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Tangentopoli sul piccolo e grande schermo

Vediamo oggi il racconto delle vicende di Tangentopoli, lo scandalo politico ed economico nato nel 1992 con l’inchiesta Mani Pulite, attraverso il cinema e la televisione.

Per praticare l’abilità di comprensione orale del testo, scarica le attività didattiche in e ascolta i podcast (speaker Marco Chiappini).

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Er Madoff alla vaccinara

Conosciuto come il Madoff dei Parioli, o anche come il Madoff alla vaccinara, con riferimento al famoso piatto tipico della cucina romana, Gianfranco Lande operava da anni nell’elegante quartiere Parioli della capitale.

Per praticare l’abilità di comprensione orale del testo, scarica le attività didattiche in .pdf e ascolta i podcast (speaker Marco Chiappini).

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La Tobin Tax

La Tobin Tax è un’imposta pensata nel 1972 dall’economista premio Nobel James Tobin, che fu tra i primi a proporre un prelievo sulle transazioni finanziarie, al fine di scoraggiare le speculazioni sulle valute.

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L’imposta di successione

Facciamo oggi un’excursus storico, politico e sociale sull’imposta di successione, che si applica sui beni caduti in eredità. Da anni si parla di quanto l’imposta di successione in Italia sia alquanto generosa e di come l’aumento delle aliquote e la diminuzione delle franchigie potrebbero contribuire a una più giusta ripartizione della ricchezza.

imposta di successione

Cenni storici

Il moderno prelievo sulle successioni è nato in Francia nel 1704, quando in Italia già c’erano state la vigesima hereditatum dell’imperatore Augusto nel 7 d.C. e alcuni tributi più recenti, come il quintello veneziano del 1565.

Si trattò della trasformazione dell’imposta di registro, che si pagava per il servizio di autenticazione e datazione dei testamenti, che si applicò così sulle quote ereditarie articolata per grado di parentela.

L’esempio francese fece scuola in quasi tutta Italia durante il periodo napoleonico.

Dopo la Restaurazione, sei dei sette Stati preunitari avevano un’imposta modellata su quella d’oltralpe; tranne il Regno delle Due Sicilie, dove vigevano degli diritti fissi bassissimi sui testamenti e dove il prelievo fiscale sulle successioni in linea retta addirittura si azzerava.

Nel 1862 si estese all’Italia appena unificata il sistema piemontese, che era il più oneroso di tutti anche perché colpiva l’asse ereditario al lordo delle passività. In questo modo si poté uniformare il peso del tributo tra le varie province e soprattutto trarre maggiori entrate per l’erario.

Dall’unità d’Italia in poi si è passati per tre tipi di tributi.

Alla forma classica di prelievo sulle singole quote degli eredi si aggiunse nel 1942 l’imposta applicata all’intera eredità prima della divisione in quote (chiamata l’imposta sul morto). Le due imposte si fusero nel 1972: il prelievo sul valore globale era l’unico dovuto fra coniugi e parenti in linea retta, mentre per tutti gli altri eredi si applicava anche quello sulle quote. 

L’importanza dei gradi di parentela nell’imposta di successione

Per capire l’applicazione dell’imposta di successione è importante chiarire le linee e i gradi di parentela.

Il grado di parentela dipende dal numero di persone che ci sono tra l’erede e il de cuius; la linea invece può essere retta, quando le persone discendono l’una dall’altra (padre e figlio, per esempio); oppure in linea collaterale, quando la persona deceduta e l’erede non discendono l’una dall’altra, come nel caso di zio e nipote.

Quindi i figli sono parenti in linea retta discendente di primo grado, mentre i nipoti (figli dei figli) lo sono di secondo grado e i bisnipoti, di terzo grado; i fratelli e sorelle sono parenti in linea collaterale di secondo grado; e i loro figli, cioè i nipoti sono parenti in linea collaterale di terzo grado.

La storia recente è piuttosto travagliata, ma con una tendenza molto chiara. Dopo che nel 2000 il governo Amato ridusse le aliquote e tolse la franchigia unica, il governo Berlusconi abolì del tutto l’imposta l’anno successivo. Il governo Prodi la reintrodusse nel 2006, ma senza modifiche rispetto alla versione del 2000.

