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Investimenti: ecco qualche mito da sfatare

Il mondo del risparmio e degli investimenti pullula di idee preconcette che sono spesso sbagliate o che magari ci sono state trasmesse da padri e nonni, probabilmente in linea con il loro contesto economico e sociale.

Proviamo a smontarne qualcuno.

Investire è solo per i ricchi. Falso.

Lasciatevelo dire: niente di più falso.

E se non vi fidate di me, allora seguite le indicazioni di Albert Einstein, che definì l’interesse composto come l’ottava meraviglia del mondo.

L’importante è cominciare a investire appena possibile e attraverso piccoli accantonamenti (dei piani di risparmio ne abbiamo parlato qui). Decidere il settore in cui investire dipende dagli obiettivi di medio e lungo termine, dal rischio che si è consapevoli di voler correre, ma se si hanno a disposizione tempo e un piccolo, piccolissimo, importo mensile, la forza dell’interesse composto di cui parlava Albert Einstein diventa davvero efficace.

Comprare quello che sale e vendere quello che scende. Falso.

Uno dei più grandi errori degli investitori è seguire i risultati di breve periodo, comprando quello che sale e vendendo quello che scende, quasi sempre in ritardo. 

A tutti piacerebbe avere la sfera di cristallo, agli investitori ancora di più ma indipendentemente da quello sta succedendo sui mercati, uno dei più grandi errori è quello di inseguire i risultati di breve periodo e quindi comprare quello che sta salendo e vendere quello che scendendo.

Alcune evidenze continuano a dimostrare che l’investitore medio insegue ciecamente i rendimenti passati, si lascia invaghire dai trend di breve periodo e raramente riesce a resistere alle più potenti emozioni in materia di finanza: l’avidità e la paura. 

Le performance passate, specialmente di breve periodo, sono solo uno degli indicatori da prendere in considerazione. Possono rappresentare un punto di partenza, ma non sono garanzia di risultati futuri. 

Il mattone è sempre l’investimento migliore. Falso. Falso. E ancora falso.

Dati alla mano, il settore immobiliare è piuttosto volatile.

E, potenzialmente, il valore di una singola casa lo è ancora di più. 

Se aggiungiamo la scarsa liquidità, l’ impossibilità di diversificare, i costi di manutenzione, le tasse da pagare (soprattutto se si tratta di una casa diversa dalla prima abitazione), tutto questo rende il mattone molto meno appetibile di altre opzioni.

Gli italiani che avevano ereditato degli immobili dai genitori o dai nonni e che si sono ritrovati senza lavoro a causa della crisi economica, sono riusciti difficilmente a fare fronte al carico fiscale derivante dal possesso di questi beni, che in molti casi non hanno nemmeno prodotto reddito, dato che la crisi economica ha penalizzato anche il mercato degli affitti.

L’investimento immobiliare si può inserire all’interno del patrimonio di una persona, ma solo se il proprietario ha un portafoglio che gli garantisca la liquidità necessaria per far fronte ai costi derivanti dal mantenimento di un immobile, altrimenti comporta un inutile esborso di denaro.

I soldi: meglio sotto al materasso. Falso.

Oltre al mattone e al Bot, le vecchie generazioni di italiani (e i figli che ancora ne seguono i consigli) considerano il materasso tra gli investimenti migliori. E se non li mettono davvero sotto al materasso, come si faceva un tempo, li tengono fermi su conti di deposito o conti correnti.

Su un mercato che offre possibilità di diversificazione sempre più ampie, tenere i soldi fermi è “un’occasione persa per quell’economia reale di cui si auspica da sempre il rilancio.”

Lo sostiene un articolo del Sole 24 Ore che oltre a calcolare la perdita subita da un capitale di mille euro, lasciato inattivo (sul conto corrente) per 20 anni ed eroso dall’inflazione, arriva al nocciolo della questione, legato al mancato sviluppo del paese.

Troppa liquidità bloccata a questo porta. Ciò non significa che i risparmi non vadano tenuti sui conti. Non significa rinunciare alla prudenza. Significa però che non bisogna esagerare. Una gestione più equilibrata della ricchezza potrebbe trasformarsi da occasione persa a volàno per il Paese.

The Blonde Salad: l’esordio di Chiara Ferragni nell’imprenditoria digitale

Dalla dichiarazione dei redditi 2019/2020, l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni vanta un patrimonio di 40 milioni di euro, frutto di collaborazioni, sponsorizzazioni, e di incassi delle sue tre aziende. La pubblicità, che ricomprende anche i suoi post di Instagram, produce da sola un fatturato di 11 milioni di euro.

Photo by Giorgio Montersino – Giorgio Armani Show, Milan Fashion Week MFW 2013

Di recente Chiara Ferragni è entrata a far parte del CdA di Tod’s S.p.A., un’azienda quotata, controllata dalla famiglia Della Valle, e specializzata nella produzione di calzature, abbigliamento e accessori.

La notizia ha prodotto un balzo del 14% del titolo Tod’s a Piazza Affari.

Oltre ai riconoscimento del mondo economico e finanziario c’era già stato anche quello accademico: nel 2014, infatti, la Harvard Business School aveva reso Chiara Ferragni oggetto di studio per aver fatturato 8 milioni di euro con la sua linea di scarpe in solo 6 anni.

