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Lo spread al tempo della crisi

Tra terremoti finanziari e emergenze sanitarie, vediamo come si è comportato lo spread al tempo della crisi.

Lo spread al tempo della crisi

Durante il tradizionale messaggio di fine anno, lo scorso 31 dicembre il Presidente Sergio Mattarella, nel sottolineare l’importante ruolo dell’Unione Europea nell’ambito della crisi sanitaria e economica in corso, ha ricordato la pesante crisi finanziaria che investì l’Italia nel 2011, quando lo spread toccò quota 575.

All’indomani della crisi del 2008, che era partita dagli Stati Uniti con lo scandalo dei mutui subprime, i paesi dell’eurozona presentavano differenze significative nelle condizioni di finanza pubblica e nel tasso di crescita.

I Paesi come la Germania avevano livelli di debito pubblico contenuti e pertanto un’economia più solida, mentre Paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) erano più vulnerabili, a causa di un pesante debito pubblico, accumulatosi negli anni.

Sulla crisi del debito sovrano, pesavano inoltre l’incremento incontrollato del deficit, i bassi tassi di crescita del PIL e le operazioni di salvataggio degli istituti bancari in crisi.

Epicentro di questo vero e proprio terremoto furono inizialmente Grecia, Portogallo, e Irlanda, per poi propagarsi fino alla Spagna e all’Italia.

“Fate presto!”

Il 9 novembre 2011 lo spread toccò quota 575.

Il Sole 24 Ore prese in prestito il titolo con cui il quotidiano Il Mattino di Napoli aveva lanciato un disperato appello allo Stato il giorno dopo il terremoto che aveva devastato l’Irpinia, in Campania, nel novembre del 1980.

Le macerie di oggi sono il risparmio e il lavoro degli italiani, il titolo Italia che molti, troppi si ostinano a considerare carta straccia (…) la credibilità perduta ci fa sprofondare in un abisso dove il differenziale dello spread BTp-Bund supera i 550 punti e i titoli pubblici biennali hanno un tasso del 7,25%“.

Così il direttore del quotidiano finanziario nazionale, Roberto Napoletano, scriveva sul suo editoriale del 10 novembre 2011, invocando una soluzione politica immediata, che riportasse lo spread a livelli ragionevoli.

Per controllare l’andamento storico e il dato odierno dello spread, si può andare sul sito di Borsa Italiana.

I titoli del debito sovrano italiano

I titoli di Stato emessi dal governo italiano sono:

Essendo a tasso fisso, i prezzi dei Btp sono molto più volatili per loro natura.

Se un Btp che rende il 4% annuo (su un capitale nominale di 100) lo pago 80, il rendimento effettivo per me sarà del 5%. Se il valore di mercato scende ancora, io avrò un rendimento effettivo più alto.

Quando l’Italia perde credibilità e i suoi titoli sul mercato si deprezzano, il rendimento effettivo aumenta.

Il differenziale Btp-Bund

Lo spread Btp-Bund indica la differenza tra i rendimenti effettivi dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi.

Se cresce, è perché crescono i rendimenti dei Btp italiani (e quindi è basso il loro prezzo, e di conseguenza la loro solidità).

Significa che siccome prestare soldi all’Italia è ritenuto più rischioso che prestarli alla Germania, all’Italia si chiedono 575 basic point (5,75%) in più di quanto non si chieda alla Germania per la stessa somma di denaro. 

Dopo la crisi del 2011, il dato sullo spread è diventato molto seguito, anche dai non addetti ai lavori. Pur non conoscendone i meccanismi, gli italiani sanno benissimo che da quel numero dipende la stabilità del Paese e dell’Unione Europea.

Non siamo qui per chiudere gli spread

Se Mario Draghi aveva salvato l’Eurozona, durante la crisi del 2011, a Christine Lagarde, che lo ha succeduto nel ruolo di Presidente della BCE qualche mese prima dello scoppio della pandemia, è bastata una conferenza stampa per mandare nel panico i mercati e affossare lo spread.

Quella di giovedì 12 marzo 2020 è stata una giornata che ha trascinato Piazza Affari nel suo minimo storico di sempre, -16.92%, facendo schizzare lo spread verso massimi dell’anno, (quota 275 del 17 marzo).

A scatenare le preoccupazioni è stato anche il discorso di Lagarde, che sebbene volesse rassicurare l’Eurozona, ha gettato nello sconforto l’Italia, che stava vivendo, da sola, l’emergenza del Covid19.

Non siamo qui per “chiudere gli spread. Ci sono altri strumenti e altri attori per gestire queste questioni“.

