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I gialli finanziari italiani: Roberto Calvi

Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, nota banca italiana vicina agli ambienti finanziari del Vaticano, fu trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno 1982.

Roberto Calvi

Suicidio o omicidio? La sua morte è rimasta avvolta nel mistero per molti anni, e intrecciata a quella di un altro banchiere che fece più o meno la sua stessa fine, il faccendiere Michele Sindona, avvelenato nel carcere di Voghera il 22 marzo 1986.

Se avete visto Il Divo di Paolo Sorrentino, i due omicidi sono proprio nelle scene inziali.

Questa è la storia di un banchiere. Ma anche di soldi. Di tantissimi soldi. Ma è anche la storia di faccendieri, monsignori, dittatori, mafiosi, assassini, e politici.

(Blu Notte, Misteri Italiani, di Carlo Lucarelli).

Ascesa del ragionier Roberto Calvi

Nato a Milano nel 1920, Roberto Calvi entrò come impiegato presso il Banco Ambrosiano, la banca dei preti (come la chiamano a Milano) nel 1947, dopo essere ritornato dalla guerra.

Negli anni ’70 si alleò con Michele Sindona, banchiere siciliano, che lo introdusse alla Borsa, alle speculazioni finanziarie e alle società con sede nei paradisi fiscali.

Con l’appoggio del Vaticano trasformò l’onesto e prudente Banco Ambrosiano in una banca d’affari, e acquisì altre banche e società di assicurazioni, fino a entrare nel giro della politica e della massoneria.

La carriera di Roberto Calvi fu velocissima.

Nel settore estero della banca si fece una notevole esperienza sui paradisi fiscali e nel 1960 diventò responsabile per le operazioni di carattere finanziario, entrando così anche nei Consigli di Amministrazione di molte società controllate.

Dopo la nomina a direttore generale nel 1971 e a vicepresidente nel 1974, nel 1975 divenne presidente del Banco, avviando una serie di speculazioni finanziarie internazionale.

Di faccendieri, monsignori, dittatori, mafiosi, assassini, e politici

Strinse una collaborazione con l’Istituto per le Opere Religiose (IOR), la banca vaticana.

Fondamentali furono le amicizie con membri della mafia e della politica, sia italiana che latino-americana.

E non ultimi quelli con la loggia massonica Propaganda 2 (P2), in cui venne introdotto tramite il banchiere e faccendiere Michele Sindona.

L’ingresso nel Consiglio di Amministrazione dell’Università Bocconi segnò la consacrazione di Roberto Calvi a membro del salotto buono della finanza italiana, mentre non si arrestava la sua ascesa di finanziere aggressivo.

Costruì una fitta rete di società fantasma in paradisi fiscali. Acquistò una banca in Svizzera. Fondò una finanziaria in Lussemburgo.

Con l’arcivescovo Paul Marcinkus, detto il Gorilla, perché addetto alla sicurezza di Papa Paolo IV, fondò la Cisalpine Overseas alle Bahamas.

La banca fu successivamente messa sotto inchiesta per riciclaggio di soldi provenienti dal narcotraffico.

Su richiesta dello stesso Vaticano, finanziò paesi e associazioni politiche e religiose soprattutto nell’Europa Orientale, che all’epoca era sotto il regime filo-sovietico.

Caduta

Nel 1978 un’ispezione della Banca d’Italia nel Banco Ambrosiano riscontrò molte irregolarità.

A rimetterci furono il giudice che aveva segnalato tali irregolarità, ucciso nel 1979 da un commando di terroristi, e il Governatore e il Vice Direttore della Banca d’Italia, che avevano voluto l’ispezione, e che subirono l’accusa di irregolarità, e per questo arrestati, e poi prosciolti nel 1983 per infondatezza delle accuse.

Dopo la scoperta della loggia massonica P2 e il suo scioglimento, in quanto organizzazione criminale ed eversiva, Roberto Calvi perse una preziosa protezione.

A corto di liquidità, e già invischiato in un affare di tangenti pagate al leader del Partito Socialista Bettino Craxi in cambio di finanziamenti da grosse società, Roberto Calvi si legò a Flavio Carboni, a sua volta legato alla mafia di Pippo Calò e alla sanguinaria organizzazione malavitosa romana della Banda della Magliana, con cui condusse operazioni di riciclaggio di denaro sporco.

Estromesso dal Banco Ambrosiano per via dell’arresto per reati valutari, e abbandonato anche dallo IOR, preoccupato dei fatti criminosi che stavano emergendo, Roberto Calvi decise di fuggire all’estero in gran segreto.

Un giorno prima del ritrovamento del cadavere di Calvi a Londra, la sua segretaria a Milano si era suicidata lanciandosi dalla finestra del suo ufficio, al quarto piano.

Sulla morte di Calvi, che inizialmente la magistratura britannica archiviò come suicidio, fu fatta chiarezza soltanto nel 1996.

Una persona vicina al mandante dell’omicidio dichiarò che ad ucciderlo era stata una persona appartenente a un clan camorrista che aveva affidato a Calvi dei soldi che poi il finanziere milanese aveva perso.