The Blonde Salad: l’idea vincente di Chiara Ferragni e Riccardo Pozzoli

Era il 2009 e mi trovavo a Chicago per il quadrimestre di lavoro legato ai miei studi di marketing. Mi sono reso conto che in America i blogger facevano tendenza e condizionavano moltissimo i consumi. All’epoca Chiara postava le foto dei suoi outfit su varie piattaforme social, ottenendo un grande seguito. Così ci è venuta l’idea di aprire un suo blog. Abbiamo intravisto un’occasione di business, anche se non sapevo dove ci avrebbe portato. Il primo passo è stato acquistare il dominio da un provider americano.

Sono le parole di Riccardo Pozzoli in un’intervista per il magazine Millionaire, fondatore del blog che ha lanciato insieme a Chiara Ferragni, The Blonde Salad, con un investimento iniziale di 510 dollari (“10 per il dominio, il resto per la macchina fotografica”).

Sempre nell’intervista a Millionaire, Riccardo Pozzoli racconta l’idea che c’è dietro alla nascita di The Blonde Salad, sottolineando quanto oltre all’idea siano stati fondamentali anche il team e la dedizione al 100%.

In primo luogo il nostro connubio: Chiara appassionata di moda e fotografia e io orientato al marketing e al business. Abbiamo intuito che le aziende avevano un’esigenza di visibilità a cui noi abbiamo risposto con un progetto chiavi in mano apposta per loro. Abbiamo messo insieme l’aspetto creativo con quello promozionale. La pubblicazione dei post (su moda, viaggi, lifestyle) ogni mattina alle 9 rendeva la lettura un’abitudine quotidiana. Con i primi ricavi abbiamo allargato il team. La crescita è stata graduale. Fondamentale è stata la scelta di viaggiare tanto e avere da subito un respiro internazionale.

The Blonde Salad: espandersi sul mercato senza farsi travolgere

Il progetto non ci ha messo molto a prendere il volo: a febbraio 2010 Chiara Ferragni è stata invitata per la prima volta alla Settimana della moda di Milano che ha aperto alla realtà emergente, tutta nuova, di The Blonde Salad numerose occasioni di visibilità, tra cui alcune proposte di partecipazione a programmi televisivi.

“(…) decidiamo di rifiutare le ospitate: il mondo della moda è molto snob e la tv ci avrebbe allontanati dal nostro obiettivo. A volte serve la sensibilità di capire qual è la strada giusta da seguire o da evitare”.

Riccardo Pozzoli (intervista a Millionaire)

E Chiara Ferragni e Riccardo Pozzoli la scelta giusta da seguire l’hanno sicuramente capita.

Così come hanno capito che per consolidare i risultati ottenuti ed espandersi è fondamentale cambiare, evolversi.

Con l’avvento di Instagram molti dei blog che erano popolari all’inizio degli anni Dieci sono spariti, mentre The Blonde Salad ha cavalcato l’onda di quella che all’epoca era una novità nel mondo dei social, per crescere ancora e diventare un magazine di costume.

Dalla promozione dei prodotti dell’industria della moda alla decisione di lanciare la linea di scarpe a marchio proprio, Chiara Ferragni Collection.

Tutto questo nel giro di pochissimo tempo e mettendo in pratica quelli che sono i principi cardine di un’attività imprenditoriale di successo: avere ben chiara la propria visione di come fare impresa e riuscire ad arrivare in maniera semplice e chiara a un pubblico sempre più folto.

Le donne in banca

Sul sito di Intesa San Paolo, uno dei più importanti istituti di credito italiani, si può consultare la rubrica di podcast Intesa San Paolo On Air, “una raccolta di voci, storie, idee su futuro, sostenibilità, inclusione (…)“.

Il racconto sulle donne in banca ci dà un’idea di quanto gli stereotipi legati al genere femminile sui luoghi di lavoro abbiano radici lontane, e quanto poco abbiamo fatto per sradicarli definitivamente.

Essendo Intesa San Paolo nata dalle fusioni tra varie banche, le storie del passato raccontate in questa rubrica sono le più disparate e risalgono ai primi decenni del secolo scorso.

Le donne in banca

Tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale

Le donne entrano in banca per necessità: l’Italia entra in guerra nel maggio 1915 e gli uomini sono chiamati al fronte. Gli istituti di credito si ritrovano senza personale, e iniziano ad assumere le signorine

La Banca Commerciale Italiana ne assume 1300, in sostituzione dei 1700 impiegati uomini arruolati al fronte.

Nonostante le donne assumano sempre di più ruoli considerati di appannaggio maschile, devono sottostare a numerosi vincoli, primo fra tutti il fatto di non essere dipendenti in pianta stabile. Sono impiegate di guerra il cui ruolo è provvisorio e a volte i contratti sono addirittura giornalieri.

Gli anni della Grande Guerra rappresentano un’occasione rivoluzionaria per le ragazze del ceto medio, donne con il diploma di maestra o ragioniera che hanno l’occasione di inserirsi in nuovi ambiti di lavoro. 

Ma al ritorno degli uomini dalla guerra, le donne devono lasciare il posto di lavoro in banca; quelle che restano sono confinate a ruoli marginali.

Negli anni successivi, l’avvento delle macchine per scrivere e di quelle contabili, porta all’assunzione delle donne nei ruoli di centraliniste, dattilografe e segretarie.

Fra il 1940 e il 1943 si registra la seconda grande ondata di assunzioni al femminile, dovuta nuovamente ai motivi bellici.

