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Il sistema tributario italiano

Ricapitoliamo in questo articolo il contenuti degli ultimi tre podcast con le caratteristiche principali del sistema tributario italiano.

Secondo l’articolo 53 della Costituzione Italiana, 

tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività

Progressivo vuol dire che l’imposta da pagare deve aumentare in misura più che proporzionale rispetto al reddito e alla ricchezza del contribuente.

Questo fondamentale principio di giustizia tributaria è collegato al principio di uguaglianza contenuto nell’art.3 della Costituzione, che sostiene che 

è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le imposte e le tasse rappresentano lo strumento più importante proprio per la rimozione di quegli ostacoli di cui parla l’articolo 3.

Imposte dirette e indirette

Nell’ambito del sistema tributario italiano la classificazione più rilevante è quella tra imposte dirette e imposte indirette: le prime colpiscono il reddito e il patrimonio, mentre le seconde agiscono sul consumo e sul trasferimento dei beni.

Le imposte dirette sul reddito

L’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) è tra le imposte dirette più conosciute e si ispira proprio a quel principio di progressività citato nell’articolo 53, a differenza delle altre imposte, che sono proporzionali.

L’IRPEF agisce sul reddito del contribuente, cioè sulla sua produzione annuale di ricchezza.

La percentuale che si applica sui redditi, si chiama aliquota e si determina in base all’imponibile.

L’imponibile è la somma dei redditi, derivanti da lavoro (come lo stipendio), da rendite finanziarie (dividendi e cedole sugli investimenti), o da rendite immobiliari (per esempio se ho una casa e la do in affitto).

Nell’IRPEF, la progressività, cioè la determinazione dell’aliquota da applicare sull’imponibile, avviene per classi (o scaglioni). 

Questo vuol dire che l’aliquota varia da una classe di reddito all’altra (a titolo di esempio, fino a un reddito imponibile di 15.000€ l’aliquota IRPEF è del 23%, mentre dai 15.000-e-1 € fino a 28.000€ l’aliquota passa al 27%).

L’IRPEF è un’imposta personale perché tiene conto della situazione familiare del contribuente. Se ha dei figli a carico, avrà diritto a maggiori detrazioni, cioè all’abbattimento dell’imponibile, prima del calcolo dell’imposta.

Inoltre, una volta calcolato l’ammontare da pagare, si possono detrarre una percentuale di somme pagate durante l’anno a titolo di spese mediche, oppure interessi passivi sul mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, o anche le spese universitarie, o l’abbonamento annuale al trasporto pubblico.

Le imposte dirette sul patrimonio

La sola applicazione dell’imposta sul reddito non garantisce però l’equità di trattamento tra i contribuenti.

Se Anna guadagna 100 e Marco guadagna 100 pagano le tasse in base al loro scaglione di reddito, ma se Anna non possiede case e Marco ne possiede cinque, allora lui dovrà pagare un’imposta diretta anche sul patrimonio.  

Un esempio è l’IMU, l’imposta municipale da pagare al Comune dove si trovano gli immobili di proprietà. Naturalmente, sull’abitazione principale (o prima casa), cioè quella dove una persona vive, ci sono delle agevolazioni. 

Se l’IRPEF è un’imposta personale, l’IMU è un’imposta reale, che considera soltanto i beni del contribuente, senza tenere conto, per esempio, che questo possa avere un reddito basso e nonostante ciò, essere proprietario di tre case.

Le imposte dirette: l’IVA

Le imposte indirette colpiscono la ricchezza nel momento in cui si spende per acquistare un bene o un servizio.

L’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) che si paga su ciò che si compra ne è un esempio.

Ma i consumi non sono tutti sullo stesso piano, e per questo quelli primari hanno una tassazione ridotta, il 4%, rispetto all’aliquota principale che attualmente è del 22%.

Fino al 1992, in Italia era in vigore anche l’IVA sui beni di lusso, un’aliquota del 38% che si applicava  sugli acquisti di beni come pellicce, tappeti, auto e moto di grossa cilindrata, grandi imbarcazioni, e vini spumanti DOC.

Con l’entrata dell’Italia nel mercato unico europeo, la percentuale del 38% fu accorpata all’aliquota ordinaria, che all’epoca era del 19%.