La nota di Mattarella

In serata una nota del Presidente Mattarella rimetteva l’Italia al centro dell’Europa, sia in quanto impegnata, prima degli altri, nel contrasto al Coronavirus, sia in quanto Paese membro dell’Eurozona.

L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi,  a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione.

“Il bene più prezioso che conosco è l’informazione”: il reato di insider trading

Il reato di insider trading consiste nell’uso a proprio vantaggio di informazioni confidenziali. Analizziamo l’articolo 184 del TUF (Testo Unico della Finanza) che disciplina l’abuso di informazioni privilegiate.

il reato di insider trading

In cosa consiste il reato di insider trading?

Una persona che lavora in un ambito dove circolano informazioni confidenziali su società quotate in Borsa potrebbe trarre vantaggio da queste informazioni, soprattutto se non sono ancora state divulgate dai media.

Per esempio, sono un dirigente nella società XYZ che sta per annunciare una notizia che farà aumentare il valore del suo titolo in Borsa.

Prima che la notizia sia ufficializzata e resa pubblica, posso comprare un pacchetto di azioni a un prezzo conveniente. Quando la notizia sarà ufficiale, e il titolo si sarà apprezzato, rivenderò il pacchetto a un prezzo molto remunerativo.

Il reato di insider trading in Italia. Cosa dice il Testo Unico della Finanza?

Il TUF Testo Unico della Finanza regola il reato di insider trading all’articolo 184, che enuncia:

È punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro tre milioni chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della sua qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero dell’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione o di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio:

a) acquista, vende o compie altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, su strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime;

b) comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio (…);

c) raccomanda o induce altri, sulla base di esse, al compimento di taluna delle operazioni indicate nella lettera a).

Un po’ di cinema

The most valuable commodity I know of is information.” (il bene più prezioso che conosco è l’informazione).

Così lo spregiudicato Gordon Gekko, nell’intramontabile Wall Street di Oliver Stone, impartiva a un ingenuo Bud Fox la lezione numero uno per fare soldi sicuri.

Il personaggio di Gekko si ispirava allo speculatore Ivan Boesky che nei primi anni Ottanta fu al centro di uno scandalo finanziario per il quale scontò una pena di tre anni e mezzo di carcere.

Tra i moderni villain dell’abuso di informazioni troviamo Bobby “Axe” Axelrod, antagonista del procuratore distrettuale Chuck Rhoades nella serie tv targata Showtime, Billions.

E come tutte le storie ambientate nella finanza, trame e personaggi incarnano un’eterna lotta che gli uomini da sempre combattono.

Quella tra il bene e il male.

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Il capital gain: la tassazione sui guadagni sul capitale

Quando si vende un titolo in portafoglio a un prezzo superiore a quello a cui si è acquistato quel titolo, si realizza un guadagno. Sul guadagno, che tecnicamente si chiama plusvalenza, lo Stato applica una tassazione che prende il nome di imposta sul Capital Gain a cui ci si riferisce comunemente con l’appellativo di Capital Gain.

Aliquota attualmente vigente

Il Decreto Legge n. 66 del 24/04/2014 del Governo Renzi ha aumentato dal 20% al 26% dell’aliquota sul Capital Gain, che si applica anche sui rendimenti (cedole e dividendi).

L’aliquota del 20% era stata introdotta dal Governo Monti, a gennaio del 2012, all’indomani del suo insediamento a Palazzo Chigi.

Con lo spread a 575 e le preoccupazioni dell’Europa, l’aumento del Capital Gain rappresentava un segnale forte tra le misure per contrastare la crisi finanziaria.

Prima del 2012 l’aliquota era del 12,5%, indistintamente su Titoli di Stato e titoli di altra natura (azioni, obbligazioni, derivati, etc.)

Aliquote differenziate

Nonostante le nuove aliquote introdotte dai Governi Monti e Renzi, il Capital Gain sui titoli di Stato (BOT, CTZ, BTP, CCT e CTZ) continua a beneficiare della tassazione del 12,5%, così come i titoli di enti pubblici come le regioni, le province ed i comuni, le obbligazioni di organismi internazionali come la World Bank e la BEI e i bond emessi da Stati esteri della white list.

E la tassazione del 12,5% vale anche per gli interessi prodotti da questi titoli obbligazionari.

La minusvalenza

L’opposto del Capital Gain è il Capital Loss, più comunemente chiamata minusvalenza.

Si tratta della perdita sul capitale realizzata a seguito della vendita di titoli che l’investitore aveva comprato a un prezzo più alto di quello di vendita.