Le signorine concludono il rapporto di lavoro con la banca quando gli uomini ritornano dal fronte oppure quando, sempre loro, le signorine, si sposano.

Il matrimonio

Le nozze comportano il licenziamento immediato, come recita il regolamento di Confederazione Bancaria Fascista dell’aprile del 1927:

Per il personale femminile la cessazione del rapporto di impiego avviene di pieno diritto quando l’interessata contragga matrimonio.”

Due anni dopo questo articolo viene abrogato ma resta la consuetudine di mandare via le donne che si sposano: si tratta di un licenziamento in forma di finte dimissioni, per evitare problemi con le organizzazioni sindacali.

In casi particolari, come quello di un’impiegata il cui stipendio era l’unica fonte di reddito della famiglia d’origine, si chiedeva l’intercessione di un alto prelato presso la direzione della banca, affinché la giovane donna non dovesse essere costretta alle dimissioni.

Bisognerà aspettare il 1963 perché venga promulgata una legge che vieta espressamente di allontanare dalle aziende le lavoratrici in caso di matrimonio.

La disparità tra uomini e donne

La disparità tra uomini e donne è anche nei salari.

Un regolamento ufficiale del 1921 prescrive che le impiegate di prima categoria abbiano uno stipendio inferiore a quello degli uomini, perfino più basso della paga dei commessi.

Nel 1944 la Confederazione Fascista delle aziende del credito e delle assicurazioni determina un aumento contrattuale che non potrà essere inferiore a Lire 300 mensili per il personale maschile e a Lire 180 per il personale femminile.

L’abbigliamento delle donne

Le lavoratrici sono tenute a indossare grembiuli bianchi o neri confezionati su misura.

Non sono permessi tocchi di femminilità come il rossetto, per esempio.

Una circolare del 1943 autorizza eccezionalmente le signorine a stare in ufficio senza calze d’estate.

Carriera delle donne in banca

La prima promozione di una donna alla qualifica di funzionaria in Cariplo (una delle banche da cui si è formata Intesa San Paolo) è del 1963, 140 dopo l’apertura dell’istituto.

La rivista aziendale le dedica un articolo in cui ci si augura che “la sua stessa strada sia presto percorsa da numerose altre signore e signorine tutte ugualmente graziose e gentili”.

Tutte ugualmente graziose e gentili. Era il 1963, ma ancora fino a sei anni fa (quando io ho lasciato la banca), si sentiva spesso appellare una collega “bella e brava“, come se il fatto di essere bella aumentasse il suo valore professionale.

La strada è chiaramente ancora lunga.

Molto lunga.

Tangentopoli e la maxi-tangente Enimont

Inseguendo il sogno di costruire un grande polo chimico internazionale, la Montedison di Raul Gardini si unisce all’Eni, società petrolifera con partecipazione statale.

Ma le cose non vanno come Gardini le aveva immaginate e per uscire dall’affare Enimont si ritroverà ad andare contro i valori che lo avevano sempre guidato.

Compresa una maxi-tangente di 150 miliardi, che infiammò l’inchiesta Tangentopoli.

(Leggi qui la prima parte dell’articolo).

Il braccio di ferro tra Raul Gardini e lo Stato

Per Enimont, Raul Gardini dovette cedere alla politica, che gli promise gli sgravi fiscali necessari per portare a termine l’operazione.

La proposta di legge restò incagliata in Parlamento per ben due volte e a quel voltafaccia Gardini rispose con la decisione di scalare la società, rastrellando il 20% di azioni sul mercato, attraverso dei soci occulti.

Ma lo Stato italiano non voleva assolutamente cedere la chimica al settore privato e denunciò le manovre di mercato attuate da Gardini.

E fece di più: la parte pubblica di Enimont pagò una tangente in franchi svizzeri al giudice che dispose il sequestro di quel 20% di azioni sul mercato, così da mettere Gardini fuori gioco.

Uscire da Enimont

L’imprenditore decise così di uscire dall’intero affare, cercando di spuntare almeno un buon prezzo per le azioni in suo possesso.

Per spianare l’uscita da Enimont era necessaria ancora una volta la politica, erano necessari i partiti, erano necessarie mazzette e tangenti, per un totale di 150 miliardi di lire.

Per quella che molti definirono la madre di tutte le tangenti, due anni dopo la chiusura dell’intero affare Enimont, il magistrato Antonio Di Pietro, nel pieno dell’inchiesta di Tangentopoli, chiamò a testimoniare i principali esponenti della politica italiana.

Nel mirino di Mani Pulite finì anche Raul Gardini, che ammise di aver elargito alcune somme a esponenti di partito che gli avrebbero consentito l’uscita da Enimont, ma affermò che non si trattava di una somma così ingente.

La fine

Lasciato solo dai suoi collaboratori e consulenti con cui un tempo aveva lavorato, nei suoi ultimi giorni di vita aveva chiesto la documentazione necessaria per la sua difesa, in vista dell’incontro che a breve avrebbe avuto con il magistrato Antonio Di Pietro.

Quella documentazione non gli fu mai consegnata, e alimentò quel senso di frustrazione misto all’impotenza di non riuscire a districarsi da una situazione più grande di lui.

Dopo il suicidio di Gabriele Cagliari, ex Presidente di Eni, suo rivale nell’affare Enimont, che si uccide in carcere il 20 luglio 1993, tre giorni dopo Raul Gardini si toglie la vita con un colpo di pistola alla tempia.