Quant’altro

Nel dicembre del 2003 il glottoteta e scrittore Diego Marani stilò la classifica di parole e espressioni più odiate dai lettori del domenicale de Il Sole 24 Ore.

quant'altro

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Oltre all’abuso del piuttosto che (di cui vi ho parlato qui), in cima alla classifica c’erano altri modismi che all’epoca avevano preso piede nella lingua, e che continuano ancora oggi a essere molto usati.

Quant’altro è uno di questi. 

Si tratta di un’espressione usata in chiusura di frase con il valore di eccetera, che potrebbe avere origine dalla semplificazione della formula e/o quant’altro ritenuto necessario, tipica del linguaggio burocratico.

Eccone un esempio trovato in rete a fine 2020 e che ho riadattato:

Oggi tenere i soldi fermi sul conto corrente è poco conveniente. I tassi di interesse sono ai minimi storici e un piccolo capitale di poche migliaia di euro fermo sul proprio conto rischia di diminuire velocemente tra costi di gestione, bolli E QUANT’ALTRO.

Eccone un altro, anche questo trovato online, su un sito che descrive le caratteristiche di alcuni fondi comuni d’investimento:

Le materie prime o commodity sono prodotti allo stato grezzo che vengono trattati sui mercati finanziari. Possono essere oro, petrolio, cereali, succhi d’arancia E QUANT’ALTRO

Certi tormentoni come piuttosto che con valore avversativo, quant’altro, o anche come assolutamente sì! e assolutamente no!, hanno creato negli anni una specie di lingua plastica, i cui parlanti ricorrono a formule fisse rendendo le narrazioni terribilmente noiose, borioseECCETERA.

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

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Piuttosto che

Una ventina di anni fa, era la metà degli anni Novanta, lavoravo nella sede romana di una banca lombarda. Chiesi alla collega del comparto titoli se poteva consigliarmi qualche forma di risparmio e investimento.

All’epoca chi lavorava all’ufficio titoli o nel prestigiosissimo settore fidi era considerato un semidio.

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Si trattava di una specie di prescelti, i miracolati dalla mega direzione generale che, grazie a una serie di benevole segnalazioni di capi ufficio e funzionari, erano stati messi sulla rampa di lancio per un carrierone a cui pochi, pochissimi, potevano ambire.

Oh! Naturalmente erano anche bravi,eh! 

Naturalmente…

Ma torniamo al consiglio della mia collega.

Iniziò a sciorinare una lunga serie di fondi comuni d’investimento intervallati da un’altrettanta serie infinita di piuttosto che, rendendo quel monologo un po’ stonato.

“Beh guarda, c’è il fondo sui bond italiani, pubblici e privati, piuttosto che quello sui bond europei, piuttosto che i bilanciati, che hanno anche una parte di azionario, piuttosto che…..bla bla bla.

Risale più o meno a quell’epoca il consolidamento dell’uso del piuttosto che con valore disgiuntivo, cioè utilizzato con il significato di oppure, dimenticando il suo uso corretto, ossia quello avversativo, con il significato di invece di

Spesso le variazioni neo-standard della lingua italiana arrivano dalle classi più popolari, invece sembra che questo fenomeno sia nato tra i ceti agiati della zona di Milano, per poi propagarsi nel resto della Lombardia e del Paese.

In ambito bancario e finanziario l’uso del  piuttosto che con valore disgiuntivo abbondava sulla bocca di tutti. Lavorando in un istituto che aveva sede a Milano e una diffusione capillare in tutta la Lombardia era impossibile non venirne invasi.

A proposito, chissà se la mia collega ha fatto il carrierone che gli alti ranghi della banca le avevano riservato…

Io, piuttosto che diventare come lei, ho dato le dimissioni.

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Alla buonora! Il Cashback e la lotta al contante

A fine 2020 gli italiani hanno aderito in massa all’iniziativa del Governo, Piano Italia Cashless, che prevede la possibilità di ottenere un rimborso del 10% sugli acquisti fatti con carta di credito, bancomat, e con altre App. 

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I mezzi di pagamento usati per gli acquisti e l’IBAN del conto corrente si registrano sull’App Cashback, dove si sceglie anche la modalità di rimborso (che arriva a un massimo di 150€).

