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Lessico del lavoro da dipendente

Le donne in banca

Sul sito di Intesa San Paolo, uno dei più importanti istituti di credito italiani, si può consultare la rubrica di podcast Intesa San Paolo On Air, “una raccolta di voci, storie, idee su futuro, sostenibilità, inclusione (…)“.

Il racconto sulle donne in banca ci dà un’idea di quanto gli stereotipi legati al genere femminile sui luoghi di lavoro abbiano radici lontane, e quanto poco abbiamo fatto per sradicarli definitivamente.

Essendo Intesa San Paolo nata dalle fusioni tra varie banche, le storie del passato raccontate in questa rubrica sono le più disparate e risalgono ai primi decenni del secolo scorso.

Le donne in banca

Tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale

Le donne entrano in banca per necessità: l’Italia entra in guerra nel maggio 1915 e gli uomini sono chiamati al fronte. Gli istituti di credito si ritrovano senza personale, e iniziano ad assumere le signorine

La Banca Commerciale Italiana ne assume 1300, in sostituzione dei 1700 impiegati uomini arruolati al fronte.

Nonostante le donne assumano sempre di più ruoli considerati di appannaggio maschile, devono sottostare a numerosi vincoli, primo fra tutti il fatto di non essere dipendenti in pianta stabile. Sono impiegate di guerra il cui ruolo è provvisorio e a volte i contratti sono addirittura giornalieri.

Gli anni della Grande Guerra rappresentano un’occasione rivoluzionaria per le ragazze del ceto medio, donne con il diploma di maestra o ragioniera che hanno l’occasione di inserirsi in nuovi ambiti di lavoro. 

Ma al ritorno degli uomini dalla guerra, le donne devono lasciare il posto di lavoro in banca; quelle che restano sono confinate a ruoli marginali.

Negli anni successivi, l’avvento delle macchine per scrivere e di quelle contabili, porta all’assunzione delle donne nei ruoli di centraliniste, dattilografe e segretarie.

Fra il 1940 e il 1943 si registra la seconda grande ondata di assunzioni al femminile, dovuta nuovamente ai motivi bellici.

Le signorine concludono il rapporto di lavoro con la banca quando gli uomini ritornano dal fronte oppure quando, sempre loro, le signorine, si sposano.

Il matrimonio

Le nozze comportano il licenziamento immediato, come recita il regolamento di Confederazione Bancaria Fascista dell’aprile del 1927:

Per il personale femminile la cessazione del rapporto di impiego avviene di pieno diritto quando l’interessata contragga matrimonio.”

Due anni dopo questo articolo viene abrogato ma resta la consuetudine di mandare via le donne che si sposano: si tratta di un licenziamento in forma di finte dimissioni, per evitare problemi con le organizzazioni sindacali.

In casi particolari, come quello di un’impiegata il cui stipendio era l’unica fonte di reddito della famiglia d’origine, si chiedeva l’intercessione di un alto prelato presso la direzione della banca, affinché la giovane donna non dovesse essere costretta alle dimissioni.

Bisognerà aspettare il 1963 perché venga promulgata una legge che vieta espressamente di allontanare dalle aziende le lavoratrici in caso di matrimonio.

La disparità tra uomini e donne

La disparità tra uomini e donne è anche nei salari.

Un regolamento ufficiale del 1921 prescrive che le impiegate di prima categoria abbiano uno stipendio inferiore a quello degli uomini, perfino più basso della paga dei commessi.

Nel 1944 la Confederazione Fascista delle aziende del credito e delle assicurazioni determina un aumento contrattuale che non potrà essere inferiore a Lire 300 mensili per il personale maschile e a Lire 180 per il personale femminile.

L’abbigliamento delle donne

Le lavoratrici sono tenute a indossare grembiuli bianchi o neri confezionati su misura.

Non sono permessi tocchi di femminilità come il rossetto, per esempio.

Una circolare del 1943 autorizza eccezionalmente le signorine a stare in ufficio senza calze d’estate.