Raul Gardini e l’affare Enimont (prima parte)

Nato nel 1933 in provincia di Ferrara, Raul Gardini amava farsi chiamare dai suoi amici il contadino, fedele alla terra e alle sue origini agricole e all’amore per il mare, che lo aveva portato a vincere l’America’s Cup a San Diego nel 1992, con la sua imbarcazione Il Moro di Venezia.

La crescita nel Gruppo Ferruzzi

Fu uno dei protagonisti dell’economia italiana degli anni Ottanta. Alla morte del suocero Serafino Ferruzzi, nel 1979, prese le redini del Gruppo Ferruzzi, una società alimentare dove aveva iniziato a lavorare appena diplomato come perito agrario e dove era cresciuto professionalmente.

In pochi anni Raul Gardini trasformò Ferruzzi in un gruppo prevalentemente industriale, grazie a una politica di continue acquisizioni. Prima lo zucchero della società Eridania, già quotata in Borsa, poi la divisione amido della compagnia americana CPC e subito dopo la soia.

La scalata alla Montedison

Tra il 1985 e il 1987 acquisì la maggioranza della Montedison, un grande gruppo industriale e finanziario, attivo prevalentemente nella chimica, ma con interessi nei settori farmaceutico, energetico, metallurgico, agroalimentare, assicurativo e editoriale.

La scalata alla Montedison fu possibile grazie ad aumenti di capitale delle varie società del gruppo realizzati in Borsa; erano anni in cui il mercato finanziario italiano stava conoscendo una fase di euforia grazie ai primi fondi comuni di investimento.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, Raul Gardini portò avanti il suo sogno di sempre, visionario per quegli anni: unire la chimica all’ambiente e creare un nuovo mercato energetico di derivazione agricola.

L’affare Enimont

Nel 1988 Raul Gardini realizzò la fusione della Montedison con l’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi.

Era un’operazione mai avvenuta prima: il più grande polo chimico privato e il più grande polo petrolifero pubblico si fusero formando l’Enimont, una compagnia petrolchimica dove le due società di partenza possedevano il 40% ciascuno, e il restante 20% era nelle mani del mercato azionario.

Quattordicimila miliardi di fatturato (di vecchie lire), ventimila dipendenti: una delle prime dieci imprese chimiche del mondo.

La chimica sono io.

(Raul Gardini)

Da imprenditore versatile e sempre all’avanguardia, un centravanti della finanza, Raul Gardini aveva messo a segno raffinate operazioni societarie grazie anche alla sua capacità di muoversi velocemente e anticipando i tempi.

La maxi-tangente Enimont

Eppure per Enimont dovette cedere alla politica, che gli promise gli sgravi fiscali necessari per portare a termine l’operazione.

La proposta di legge restò incagliata in Parlamento per ben due volte.

A quel voltafaccia Gardini rispose con la decisione di scalare Enimont, rastrellando il 20% di azioni sul mercato, attraverso dei soci occulti.

Lo Stato italiano non aveva intenzione di cedere la chimica al settore privato. Denunciò, quindi, le manovre di mercato di Gardini che decise così di uscire dall’affare, cercando di spuntare un buon prezzo per le azioni in suo possesso.

Per spianare la (buona) uscita da Enimont era necessaria ancora una volta la politica. Erano necessari i partiti. Erano necessarie mazzette e tangenti per un totale di 150 miliardi di lire.

Per quella che venne definita la madre di tutte le tangenti, due anni dopo la chiusura dell’intero affare Enimont, il magistrato Antonio Di Pietro, nel pieno dell’inchiesta di Tangentopoli, chiamò a testimoniare i principali esponenti della politica italiana.

(segue la prossima domenica)

L’ondata di suicidi di Tangentopoli

Politici, imprenditori…mi preoccupa la catena di suicidi di questi di questi ultimi tempi. Alcuni non reggono il carcere, altri l’accusa di corruzione o di avere accettato tangenti. E si uccidono.

(Il Divo, Paolo Sorrentino, 2008)

suicidi di tangentopoli

Il terremoto di Tangentopoli provocò la catena di suicidi a cui si riferisce il personaggio di Eugenio Scalfari (direttore del quotidiano La Repubblica), che intervista Giulio Andreotti nel film di Paolo Sorrentino.

I 41 suicidi di Tangentopoli

Furono 41 le persone che si tolsero la vita, in carcere, fuori dal carcere, o addirittura prima di essere ufficialmente indagate.

Il primo a suicidarsi, nonostante non fosse ancora indagato, fu F.F, coordinatore di un’Azienda Sanitaria Locale di Milano. Morì soffocato dal monossido di carbonio nella sua auto. Sul sedile accanto c’erano dei ritagli di stampa, in cui si parlava di una sua probabile seconda laurea falsa in Giurisprudenza, oltre a quella vera, in Scienze politiche.

A seguire ci fu il suicidio di R.A, segretario del Partito Socialista di Lodi (una provincia lombarda che confina con la provincia di Milano), che si tolse la vita con un colpo di fucile alla testa; qualche giorno prima di compiere l’estremo gesto, si era presentato spontaneamente al giudice Antonio Di Pietro, e si era dimesso da tutte le cariche che ricopriva.

G.R, messo comunale della Provincia di Novara (in Piemonte), si impiccò in ospedale, dove si trovava per problemi neurologici. Secondo la stampa dell’epoca, aveva accettato una mazzetta per la costruzione di una piattaforma per lo smaltimento dei rifiuti.