Lo  scopo è quello di disincentivare, una volta per tutte, l’uso del contante.

Partita durante la stagione pre-natalizia, l’iniziativa ha fatto andare in tilt l’applicazione Cashback e ha causato rallentamenti anche sulle altre piattaforme di pagamento elettronico.

Sembra incredibile che gli italiani, talmente gelosi dei propri, preziosissimi, dati, da rifiutarsi di scaricare l’App Immuni, fondamentale per il tracciamento dei contagi da Covid-19, si siano precipitati senza indugio su Cashback!

Che abbiano forse scoperto, finalmente, la praticità e la sicurezza dei pagamenti elettronici?

Beh, alla buonora!

Nel 2013, in alcuni paesi dell’Africa subsahariana si poteva già pagare tramite tecnologia sms. Anche un caffè o un giornale. 

Avete capito bene. Tramite-tecnologia-SMS.

Nel 2014 la Cina ha lanciato i pagamenti P2P, tra privati, con l’App di messaggistica WeChat.

Da pochissimi mesi in India ha preso il via WhatsApp Pay, ma non si sa ancora quando questo arriverà in Italia.

Ma una cosa è certa: la strada verso la riduzione del contante è ancora lunga. 

La variazione degli importi per i pagamenti in contanti, che in vent’anni è passata da punte massime di 12.500€ del Governo Berlusconi nel 2002, a quelle minime di 1000€ del Governo Monti nel 2011, di fatto non è stata accompagnata da un cambio di mentalità.

E c’è di più

Gli italiani hanno vissuto queste misure via via sempre più stringenti come una specie di dittatura, e non come un efficace contrasto all’evasione fiscale e all’economia sommersa.

Al punto da preferire il contante per non sentirsi controllati da un immaginario Grande Fratello bancario.

E finché non si prenderà coscienza del fatto che la lotta all’evasione e al lavoro nero passa proprio dalla riduzione del contante, il Piano Italia Cashless sarà visto come una tessera sconti del supermercato.

Ascolta il podcast (Speaker e voce Marco Chiappini)

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Vendi, guadagna, pentiti

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Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna.”

Questa cosa la diceva Adolf Huxley e aveva ragione da vendere.

Anche le crisi finanziarie sembrano non aver insegnato niente ai risparmiatori e piccoli investitori che molto spesso si sono lasciati attrarre dalla speranza di guadagni sempre più alti, e si sono ritrovati, invece, con perdite piuttosto pesanti.

Quando si investe sui mercati, oltre a dover essere informati e soprattutto ben coscienti delle nostre esigenze di liquidità a breve termine, c’è un altro fatto che non si può tralasciare: l’obiettivo di guadagno.

Se compro a 100 e stabilisco che il 5% in un anno mi va bene (e con gli attuali tassi di mercato il 5% è decisamente un signor tasso), allora se passati 12 mesi il valore di quel titolo è 105, ho raggiunto il mio obiettivo.

Quindi vendo, e porto a casa il risultato.

A volte entra in gioco l’emozione (e anche l’avidità). 

Perchè vendere se il titolo è in una fase rialzista e potrebbe arrivare a 110? 

Già. Perché?

Forse perché potrebbe arrivare una giornata nera che mi fa perdere sia il guadagno che non ho incassato che una parte del capitale investito.

La storia ci ha insegnato tante volte che questo rischio c’è e può accadere in qualsiasi momento.

Ma c’è un altro fattore di pancia che gioca un brutto tiro. 

Se io vendo a 105, porto a casa il risultato, e poi quel titolo va a 110?”

Quando si investe sui mercati l’emozione l’avidità, l’irrazionalità, dobbiamo lasciarle da una parte. 

Stabilire un obiettivo è fondamentale.

E arrivati a quell’obiettivo venderemo e guadagneremo.

E poi ce ne pentiremo. 

Ma almeno avremo portato a casa il nostro obiettivo.

Ascolta il podcast (Speaker e musica Marco Chiappini)

L’Italia contro ogni previsione: il calcio, tra scommesse clandestine e campioni intramontabili

A due settimane di distanza dalla dipartita di Diego Armando Maradona, ci lascia anche Paolo Rossi, eroe del Mondiale di Spagna dell’82, dove era approdato dopo due anni di squalifica per il suo ingiusto coinvolgimento nel Totonero, lo scandalo delle scommesse clandestine.