La punta delle scarpe

Nonostante la sua morte violenta e il lungo processo per arrivare alla verità non lascino indifferenti dal punto di vista umano, i suoi legami con la malavita e il suo operato non cristallino ne fanno una figura ambigua e opaca.

La grande finanza milanese, non l’aveva mai accettato completamente, poiché lo considerava solamente un miscuglio di ambiguità e reticenza che pensava solamente al lavoro e non si divertiva mai. Illuminante, a tal proposito, è la citazione di Gianni Agnelli, allora Presidente di Confindustria, su Calvicome si fa a vivere guardandosi la punta delle scarpe? 

(Blu Notte, Misteri Italiani di Carlo Lucarelli)

Per approfondire la storia di Roberto Calvi, è disponibile su Youtube il film I banchieri di Dio – Il Caso Calvi (2002) di Giuseppe Ferrara.

Carlo Azeglio Ciampi, un economista al Quirinale

Uomo dai valori risorgimentali e anti-fascisti, con i piedi ben piantati nella Costituzione e lo sguardo verso il futuro, Carlo Azeglio Ciampi è stato una delle figure più autorevoli in Italia e in Europa.

Carlo Azeglio Ciampi “Una vita nelle Istituzioni” (Rai TG1/MEF Ministero Economia e Finanza)

La sobrietà

Eletto decimo Presidente della Repubblica Italiana il 13 maggio 1999, a 79 anni, il suo settennato al Quirinale è stato caratterizzato da orgoglio nazionale, forte sentimento europeista, e sobrietà.

Una sobrietà che Carlo Azeglio Ciampi aveva rintracciato proprio nell’idea di Europa comune già dagli anni Settanta, convinto che il rigore richiesto da Bruxelles avesse potuto aiutare l’Italia a portare avanti uno sviluppo economico e sociale.

Dalla filologia alla Banca D’Italia

L’incarico da Presidente della Repubblica è arrivato alla fine di una carriera ricca e inarrestabile, iniziata nel 1946 a 26 anni in Banca D’Italia, fresco di matrimonio con la coetanea Franca Pilla (che da first lady diventerà per tutti gli italiani, affettuosamente, donna Franca) e con due lauree all’attivo, la prima in Lettere (con una tesi in Filologia classica), la seconda in Giurisprudenza.

Partito con la qualifica da impiegato al Servizio Studi della banca centrale italiana, nel 1979 ne diventò Governatore, carica che ricoprì fino al 1993.

Per Carlo Azeglio Ciampi il suo ruolo fu quello di preservare l’integrità della Banca D’Italia e soprattutto la sua capacità operativa, come strumento efficiente al servizio del Paese e non come “corpo monocratico borioso e disdegnoso“.

Gli anni di Via Nazionale: tra violenti omicidi e lotta all’inflazione

Negli anni di Carlo Azeglio Ciampi a Via Nazionale si susseguono gravissimi fatti di cronaca legati agli scandali finanziari dell’epoca.

Primo fra tutti, nel luglio del 1979, l’uccisione a sangue freddo di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore a seguito del crac della Banca Privata Italiana del banchiere Michele Sindona, mandante dell’omicidio Ambrosoli, e che morirà in carcere nel 1986, dopo aver bevuto un caffè al cianuro.

In mezzo, anche la morte del banchiere Roberto Calvi, trovato appeso sotto il ponte dei Frati Neri (Black Friars bridge) a Londra, nel giugno del 1982.

Seppur gravi, questi fatti non distolsero Carlo Azeglio Ciampi dall’affrontare questioni urgenti come, tra gli altri, l’inflazione oltre il 20%, il venerdì nero della lira del 1985, quando un enorme acquisto di dollari dell’Eni fece schizzare il cambio lira/dollaro; e ancora, la battaglia (persa) contro e la svalutazione della moneta italiana, che, nel settembre del 1992, pagò lo scotto di essere una valuta debole, e per questo bersaglio di sanguinose speculazioni finanziarie.

Un tecnico autorevole a Palazzo Chigi

Nel 1993 la Prima Repubblica stava cadendo, pezzo dopo pezzo, sotto i colpi dell’inchiesta giudiziaria di Tangentopoli.

C’era bisogno di un governo d’emergenza guidato da un tecnico autorevole che portasse il Paese alle elezioni del 1994 (che segnarono l’avvento di Silvio Berlusconi in politica).

Carlo Azeglio Ciampi lavorò per un anno sul pareggio di bilancio, sulla difesa dei redditi dall’inflazione, sulla nuova spinta verso l’Europa, dopo il trattato di Maastricht del febbraio 1992, e riuscì a restituire all’Italia fiducia e credibilità.

L’Euro in testa

Chiamato dai governi di centro-sinistra di Romano Prodi e Massimo D’Alema a ricoprire il ruolo di Ministro del Tesoro, dal 1996 al 1999 Carlo Azeglio Ciampi preparò il Paese negli anni che precedettero l’entrata in vigore della moneta unica, allo scoccare del 2002, evento a cui assistette da Presidente della Repubblica.

Con l’euro in testa dagli anni di Banca D’Italia, sia perché era un’idea che non aveva mai abbandonato, nonostante i gravosi incarichi istituzionali, e anche perché era stata sempre in cima alla lista dei suoi progetti.