Suicidi eccellenti

Piccoli imprenditori e politici locali, ma anche personaggi di spicco e volti noti dell’economia e della politica.

Sergio Moroni, tesoriere del Partito Socialista in Lombardia, eletto alla Camera nel 1987 e riconfermato dalle elezioni politiche del 1992, aveva ricevuto due avvisi di garanzia dalla magistratura: uno riguardava le discariche lombarde e le attività delle Ferrovie Nord, l’altro per i lavori all’ospedale di Lecco.

Poiché Sergio Moroni era un membro del Parlamento, il pool di Mani Pulite chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere con le indagini. Due anni dopo il suicidio, il Tribunale di Milano accertò che l’ex deputato socialista aveva ricevuto “circa 200 milioni in totale nelle sue mani in una cartellina tipo quelle da ufficio, avvolta in un giornale“.

La sentenza fu poi confermata in appello e in Cassazione.

Alla vicenda Enimont (di cui parleremo nel prossimo articolo) si legarono tre suicidi. Quello di Gabriele Cagliari, quello del manager Raul Gardini, e quello dell’ex direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali, Sergio Castellari.

Gabriele Cagliari si tolse la vita dopo quattro mesi di carcere, soffocandosi con un sacchetto di plastica. Aveva più volte dichiarato di essere all’oscuro delle tangenti che gli attribuivano, ma lasciò scritto che si sentiva impotente nei confronti della gogna mediatica a cui era sottoposto.

Dopo tre giorni dalla morte di Gabriele Cagliari, si uccide il manager Raul Gardini, capo di un impero agro-alimentare e indagato per una maxi-tangente da 150 miliardi.

A distanza di qualche mese dalle morti di Cagliari e Gardini, la polizia ritrovò il corpo senza vita di Sergio Castellari, dopo una settimana in cui si erano perse le sue tracce.

Si parlò di suicidio, ma sulla natura della morte ci sono ancora alcuni dubbi.

Tangentopoli: dalla Prima alla Seconda Repubblica

Mani Pulite (noto anche come Tangentopoli) è il nome della grande inchiesta giudiziaria che si è svolta nella prima metà degli anni Novanta e che denunciò un sistema fraudolento e corrotto nel quale erano coinvolte la politica e l’imprenditoria italiana.

Le banconote firmate

Tangentopoli iniziò lunedì 17 febbraio 1992 quando il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, Antonio Di Pietro, arrestò Mario Chiesa, presidente di una nota casa di riposo milanese ed esponente di spicco del Partito Socialista Italiano (PSI).

Mario Chiesa era stato colto in flagranza di reato, mentre incassava una tangente dall’imprenditore Luca Magni, proprietario di una piccola impresa di pulizie. Per continuare a ottenere l’appalto del servizio di pulizie della grande casa di riposo, Luca Magni doveva sborsare molti soldi, grazie ai quali avrebbe mantenuto la commessa e pagare i dipendenti della sua azienda.

L’appalto per le pulizie valeva 140 milioni di lire (l’equivalente di circa 70 mila euro), e per assegnarlo a Luca Magni, Mario Chiesa voleva “un pizzo” del 10%, 14 milioni di lire. Stanco di pagare, Luca Magni si era rivolto alle forze dell’ordine e lo aveva denunciato. L’accordo tra Magni e il magistrato Di Pietro, che aveva firmato le banconote da consegnare a Mario Chiesa, portò all’arresto di quest’ultimo, mentre stava mettendo in un cassetto i soldi appena ricevuti.

In quel cassetto, di banconote ce n’erano molte, frutto di altre tangenti incassate e che Mario Chiesa tentò di buttare nel water del bagno, dove si era rifugiato poco dopo l’irruzione della polizia.

Ma le banconote firmate da Di Pietro non avevano soltanto incastrato Mario Chiesa.

Quel trucchetto aveva dato il via allo scandalo politico, economico e finanziario, che mise fine all’epopea della Milano da bere e innescò un terremoto politico in tutto il Paese, sotto le cui macerie finì, definitivamente, la Prima Repubblica.

Un effetto domino

A ripensarci oggi, a circa trent’anni di distanza, Tangentopoli rappresentò la prima tessera di un domino che fece cadere un sistema che fino ad allora aveva governato indisturbato, e di cui avevano beneficiato tutti: dai politici, grandi e piccoli, agli imprenditori, a chiunque si fosse prestato a questo gioco di corruzione e protezione reciproca.

Le indagini iniziarono a Milano, ma le confessioni di industriali, imprenditori e politici coinvolti fecero propagare l’inchiesta velocemente ad altre città.

In questa espansione esponenziale delle indagini, i leader politici privavano del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati. Questi ultimi, sentendosi traditi, accusavano altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Tutte le persone coinvolte vivevano nel terrore e nella vergogna di essere arrestate. Addirittura sembra che ci fu un politico socialista che confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri, che in realtà si erano presentati a casa sua solo per notificargli una multa. Si racconta anche di persone che avevano iniziato a confessare i propri reati al citofono, alle forze dell’ordine che erano andate ad arrestarle.

Non mancò nemmeno un’ondata di suicidi.

1992, la notte della Prima Repubblica

Fu un anno difficile.

