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Lessico delle inchieste giudiziarie

Tangentopoli e la maxi-tangente Enimont

Inseguendo il sogno di costruire un grande polo chimico internazionale, la Montedison di Raul Gardini si unisce all’Eni, società petrolifera con partecipazione statale.

Ma le cose non vanno come Gardini le aveva immaginate e per uscire dall’affare Enimont si ritroverà ad andare contro i valori che lo avevano sempre guidato.

Compresa una maxi-tangente di 150 miliardi, che infiammò l’inchiesta Tangentopoli.

(Leggi qui la prima parte dell’articolo).

Il braccio di ferro tra Raul Gardini e lo Stato

Per Enimont, Raul Gardini dovette cedere alla politica, che gli promise gli sgravi fiscali necessari per portare a termine l’operazione.

La proposta di legge restò incagliata in Parlamento per ben due volte e a quel voltafaccia Gardini rispose con la decisione di scalare la società, rastrellando il 20% di azioni sul mercato, attraverso dei soci occulti.

Ma lo Stato italiano non voleva assolutamente cedere la chimica al settore privato e denunciò le manovre di mercato attuate da Gardini.

E fece di più: la parte pubblica di Enimont pagò una tangente in franchi svizzeri al giudice che dispose il sequestro di quel 20% di azioni sul mercato, così da mettere Gardini fuori gioco.

Uscire da Enimont

L’imprenditore decise così di uscire dall’intero affare, cercando di spuntare almeno un buon prezzo per le azioni in suo possesso.

Per spianare l’uscita da Enimont era necessaria ancora una volta la politica, erano necessari i partiti, erano necessarie mazzette e tangenti, per un totale di 150 miliardi di lire.

Per quella che molti definirono la madre di tutte le tangenti, due anni dopo la chiusura dell’intero affare Enimont, il magistrato Antonio Di Pietro, nel pieno dell’inchiesta di Tangentopoli, chiamò a testimoniare i principali esponenti della politica italiana.

Nel mirino di Mani Pulite finì anche Raul Gardini, che ammise di aver elargito alcune somme a esponenti di partito che gli avrebbero consentito l’uscita da Enimont, ma affermò che non si trattava di una somma così ingente.

La fine

Lasciato solo dai suoi collaboratori e consulenti con cui un tempo aveva lavorato, nei suoi ultimi giorni di vita aveva chiesto la documentazione necessaria per la sua difesa, in vista dell’incontro che a breve avrebbe avuto con il magistrato Antonio Di Pietro.

Quella documentazione non gli fu mai consegnata, e alimentò quel senso di frustrazione misto all’impotenza di non riuscire a districarsi da una situazione più grande di lui.

Dopo il suicidio di Gabriele Cagliari, ex Presidente di Eni, suo rivale nell’affare Enimont, che si uccide in carcere il 20 luglio 1993, tre giorni dopo Raul Gardini si toglie la vita con un colpo di pistola alla tempia.

L’ondata di suicidi di Tangentopoli

Politici, imprenditori…mi preoccupa la catena di suicidi di questi di questi ultimi tempi. Alcuni non reggono il carcere, altri l’accusa di corruzione o di avere accettato tangenti. E si uccidono.

(Il Divo, Paolo Sorrentino, 2008)

suicidi di tangentopoli

Il terremoto di Tangentopoli provocò la catena di suicidi a cui si riferisce il personaggio di Eugenio Scalfari (direttore del quotidiano La Repubblica), che intervista Giulio Andreotti nel film di Paolo Sorrentino.

I 41 suicidi di Tangentopoli

Furono 41 le persone che si tolsero la vita, in carcere, fuori dal carcere, o addirittura prima di essere ufficialmente indagate.

Il primo a suicidarsi, nonostante non fosse ancora indagato, fu F.F, coordinatore di un’Azienda Sanitaria Locale di Milano. Morì soffocato dal monossido di carbonio nella sua auto. Sul sedile accanto c’erano dei ritagli di stampa, in cui si parlava di una sua probabile seconda laurea falsa in Giurisprudenza, oltre a quella vera, in Scienze politiche.