Una tassazione troppo generosa

Attualmente, l’imposta di successione per i figli e per i parenti in linea retta è del 4 per cento, ma con una franchigia di un milione di euro: significa che deve pagare l’imposta soltanto chi riceve in eredità un patrimonio di oltre un milione (e soltanto sulla parte eccedente il milione), mentre gli altri non hanno nessun obbligo. 

La tassazione italiana sull’eredità è alquanto generosa, sia per le aliquote esigue che per le franchigie elevate. E non solo. Ci sono beni esenti dall’imposta – per esempio i soldi investiti in titoli di Stato o in assicurazioni a gestione separata – e inoltre il calcolo del valore degli immobili in eredità non è aggiornato ai crescenti valori di mercato.

La proposta di Enrico Letta e del Partito Democratico

Lo scorso maggio nel dibattito politico italiano si è parlato nuovamente di imposta di successione, dopo che il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, ha proposto di aumentare sensibilmente le aliquote per i passaggi ereditari da genitori a figli superiori ai 5 milioni di euro (praticamente l’1 per cento più ricco della popolazione), per introdurre misure di sostegno economico per i più giovani.

La proposta di Letta è stata accolta con freddezza dal presidente del Consiglio Mario Draghi – «in generale non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli», – e ha trovato, ovviamente, l’opposizione delle forze di centrodestra, in particolare della Lega. Anche all’interno del PD ha suscitato qualche mal di pancia, visto che l’aumento dell’imposta di successione potrebbe risultare impopolare tra gli elettori.

Con la proposta del PD si manterrebbe la franchigia da un milione; chi eredita tra uno e 5 milioni continuerà a pagare il 4 per cento (sulla parte eccedente il milione); mentre chi eredita più di 5 milioni dovrà pagare un’imposta del 20 per cento (sempre sulla parte eccedente).

Questa redistribuzione della ricchezza che si inserisce nel dibattito in corso da tempo in Italia e in gran parte dei paesi più ricchi sull’opportunità e sulla funzione delle imposte di successione.

Il contesto europeo e la pressione fiscale in Italia

L’aliquota media dell’imposta di successione dei paesi OCSE è del 15 per cento.

La Francia ha una franchigia di centomila euro (contro il milione di euro dell’Italia) e l’aliquota varia dal 5 al 60 per cento, con un valore medio del 45 per cento. In Germania l’aliquota massima è del 30 per cento, nel Regno Unito del 40 per cento.

In Italia, i detrattori della tassazione dell’eredità sostengono però che anche se le imposte di successione sono decisamente più basse della media dei paesi ricchi, tutte le altre sono invece più alte. Secondo i dati del 2019, l’Italia era sesta in Europa per pressione fiscale.

Prima di alzare l’imposta di successione bisognerebbe perciò pensare a una riforma complessiva del fisco italiano, posizione adottata dal Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Come si dice whistleblower in italiano?

Il whistleblower è la persona che lavora per un’azienda e che ne denuncia attività non etiche o illecite alle autorità pubbliche, ai mezzi d’informazione, a gruppi di interesse pubblico.

Ma come si dice whistleblower in italiano?

Intanto vi racconto un po’ di cose.

Questa è la storia di Hervè Falciani, un ingegnere di origini italiane nato a Monte Carlo, che aveva iniziato a lavorare al casinò della capitale monegasca per poi arrivare alla gestione della sicurezza informatica della filiale di Ginevra della HSBC, da dove nel 2009 è partita l’inchiesta Swissleaks.

L’inchiesta – durata otto mesi e coordinata da una rete di 185 giornalisti di 65 paesi diversi – racconta tre cose principali: i numeri di un vasto sistema di elusione ed evasione fiscale mondiale, i nomi delle persone coinvolte e il fatto che il meccanismo fosse accettato e addirittura incoraggiato da HSBC.