I 12 (all’epoca) paesi dell’Unione Europea stavano per aprire le frontiere, ma oltre agli effetti di Tangentopoli, l’Italia stava per attraversare una profonda crisi politica che culminò con il forte astensionismo alle elezioni politiche nell’aprile di quell’anno.

Le elezioni per il rinnovo di Camera e Senato furono segnate dall’indifferenza della popolazione nei confronti di una classe politica incapace di rinnovarsi nonostante i cambiamenti epocali in corso (primo fra tutti la caduta del Muro di Berlino, avvenuta tre anni prima).

Il colpo di grazia arrivò tra maggio e luglio, quando la mafia (con un sistema politico connivente) uccise i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la moglie di Falcone, e il personale delle scorte dei due magistrati, nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Pochi giorni prima della strage di Via D’Amelio, Antonio Di Pietro aveva saputo di essere anche lui nel mirino degli attentati.

La Seconda Repubblica

Tangentopoli mise sotto inchiesta per centinaia di politici locali e nazionali, tra cui alcune figure politiche di primo piano, come il segretario del Partito Socialista Bettino Craxi.

Antonio Di Pietro si dimette dalla magistratura il 6 dicembre 1994.

Il 26 dicembre 1994, venti giorni dopo, avrebbe dovuto procedere all’interrogatorio a Silvio Berlusconi, che era diventato Presidente del Consiglio l’11 maggio di quello stesso anno e che di Bettino Craxi era stato amico e sostenitore.

Dopo il crollo della Prima Repubblica, caratterizzata dalla partitocrazia, cioè il potere dei partiti e dalla mentalità che Tangentopoli aveva cercato di scardinare, l’ascesa di Silvio Berlusconi segna l’ingresso nella Seconda Repubblica

La Seconda Repubblica italiana è un caso di trasformismo in grande scala: non un partito, non una classe, ma un intero sistema che si converte in ciò che voleva abbattere.

(Perry Anderson, sociologo britannico, su London Review of Books)

I gialli finanziari: il caffè avvelenato di Michele Sindona

Banchiere, faccendiere, e criminale: ascesa e caduta di Michele Sindona, dalla consacrazione a mago della finanza internazionale, fino alla morte in carcere per un caffè avvelenato.

Michele Sindona

Seconda parte. Leggi qui la prima parte

Sul fallimento della Franklin Bank indagò anche l’FBI e il Senato degli Stati Uniti istituì una commissione d’inchiesta che scoprì che nel 1974 Michele Sindona aveva trasferito 2 miliardi di lire alla DC (Democrazia Cristiana) con libretti al portatore.

Sembra che con quelle operazioni siano transitati parecchi milioni di lire attraverso la CIA (l’intelligence statunitense), la stessa Franklin Bank, e il SID (i servizi segreti italiani).

I soldi sarebbero serviti per finanziare la campagna elettorale di 21 politici italiani.

I rapporti di Michele Sindona con la P2

La loggia massonica Propaganda Due (P2) è stata un’associazione segreta nata durante la Guerra Fredda in chiave anti-comunista. Gestita da Licio Gelli, si conoscono i nomi di 972 iscritti. Ha raccolto politici, giornalisti, uomini d’affari, delle Forze Armate, e dei servizi segreti con l’obiettivo di realizzare il “Piano di rinascita nazionale”: un programma di trasformazione autoritaria dello stato.

Il Divo, Paolo Sorrentino, 2008 (titoli di testa)

Al salvataggio della Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona erano interessati sia Licio Gelli, capo dell’organizzazione criminale P2, che il divo Giulio Andreotti, che aveva interessato due parlamentari affiliati alla loggia.

La Banca d’Italia ostacolò fortemente il salvataggio della banca, così Michele Sindona si rivolse al banchiere Roberto Calvi.

I due si erano conosciuti alla fine degli anni Sessanta, quando Sindona aveva aiutato Calvi a costituire delle società off shore.

Inoltre, qualche anno dopo, Sindona aveva presentato Calvi a Gelli e lo aveva introdotto nella P2.

Di fronte al rifiuto di Calvi di aiutarlo a ripianare i debiti della Banca Privata, Sindona una notte si vendicò attaccando per tutta Milano dei manifesti che riportavano le operazioni irregolari del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Il carcere e la morte

Dopo l’arresto in una cabina telefonica di Manhattan nel 1980, seguì la condanna a 25 anni di carcere per frode, spergiuro, appropriazione indebita di fondi bancari.

Mentre si trovava nelle prigioni federali statunitensi, il governo italiano presentò domanda di estradizione perché Sindona potesse presenziare al processo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

Sindona rientrò in Italia, dove ricevette la condanna a 12 anni per frode, per il fallimento della Banca Privata Finanziaria, e l’ergastolo per essere stato il mandante dell’omicidio Ambrosoli.

Qualche giorno dopo la condanna all’ergastolo, Michele Sindona bevve un caffè al cianuro di potassio e morì due giorni dopo.

Sebbene ufficialmente si trattò di suicidio, la sua morte fu probabilmente un tentativo di auto-avvelenamento, al fine di ottenere l’estradizione negli Stati Uniti, dove si sarebbe sentito al sicuro.

Tra le ipotesi c’è anche quella che qualcuno avrebbe voluto toglierlo di mezzo, e lo abbia manipolato fornendogli il veleno per fargli simulare un suicidio, e facendogli credere che una bustina di cianuro gli avrebbe causato un semplice malore.