A seguire ci fu il suicidio di R.A, segretario del Partito Socialista di Lodi (una provincia lombarda che confina con la provincia di Milano), che si tolse la vita con un colpo di fucile alla testa; qualche giorno prima di compiere l’estremo gesto, si era presentato spontaneamente al giudice Antonio Di Pietro, e si era dimesso da tutte le cariche che ricopriva.

G.R, messo comunale della Provincia di Novara (in Piemonte), si impiccò in ospedale, dove si trovava per problemi neurologici. Secondo la stampa dell’epoca, aveva accettato una mazzetta per la costruzione di una piattaforma per lo smaltimento dei rifiuti.

Suicidi eccellenti

Piccoli imprenditori e politici locali, ma anche personaggi di spicco e volti noti dell’economia e della politica.

Sergio Moroni, tesoriere del Partito Socialista in Lombardia, eletto alla Camera nel 1987 e riconfermato dalle elezioni politiche del 1992, aveva ricevuto due avvisi di garanzia dalla magistratura: uno riguardava le discariche lombarde e le attività delle Ferrovie Nord, l’altro per i lavori all’ospedale di Lecco.

Poiché Sergio Moroni era un membro del Parlamento, il pool di Mani Pulite chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere con le indagini. Due anni dopo il suicidio, il Tribunale di Milano accertò che l’ex deputato socialista aveva ricevuto “circa 200 milioni in totale nelle sue mani in una cartellina tipo quelle da ufficio, avvolta in un giornale“.

La sentenza fu poi confermata in appello e in Cassazione.

Alla vicenda Enimont (di cui parleremo nel prossimo articolo) si legarono tre suicidi. Quello di Gabriele Cagliari, quello del manager Raul Gardini, e quello dell’ex direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali, Sergio Castellari.

Gabriele Cagliari si tolse la vita dopo quattro mesi di carcere, soffocandosi con un sacchetto di plastica. Aveva più volte dichiarato di essere all’oscuro delle tangenti che gli attribuivano, ma lasciò scritto che si sentiva impotente nei confronti della gogna mediatica a cui era sottoposto.

Dopo tre giorni dalla morte di Gabriele Cagliari, si uccide il manager Raul Gardini, capo di un impero agro-alimentare e indagato per una maxi-tangente da 150 miliardi.

A distanza di qualche mese dalle morti di Cagliari e Gardini, la polizia ritrovò il corpo senza vita di Sergio Castellari, dopo una settimana in cui si erano perse le sue tracce.

Si parlò di suicidio, ma sulla natura della morte ci sono ancora alcuni dubbi.

Tangentopoli: dalla Prima alla Seconda Repubblica

Mani Pulite (noto anche come Tangentopoli) è il nome della grande inchiesta giudiziaria che si è svolta nella prima metà degli anni Novanta e che denunciò un sistema fraudolento e corrotto nel quale erano coinvolte la politica e l’imprenditoria italiana.

Le banconote firmate

Tangentopoli iniziò lunedì 17 febbraio 1992 quando il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, Antonio Di Pietro, arrestò Mario Chiesa, presidente di una nota casa di riposo milanese ed esponente di spicco del Partito Socialista Italiano (PSI).

Mario Chiesa era stato colto in flagranza di reato, mentre incassava una tangente dall’imprenditore Luca Magni, proprietario di una piccola impresa di pulizie. Per continuare a ottenere l’appalto del servizio di pulizie della grande casa di riposo, Luca Magni doveva sborsare molti soldi, grazie ai quali avrebbe mantenuto la commessa e pagare i dipendenti della sua azienda.

L’appalto per le pulizie valeva 140 milioni di lire (l’equivalente di circa 70 mila euro), e per assegnarlo a Luca Magni, Mario Chiesa voleva “un pizzo” del 10%, 14 milioni di lire. Stanco di pagare, Luca Magni si era rivolto alle forze dell’ordine e lo aveva denunciato. L’accordo tra Magni e il magistrato Di Pietro, che aveva firmato le banconote da consegnare a Mario Chiesa, portò all’arresto di quest’ultimo, mentre stava mettendo in un cassetto i soldi appena ricevuti.