Evasione e elusione fiscale

Tra il 2001 e il 2008 Hervè Falciani lavora alla HSBC di Ginevra. Nel 2006 si occupa della riorganizzazione dell’archivio dati al fine di migliorarne la sicurezza ed è proprio in quell’occasione che si rende conto che i dati sono trattati in modo da favorire l’evasione fiscale.

Falciani propone ai vertici della filiale un sistema informatico che lasci traccia dei nominativi e delle transazioni, ma i suoi capi rifiutano la proposta.

Come spiegherà più tardi il Guardian, il sistema di evasione veniva facilitato proprio dalla filiale ginevrina della HSBC. Infatti dal 2005 la filiale avrebbe contattato i suoi clienti più facoltosi proponendogli di occultare i soldi in società con sede nei paradisi fiscali. La filiale avrebbe così permesso ai suoi clienti di eludere le tasse e nascondere milioni di dollari, distribuendo denaro contante non rintracciabile e dando consigli su come aggirare le autorità fiscali. Avrebbe infine fornito tali servizi anche «a criminali internazionali, uomini d’affari corrotti e ad altri soggetti ad alto rischio».

La lista Falciani

Nel 2009 Hervè Falciani decide di copiare i conti dai sistemi informatici. Si tratta di più di 10.000 clienti italiani, oltre 12.000 francesi, quasi 11.000 britannici, 6.000 statunitensi, 1.800 giapponesi e altrettanti spagnoli, 1.300 greci. E ancora i cinesi, i brasiliani, gli argentini, i turchi, i libanesi. Uomini e donne ricchissimi, provenienti da 183 paesi nel mondo, e che hanno distratto somme importanti al bene comune, alla collettività

La lista Falciani arriva alle autorità francesi che la divulgano ad altri paesi affinché verifichino le posizioni dei loro cittadini. Se in Gran Bretagna hanno recuperato 135 milioni di euro di imposte arretrate, in Spagna più di 220 milioni e in Francia 188 milioni, in Italia le numerose indagini per frode fiscale hanno portato all’apertura di svariati ricorsi, proprio sulla possibilità di usare i dati nelle dispute fiscali.

HSBC ha ammesso che ci sono stati comportamenti irregolari da parte della filiale svizzera, ma ha cercato di minimizzare spiegando che per molti anni dopo l’acquisto nel 1999 la HSBC Private Bank di Ginevra godeva di una certa autonomia all’interno del gruppo, oltre che di meno controlli.

Come si dice whistleblower in italiano?

Dentro un’azienda o una banca basta una sola persona contraria al mantenimento del segreto per far saltare tutto.

La cassaforte degli evasori, Hervè Falciani (con Angelo Mincuzzi)

Hervè Falciani è un segnalatore di illeciti, il primo ad aver innescato la miccia che ha fatto scoppiare il più grande scandalo bancario, quello dell’industria dell’evasione fiscale e che ha contribuito al recupero di ingenti somme di denaro da rimettere nelle casse degli Stati.

Ma nel 2014 Falciani è stato indagato dal governo federale svizzero per violazione del segreto bancario e per spionaggio industriale. L’accusa era quella di aver trafugato informazioni dagli uffici ginevrini della HSBC, passandoli illegalmente al fisco francese.

Il 27 novembre 2015 il tribunale di Bellinzona lo ha condannato a cinque anni di carcere per spionaggio economico.

Er Madoff alla vaccinara

Conosciuto come il Madoff dei Parioli, o anche come il Madoff alla vaccinara, con riferimento al famoso piatto tipico della cucina romana, Gianfranco Lande operava da anni nell’elegante quartiere Parioli della capitale.

Scorri per ascoltare il podcast (speaker Marco Chiappini)

L’indagine che portò al suo arresto per abusivismo finanziario era durata tre anni e aveva svelato una truffa ai danni dei suoi clienti, un portafoglio di settecento nominativi, tra aristocratici, liberi professionisti, personaggi del mondo della cultura, della televisione, del cinema, dello sport, dell’edilizia.