Sebbene non legato alla materia strettamente finanziaria, ho voluto scrivere questo articolo per parlare di organizzazione di scommesse clandestine (che hanno a che fare con i soldi), per analizzare il forte legame che c’è tra l’Italia e il calcio, e, ovviamente, come omaggio al Pablito del gol.

scommesse clandestine

Spagna 1982

Nell’estate del 1982 avevo 8 anni. A casa mia il calcio lo si seguiva poco ma fu impossibile non farsi prendere dalla febbre mondiale che arrivava dalla Spagna.

Al terzo gol di Paolo Rossi al Brasile, in una sofferta partita vinta 3-2, mi precipitai in balcone per esultare a gran voce insieme a tutti i vicini.

A sedici minuti dalla fine l’Italia era tornata in vantaggio contro il Brasile di Paulo Roberto Falcao (e per noi romani e romanisti questo rendeva la partita ancora più sofferta!)

Da quel momento iniziò la leggenda di una Nazionale che era partita per la Spagna parecchio svantaggiata, molto criticata, e reduce dallo scandalo delle scommesse clandestine.

Le scommesse clandestine

Lo scandalo del calcio-scommesse scoppiò a marzo del 1980.

L’organizzazione del giro di scommesse clandestine era partita dal proprietario di un ristorante di Piazza del Popolo, a Roma, e da un grossista di frutta e verdura, suo fornitore.

Il ristorante era frequentato dai calciatori della Capitale e per questo i due faccendieri riuscirono a stringere accordi con alcuni di loro per truccare i risultati delle partite e guadagnare soldi illegalmente.

Sembra che i due offrissero compensi ai calciatori, in cambio di notizie su risultati sicuri su cui scommettere cifre importanti.

Nonostante l’organizzazione puntuale, i due commercianti accumularono debiti per quasi 200 milioni delle vecchie lire (circa cento mila euro, che per l’epoca erano davvero una gran bella cifra)

Finirono nel mirino della magistratura otto squadre di calcio di serie A, sei di serie B, e trentotto imputati, tra calciatori e membri delle società sportive.

Sebbene non fosse la prima nel calcio italiano, il Totonero è considerato il primo grande scandalo del calcio scommesse, per il numero di persone e società sportive coinvolte.

L’inchiesta della magistratura si concluse nel dicembre 1980 con l’assoluzione di tutti i giocatori per non sussistenza del fatto.

Le squalifiche

La giustizia sportiva, però, punì alcune squadre di serie A con la retrocessione in serie B, e diversi periodi di squalifica per 13 calciatori.

La squalifica di Paolo Rossi era a seguito del pareggio della partita Avellino-Perugia (dove lui giocava all’epoca); il risultato era stato concordato, ma lo stesso Rossi non ne sapeva nulla, così come non sapeva nulla dell’esistenza di un giro di scommesse clandestine.

Campioni del mondo!

L’intera vicenda svuotò gli stadi e allontanò gli italiani dalla loro passione più grande. Sembrava l’inizio della fine.

Le prime partite dell’Italia ai mondiali di Spagna attirarono molte critiche.

Poi piano piano quella passione, che si era soltanto assopita, cominciò a risvegliarsi: la vittoria contro l’Argentina di Maradona, squadra campione del mondo in carica; la tripletta di Paolo Rossi al Brasile, il trionfo contro la temutissima Polonia.

A ogni vittoria che ci portava verso la finale di Madrid mi ricordo le strade piene di macchine, i clacson impazziti, mucchi di cinque o sei persone che sbucavano dalle Fiat Cinquecento decappottabili.

Quella contro la Germania Ovest fu una finale indimenticabile, resa ancora più emozionante dall’entusiasmo del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la cui vitalità travolse tutto lo stadio.

Italy against all odds

Su Netflix si può vedere una serie documentario dal titolo Becoming Champions: racconta il cammino delle Nazionali diventate campioni del mondo più volte. Il secondo episodio, dedicato all’Italia, si intitola Italy against all odds, l’Italia contro ogni previsione ed è più che mai appropriato.