Una volta aver venduto in perdita e aver sostenuto una minusvalenza, posso usarla nei quattro anni successivi per abbassare le tasse da pagare su eventuali altre plusvalenze che potrei realizzare.

La tassazione della ricchezza in Italia

Risale a un paio di anni fa un interessante articolo de Il Sole 24 Ore che riportava un’intervista fatta a Alastair Thomas, economista dell’OCSE.

All’epoca Thomas aveva presentato un rapporto che analizzava la tassazione dei risparmi delle famiglie, nell’ottica dell’introduzione di una tassa patrimoniale.

Secondo Thomas la tassa patrimoniale sarebbe solo un ripiego. Quello che l’Italia dovrebbe modificare è l’imposta di successione e la tassazione delle rendite da capitale. La prima, che giudica “alquanto generosa“, poiché si applica a partire da 1 milione di euro; la seconda che dovrebbe essere progressiva.

L’aliquota progressiva aumenta all’aumentare dell’importo su cui si calcola, una buona base di partenza per ridurre le disuguaglianze tra piccoli e grandi capitali, su cui attualmente si applica la stessa percentuale di tassazione.

Inoltre, questa progressività si dovrebbe applicare a tutte le forme di investimento, “altrimenti si finirebbe ancora una volta per favorire un particolare contribuente rispetto a un altro“.

Per gli altri articoli con le attività da scaricare leggi qui.

Record per la spesa domestica alimentare nel 2020

La spesa domestica alimentare delle famiglie italiane continua a mantenersi in terreno positivo anche nel terzo trimestre, consolidando l’incremento complessivo dei primi 9 mesi a +7%.

spesa domestica alimentare

Tutti i numeri della spesa domestica alimentare

Dopo aver registrato un +9,3% nel primo semestre 2020 (fonte Ismea), le nuove restrizioni in atto da settembre lasciano intuire che il 2020 chiuderà al livello record per la spesa domestica degli ultimi 10 anni.

Acque a parte, le cui vendite non si discostano molto dai numeri del 2019 (+0,1%), il resto dei comparti segna aumenti addirittura a due cifre.

Oltre agli alcolici, sono i proteici di origine animale a fare prepotentemente da traino: le uova a +16,1%, le carni suine a +14%, quelle avicole a +9%, quelle bovine a +7,3% e i salumi (+8%).

I prodotti lattiero caseari sono in incremento dell’8,4% rispetto al 2019; il dato però si può espandere ulteriormente tra formaggi e latte, dove i primi la fanno da padroni.

Frutta e ortaggi chiudono i primi tre trimestri con un incremento della spesa rispettivamente del 11% e dell’8,4% su basa annua.

Negozi di quartiere e spesa online

Tra i canali di vendita la pandemia ha riportato in auge i piccoli esercizi commerciali di prossimità, oltre ad aver dato una spinta all’e-commerce.

Entrambi in passato avevano avuto un peso marginale, a favore di supermercati e ipermercati.

Questi hanno poi subito la penalizzazione derivante dalla chiusura dei negozi all’interno dei centri commerciali dove sono ubicati.

Vini e alcolici

Il bisogno di una gratificazione che ricompensasse un periodo di sacrifici e rinunce, ha fatto alzare i consumi di alcol tra le mura domestiche.

Spumanti, birra e aperitivi hanno superato il 10% di aumento.

Nonostante il comparto dei vini legato al canale della ristorazione sia stato duramente colpito, l’universo delle cooperative vitivinicole ha invece messo a segno un’innegabile successo.

Già presenti nella grande distribuzione e sugli scaffali online, il giro d’affari registrato soltanto dalle prime 5 coop del vino in Italia (tra cui Cantine Riunite-Civ, Caviro, Cavit) è di oltre 1,5 miliardi di euro.

Si tratta di un aumento di fatturato che conferma una storica eccellenza italiana, la cui struttura associativa avviene tra più viticoltori che conferiscono le uve dei propri vigneti per la lavorazione e la produzione del vino, e la vendita al dettaglio.

E non solo. In un anno così difficile, questo specifico settore continua a garantire e a far accrescere occupazione, senza pesare sugli ammortizzatori sociali.

Buon vino fa buon sangue, e anche buona economia.

Una poltrona per due: le vendite allo scoperto in un super classico del Natale italiano

Immancabile come ogni anno dal 1996, Trading Places, in italiano Una poltrona per due, la commedia di John Landis è andata in onda in prima serata la sera della vigilia di Natale.

Considerata una delle migliori commedie in assoluto, il film offre spunti interessanti anche per quanto riguarda l’aspetto finanziario.