Qualcuno che aveva paura che Michele Sindona, ormai senza più niente da perdere, avesse potuto svelare i segreti della vita politica italiana, ammanicata con Cosa Nostra, i servizi segreti.

E chissà quanto altro.

I gialli finanziari italiani: Michele Sindona e l’omicidio Ambrosoli

Il faccendiere Michele Sindona è stato il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il commissario di Bankitalia che indagò sul crac delle sue banche.

Oggi vi racconto la prima parte di questa storia.

Michele Sindona, 62 anni, siciliano, avvocato. Anni fa l’Economist (…) lo ha definito il più grande finanziere europeo e il Times, l’italiano di maggior successo dopo Mussolini (…). Nel ’74, al culmine della carriera, controllava 146 società in 11 paesi del mondo. (…) Oggi il suo nome è legato al più gigantesco e losco intreccio del secolo. Ne sono coinvolti politici e banchieri, cardinali e giudici, mafiosi e interi stati, assassini e assassinati.

Rai, Mixer – Faccia a faccia, Giovanni Minoli intervista Michele Sindona, 1983

Michele Sindona

Era il 1983 e Michele Sindona, condannato a 25 anni di prigione dal tribunale di New York per il fallimento della Franklin National Bank, si trovava recluso nel penitenziario di Otisville, a un’ora e mezza da New York.

Imputato con 65 capi d’accusa, quella di Michele Sindona era la più severa condanna che un colletto bianco avesse mai avuto nella storia degli Stati Uniti.

Specialista in esportazione di capitali e paradisi fiscali

Michele Sindona nasce nel 1920 a Patti, in Sicilia, per trasferirsi a Milano appena finita la guerra, nel 1946, dove apre uno studio di consulenza tributaria e legale e collabora con importanti società immobiliari.

Le sue specialità sono la pianificazione fiscale, l’esportazione di capitali, e il funzionamento dei paradisi fiscali e anche una certa spregiudicatezza, grazie a cui mette a segno operazioni di Borsa molto vantaggiose, che sono la base per l’attività di banchiere che svilupperà in seguito.

Negli anni Sessanta introduce a Piazza Affari gli strumenti di Wall Street, come l’OPA (offerta pubblica di acquisto), il conglomerate (quando una grande compagnia è divisa in settori che si occupano di affari completamente differenti tra loro), il private equity, (quando un investitore istituzionale acquista le azioni di una società non quotata su mercati regolamentati).

Diventato amico di esponenti della mafia, nel 1961 Michele Sindona compra la Banca Privata Finanziaria e, attraverso la sua capogruppo (holding) lussemburghese Fasco acquisisce anche altre società.

Nel 1969 conosce il cardinale Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, che fa entrare la banca vaticana IOR (Istituto per le Opere Religiose) nella Banca Privata Finanziaria, mentre Sindona continua a spostare i capitali verso le banche svizzere per speculare su scala internazionale.

Ma il colpaccio che Michele Sindona avrebbe voluto mettere a segno arriva nel 1971, quando si mette alla guida di un’OPA sulla Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali.

L’operazione avrebbe portato alla nascita di un fronte di finanza bianca, legato alla DC (Democrazia Cristiana) di Giulio Andreotti e in contrapposizione alla finanza laica.

Inoltre, se il piano fosse riuscito, si sarebbe aperta la strada per una serie di fusioni, scalate, e controlli attraverso pacchetti di maggioranza, di solide società appartenenti ai più disparati settori dell’economia italiana.

Il crac Sindona

Nel 1972 Michele Sindona entra nella Franklin National Bank, tra i primi venti istituti di credito degli Stati Uniti, e partecipa al capitale di altre banche, tra cui la Finabank di Ginevra e la Continental Illinois di Chicago.

Nell’aprile del 1974 un crollo del mercato azionario si trascina dietro la Banca Privata Italiana e la banca Franklin, insolvente per frode, speculazioni in valuta estera e cattiva gestione dei prestiti.

Già nel 1971 la Banca d’Italia ha iniziato a investigare sulle attività delle banche di Sindona, da cui emergono contabilità in nero.

Molti enti pubblici (tra cui l’INPS) avevano affidato i propri depositi a Sindona, su cui applicava tassi d’interesse, sempre in nero, che fruttavano i soldi per le tangenti con cui corrompere amministratori e uomini politici.

Un giallo nel giallo: l’omicidio Ambrosoli

 A seguito del fallimento della Banca Privata Italiana, nel 1974 la Banca d’Italia nomina un commissario liquidatore, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che esamina la trama intrecciata e articolata delle operazioni che Michele Sindona aveva messo in piedi.

Ambrosoli scopre che dietro il crac c’erano i depositi fiduciari: le banche trasferivano i soldi dei depositi dei clienti presso consociate estere e poi li utilizzavano sottobanco per finanziare le altre società del gruppo Sindona

Ambrosoli inizia a ricevere pressioni e tentativi di corruzione, affinché certifichi la buona fede di Sindona e gli eviti il carcere. Ma lo Stato italiano, per mezzo della Banca d’Italia, non poteva coprire le violazioni con cui Michele Sindona aveva creato quegli ingenti scoperti.

Per questo motivo, Giorgio Ambrosoli, pur cosciente del fatto che sta rischiando la pelle, conferma la responsabilità penale di Michele Sindona.