L’Italia, nel bene e nel male, va sempre contro ogni previsione. E non solo nel calcio.

Nel 1982 in Spagna (e anche nel 2016 in Germania) l’Italia era partita in sordina, proprio per gli scandali del calcio scommesse. Eppure, partita dopo partita, ci hanno regalato notti davvero magiche e impossibili ancora oggi da dimenticare.

Nel 1990 l’Italia padrona di casa partiva super favorita, ma forse quella troppa sicurezza e l’Argentina di Maradona ci spensero tutti gli entusiasmi nella semifinale allo Stadio San Paolo di Napoli (oggi intitolato a Diego Armando Maradona).

E questo non avviene solo nel calcio.

Siamo un paese dalle mille risorse e dalle innumerevoli contraddizioni.

Nessuno avrebbe mai pensato che durante la prima ondata di Covid-19 saremmo diventati un modello di organizzazione e comportamento per l’Europa e per il resto del mondo.

Eppure lo siamo stati nella prima ondata e continuiamo ad esserlo nella seconda.

Contro ogni previsione.

Corrado Ferlaino: l’uomo che portò Diego Armando Maradona a Napoli

Il calcio è passione ma dietro al calcio c’è una società fatta di bilanci, fatturati, investimenti. Ripercorriamo brevemente le tappe della carriera societaria di Corrado Ferlaino, l’uomo che portò Diego Armando Maradona a Napoli.

Documentario Diego Maradona di Asif Kapadia

Corrado Ferlaino, ingegnere progettista, costruttore e venditore di immobili, nato a Napoli nel 1931 è stato per 33 anni al timone della Società Sportiva Napoli Calcio, dal 1967 al 2000.

Di calcio sapeva molto poco. Con il padre aveva da sempre lavorato nel settore immobiliare. Per gioco, insieme ai suoi amici decise di comprare alcune quote della squadra del Napoli.

Così entrò nella società nel 1967, in punta di piedi, con un numero irrisorio di azioni. Dopo due anni bruciò la concorrenza dei tre azionisti di maggioranza comprando la quota della vedova di uno di loro, da poco deceduto.

A quel punto iniziò la sua parabola ascendente

Fu una dura battaglia contro la vecchia classe dirigente, ma il Presidente Ferlaino riuscì a vincere.

Tra i suoi colpacci ci fu l’acquisto di Giuseppe Savoldi, il miglior attaccante del campionato italiano dell’epoca: era il 1975 e la città di Napoli viveva una devastante epidemia di colera.

Ferlaino sborsò due miliardi, una cifra esorbitante che fece gridare allo scandalo, visto il dramma che la città stava affrontando.

L’investimento di Savoldi non si rivelò del tutto vincente in campo, ma da un punto di vista finanziario ebbe un ottimo ritorno economico, poiché il Napoli fece il record di abbonati.

E all’epoca gli abbonamenti allo stadio erano la principale fonte di reddito per una squadra di calcio.

Ma il Napoli non aveva il potere e l’autorevolezza che invece avevano le squadre del Nord Italia, la Juventus della famiglia Agnelli o il Milan di Silvio Berlusconi.

Noi galleggiavamo, fieri del nostro bilancio, ma la svolta avvenne un giorno che andai in banca e mi accorsi che il Napoli era sostanzialmente ricco, però storicamente povero. Volevo vincere, non mi bastava più il benessere economico“.

Maradona al Napoli

Nel 1984 Corrado Ferlaino, con una serie piuttosto tormentata di trattative e alleanze politiche, riuscì a portare a Napoli il calciatore argentino Diego Armando Maradona, che era in rotta con il Barcelona F.C., dove era arrivato due anni prima.

Maradona Ferlaino

Il Napoli per Maradona pagò tredici miliardi delle vecchie lire. Alcune banche intervennero a garanzia di un’operazione che era stata fortemente voluta da Ferlaino e che ripagò in modo molto redditizio i soldi investiti:

C’era un solo modo per aumentare il fatturato, anche se allora gli introiti arrivavano principalmente dagli stadi, ed era quello di vincere lo scudetto. Per questo puntai su Maradona, il più forte del mondo”.