Lo scudo fiscale del Governo Berlusconi

Lande prometteva rendimenti tra l’otto e il quindici per cento ed era arrivato a gestire un patrimonio di oltre 237 milioni di euro, investendo in “azioni, obbligazioni e liquidità negli stati fuori dal circuito dei controlli legali, previsti dalla normativa vigente”.

Dagli interrogatori successivi all’arresto di Gianfranco Lande emerse che tra i clienti ce n’erano alcuni che avevano utilizzato i servizi finanziari delle sue società per riportare in Italia i capitali che si trovavano all’estero, utilizzando lo strumento dello scudo fiscale.

Era il 2009 e il governo Berlusconi aveva varato una manovra tributaria chiamata scudo fiscale, che consentiva a chi aveva portato soldi all’estero (molto spesso per non pagare le tasse) di trasferirli nuovamente in Italia, regolarizzando eventuali frodi tramite il pagamento di un’imposta forfettaria di valore inferiore alle normali aliquote tributarie.

La faccenda scatenò parecchie critiche da parte dell’opinione pubblica nei confronti di alcuni personaggi dello spettacolo, i cui spostamenti di soldi all’estero fecero immediatamente pensare a somme guadagnate in nero e nascoste al fisco italiano.

Le banche indagate

Nel mirino delle indagini ci finirono anche alcuni istituti di credito, che non avevano operato correttamente nella classificazione delle società gestite da Gianfranco Lande; oltre all’accusa di abusivismo finanziario, i funzionari di banca furono accusati “di mancato adempimento dell’obbligo di identificazione della clientela”.

Classificando le società di Lande come “società non finanziarie”, gli consentirono di effettuare movimentazioni in entrata e in uscita per 65 milioni di euro, contribuendo così alla realizzazione del mega-raggiro.

Più che mega-raggiro… nà mandrakata!

Ascolta gli altri podcast qui.

Le donne in banca

Sul sito di Intesa San Paolo, uno dei più importanti istituti di credito italiani, si può consultare la rubrica di podcast Intesa San Paolo On Air, “una raccolta di voci, storie, idee su futuro, sostenibilità, inclusione (…)“.

Il racconto sulle donne in banca ci dà un’idea di quanto gli stereotipi legati al genere femminile sui luoghi di lavoro abbiano radici lontane, e quanto poco abbiamo fatto per sradicarli definitivamente.

Essendo Intesa San Paolo nata dalle fusioni tra varie banche, le storie del passato raccontate in questa rubrica sono le più disparate e risalgono ai primi decenni del secolo scorso.

Le donne in banca

Tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale

Le donne entrano in banca per necessità: l’Italia entra in guerra nel maggio 1915 e gli uomini sono chiamati al fronte. Gli istituti di credito si ritrovano senza personale, e iniziano ad assumere le signorine

La Banca Commerciale Italiana ne assume 1300, in sostituzione dei 1700 impiegati uomini arruolati al fronte.

Nonostante le donne assumano sempre di più ruoli considerati di appannaggio maschile, devono sottostare a numerosi vincoli, primo fra tutti il fatto di non essere dipendenti in pianta stabile. Sono impiegate di guerra il cui ruolo è provvisorio e a volte i contratti sono addirittura giornalieri.

Gli anni della Grande Guerra rappresentano un’occasione rivoluzionaria per le ragazze del ceto medio, donne con il diploma di maestra o ragioniera che hanno l’occasione di inserirsi in nuovi ambiti di lavoro. 

Ma al ritorno degli uomini dalla guerra, le donne devono lasciare il posto di lavoro in banca; quelle che restano sono confinate a ruoli marginali.

Negli anni successivi, l’avvento delle macchine per scrivere e di quelle contabili, porta all’assunzione delle donne nei ruoli di centraliniste, dattilografe e segretarie.

Fra il 1940 e il 1943 si registra la seconda grande ondata di assunzioni al femminile, dovuta nuovamente ai motivi bellici.

Le signorine concludono il rapporto di lavoro con la banca quando gli uomini ritornano dal fronte oppure quando, sempre loro, le signorine, si sposano.