Da Ministro del Tesoro, nel 1998, scelse l’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci come effige per la moneta da 1€ in circolazione in Italia.

L’opera di Leonardo rappresenta il Rinascimento, un periodo storico focalizzato sull’Uomo: una scelta quella di Ciampi segnata dalla convinzione di una “moneta al servizio dell’Uomo” invece dell’Uomo al servizio del denaro.

Esattamente come è stato Carlo Azeglio Ciampi, un uomo al servizio delle istituzioni che ha rappresentato nel corso della sua vita.

Il posto fisso (seconda parte)

Leggi qui la prima parte

Risale a un anno e mezzo a fa un articolo de Il Sole 24 Ore intitolato Il crepuscolo del posto in banca, compromesso ben pagato in cui si partiva dagli esuberi di Unicredit, uno degli istituti bancari più importanti in Italia, per analizzare quanto l’ambito posto in banca sia cambiato nel corso degli anni.

Negli anni del boom economico e poi più avanti, fino al crollo di Lehman Brothers, era il compromesso definitivo che ti salvava la vita, il piano B che ai piani alti fruttava stipendi da serie A, un «tanti saluti» indirizzato alla precarietà. Negli ultimi 11 anni la percezione sul ruolo del bancario è radicalmente cambiata, non è più quel porto sicuro che, se metti da parte qualcosina ogni mese, alla lunga ti porta pure alla casa al mare.

Un porto sicuro

In particolare, il quotidiano si soffermava sul concetto di porto sicuro che il posto in banca aveva da sempre rappresentato, al punto tale che in passato c’era chi addirittura aveva rinunciato alla passione artistica dei suoi sogni, per ripararsi dietro una sportello o una scrivania.

Il baretto su una spiaggia tropicale

Mi ricordo che il sogno del bancario medio era quello di svegliarsi una mattina, perdere la testa, andare all’ufficio del personale, dare le dimissioni, incassare la liquidazione, e partire per un’assolata spiaggia tropicale dove aprire un baretto e fare festa h24.

Ouidah, Benin (foto di Anna Quaranta)

Non è proprio così che funziona.

Qualcuno sicuramente l’ha fatto e chissà, magari gli è andata bene.

Ma c’è anche chi ha realizzato il proprio sogno e con molto successo, pur giocando in casa, per poi realizzare una carriera riconosciuta a livello internazionale.

L’impiegato

Maurizio Sarri, napoletano classe 1959, ha coltivato sin da giovanissimo la sua grande passione per il calcio, lavorando contemporaneamente in Banca Toscana, per poi rassegnare le dimissioni e passare solo e soltanto al calcio una volta per tutte.

Da sempre allenatore nei campionati dilettanti, nell’Eccellenza, e poi nella serie D, Maurizio Sarri entra tardi nel calcio della massima serie, ma non ci mette molto a far parlare di sé.

Nel campionato di Serie B 2013-2014 Maurizio Sarri porta l’Empoli in Serie A e resta sulla panchina della squadra toscana fino al 2015, quando va ad allenare il Napoli dove resta per tre stagioni.

La squadra arriverà due volte al secondo posto e una al terzo, qualificandosi sempre per la Champions League.

I capisaldi del suo gioco, fondato su velocità e offensiva, si riassumono nel sarrismo, un neologismo entrato nella lingua italiana nel 2018.

Dopo il Napoli, Maurizio Sarri è sulla panchina del Chelsea, dove si aggiudica la UEFA Europa League, per poi tornare in Italia a guidare la Juventus nella stagione 2019-2020.

Il vice-direttore

Gli ex bancari che si dedicano finalmente al mestiere dei propri sogni si portano dentro una foga tutta speciale. Siamo mediani, più che fantasisti.

La metafora è calcistica ma la citazione è di un altro ex bancario eccellente, ora scrittore affermato.

Si tratta di Maurizio De Giovanni, lo scrittore, padre del Commissario Ricciardi e anche autore, tra gli altri, del poliziesco I bastardi di Pizzofalcone.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno aveva portato avanti la sua passione mentre lavorava al Banco di Napoli, con il ruolo di vice-direttore di filiale.

Sempre nell’articolo del 24 Ore, Maurizio De Giovanni conclude che in banca non ci sono più le garanzie di una volta, “quel mondo lì è finito per sempre“, esortando chi ha una passione artistica a provare a seguire un percorso di studi affinché questa diventi una professione.

Perché se uno sa quello che vuole, non è mai troppo tardi (parola di ex bancaria).

Il posto fisso (prima parte)

Martedì 17 marzo di sei anni fa, verso le dieci del mattino, uscii dalla filiale della banca dove lavoravo, nel quartiere romano dell’E.U.R., per andare alla posta a spedire una lettera raccomandata contenente le mie dimissioni dal posto fisso.

Tra paternali e mani tremanti

In realtà ero andata all’ufficio Risorse Umane il giorno prima per rassegnarle di persona, ma il responsabile aveva pensato bene di trattenermi dal farlo con una ridicola paternale, infarcita di assurdità e luoghi comuni.