Nell’era Maradona di scudetti il Napoli ne vinse due, uno nel 1987 e uno nel 1990, oltre alla Coppa Italia e all’ambitissima Coppa UEFA.

E il resto è storia. Maradona e le sue prodezze entrano ufficialmente di diritto della storia del calcio mondiale, in queste ore in cui tutto il mondo (l’Argentina, l’Italia, e la città di Napoli, in particolare) ne sta piangendo la scomparsa.

Organizzazione e bilancio

Dopo gli scudetti la situazione finanziaria del Napoli Calcio risentì della minaccia del calcio scommesse.

Per fare in modo che i giocatori non si lasciassero attrarre da chi gestiva il giro di scommesse clandestine, Ferlaino istituì dei premi partita molti alti.

I bilanci accusarono il colpo ma lui dichiara ancora oggi, orgogliosamente, di aver tenuto lontano il malaffare dal Napoli.

Corrado Ferlaino lasciò la poltrona di Presidente della società nel 2000.

Oltre ad aver portato Maradona a Napoli, Ferlaino sarà ricordato come l’uomo che mise al primo posto l’organizzazione e il bilancio in una società sportiva simbolo di una città che vive tutto di cuore e pancia.

Scarica qui gli altri Worksheet and Keys.

La Borsa delle grida

La negoziazione alle grida era un “tipo di negoziazione, caratteristico delle borse italiane fino agli anni ’90 del Novecento, in cui gli intermediari autorizzati, riuniti attorno ad appositi recinti, gridavano le rispettive proposte di acquisto o di vendita specificando il titolo, la quantità e il prezzo. I contratti venivano conclusi in forma orale  e formalizzati per iscritto nel corso della giornata.” (fonte www.borsaitaliana.it)

Qualche riferimento cinematografico

L’abbiamo vista tante volte nei film americani, Wall Street di Oliver Stone resta sicuramente tra i più famosi, ma avevamo assistito al chiasso della piazza delle contrattazioni anche in una commedia di qualche anno prima, Trading Places di John Landis, che in Italia arrivò con il titolo di Una poltrona per due (e che ancora oggi resta un super classico del pomeriggio di Natale).

Sempre in tema di pellicole, agli appassionati di cinema italiano non sarà sfuggito l’incontro tra Monica Vitti e Alain Delon ne L’Eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, proprio all’interno della Borsa di Roma, ospitata nel suggestivo Tempio di Adriano.

Se il film ve lo siete perso, recuperatelo su YouTube.

E la prossima volta che sarete a Roma, da Via del Corso prendete la traversa che porta al Pantheon, passate accanto al Tempio di Adriano, e cercate l’entrata della storica sede, in Via de Burrò.

Roma, Tempio di Adriano

Dopo l’abolizione del mercato gridato che avvenne nel 1994, la Borsa di Roma fu accorpata con tutte le altre piazze finanziare italiane (Trieste, Venezia, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Bologna e Palermo) alla Borsa di Milano.

Spesso appellata dalla stampa come Piazza Affari, la Borsa Valori di Milano dal 1932 ha la sua sede nell’elegante Palazzo Mezzanotte, sito proprio in Piazza Affari.

Milano, Palazzo Mezzanotte

La Borsa delle grida: il recinto e le contrattazioni

Le contrattazioni si svolgevano in dei recinti che si indicavano con la parola francese corbeilles, dove gli agenti di cambio compravano e vendevano azioni, gridando e facendo gesti tramite i quali proponevano i loro affari.

Le grida erano stabilite dalla legge per rendere pubblica la transazione.

I gesti che indicavano i titoli da contrattare venivano fatti con le mani e con le parti del viso. Si trattava di convenzioni adottate e riconosciute da tutti gli operatori. Se si voleva comprare il titolo Eridania, ad esempio, un’azienda che produceva zucchero, ci si toccava la lingua con l’indice e il pollice, come se si stesse assaggiando lo zucchero. Per la Fiat, la nota industria automobilistica torinese, si simulava il movimento del volante di un’automobile; oppure, ancora, se si voleva negoziare titoli azionari di Generali, un’azienda di assicurazioni, con la mano si faceva il noto gesto del saluto militare. (per un ulteriore approfondimento, puoi guardare qui)

All’interno delle corbeilles si accertavano i prezzi ufficiali e si redigevano i listini, trasmessi a un funzionario che si trovava al centro del recinto e che doveva raccogliere le notifiche. A fine giornata si stilava il listino ufficiale.