Il matrimonio

Le nozze comportano il licenziamento immediato, come recita il regolamento di Confederazione Bancaria Fascista dell’aprile del 1927:

Per il personale femminile la cessazione del rapporto di impiego avviene di pieno diritto quando l’interessata contragga matrimonio.”

Due anni dopo questo articolo viene abrogato ma resta la consuetudine di mandare via le donne che si sposano: si tratta di un licenziamento in forma di finte dimissioni, per evitare problemi con le organizzazioni sindacali.

In casi particolari, come quello di un’impiegata il cui stipendio era l’unica fonte di reddito della famiglia d’origine, si chiedeva l’intercessione di un alto prelato presso la direzione della banca, affinché la giovane donna non dovesse essere costretta alle dimissioni.

Bisognerà aspettare il 1963 perché venga promulgata una legge che vieta espressamente di allontanare dalle aziende le lavoratrici in caso di matrimonio.

La disparità tra uomini e donne

La disparità tra uomini e donne è anche nei salari.

Un regolamento ufficiale del 1921 prescrive che le impiegate di prima categoria abbiano uno stipendio inferiore a quello degli uomini, perfino più basso della paga dei commessi.

Nel 1944 la Confederazione Fascista delle aziende del credito e delle assicurazioni determina un aumento contrattuale che non potrà essere inferiore a Lire 300 mensili per il personale maschile e a Lire 180 per il personale femminile.

L’abbigliamento delle donne

Le lavoratrici sono tenute a indossare grembiuli bianchi o neri confezionati su misura.

Non sono permessi tocchi di femminilità come il rossetto, per esempio.

Una circolare del 1943 autorizza eccezionalmente le signorine a stare in ufficio senza calze d’estate.

Carriera delle donne in banca

La prima promozione di una donna alla qualifica di funzionaria in Cariplo (una delle banche da cui si è formata Intesa San Paolo) è del 1963, 140 dopo l’apertura dell’istituto.

La rivista aziendale le dedica un articolo in cui ci si augura che “la sua stessa strada sia presto percorsa da numerose altre signore e signorine tutte ugualmente graziose e gentili”.

Tutte ugualmente graziose e gentili. Era il 1963, ma ancora fino a sei anni fa (quando io ho lasciato la banca), si sentiva spesso appellare una collega “bella e brava“, come se il fatto di essere bella aumentasse il suo valore professionale.

La strada è chiaramente ancora lunga.

Molto lunga.

Tangentopoli sul piccolo e grande schermo

Le vicende di Tangentopoli, lo scandalo politico ed economico nato nel 1992 con l’inchiesta Mani Pulite, e che ha portato al crollo della Prima Repubblica, sono state raccontate forse troppo poco da televisione e cinema.

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast.

Una parte della fitta trama di intrecci tra politici e imprenditori che negli anni dell’inchiesta hanno riempito le pagine dei giornali e i palinsesti della televisione, hanno trovato spazio in serie tv e documentari e in misura marginale anche in qualche film.

Avere una visione totale di tutti gli avvenimenti, con i collegamenti tra fatti, persone, amicizie, schieramenti, non è facile, ma possiamo provare a darvi qualche suggerimento.

1992

Iniziamo con una serie tv andata in onda su Sky qualche anno fa. 

1992 narra in chiave romanzata i mesi caldi di quell’anno, attraverso i punti di vista di sei diversi personaggi, le cui storie si intrecciano tra loro e con altri volti noti dell’Italia dell’epoca.

Alla prima stagione, se ne sono aggiunte altre due, 1993, in cui prosegue il racconto di quello scenario politico ed economico molto complesso e 1994, incentrato sull’arrivo di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

Il cinema

Alcune immagini, tra il drammatico e il grottesco, ricostruiscono i suicidi eccellenti di Tangentopoli nel pluripremiato film Il Divo di Paolo Sorrentino del 2008. Nella scena che segue, Eugenio Scalfari, direttore de La Repubblica, intervista un infastidito Giulio Andreotti, il quale sembra non essere minimamente toccato dall’ondata di scandali e morti che stavano travolgendo il paese.