La decisione per me era già stata presa. Non vi nego che quando arrivò il mio turno allo sportello spedizioni del grande ufficio postale di Viale Beethoven le mani un po’ mi tremavano. Quando vidi l’impiegato prendere la mia busta, pesarla, apporvi i timbri, e infilarla nel sacco della posta in partenza, mi dissi: “adesso non puoi più tornare indietro”.

Punto e a capo.

In Italia lasciare un posto fisso in banca a 41 anni scatena le reazioni più disparate nelle persone a cui lo racconti.

Ricordo più di qualcuno farsi delle grasse risate (chiedendomi scusa subito dopo). Chissà se in quella risata, in fondo, nascondevano un po’ di invidia?

In questi sei anni, ricchi di esperienze professionali che mai avevo pensato di poter fare (non ultimo questo blog), ho lavorato con persone provenienti da diverse parti del mondo, e ne ho conosciute alcune che avevano fatto la mia stessa scelta, o che comunque non trovavano strano che a un certo punto della vita una persona potesse decidere di mettere un punto e ricominciare da capo in un altro settore.

Anzi.

In Italia, almeno fino a sei anni fa, lasciare un posto fisso era considerato da pazzi irresponsabili, da sognatori incapaci di accettare le responsabilità e di fare i conti con il fatto che tutti i posti di lavoro sono uguali e sei tu che ti devi adattare.

Incapace di accettare responsabilità. Io?

Ero entrata in banca per concorso (e senza raccomandazione) quando avevo 19 anni, di botto mi ero ritrovata in un mondo di adulti viziati e autoreferenziali, e pochi anni dopo mi ero messa un mutuo sulle spalle.

Quelli che mi davano dell’irresponsabile, li lasciavo parlare, tronfi di boria e di certezze, e della loro idea di senso di responsabilità.

Ma nun starai mica a fà nà cazzata?

La più grande responsabilità ce l’abbiamo nei confronti di noi stessi, ed è quella di fare ciò che ci fa esprimere al meglio le nostre inclinazioni e aspirazioni e che ci rende soddisfatti anche dopo una giornata pesante.

Per arrivare a fare il lavoro che meglio ci rappresenta la strada è lunga, tortuosa, sicuramente non facile.

Un milione di volte pensi se davvero tu non stia facendo una cazzata.

Perché quattordici mensilità, ferie e malattie retribuite, scatti di anzianità, fondo pensione, convenzioni mediche private, congedi parentali, Legge 104, permessi studio, agevolazioni creditizie su fidi, prestiti, mutui, agevolazioni tariffarie su assicurazione auto, buoni pasto, eccetera… non sono proprio una cazzata.

Eppure, ho scovato un po’ di personaggi famosi che hanno timbrato il cartellino in banca per molti anni prima di fare il lavoro che fanno oggi.

Leggi qui la seconda parte

Parità di genere: la Società Italiana degli Economisti cambia nome

Nata nel 1950 con l’intento di promuovere la ricerca economica, la Società Italiana degli Economisti (SIE), dopo 70 anni, ha cambiato nome. 

Società Italiana degli Economisti

Società Italiana di Economia

Da anni, al suo interno, la Commissione di Genere della SIE lavora per raccogliere, elaborare, divulgare dati e informazioni riguardanti la parità di genere sia nelle Università italiane che tra gli economisti e le economiste, oltre che fornire informazioni utili alle stesse economiste all’inizio della carriera accademica.

Dopo anni di coinvolgimento nel dibattito sulla parità di genere, i membri della Società Italiana degli Economisti hanno deciso per un cambio dello storico nome, che dopo un iter burocratico di qualche mese è diventato Società Italiana di Economia.

E questo perché, ovviamente, a differenza degli anni in cui la SIE era stata fondata, l’economia oggi non è più appannaggio maschile.

Il dibattito linguistico in Italia

La notizia, che è dello scorso 22 dicembre, ha alimentato il dibattito linguistico e sociolinguistico sulla parità di genere della nostra lingua.

La lingua italiana adotta il maschile sovraesteso, cioè il genere maschile per indicare gruppi composti da uomini e donne.

In un’epoca in cui è in atto un cambiamento che le lingue stanno ormai registrando da tempo, il fatto che, in Italia, la maggioranza dei votanti dell’ex Società Italiana degli Economisti abbia considerato proprio la parola ‘Economisti’ anacronistica, è un bel passo in avanti.

Non sono pochi gli italiani e le italiane che si ostinano a non volere vedere questa necessità che ha la lingua di modificarsi per raccontare una realtà che di fatto sta cambiando.

Prendete il femminile di mestieri che prima si esprimevano solo al maschile.

A storcere il naso davanti a ministra, rettrice, sindaca, purtroppo, sono anche le donne, che si aggiungono alla folta schiera di coloro che, in nome della purezza dell’italiano, sostengono che queste sono solo battaglie da femministe.

La società cambia

La società cambia e la lingua ne registra anche le variazioni più impercettibili. Anzi, le anticipa, fornendoci così uno strumento sempre più capace di raccontare la realtà che ci circonda.

Oltre ai numeri, il settore dell’Economia si occupa di cultura e divulgazione.

E in questo senso il cambio di nome della SIE è un doppio riconoscimento: quello della presenza delle economiste, e quello di un linguaggio al passo con i tempi, attraverso il quale rappresentare la società oggetto di studio.