Le fasi di contrattazioni erano tre: l’apertura, il durante e la chiusura, quest’ultima corrispondeva alla compilazione del listino.

Dalla Borsa delle grida a quella telematica

Nonostante i prezzi si formassero sul mercato ufficiale, questi erano comunque poco rappresentativi, poiché a Borsa chiusa gli agenti continuavano la negoziazione dei titoli su un mercato non ufficiale.

Inoltre la struttura organizzativa che avrebbe dovuto sostenere le negoziazioni non consentiva un aggiornamento in tempo reale delle quotazioni.

Il passaggio alla borsa telematica si completò tra il 1992 e il 1994 e comportò un cambiamento radicale sia per gli operatori finanziari che per gli spazi della contrattazione.

Gli agenti di cambio non erano più gli attori principali degli scambi, ma soprattutto lo spazio fisico della parterre (la sala delle contrattazioni) cedeva il passo a una piattaforma globale, capace di incrociare ordini di acquisto e di vendita provenienti dai luoghi più disparati e in pochissimo tempo.

In questa epoca di Covid19, proprio nel mezzo della seconda ondata, rivedere le immagini degli scambi gridati tra i recinti affollati ci fanno sembrare quel tempo ancora più lontano.

Italiani: popolo di santi, poeti, navigatori e investitori

Le iniziative legate a Quello che conta, evento organizzato dal Governo per sensibilizzare la popolazione all’educazione finanziaria arrivano forse con vent’anni di ritardo, se pensiamo ai terremoti finanziari che hanno sconvolto il mondo ma anche i portafogli di investitori e piccoli risparmiatori.

In questo articolo ripercorriamo le crisi finanziarie ed economiche che hanno investito l’Italia negli ultimi vent’anni e che hanno dato un nuovo assetto al rapporto degli italiani con i propri risparmi e con gli intermediari.

1999-2001: dalla new economy al crollo delle Torri Gemelle

La bolla della new economy, tra la fine del 1999 e l’inizio del nuovo millennio e il crollo delle Torri Gemelle a New York nel 2001 fecero colare a picco il mercato azionario e prestarono il fianco a manovre speculative da parte di investitori senza scrupoli, lasciando però i piccoli risparmiatori a secco.

A quell’epoca erano in molti a pensare che chi investiva in azioni fosse esposto a un rischio maggiore di chi invece investiva i propri risparmi in titoli obbligazionari, addirittura emessi da uno Stato sovrano.

2003: le obbligazioni Argentina e Parmalat

Il fallimento dell’Argentina nel 2003 e dell’azienda Parmalat, sempre in quello stesso, nefasto, anno fece crollare le certezze anche di coloro che si erano sempre sentiti al sicuro con titoli obbligazionari in portafoglio, senza mai considerare il rischio di insolvenza del paese o dell’azienda a cui prestavano i soldi.

2008: il crac di Lehman Brothers

Cinque anni dopo, infatti, il crac di Lehman Brothers a seguito della crisi dei mutui subprime, colpì i possessori delle obbligazioni della banca statunitense Lehman Brothers, travolgendo i prezzi dei titoli obbligazionari delle altre banche statunitensi come Morgan Stanley, Merril Lynch e Goldman Sachs. Erano parecchi gli investitori italiani ad avere questi titoli in portafoglio e in parecchi vendettero massicciamente per paura che i prezzi scendessero ancora.

Se avessero aspettato qualche mese avrebbero recuperato buona parte del valore e avrebbero così potuto aspettare tranquillamente la scadenza naturale per ottenere di nuovo il 100% di quanto avevano investito.

Ma la paura e soprattutto la mancanza di basi solide nella materia gli giocarono un brutto scherzo.

In alcuni casi questa situazione rivelò un altro grande difetto dei risparmiatori italiani: quello di avere uno o al massimo due titoli in portafoglio, pensando così di ridurre il rischio.

Quando in realtà è vero l’esatto contrario.

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