Anche Marco Bellocchio, nel suo film Fai bei sogni, tratto dal romanzo autobiografico del giornalista e scrittore Massimo Gramellini, ricostruisce la scena del suicidio di uno speculatore finanziario coinvolto nell’inchiesta di Mani Pulite.

Nella realtà, lo stesso Gramellini seguì all’epoca i fatti di Tangentopoli come inviato da Montecitorio, a Roma.

La televisione

Con un taglio decisamente più documentaristico, ci sono i quattro capitoli del documentario Mani Pulite,  realizzati per la Rai nel 1997, a pochissimi anni di distanza dai fatti di cronaca, e oggi disponibili su YouTube:

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

Raul Gardini e l’affare Enimont (prima parte)

Nato nel 1933 in provincia di Ferrara, Raul Gardini amava farsi chiamare dai suoi amici il contadino, fedele alla terra e alle sue origini agricole e all’amore per il mare, che lo aveva portato a vincere l’America’s Cup a San Diego nel 1992, con la sua imbarcazione Il Moro di Venezia.

La crescita nel Gruppo Ferruzzi

Fu uno dei protagonisti dell’economia italiana degli anni Ottanta. Alla morte del suocero Serafino Ferruzzi, nel 1979, prese le redini del Gruppo Ferruzzi, una società alimentare dove aveva iniziato a lavorare appena diplomato come perito agrario e dove era cresciuto professionalmente.

In pochi anni Raul Gardini trasformò Ferruzzi in un gruppo prevalentemente industriale, grazie a una politica di continue acquisizioni. Prima lo zucchero della società Eridania, già quotata in Borsa, poi la divisione amido della compagnia americana CPC e subito dopo la soia.

La scalata alla Montedison

Tra il 1985 e il 1987 acquisì la maggioranza della Montedison, un grande gruppo industriale e finanziario, attivo prevalentemente nella chimica, ma con interessi nei settori farmaceutico, energetico, metallurgico, agroalimentare, assicurativo e editoriale.

La scalata alla Montedison fu possibile grazie ad aumenti di capitale delle varie società del gruppo realizzati in Borsa; erano anni in cui il mercato finanziario italiano stava conoscendo una fase di euforia grazie ai primi fondi comuni di investimento.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, Raul Gardini portò avanti il suo sogno di sempre, visionario per quegli anni: unire la chimica all’ambiente e creare un nuovo mercato energetico di derivazione agricola.

L’affare Enimont

Nel 1988 Raul Gardini realizzò la fusione della Montedison con l’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi.

Era un’operazione mai avvenuta prima: il più grande polo chimico privato e il più grande polo petrolifero pubblico si fusero formando l’Enimont, una compagnia petrolchimica dove le due società di partenza possedevano il 40% ciascuno, e il restante 20% era nelle mani del mercato azionario.

Quattordicimila miliardi di fatturato (di vecchie lire), ventimila dipendenti: una delle prime dieci imprese chimiche del mondo.

La chimica sono io.

(Raul Gardini)

Da imprenditore versatile e sempre all’avanguardia, un centravanti della finanza, Raul Gardini aveva messo a segno raffinate operazioni societarie grazie anche alla sua capacità di muoversi velocemente e anticipando i tempi.

La maxi-tangente Enimont

Eppure per Enimont dovette cedere alla politica, che gli promise gli sgravi fiscali necessari per portare a termine l’operazione.

La proposta di legge restò incagliata in Parlamento per ben due volte.

A quel voltafaccia Gardini rispose con la decisione di scalare Enimont, rastrellando il 20% di azioni sul mercato, attraverso dei soci occulti.

Lo Stato italiano non aveva intenzione di cedere la chimica al settore privato. Denunciò, quindi, le manovre di mercato di Gardini che decise così di uscire dall’affare, cercando di spuntare un buon prezzo per le azioni in suo possesso.

Per spianare la (buona) uscita da Enimont era necessaria ancora una volta la politica. Erano necessari i partiti. Erano necessarie mazzette e tangenti per un totale di 150 miliardi di lire.