(E le custodi del patriarcato dovranno farsene una ragione)

Leggi qui gli altri articoli

La nascita delle banche

Riprendiamo i testi degli ultimi tre podcast sulla nascita delle banche per lavorare su come si fa un riassunto.

Per ascoltare i podcast: Prima parte Seconda parte Terza parte

La nascita delle banche

La nascita delle moderne banche è una storia tutta italiana e risale all’epoca rinascimentale, durante gli scambi commerciali che partivano dalle Fiandre e dal nord Italia, le due regioni più sviluppate d’Europa.

La moneta di scambio delle merci era l’oro, che, oltre a servire nei pagamenti, era anche oggetto di lavorazioni artigianali da parte degli orafi.

Per conservare l’oro, questi usavano delle casseforti molto robuste.

Fu così che iniziarono a offrire un servizio di custodia ai mercanti che non volevano rischiare la pelle, andando in giro con tutto quell’oro che gli sarebbe servito per il commercio.

La nota di banco

In Toscana o a Genova, non si sa precisamente dove, nacque la prima funzione della banca moderna: il mercante depositava l’oro e  otteneva in cambio una ricevuta.

La ricevuta sarebbe servita non tanto per riottenere indietro il denaro dall’orafo che lo aveva in custodia, ma per riscuotere una quantità di oro uguale a quella scritta sulla ricevuta, magari da un orafo di un’altra città e dietro il pagamento di una commissione.

La ricevuta si chiamava nota di banco, perché veniva firmata dall’orafo sul suo banco di lavoro; è facile intuire come questo titolo di credito a tutti gli effetti, sia l’antenato del moderno assegno. 

Moderno, si fa per dire.

Un titolo di credito per essere affidabile deve essere coperto. 

E la nota di credito aveva la copertura dell’oro che si trovava nei forzieri dell’orafo.

I prestiti e la creazione di moneta in circolazione

Fu per questo motivo che a un orafo, di cui non conosciamo l’identità, venne in mente di usare l’oro che aveva in cassaforte, e che era suo, per prestarlo a chi temporaneamente non ne aveva.

Questo aggiunse due funzioni classiche delle banche: l’erogazione di prestiti e la creazione di moneta in circolazione.

Quando prestavano l’oro, di fatto gli orafi potevano emettere una nota di banco a favore del loro debitore, creando così nuova moneta da spendere.

Naturalmente il valore dei crediti che gli orafi vantavano nei confronti di coloro a cui avevano concesso un prestito, e il valore dei debiti verso i mercanti che avevano depositato l’oro in custodia, doveva essere pari. Questo per garantire solidità e stabilità.

Il rischio a cui questi proto-banchieri si esponevano era quello di liquidità. 

Che cosa avrebbero fatto se, nella stessa giornata, tutti i possessori di note di banco, esigibili a vista, si fossero presentati per riscuotere l’oro che avevano dato in prestito, a medio o lungo termine?

Era un rischio razionale e calcolato, a cui gli orafi riuscivano comunque a far fronte.

Pensate a cosa succederebbe a una banca, se tutti i possessori delle sue obbligazioni volessero indietro  il capitale investito, e, allo stesso tempo, tutti i titolari di mutuo non pagassero regolarmente le rate…. anzi no! Non ci pensate!

La nascita delle banche: una storia tutta italiana

Abbiamo detto che la nascita delle moderne banche è una storia tutta italiana. 

E ovviamente anche la parola stessa banca nasce in Italia per poi diffondersi in altre lingue.

Il francese banque, il castigliano banco, il catalano banc, l’inglese bank, il tedesco Bank, il turco banka, il somalo banki, lo swahili benki, il Tamil vanki.

L’origine risale intorno al 1280 e proviene dalla parola germanica banki, che indicava un sedile lungo e stretto, quella che oggi chiamiamo panca.

Su questi banchi delle botteghe degli orafi avvenivano le transazioni di scambio, perfezionate con la nota di banco

Fino a una ventina di anni fa, alcuni istituti di credito italiani hanno mantenuto il termine “banco” nella loro ragione sociale: il Banco di Santo Spirito, il Banco di Roma, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, tutti poi confluiti in istituti di credito più grandi.

Lombard Street

E ancora un’altra curiosità etimologica.. 

Lombard: nel Medioevo questa parola indicava gli abitanti della Francia meridionale, quelli dell’Italia Settentrionale e della Toscana, famosi proprio per l’attività di piccoli prestiti a tassi molto elevati. 

Da Lombard, i nomi delle famose Lombard Street nella City, il quartiere finanziario di Londra, e la Rue des Lombards, un’animata via parigina nel quartiere di Les Halles.

 Del resto, come si dice? Il denaro fa girare il mondo.

I mercati all’insegna del Toro: le parole della Borsa al rialzo

Dopo aver visto l’origine delle espressioni Toro e Orso e aver lavorato sul lessico della Borsa al ribasso, vediamo oggi le parole e le frasi che servono per descrivere il mercato di Borsa al rialzo.

Borsa al rialzo

Un toccasana per migliorare il vocabolario

Il sito ufficiale di Borsa Italiana pubblica ogni giorno un resoconto della giornata di Piazza Affari e delle principali piazze europee.