L’11 luglio del 1979 Giorgio Ambrosoli viene ucciso da quattro colpi di pistola da un malavitoso americano, mandato dallo stesso Sindona.

Giorgio Ambrosoli: un eroe borghese

Per approfondire l’indagine del commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli, è molto consigliata la visione del film Un eroe borghese, di Michele Placido (disponibile su YouTube).

Il film del 1995, attraverso materiale originale dell’epoca, ricostruisce gli antefatti che portarono al barbaro omicidio.

Il ruolo di Ambrosoli è affidato a Fabrizio Bentivoglio, che restituisce perfettamente la figura di uomo di Stato e a cui lo Stato aveva affidato un incarico prestigioso e altrettanto oneroso, per poi ritrovarselo contro.

La tematica dell’uomo rappresentante della legge è incarnata anche dall’integerrimo maresciallo della Guardia di Finanza (interpretato da Michele Placido) che affianca Ambrosoli nelle indagini.

Abbandonati dagli amici e dalle loro autorità di riferimento, i due uomini si muovono in una Milano oscura, nel pieno degli anni di piombo, fatta di ricatti e tentativi di corruzione.

Ma con un’unica e sola certezza: quella di stare dalla parte giusta.

(Continua domenica prossima)

Il sistema tributario italiano

Ricapitoliamo in questo articolo il contenuti degli ultimi tre podcast con le caratteristiche principali del sistema tributario italiano.

Secondo l’articolo 53 della Costituzione Italiana, 

tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività

Progressivo vuol dire che l’imposta da pagare deve aumentare in misura più che proporzionale rispetto al reddito e alla ricchezza del contribuente.

Questo fondamentale principio di giustizia tributaria è collegato al principio di uguaglianza contenuto nell’art.3 della Costituzione, che sostiene che 

è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le imposte e le tasse rappresentano lo strumento più importante proprio per la rimozione di quegli ostacoli di cui parla l’articolo 3.

Imposte dirette e indirette

Nell’ambito del sistema tributario italiano la classificazione più rilevante è quella tra imposte dirette e imposte indirette: le prime colpiscono il reddito e il patrimonio, mentre le seconde agiscono sul consumo e sul trasferimento dei beni.

Le imposte dirette sul reddito

L’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) è tra le imposte dirette più conosciute e si ispira proprio a quel principio di progressività citato nell’articolo 53, a differenza delle altre imposte, che sono proporzionali.

L’IRPEF agisce sul reddito del contribuente, cioè sulla sua produzione annuale di ricchezza.

La percentuale che si applica sui redditi, si chiama aliquota e si determina in base all’imponibile.

L’imponibile è la somma dei redditi, derivanti da lavoro (come lo stipendio), da rendite finanziarie (dividendi e cedole sugli investimenti), o da rendite immobiliari (per esempio se ho una casa e la do in affitto).

Nell’IRPEF, la progressività, cioè la determinazione dell’aliquota da applicare sull’imponibile, avviene per classi (o scaglioni). 

Questo vuol dire che l’aliquota varia da una classe di reddito all’altra (a titolo di esempio, fino a un reddito imponibile di 15.000€ l’aliquota IRPEF è del 23%, mentre dai 15.000-e-1 € fino a 28.000€ l’aliquota passa al 27%).

L’IRPEF è un’imposta personale perché tiene conto della situazione familiare del contribuente. Se ha dei figli a carico, avrà diritto a maggiori detrazioni, cioè all’abbattimento dell’imponibile, prima del calcolo dell’imposta.

Inoltre, una volta calcolato l’ammontare da pagare, si possono detrarre una percentuale di somme pagate durante l’anno a titolo di spese mediche, oppure interessi passivi sul mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, o anche le spese universitarie, o l’abbonamento annuale al trasporto pubblico.

Le imposte dirette sul patrimonio

La sola applicazione dell’imposta sul reddito non garantisce però l’equità di trattamento tra i contribuenti.

Se Anna guadagna 100 e Marco guadagna 100 pagano le tasse in base al loro scaglione di reddito, ma se Anna non possiede case e Marco ne possiede cinque, allora lui dovrà pagare un’imposta diretta anche sul patrimonio.  

Un esempio è l’IMU, l’imposta municipale da pagare al Comune dove si trovano gli immobili di proprietà. Naturalmente, sull’abitazione principale (o prima casa), cioè quella dove una persona vive, ci sono delle agevolazioni. 

Se l’IRPEF è un’imposta personale, l’IMU è un’imposta reale, che considera soltanto i beni del contribuente, senza tenere conto, per esempio, che questo possa avere un reddito basso e nonostante ciò, essere proprietario di tre case.

Le imposte dirette: l’IVA

Le imposte indirette colpiscono la ricchezza nel momento in cui si spende per acquistare un bene o un servizio.

L’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) che si paga su ciò che si compra ne è un esempio.

Ma i consumi non sono tutti sullo stesso piano, e per questo quelli primari hanno una tassazione ridotta, il 4%, rispetto all’aliquota principale che attualmente è del 22%.

Fino al 1992, in Italia era in vigore anche l’IVA sui beni di lusso, un’aliquota del 38% che si applicava  sugli acquisti di beni come pellicce, tappeti, auto e moto di grossa cilindrata, grandi imbarcazioni, e vini spumanti DOC.

Con l’entrata dell’Italia nel mercato unico europeo, la percentuale del 38% fu accorpata all’aliquota ordinaria, che all’epoca era del 19%.

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