Per quella che venne definita la madre di tutte le tangenti, due anni dopo la chiusura dell’intero affare Enimont, il magistrato Antonio Di Pietro, nel pieno dell’inchiesta di Tangentopoli, chiamò a testimoniare i principali esponenti della politica italiana.

(segue la prossima domenica)

L’ondata di suicidi di Tangentopoli

Politici, imprenditori…mi preoccupa la catena di suicidi di questi di questi ultimi tempi. Alcuni non reggono il carcere, altri l’accusa di corruzione o di avere accettato tangenti. E si uccidono.

(Il Divo, Paolo Sorrentino, 2008)

suicidi di tangentopoli

Il terremoto di Tangentopoli provocò la catena di suicidi a cui si riferisce il personaggio di Eugenio Scalfari (direttore del quotidiano La Repubblica), che intervista Giulio Andreotti nel film di Paolo Sorrentino.

I 41 suicidi di Tangentopoli

Furono 41 le persone che si tolsero la vita, in carcere, fuori dal carcere, o addirittura prima di essere ufficialmente indagate.

Il primo a suicidarsi, nonostante non fosse ancora indagato, fu F.F, coordinatore di un’Azienda Sanitaria Locale di Milano. Morì soffocato dal monossido di carbonio nella sua auto. Sul sedile accanto c’erano dei ritagli di stampa, in cui si parlava di una sua probabile seconda laurea falsa in Giurisprudenza, oltre a quella vera, in Scienze politiche.

A seguire ci fu il suicidio di R.A, segretario del Partito Socialista di Lodi (una provincia lombarda che confina con la provincia di Milano), che si tolse la vita con un colpo di fucile alla testa; qualche giorno prima di compiere l’estremo gesto, si era presentato spontaneamente al giudice Antonio Di Pietro, e si era dimesso da tutte le cariche che ricopriva.

G.R, messo comunale della Provincia di Novara (in Piemonte), si impiccò in ospedale, dove si trovava per problemi neurologici. Secondo la stampa dell’epoca, aveva accettato una mazzetta per la costruzione di una piattaforma per lo smaltimento dei rifiuti.

Suicidi eccellenti

Piccoli imprenditori e politici locali, ma anche personaggi di spicco e volti noti dell’economia e della politica.

Sergio Moroni, tesoriere del Partito Socialista in Lombardia, eletto alla Camera nel 1987 e riconfermato dalle elezioni politiche del 1992, aveva ricevuto due avvisi di garanzia dalla magistratura: uno riguardava le discariche lombarde e le attività delle Ferrovie Nord, l’altro per i lavori all’ospedale di Lecco.

Poiché Sergio Moroni era un membro del Parlamento, il pool di Mani Pulite chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere con le indagini. Due anni dopo il suicidio, il Tribunale di Milano accertò che l’ex deputato socialista aveva ricevuto “circa 200 milioni in totale nelle sue mani in una cartellina tipo quelle da ufficio, avvolta in un giornale“.

La sentenza fu poi confermata in appello e in Cassazione.

Alla vicenda Enimont (di cui parleremo nel prossimo articolo) si legarono tre suicidi. Quello di Gabriele Cagliari, quello del manager Raul Gardini, e quello dell’ex direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali, Sergio Castellari.

Gabriele Cagliari si tolse la vita dopo quattro mesi di carcere, soffocandosi con un sacchetto di plastica. Aveva più volte dichiarato di essere all’oscuro delle tangenti che gli attribuivano, ma lasciò scritto che si sentiva impotente nei confronti della gogna mediatica a cui era sottoposto.

Dopo tre giorni dalla morte di Gabriele Cagliari, si uccide il manager Raul Gardini, capo di un impero agro-alimentare e indagato per una maxi-tangente da 150 miliardi.

A distanza di qualche mese dalle morti di Cagliari e Gardini, la polizia ritrovò il corpo senza vita di Sergio Castellari, dopo una settimana in cui si erano perse le sue tracce.

Si parlò di suicidio, ma sulla natura della morte ci sono ancora alcuni dubbi.

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