Il film ci aiuta a comprendere i contratti futures, comunemente noti come vendite allo scoperto.

Una poltrona per due

I contratti futures

In Una poltrona per due, i diabolici fratelli miliardari Duke riescono a ricevere, prima dell’annuncio ufficiale, il rapporto sui raccolti delle arance.

Conoscere in anticipo i dati sulla produzione gli consente di comprare contratti futures sul succo d’arancia a prezzi molto convenienti.

futures sono dei contratti in cui due parti si accordano per scambiare, in una data futura, una quantità di merce a un prezzo prestabilito.

Chi vende la merce non ne è in possesso, ma scommette che il prezzo in futuro scenderà e potrà comprarla sul mercato poco prima della data di scadenza del contratto, a un prezzo più basso di quello che ricaverà dalla vendita già pattuita.

Il guadagno è la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.

Chi compra invece scommette sul fatto che il prezzo si alzerà, e quindi compra la merce a un prezzo più basso e la rivenderà a un prezzo di mercato più vantaggioso.

I futures in Una poltrona per due

I due protagonisti, interpretati da due brillanti Dan Aykroyd e Eddie Murphy falsificano il rapporto delle arance che arriva ai Duke con l’informazione che la produzione di arance sarà scarsa.

Convinti del magro raccolto, i fratelli Duke investono tutto il loro capitale impegnandosi a comprare in anticipo le arance, convinti di approfittare di un prezzo basso, che si impennerà dopo la diffusione del rapporto.

Anche gli altri investitori fanno la stessa cosa, gonfiando ulteriormente il prezzo delle arance.

Winthorpe e Valentine, a quel punto, iniziano a stipulare futures come venditori: si impegnano cioè a vendere le arance, in futuro, a un prezzo che per gli altri investitori è molto basso.

Quando arriva il vero annuncio ufficiale, quello che comunica che il raccolto è andato bene, i Duke e gli altri investitori si ritrovano a comprare arance a un prezzo molto più altro di quello di mercato.

Cominciano quindi a proporre futures come venditori.

Winthorpe e Valentine (Aykroyd e Murphy) accettano di comprare dopo che il prezzo si è abbassato di parecchio.

Quindi: il prezzo concordato per l’acquisto delle arance è molto più basso di quello dei contratti che hanno firmato poco prima come venditori.

Possono così vendere le arance, che ancora non hanno, a un prezzo molto alto, e poi comprare a un prezzo molto più basso, quelle che dovranno vendere.

I Duke si ritrovano invece sul groppone un quantitativo di arance comprate a un prezzo più alto di quello al quale le dovranno rivendere.

Perdendo così tutto il loro patrimonio.

La vendita allo scoperto

Da sempre una delle manovre speculative più famose in Borsa, la vendita allo scoperto, o short selling, l’abbiamo vista in film come The Big Short di Adam McKay, il cui titolo in italiano è infatti La grande scommessa, e anche nella serie tv Diavoli, una co-produzione tra Italia, GB, e Francia, andata in onda in Italia su Sky lo scorso marzo.

Oltre alla vendita allo scoperto, in Una poltrona per due ritroviamo altri argomenti ricorrenti nei film che parlano di finanza, come l’insider trading, cioè l’uso di informazioni confidenziali, che negli Stati Uniti all’epoca del film, per le materie prime, non era considerato reato, e l’avidità, i fratelli Duke investono in arance tutto il loro patrimonio sperando di fare un gran colpaccio.

E invece restano a secco.

L’Italia contro ogni previsione: il calcio, tra scommesse clandestine e campioni intramontabili

A due settimane di distanza dalla dipartita di Diego Armando Maradona, ci lascia anche Paolo Rossi, eroe del Mondiale di Spagna dell’82, dove era approdato dopo due anni di squalifica per il suo ingiusto coinvolgimento nel Totonero, lo scandalo delle scommesse clandestine.

Sebbene non legato alla materia strettamente finanziaria, ho voluto scrivere questo articolo per parlare di organizzazione di scommesse clandestine (che hanno a che fare con i soldi), per analizzare il forte legame che c’è tra l’Italia e il calcio, e, ovviamente, come omaggio al Pablito del gol.

scommesse clandestine

Spagna 1982

Nell’estate del 1982 avevo 8 anni. A casa mia il calcio lo si seguiva poco ma fu impossibile non farsi prendere dalla febbre mondiale che arrivava dalla Spagna.

Al terzo gol di Paolo Rossi al Brasile, in una sofferta partita vinta 3-2, mi precipitai in balcone per esultare a gran voce insieme a tutti i vicini.