Si tratta di un ottimo esercizio di lettura, per prendere confidenza con questa tipologia testuale e acquisire nuovo lessico.

Molte di queste espressioni sono ricorrenti, per cui una lettura frequente può essere un toccasana per il vostro vocabolario.

Giornata di Borsa al rialzo

In apertura di un testo sulla Borsa in rialzo troviamo espressioni come “Borse europee in rally” oppure “Piazza Affari in pole position”, che strizzano chiaramente l’occhio al mondo dinamico delle gare automobilistiche.

Leggera crescita dell’Euro / Dollaro USA, che sale a quota 1,188. Prevale la cautela sull’oro, che continua la seduta con un leggero calo dello 0,57%. Il Petrolio (Light Sweet Crude Oil) continua gli scambi, con un aumento dell’1,00%, a 43,49 dollari per barile.

Il riassunto della seduta dello scorso 24 novembre si apre con i numeri riguardanti il rapporto tra l’Euro e il Dollaro USA, gli scambi sull’oro, e quelli sul petrolio.

Lo spread Btp-Bund

Segue il dato sullo Spread, cioè la differenza tra il rendimento del titolo di stato italiano a dieci anni (BTP) e l’omologo Bund tedesco, immancabile in tutti i bollettini di Borsa europei.

Lo Spread fa un piccolo passo verso il basso, con un calo dell’1,37% a quota +115 punti base, mentre il rendimento del BTP a 10 anni si attesta allo 0,58%.

Le piazze europee

Poi una carrellata di risultati di fine giornata per le altre città europee, tutte positive:

Tra i listini europei bilancio decisamente positivo per Francoforte, che vanta un progresso dello 0,76%, bilancio positivo per Londra, che vanta un progresso dello 0,67%, e buona performance per Parigi, che cresce dello 0,99%.

Piazza Affari: i migliori e i peggiori

Dopodiché è Milano a prendere la scena, con un dettaglio sia sugli indici che sui singoli titoli.

A Piazza Affari, il FTSE MIB continua la giornata con un aumento dell’1,42%, a 22.011 punti; sulla stessa linea, il FTSE Italia All-Share” che chiude a +1,42%.

I titoli azionari di aziende che si occupano di materie prime, viaggi e intrattenimento, petrolio sono quelli che hanno realizzato le prestazioni migliori.

I settori sanitario e alimentare, invece, hanno subito delle prese di beneficio.

“In luce sul listino milanese i comparti materie prime (+3,78%), viaggi e intrattenimento (+2,61%) e petrolio (+2,13%). I settori sanitario (-0,78%) e alimentare (-0,52%) sono tra i più venduti.

Una narrazione accattivante

Se per lavoro dovete fare delle presentazioni spiegando grafici e tabelle, e cercate una varietà lessicale che non vi faccia ripetere sempre lo stesso verbo, tra le frasi che seguono c’è davvero l’imbarazzo della scelta:

Tra le migliori azioni italiane a grande capitalizzazione, decolla Leonardo, con un importante progresso del 4,20%. In evidenza Saipem, che mostra un forte incremento del 3,85%. Svetta Tenaris che segna un importante progresso del 3,82%. Vola Atlantia, con una marcata risalita del 3,71%. Sotto pressione Amplifon, con un forte ribasso dell’1,02%. Tentenna Campari, con un modesto ribasso dello 0,71%.

Decollare, volare, svettare, e anche essere sotto pressione, tentennare.

Il ricorso al linguaggio figurato di verbi che normalmente si usano in altri contesti, non solo arricchisce la narrazione ma la rende accattivante e piena di ritmo.

Storia del cazzotto che diventò un bacio

Dopo aver ripercorso la storia societaria della Perugina (leggi l’articolo di domenica scorsa), vediamo oggi come nasce lo storico prodotto della casa di Perugia, il Bacio.

Che all’inizio era un cazzotto.

Riassunto delle puntate precedenti

Luisa Spagnoli fondò nel 1907 la società Perugina insieme al marito Annibale Spagnoli e ad altri soci, tra cui, in posizione marginale, l’imprenditore Francesco Buitoni.

Due anni dopo la società era sull’orlo del fallimento e per questo venne affidata al giovane Giovanni Buitoni, figlio diciottenne di Francesco, che riuscì a rimetterla in sesto grazie a una politica commerciale che aveva permesso alla Perugina di superare il periodo bellico.

L’espansione della Perugina non si arrestò dopo la fine della Prima guerra mondiale, ma nel 1923 Annibale Spagnoli si ritirò dall’azienda a causa di attriti interni.

La lungimiranza di Luisa Spagnoli

Sembra risalire al 1923 l’inizio della storia d’amore tra Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni. Le persone a loro vicine parlano di un legame profondo e riservato.

Luisa Spagnoli, lungimirante e attenta alla vita dei dipendenti dell’azienda, inizia in quegli anni ad impegnarsi per la costruzione di strutture sociali proprio a loro favore, come, per esempio, l’asilo nido nello stabilimento di produzione di Fontivegge.

Non è un caso che da una personalità così generosa e brillante nasca l’idea di un cioccolatino che ha fatto epoca.