Carriera delle donne in banca

La prima promozione di una donna alla qualifica di funzionaria in Cariplo (una delle banche da cui si è formata Intesa San Paolo) è del 1963, 140 dopo l’apertura dell’istituto.

La rivista aziendale le dedica un articolo in cui ci si augura che “la sua stessa strada sia presto percorsa da numerose altre signore e signorine tutte ugualmente graziose e gentili”.

Tutte ugualmente graziose e gentili. Era il 1963, ma ancora fino a sei anni fa (quando io ho lasciato la banca), si sentiva spesso appellare una collega “bella e brava“, come se il fatto di essere bella aumentasse il suo valore professionale.

La strada è chiaramente ancora lunga.

Molto lunga.

Il posto fisso (prima parte)

Martedì 17 marzo di sei anni fa, verso le dieci del mattino, uscii dalla filiale della banca dove lavoravo, nel quartiere romano dell’E.U.R., per andare alla posta a spedire una lettera raccomandata contenente le mie dimissioni dal posto fisso.

Tra paternali e mani tremanti

In realtà ero andata all’ufficio Risorse Umane il giorno prima per rassegnarle di persona, ma il responsabile aveva pensato bene di trattenermi dal farlo con una ridicola paternale, infarcita di assurdità e luoghi comuni.

La decisione per me era già stata presa. Non vi nego che quando arrivò il mio turno allo sportello spedizioni del grande ufficio postale di Viale Beethoven le mani un po’ mi tremavano. Quando vidi l’impiegato prendere la mia busta, pesarla, apporvi i timbri, e infilarla nel sacco della posta in partenza, mi dissi: “adesso non puoi più tornare indietro”.

Punto e a capo.

In Italia lasciare un posto fisso in banca a 41 anni scatena le reazioni più disparate nelle persone a cui lo racconti.

Ricordo più di qualcuno farsi delle grasse risate (chiedendomi scusa subito dopo). Chissà se in quella risata, in fondo, nascondevano un po’ di invidia?

In questi sei anni, ricchi di esperienze professionali che mai avevo pensato di poter fare (non ultimo questo blog), ho lavorato con persone provenienti da diverse parti del mondo, e ne ho conosciute alcune che avevano fatto la mia stessa scelta, o che comunque non trovavano strano che a un certo punto della vita una persona potesse decidere di mettere un punto e ricominciare da capo in un altro settore.

Anzi.

In Italia, almeno fino a sei anni fa, lasciare un posto fisso era considerato da pazzi irresponsabili, da sognatori incapaci di accettare le responsabilità e di fare i conti con il fatto che tutti i posti di lavoro sono uguali e sei tu che ti devi adattare.

Incapace di accettare responsabilità. Io?

Ero entrata in banca per concorso (e senza raccomandazione) quando avevo 19 anni, di botto mi ero ritrovata in un mondo di adulti viziati e autoreferenziali, e pochi anni dopo mi ero messa un mutuo sulle spalle.

Quelli che mi davano dell’irresponsabile, li lasciavo parlare, tronfi di boria e di certezze, e della loro idea di senso di responsabilità.

Ma nun starai mica a fà nà cazzata?

La più grande responsabilità ce l’abbiamo nei confronti di noi stessi, ed è quella di fare ciò che ci fa esprimere al meglio le nostre inclinazioni e aspirazioni e che ci rende soddisfatti anche dopo una giornata pesante.

Per arrivare a fare il lavoro che meglio ci rappresenta la strada è lunga, tortuosa, sicuramente non facile.

Un milione di volte pensi se davvero tu non stia facendo una cazzata.

Perché quattordici mensilità, ferie e malattie retribuite, scatti di anzianità, fondo pensione, convenzioni mediche private, congedi parentali, Legge 104, permessi studio, agevolazioni creditizie su fidi, prestiti, mutui, agevolazioni tariffarie su assicurazione auto, buoni pasto, eccetera… non sono proprio una cazzata.

Eppure, ho scovato un po’ di personaggi famosi che hanno timbrato il cartellino in banca per molti anni prima di fare il lavoro che fanno oggi.

Leggi qui la seconda parte

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