A sedici minuti dalla fine l’Italia era tornata in vantaggio contro il Brasile di Paulo Roberto Falcao (e per noi romani e romanisti questo rendeva la partita ancora più sofferta!)

Da quel momento iniziò la leggenda di una Nazionale che era partita per la Spagna parecchio svantaggiata, molto criticata, e reduce dallo scandalo delle scommesse clandestine.

Le scommesse clandestine

Lo scandalo del calcio-scommesse scoppiò a marzo del 1980.

L’organizzazione del giro di scommesse clandestine era partita dal proprietario di un ristorante di Piazza del Popolo, a Roma, e da un grossista di frutta e verdura, suo fornitore.

Il ristorante era frequentato dai calciatori della Capitale e per questo i due faccendieri riuscirono a stringere accordi con alcuni di loro per truccare i risultati delle partite e guadagnare soldi illegalmente.

Sembra che i due offrissero compensi ai calciatori, in cambio di notizie su risultati sicuri su cui scommettere cifre importanti.

Nonostante l’organizzazione puntuale, i due commercianti accumularono debiti per quasi 200 milioni delle vecchie lire (circa cento mila euro, che per l’epoca erano davvero una gran bella cifra)

Finirono nel mirino della magistratura otto squadre di calcio di serie A, sei di serie B, e trentotto imputati, tra calciatori e membri delle società sportive.

Sebbene non fosse la prima nel calcio italiano, il Totonero è considerato il primo grande scandalo del calcio scommesse, per il numero di persone e società sportive coinvolte.

L’inchiesta della magistratura si concluse nel dicembre 1980 con l’assoluzione di tutti i giocatori per non sussistenza del fatto.

Le squalifiche

La giustizia sportiva, però, punì alcune squadre di serie A con la retrocessione in serie B, e diversi periodi di squalifica per 13 calciatori.

La squalifica di Paolo Rossi era a seguito del pareggio della partita Avellino-Perugia (dove lui giocava all’epoca); il risultato era stato concordato, ma lo stesso Rossi non ne sapeva nulla, così come non sapeva nulla dell’esistenza di un giro di scommesse clandestine.

Campioni del mondo!

L’intera vicenda svuotò gli stadi e allontanò gli italiani dalla loro passione più grande. Sembrava l’inizio della fine.

Le prime partite dell’Italia ai mondiali di Spagna attirarono molte critiche.

Poi piano piano quella passione, che si era soltanto assopita, cominciò a risvegliarsi: la vittoria contro l’Argentina di Maradona, squadra campione del mondo in carica; la tripletta di Paolo Rossi al Brasile, il trionfo contro la temutissima Polonia.

A ogni vittoria che ci portava verso la finale di Madrid mi ricordo le strade piene di macchine, i clacson impazziti, mucchi di cinque o sei persone che sbucavano dalle Fiat Cinquecento decappottabili.

Quella contro la Germania Ovest fu una finale indimenticabile, resa ancora più emozionante dall’entusiasmo del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la cui vitalità travolse tutto lo stadio.

Italy against all odds

Su Netflix si può vedere una serie documentario dal titolo Becoming Champions: racconta il cammino delle Nazionali diventate campioni del mondo più volte. Il secondo episodio, dedicato all’Italia, si intitola Italy against all odds, l’Italia contro ogni previsione ed è più che mai appropriato.

L’Italia, nel bene e nel male, va sempre contro ogni previsione. E non solo nel calcio.

Nel 1982 in Spagna (e anche nel 2016 in Germania) l’Italia era partita in sordina, proprio per gli scandali del calcio scommesse. Eppure, partita dopo partita, ci hanno regalato notti davvero magiche e impossibili ancora oggi da dimenticare.

Nel 1990 l’Italia padrona di casa partiva super favorita, ma forse quella troppa sicurezza e l’Argentina di Maradona ci spensero tutti gli entusiasmi nella semifinale allo Stadio San Paolo di Napoli (oggi intitolato a Diego Armando Maradona).

E questo non avviene solo nel calcio.

Siamo un paese dalle mille risorse e dalle innumerevoli contraddizioni.

Nessuno avrebbe mai pensato che durante la prima ondata di Covid-19 saremmo diventati un modello di organizzazione e comportamento per l’Europa e per il resto del mondo.

Eppure lo siamo stati nella prima ondata e continuiamo ad esserlo nella seconda.

Contro ogni previsione.