Il cazzotto

Si dice infatti che il Bacio sia nato dall’idea di Luisa Spagnoli di impastare, con altro cioccolato i frammenti di nocciola che venivano gettati durante la lavorazione dei dolciumi.

Quel curioso cioccolatino aveva una forma irregolare che ricordava la sagoma di un pugno chiuso, dove la nocciola intera rappresentava la nocca più sporgente.

In poche parole, un cazzotto.

“Scusi, mi dà un cazzotto?”

Amministratore delegato della Perugina e Presidente della Buitoni, Giovanni Buitoni curava molto l’aspetto commerciale e delle vendite.

Aveva immaginato un cliente entrare in un negozio e dire “Scusi, mi dà un cazzotto?”

Per questo, non convinto del nome che la sua Luisa aveva dato al nuovo cioccolatino, lo ribattezzò con il nome che tutti oggi conosciamo.

I primi cartigli apparvero negli anni Trenta, ma non avevano tutta quell‘aura romantica che invece hanno oggi.

Una leggenda narra che Luisa Spagnoli scrivesse brevi messaggi d’amore a Giovanni Buitoni, avvolgendoli attorno ai cioccolatini che gli mandava perché li controllasse.

Nonostante la loro storia non fosse ufficiale, il direttore artistico della Perugina Federico Seneca prese spunto proprio da questo gesto per dare all’involucro con la frase d’amore un’attrattiva commerciale.

Le campagne pubblicitarie

Sul canale youtube del Bacio Perugina si possono vedere le campagne pubblicitarie ideate per promuovere sia il Bacio tradizionale che le sue varianti.

Nonostante i colori accattivanti dell’involucro, e gli accostamenti dei nuovi gusti ricercati e raffinati delle nuove versioni che si sono affacciate sul mercato, il Bacio tradizionale resta insostituibile.

La sua carta argentata con le stelle blu e quel sapore inconfondibile che si scioglie in bocca ce lo ricordiamo sin dalla nostra infanzia, quando spesso il Bacio rappresentava il premio per esserci comportati bene o aver preso un bel voto a scuola.

Oppure durante l’adolescenza quando attaccavamo sul nostro diario di scuola il cartiglio del Bacio che la persona del cuore ci aveva regalato.

E da adulti, quante volte un collega o una collega dopo averci visto di malumore, ci hanno allietato la giornata facendocene trovare uno sulla scrivania?

Perugina e Alitalia

Un’operazione di marketing che merita di essere ricordata è sicuramente quella di Perugina e Alitalia che hanno concepito una divulgazione congiunta per i Baci e il Boeing 747-200 denominato Portofino.

L’aeromobile, che operava sulla rotta Roma-New York alla fine degli anni Novanta, aveva una livrea completamente dedicata al Bacio: il blu al posto del bianco, le bande argentee al posto di quelle verdi e rosse, e la scritta sulla fiancata: “Baci dall’Italia. Baci da Alitalia“.

Qui trovate una foto dell’aeromobile.

La storia della Perugina

In attesa di San Valentino, ripercorriamo oggi la storia della Perugina, produttrice del famoso Bacio, il cioccolatino più regalato tra gli innamorati.

Prima della Grande Guerra

La Società Perugina per la fabbricazione dei confetti viene costituita a Perugia il 30 novembre 1907 con un capitale di 100.000 lire (circa 50€).

I soci sono Annibale Spagnoli, sua moglie Luisa Spagnoli, Leone Ascoli, Francesco Andreani, e, in posizione marginale, anche Francesco Buitoni.

Dopo aver rischiato il fallimento nel 1909, il diciottenne Giovanni Buitoni, figlio di Francesco, prende in mano le redini della società.

Il piano di salvataggio del giovane Buitoni prevede il reperimento di capitali e prestiti e il ridimensionamento della politica commerciale.

All’epoca il comparto dolciario industriale è ancora poco sviluppato in Italia. La Perugina riesce a spiccare il volo sul mercato, anche se per il suo limitato grado di specializzazione si configura come un’attività semi-artigianale.

La Prima Guerra Mondiale

In concomitanza con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, la Perugina trasferisce la produzione nello stabilimento di Fontivegge, vicino alla stazione ferroviaria di Perugia.

Nonostante il conflitto renda difficile l’approvvigionamento delle materie prime, la società supera il periodo bellico grazie alla produzione di alimenti a base di cacao destinati ai soldati impegnati al fronte.

Il dopoguerra

Il bisogno di ampliare la capacità produttiva e allo stesso tempo adeguare la rete commerciale attraverso negozi per la vendita al dettaglio spinge Giovanni Buitoni alla ricerca di mercati esteri.

Nel 1922 nasce il Bacio, da un’idea di Luisa Spagnoli (e di questo ne parleremo nell’articolo di domenica prossima) e nel 1923 l’impresa si trasforma in una società per azioni.

Nel nuovo assetto societario i Buitoni controllano le attività attraverso un processo di acquisizioni di pacchetti azionari.

Queste operazioni consentono a Giovanni Buitoni (amministratore delegato sia della società Buitoni che della Perugina) ampio spazio di manovra nella ristrutturazione che nel frattempo sta investendo l’intero settore dolciario italiano.  