In quel cassetto, di banconote ce n’erano molte, frutto di altre tangenti incassate e che Mario Chiesa tentò di buttare nel water del bagno, dove si era rifugiato poco dopo l’irruzione della polizia.

Ma le banconote firmate da Di Pietro non avevano soltanto incastrato Mario Chiesa.

Quel trucchetto aveva dato il via allo scandalo politico, economico e finanziario, che mise fine all’epopea della Milano da bere e innescò un terremoto politico in tutto il Paese, sotto le cui macerie finì, definitivamente, la Prima Repubblica.

Un effetto domino

A ripensarci oggi, a circa trent’anni di distanza, Tangentopoli rappresentò la prima tessera di un domino che fece cadere un sistema che fino ad allora aveva governato indisturbato, e di cui avevano beneficiato tutti: dai politici, grandi e piccoli, agli imprenditori, a chiunque si fosse prestato a questo gioco di corruzione e protezione reciproca.

Le indagini iniziarono a Milano, ma le confessioni di industriali, imprenditori e politici coinvolti fecero propagare l’inchiesta velocemente ad altre città.

In questa espansione esponenziale delle indagini, i leader politici privavano del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati. Questi ultimi, sentendosi traditi, accusavano altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Tutte le persone coinvolte vivevano nel terrore e nella vergogna di essere arrestate. Addirittura sembra che ci fu un politico socialista che confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri, che in realtà si erano presentati a casa sua solo per notificargli una multa. Si racconta anche di persone che avevano iniziato a confessare i propri reati al citofono, alle forze dell’ordine che erano andate ad arrestarle.

Non mancò nemmeno un’ondata di suicidi.

1992, la notte della Prima Repubblica

Fu un anno difficile.

I 12 (all’epoca) paesi dell’Unione Europea stavano per aprire le frontiere, ma oltre agli effetti di Tangentopoli, l’Italia stava per attraversare una profonda crisi politica che culminò con il forte astensionismo alle elezioni politiche nell’aprile di quell’anno.

Le elezioni per il rinnovo di Camera e Senato furono segnate dall’indifferenza della popolazione nei confronti di una classe politica incapace di rinnovarsi nonostante i cambiamenti epocali in corso (primo fra tutti la caduta del Muro di Berlino, avvenuta tre anni prima).

Il colpo di grazia arrivò tra maggio e luglio, quando la mafia (con un sistema politico connivente) uccise i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la moglie di Falcone, e il personale delle scorte dei due magistrati, nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Pochi giorni prima della strage di Via D’Amelio, Antonio Di Pietro aveva saputo di essere anche lui nel mirino degli attentati.

La Seconda Repubblica

Tangentopoli mise sotto inchiesta per centinaia di politici locali e nazionali, tra cui alcune figure politiche di primo piano, come il segretario del Partito Socialista Bettino Craxi.

Antonio Di Pietro si dimette dalla magistratura il 6 dicembre 1994.

Il 26 dicembre 1994, venti giorni dopo, avrebbe dovuto procedere all’interrogatorio a Silvio Berlusconi, che era diventato Presidente del Consiglio l’11 maggio di quello stesso anno e che di Bettino Craxi era stato amico e sostenitore.

Dopo il crollo della Prima Repubblica, caratterizzata dalla partitocrazia, cioè il potere dei partiti e dalla mentalità che Tangentopoli aveva cercato di scardinare, l’ascesa di Silvio Berlusconi segna l’ingresso nella Seconda Repubblica

La Seconda Repubblica italiana è un caso di trasformismo in grande scala: non un partito, non una classe, ma un intero sistema che si converte in ciò che voleva abbattere.

(Perry Anderson, sociologo britannico, su London Review of Books)

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