Il mondo dei bancari: Impiegati di Pupi Avati

Dopo Il Gioiellino di Andrea Molaioli, restiamo in tema di film che raccontano il mondo dei soldi con una pellicola molto distante dalla tensione degli scandali finanziari. Impiegati del regista bolognese Pupi Avati racconta uno spaccato, il mondo dei bancari, nell’Italia del secondo boom economico.

il mondo dei bancari
Impiegati, Pupi Avati, 1985

Quindicesimo film di un regista ancora oggi molto prolifico, Impiegati affronta il tema della paura e della prevaricazione in un ambiente di giovani arrivisti, disposti a qualsiasi sotterfugio per fare carriera e ottenere favori personali da superiori e clienti facoltosi.

I personaggi

Il protagonista è Luigi, un giovane neolaureato e neoassunto che ha ereditato dal padre, come tutta la sua generazione, sia il posto fisso in banca che un’Italia ben solida (anche se ancora per poco).

Luigi si integra con molta difficoltà nel gruppo di lavoro, l’ufficio fidi, dove si istruiscono e si deliberano pratiche di fido importanti.

Il suo lavoro consiste nel controllare l’attendibilità dei documenti a garanzia dei fidi da concedere.

A guidarlo c’è lo spregiudicato capoufficio Enrico, che per ammorbidire il giovane Luigi lo presenta alla sua enigmatica e affascinante moglie Annalisa.

Così come Enrico anche gli altri colleghi sembrano incapaci di provare una sincera socializzazione, nonostante trascorrano insieme le serate tra discoteche e feste mondane e i fine settimana al golf club.

Ma l’allegria diffusa e un ostentato benessere economico sono pura apparenza.

Il sogno

L’unico che cerca di sfuggire al grigiore di questa vita è Dario, il coinquilino di Luigi, uno studente di Cinema al DAMS, il Dipartimento di Arte, Musica e Spettacolo, una storica facoltà universitaria da sempre simbolo di Bologna.

Il giovane racconta di essere nato in un cinematografo una sera in cui davano A qualcuno piace caldo di Billy Wilder.

Per le troppe risate sua madre lo aveva partorito lì, e lui, da grande, ha deciso di inseguire quel sogno grazie al quale era venuto al mondo.

La maledizione del posto fisso

Gli altri personaggi invece ai sogni ci hanno rinunciato, e questa è un po’ la maledizione del posto fisso.

All’epoca lavorare in banca era considerato come vincere alla lotteria.

E ci si entrava molto spesso per conoscenza e raccomandazione.

Qualcuno ci riusciva per merito (posso personalmente metterlo per iscritto!) e questo suscitava un po’ di invidie da parte di colleghi e superiori.

Pupi Avati lo fa dire proprio a uno dei personaggi del film, un funzionario bloccato nella carriera e per questo invidioso di un suo collega che è stato promosso per meriti:

E quello che è veramente doloroso lo sai cos’è? È’ avvenuto tutto alla luce del sole, senza santi in paradiso, senza raccomandazioni…per soli meriti. Non ti sembra offensivo?”

Corrado Ferlaino: l’uomo che portò Diego Armando Maradona a Napoli

Il calcio è passione ma dietro al calcio c’è una società fatta di bilanci, fatturati, investimenti. Ripercorriamo brevemente le tappe della carriera societaria di Corrado Ferlaino, l’uomo che portò Diego Armando Maradona a Napoli.

Documentario Diego Maradona di Asif Kapadia

Corrado Ferlaino, ingegnere progettista, costruttore e venditore di immobili, nato a Napoli nel 1931 è stato per 33 anni al timone della Società Sportiva Napoli Calcio, dal 1967 al 2000.

Di calcio sapeva molto poco. Con il padre aveva da sempre lavorato nel settore immobiliare. Per gioco, insieme ai suoi amici decise di comprare alcune quote della squadra del Napoli.

Così entrò nella società nel 1967, in punta di piedi, con un numero irrisorio di azioni. Dopo due anni bruciò la concorrenza dei tre azionisti di maggioranza comprando la quota della vedova di uno di loro, da poco deceduto.

A quel punto iniziò la sua parabola ascendente

Fu una dura battaglia contro la vecchia classe dirigente, ma il Presidente Ferlaino riuscì a vincere.

Tra i suoi colpacci ci fu l’acquisto di Giuseppe Savoldi, il miglior attaccante del campionato italiano dell’epoca: era il 1975 e la città di Napoli viveva una devastante epidemia di colera.

Ferlaino sborsò due miliardi, una cifra esorbitante che fece gridare allo scandalo, visto il dramma che la città stava affrontando.