L’imprenditore Riccardo Gualino tenta di far confluire anche la Perugina nella fusione tra le principali aziende cioccolatiere italiane, ma Giovanni Buitoni non è d’accordo e inizia una serie di mosse verso l’innovazione tecnica della produzione e nello sviluppo della rete commerciale, del marketing e del packaging.

La Perugina è tra le prime aziende in Italia a incartare e inscatolare i cioccolatini e avvia un piano di diffusione capillare della rete di vendita, sia in Italia che all’estero.

I riconoscimenti internazionali e il marketing innovativo

Già alla fine degli anni Venti la Perugina è la prima azienda italiana del settore ad applicare le tecniche dell’organizzazione scientifica del lavoro, aumentando la produttività e diminuendo la forza lavoro impiegata

Per contrastare la tassa sullo zucchero, introdotta negli Anni Trenta, e aumentare le vendite, Giovanni Buitoni e il direttore della pubblicità Aldo Spagnoli (figlio di Luisa Spagnoli) inventano un concorso legato a un programma radiofonico con un montepremi.

Tra i premi in palio c’è anche l’automobile Fiat Topolino.

Nel 1935 i prodotti Perugina sbarcano negli Stati Uniti.

A New York nasce La Bomboniera, punto vendita di prodotti italiani sulla Fifth Avenue, dove già la Buitoni distribuisce sughi pronti e pasta.

Gli avvicendamenti societari

Nel 1968 ha luogo la fusione per incorporazione della Buitoni nella Perugina.

Il nuovo gruppo attraversa varie difficoltà economiche fino alla sua vendita nel 1985 alla CIR dell’imprenditore Carlo De Benedetti.

Le vicissitudini legate alla mancata privatizzazione della società agro-alimentare SME, per la quale lo stesso De Benedetti è in trattativa, lo inducono a cedere la Buitoni-Perugina alla multinazionale svizzera Nestlè nel 1988.

Anche sotto la nuova proprietà a Perugia continua l’attività produttiva.

Nel 2007 Nestlé cede gli impianti di produzione di massa di cacao e cioccolato liquido dello stabilimento di San Sisto alla connazionale svizzera manifatturiera di cioccolato Barry Callebaut.

Nel 2019 lo converte lo stabilimento di San Sisto nell’hub europeo per la produzione di uno storico snack, completando così un piano di investimenti per 60 milioni di euro.

Non male per un’impresa che era partita con un capitale di poco meno di 50 euro.

Leggi qui gli altri articoli.

Il Capitale Umano di Paolo Virzì

Il Capitale Umano del regista livornese Paolo Virzì (2014) è un film ambientato alla vigilia della crisi finanziaria che ha colpito l’Italia a fine 2011.

Tratto dal romanzo di Stephen AmidonThe Human Capital (2004)Il Capitale umano parte da un noir ambientato nella provincia americana che Paolo Virzì riscrive in chiave brianzola, una delle zone più ricche d’Italia.

Il titolo della storia prende spunto dal linguaggio delle compagnie di assicurazioni. Il capitale umano è il risarcimento da liquidare ai superstiti in caso di morte di un assicurato, calcolato in base al suo valore economico in vita.

I personaggi

Il film si suddivide in quattro capitoli, Dino, Carla, Serena, Il Capitale Umano. che raccontano da tre punti di vista differenti lo stesso arco temporale che precede un gravissimo incidente stradale.

Dino, immobiliarista e arrampicatore sociale, è avido e sensibile soltanto ai facili guadagni; la sua compagna Roberta è invece fiera di aiutare il prossimo come psicologa di sostegno in una struttura pubblica.

Carla è una ricca signora borghese moglie del finanziere e speculatore Bernaschi. Vive comoda e agiata ma deve fare i conti col fatto che i soldi provengono da speculazioni che scommettono sulla rovina dell’Italia stessa.

Completa il quadro Serena, figlia di Dino, un personaggio positivo che insieme a Roberta affronta la parte finale del film. Le due donne infatti prima della felicità individuale si preoccupano del benessere collettivo.

Ruotano intorno ai protagonisti anche altri personaggi secondari come Donato, l’amante di Carla, professore con velleità di scrittore, alla ricerca del tornaconto personale.

Luca, orfano di entrambi i genitori, che è manipolato da uno zio sbandato e scroccone che aspetta che il giovane compia diciotto anni per gestirne la rendita che ha ricevuto come risarcimento dopo la morte della madre.

Massimiliano, figlio viziato arrogante e fragilissimo dei Bernaschi, che è in perenne ansia da prestazione a causa delle aspettative molto alte del padre.

La disperata (e vana) ricerca della felicità

Nonostante Il Capitale Umano sia diverso dal resto dei suoi film, torna sempre il racconto della disperata ricerca della felicità.

Ma la felicità non esiste, e questo lo sanno bene tutti i personaggi del lungo e glorioso cinema di Paolo Virzì.

L’opera prima La bella vita (1994), lo spietato Ferie D’Agosto (1995), l’amaro Caterina va in città (2002), il disperato Tutta la vita davanti (2008), l’intenso La pazza gioia (2016): di tutti, ve ne consiglio la periodica visione.

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