, fondo pensione, convenzioni mediche private, congedi parentali, Legge 104, permessi studio, agevolazioni creditizie su fidi, prestiti, mutui, agevolazioni tariffarie su assicurazione auto, buoni pasto, eccetera… non sono proprio una cazzata.

Eppure, ho scovato un po’ di personaggi famosi che hanno timbrato il cartellino in banca per molti anni prima di fare il lavoro che fanno oggi.

Leggi qui la seconda parte

I mercati all’insegna del Toro: le parole della Borsa al rialzo

Dopo aver visto l’origine delle espressioni Toro e Orso e aver lavorato sul lessico della Borsa al ribasso, vediamo oggi le parole e le frasi che servono per descrivere il mercato di Borsa al rialzo.

Borsa al rialzo

Un toccasana per migliorare il vocabolario

Il sito ufficiale di Borsa Italiana pubblica ogni giorno un resoconto della giornata di Piazza Affari e delle principali piazze europee.

Si tratta di un ottimo esercizio di lettura, per prendere confidenza con questa tipologia testuale e acquisire nuovo lessico.

Molte di queste espressioni sono ricorrenti, per cui una lettura frequente può essere un toccasana per il vostro vocabolario.

Giornata di Borsa al rialzo

In apertura di un testo sulla Borsa in rialzo troviamo espressioni come “Borse europee in rally” oppure “Piazza Affari in pole position”, che strizzano chiaramente l’occhio al mondo dinamico delle gare automobilistiche.

Leggera crescita dell’Euro / Dollaro USA, che sale a quota 1,188. Prevale la cautela sull’oro, che continua la seduta con un leggero calo dello 0,57%. Il Petrolio (Light Sweet Crude Oil) continua gli scambi, con un aumento dell’1,00%, a 43,49 dollari per barile.

Il riassunto della seduta dello scorso 24 novembre si apre con i numeri riguardanti il rapporto tra l’Euro e il Dollaro USA, gli scambi sull’oro, e quelli sul petrolio.

Lo spread Btp-Bund

Segue il dato sullo Spread, cioè la differenza tra il rendimento del titolo di stato italiano a dieci anni (BTP) e l’omologo Bund tedesco, immancabile in tutti i bollettini di Borsa europei.

Lo Spread fa un piccolo passo verso il basso, con un calo dell’1,37% a quota +115 punti base, mentre il rendimento del BTP a 10 anni si attesta allo 0,58%.

Le piazze europee

Poi una carrellata di risultati di fine giornata per le altre città europee, tutte positive:

Tra i listini europei bilancio decisamente positivo per Francoforte, che vanta un progresso dello 0,76%, bilancio positivo per Londra, che vanta un progresso dello 0,67%, e buona performance per Parigi, che cresce dello 0,99%.

Piazza Affari: i migliori e i peggiori

Dopodiché è Milano a prendere la scena, con un dettaglio sia sugli indici che sui singoli titoli.

A Piazza Affari, il FTSE MIB continua la giornata con un aumento dell’1,42%, a 22.011 punti; sulla stessa linea, il FTSE Italia All-Share” che chiude a +1,42%.

I titoli azionari di aziende che si occupano di materie prime, viaggi e intrattenimento, petrolio sono quelli che hanno realizzato le prestazioni migliori.

I settori sanitario e alimentare, invece, hanno subito delle prese di beneficio.

“In luce sul listino milanese i comparti materie prime (+3,78%), viaggi e intrattenimento (+2,61%) e petrolio (+2,13%). I settori sanitario (-0,78%) e alimentare (-0,52%) sono tra i più venduti.

Una narrazione accattivante

Se per lavoro dovete fare delle presentazioni spiegando grafici e tabelle, e cercate una varietà lessicale che non vi faccia ripetere sempre lo stesso verbo, tra le frasi che seguono c’è davvero l’imbarazzo della scelta:

Tra le migliori azioni italiane a grande capitalizzazione, decolla Leonardo, con un importante progresso del 4,20%. In evidenza Saipem, che mostra un forte incremento del 3,85%. Svetta Tenaris che segna un importante progresso del 3,82%. Vola Atlantia, con una marcata risalita del 3,71%. Sotto pressione Amplifon, con un forte ribasso dell’1,02%. Tentenna Campari, con un modesto ribasso dello 0,71%.

Decollare, volare, svettare, e anche essere sotto pressione, tentennare.

Il ricorso al linguaggio figurato di verbi che normalmente si usano in altri contesti, non solo arricchisce la narrazione ma la rende accattivante e piena di ritmo.

Lo spread al tempo della crisi

Tra terremoti finanziari e emergenze sanitarie, vediamo come si è comportato lo spread al tempo della crisi.