L’investimento di Savoldi non si rivelò del tutto vincente in campo, ma da un punto di vista finanziario ebbe un ottimo ritorno economico, poiché il Napoli fece il record di abbonati.

E all’epoca gli abbonamenti allo stadio erano la principale fonte di reddito per una squadra di calcio.

Ma il Napoli non aveva il potere e l’autorevolezza che invece avevano le squadre del Nord Italia, la Juventus della famiglia Agnelli o il Milan di Silvio Berlusconi.

Noi galleggiavamo, fieri del nostro bilancio, ma la svolta avvenne un giorno che andai in banca e mi accorsi che il Napoli era sostanzialmente ricco, però storicamente povero. Volevo vincere, non mi bastava più il benessere economico“.

Maradona al Napoli

Nel 1984 Corrado Ferlaino, con una serie piuttosto tormentata di trattative e alleanze politiche, riuscì a portare a Napoli il calciatore argentino Diego Armando Maradona, che era in rotta con il Barcelona F.C., dove era arrivato due anni prima.

Maradona Ferlaino

Il Napoli per Maradona pagò tredici miliardi delle vecchie lire. Alcune banche intervennero a garanzia di un’operazione che era stata fortemente voluta da Ferlaino e che ripagò in modo molto redditizio i soldi investiti:

C’era un solo modo per aumentare il fatturato, anche se allora gli introiti arrivavano principalmente dagli stadi, ed era quello di vincere lo scudetto. Per questo puntai su Maradona, il più forte del mondo”.

Nell’era Maradona di scudetti il Napoli ne vinse due, uno nel 1987 e uno nel 1990, oltre alla Coppa Italia e all’ambitissima Coppa UEFA.

E il resto è storia. Maradona e le sue prodezze entrano ufficialmente di diritto della storia del calcio mondiale, in queste ore in cui tutto il mondo (l’Argentina, l’Italia, e la città di Napoli, in particolare) ne sta piangendo la scomparsa.

Organizzazione e bilancio

Dopo gli scudetti la situazione finanziaria del Napoli Calcio risentì della minaccia del calcio scommesse.

Per fare in modo che i giocatori non si lasciassero attrarre da chi gestiva il giro di scommesse clandestine, Ferlaino istituì dei premi partita molti alti.

I bilanci accusarono il colpo ma lui dichiara ancora oggi, orgogliosamente, di aver tenuto lontano il malaffare dal Napoli.

Corrado Ferlaino lasciò la poltrona di Presidente della società nel 2000.

Oltre ad aver portato Maradona a Napoli, Ferlaino sarà ricordato come l’uomo che mise al primo posto l’organizzazione e il bilancio in una società sportiva simbolo di una città che vive tutto di cuore e pancia.

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Il golden power: lo Stato e i suoi superpoteri

Il golden power è un potere speciale che lo Stato può esercitare per tutelare i settori strategici dell’economia italiana.

Si applica quando questi si trovano in una situazione di vulnerabilità sui mercati di Borsa.

Il golden power

Proteggere i settori strategici dell’economia

Istituito con il Decreto Legge n.21 del 15 marzo 2012 e integrato con successivi atti, l’esercizio del golden power da parte dello Stato si applica ai settori della difesa e della sicurezza nazionale, e alle attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni.

Ma in soldoni, in che cosa consiste questo golden power?

Avete presente quando il mercato è talmente al ribasso che potrebbe essere molto facile per un’azienda, magari straniera, iniziare a comprare a mani basse e a prezzi di saldo?

Ecco, il golden power serve a questo: a limitare le scalate ostili con cui le aziende straniere potrebbero prendere il controllo delle imprese italiane, il cui prezzo è appetibile grazie all’instabilità di mercato.

Il golden power durante la pandemia Covid-19

Si tratta di un super potere che proprio in questa fase di pandemia si è reso ancora più importante nella protezione delle società italiane quotate a Piazza Affari.

Il suo avvento nel 2012 arrivava in un momento di forti speculazioni create dalla crisi politica.

In questi mesi si è rivelato uno strumento con cui fare scudo a quei settori che da sempre fanno gola agli investitori stranieri.

Quindi, oltre alla difesa, alla sicurezza nazionale, all’energia, ai trasporti e alle telecomunicazioni, i DPCM degli ultimi mesi hanno ricompreso anche altri comparti dell’economia.

Tra i settori inclusi nel decreto, ci sono quello alimentare, delle infrastrutture, delle tecnologie legate alla salute, dei servizi bancari e assicurativi, e le PMI (piccole e medie imprese).