Lo spread al tempo della crisi

Durante il tradizionale messaggio di fine anno, lo scorso 31 dicembre il Presidente Sergio Mattarella, nel sottolineare l’importante ruolo dell’Unione Europea nell’ambito della crisi sanitaria e economica in corso, ha ricordato la pesante crisi finanziaria che investì l’Italia nel 2011, quando lo spread toccò quota 575.

All’indomani della crisi del 2008, che era partita dagli Stati Uniti con lo scandalo dei mutui subprime, i paesi dell’eurozona presentavano differenze significative nelle condizioni di finanza pubblica e nel tasso di crescita.

I Paesi come la Germania avevano livelli di debito pubblico contenuti e pertanto un’economia più solida, mentre Paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) erano più vulnerabili, a causa di un pesante debito pubblico, accumulatosi negli anni.

Sulla crisi del debito sovrano, pesavano inoltre l’incremento incontrollato del deficit, i bassi tassi di crescita del PIL e le operazioni di salvataggio degli istituti bancari in crisi.

Epicentro di questo vero e proprio terremoto furono inizialmente Grecia, Portogallo, e Irlanda, per poi propagarsi fino alla Spagna e all’Italia.

“Fate presto!”

Il 9 novembre 2011 lo spread toccò quota 575.

Il Sole 24 Ore prese in prestito il titolo con cui il quotidiano Il Mattino di Napoli aveva lanciato un disperato appello allo Stato il giorno dopo il terremoto che aveva devastato l’Irpinia, in Campania, nel novembre del 1980.

Le macerie di oggi sono il risparmio e il lavoro degli italiani, il titolo Italia che molti, troppi si ostinano a considerare carta straccia (…) la credibilità perduta ci fa sprofondare in un abisso dove il differenziale dello spread BTp-Bund supera i 550 punti e i titoli pubblici biennali hanno un tasso del 7,25%“.

Così il direttore del quotidiano finanziario nazionale, Roberto Napoletano, scriveva sul suo editoriale del 10 novembre 2011, invocando una soluzione politica immediata, che riportasse lo spread a livelli ragionevoli.

Per controllare l’andamento storico e il dato odierno dello spread, si può andare sul sito di Borsa Italiana.

I titoli del debito sovrano italiano

I titoli di Stato emessi dal governo italiano sono:

Essendo a tasso fisso, i prezzi dei Btp sono molto più volatili per loro natura.

Se un Btp che rende il 4% annuo (su un capitale nominale di 100) lo pago 80, il rendimento effettivo per me sarà del 5%. Se il valore di mercato scende ancora, io avrò un rendimento effettivo più alto.

Quando l’Italia perde credibilità e i suoi titoli sul mercato si deprezzano, il rendimento effettivo aumenta.

Il differenziale Btp-Bund

Lo spread Btp-Bund indica la differenza tra i rendimenti effettivi dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi.

Se cresce, è perché crescono i rendimenti dei Btp italiani (e quindi è basso il loro prezzo, e di conseguenza la loro solidità).

Significa che siccome prestare soldi all’Italia è ritenuto più rischioso che prestarli alla Germania, all’Italia si chiedono 575 basic point (5,75%) in più di quanto non si chieda alla Germania per la stessa somma di denaro. 

Dopo la crisi del 2011, il dato sullo spread è diventato molto seguito, anche dai non addetti ai lavori. Pur non conoscendone i meccanismi, gli italiani sanno benissimo che da quel numero dipende la stabilità del Paese e dell’Unione Europea.

Non siamo qui per chiudere gli spread

Se Mario Draghi aveva salvato l’Eurozona, durante la crisi del 2011, a Christine Lagarde, che lo ha succeduto nel ruolo di Presidente della BCE qualche mese prima dello scoppio della pandemia, è bastata una conferenza stampa per mandare nel panico i mercati e affossare lo spread.

Quella di giovedì 12 marzo 2020 è stata una giornata che ha trascinato Piazza Affari nel suo minimo storico di sempre, -16.92%, facendo schizzare lo spread verso massimi dell’anno, (quota 275 del 17 marzo).

A scatenare le preoccupazioni è stato anche il discorso di Lagarde, che sebbene volesse rassicurare l’Eurozona, ha gettato nello sconforto l’Italia, che stava vivendo, da sola, l’emergenza del Covid19.

Non siamo qui per “chiudere gli spread. Ci sono altri strumenti e altri attori per gestire queste questioni“.

La nota di Mattarella

In serata una nota del Presidente Mattarella rimetteva l’Italia al centro dell’Europa, sia in quanto impegnata, prima degli altri, nel contrasto al Coronavirus, sia in quanto Paese membro dell’Eurozona.

L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi,  a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione.

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