L’altro lato della medaglia

Nell’editoriale di domenica 9 novembre 2020, Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore sostiene che:

Quest’anno, con la pandemia che ha abbassato i prezzi delle imprese rendendole bocconi più facili, (il golden power, n.d.r) è stato rafforzato, allargato a più settori, forse troppi.

Sembra quindi che questo potere speciale del Governo possa ritorcersi contro le aziende italiane, le quali per ripartire hanno bisogno di investimenti che arrivino dal mercato.

E così – sempre secondo de Bortoli – rischiano invece di allontanarli.

Cinema e Finanza: Toni Servillo protagonista del crac Parmalat ne Il Gioiellino

Il crac Parmalat è stato il più grande scandalo di bancarotta fraudolenta e aggiotaggio messo in piedi da una società privata in Europa; il cinema lo ha raccontato nel film Il Gioiellino (2011) di Andrea Molaioli con Toni Servillo, nel ruolo del ragioniere Ernesto Botta.

La storia è ispirata a fatti realmente accaduti analizzati attraverso lo studio di materiale pubblico e di articoli di stampa. Tuttavia, alcuni personaggi e molti fatti narrati sono frutto di invenzione e di creazione artistica degli autori“, si legge nei titoli di coda.

Leda è un gioiellino

Storica impresa familiare produttrice di latte e dolciumi, ben radicata nel territorio di una virtuosa provincia del Nord Italia, l’azienda Leda è guidata dal suo patron Amanzio Rastelli.

Il Gioiellino, Andrea Molaioli, 2011

Rastelli sembra ispirato dai valori della tradizione e della famiglia.

Ma il latte non dà marginalità, non porta ricavi, e la Leda si trova ad affrontare grossi problemi di liquidità.

Dove li troviamo questi soldi?

Amanzio Rastelli si confida con il suo braccio destro, Ernestino: Ernesto Botta, un contabile vecchio stampo che fa fatica con le tecnologie e con un mondo che sta iniziando a cambiare.

Sono gli Anni Novanta, la finanza è roba per pochi, per addetti ai lavori; la piccola e media impresa italiana è la spina dorsale del Paese che pensa a produrre e a tenere alta la bandiera del made in Italy nel mondo.

Circondato da una giovane generazione di dirigenti laureati alla Bocconi di Milano, è il ragioniere Ernesto Botta a tirare fuori il coniglio dal cilindro per risolvere i problemi di liquidità.

Dove li troviamo questi soldi?

Entriamo in Borsa. Ci facciamo sovrastimare il prezzo delle nostre azioni e poi i capitali arriveranno dal mercato.

Lunga vita alla Leda!

Dopo l’euforia iniziale per l’entrata in Borsa e la quotazione all’indice MiB30 di Piazza Affari i problemi di liquidità riaffiorano ancora più pressanti.

Il Paese è cambiato: i partiti della Prima Repubblica non possono più concedere alle aziende i favori di un tempo.

L’Europa è cambiata: dopo il crollo del Muro di Berlino Rastelli guarda alla Russia, sperando di trovare nuovi mercati ancora fertili, ma con poco successo.

E se mi ritirassi dalla campagna di Russia?

Siamo nella Seconda Repubblica di Silvio Berlusconi, e il vecchio Rastelli non può fare altro che seguire le indicazioni di un suo vecchio amico politico:

Per stare nella Serie A del capitalismo bisogna giocare a tre punte, con il tridente: un giornale, una squadra di calcio, e una banca.

Rastelli una squadra di calcio ce l’ha.

Non ha un giornale, ma soprattutto non ha una banca che possa coprire le emorragie di liquidità sempre più profonde.

Un’enorme liquidità

Così Rastelli si affida a banche straniere per emettere prestiti obbligazionari che possano tamponare l’emergenza di liquidità.

Per ottenere il consenso di queste banche il ragionier Ernesto Botta aveva ritoccato il bilancio, così da far sembrare la Leda solida e liquida.

Questo non sfugge ai giornalisti che assediano Rastelli e Botta durante una conferenza stampa molto serrata e dove i due si difendono con risposte affilate e quasi preconfezionate:

Come mai continuate a indebitarvi quando in cassa avete quasi quattro milioni di euro? Con quell’enorme liquidità non sarebbe più opportuno ripianare i debiti?

– (…) Restiamo liquidi per cogliere al volo le occasioni che il mercato può offrire.

Sì, però alcuni fondi di investimento e altre banche d’affari stanno consigliando di vendere le azioni Leda…

E’ una mossa di quei miserabili degli analisti finanziari per deprimere le quotazioni, comprare al ribasso e speculare sul titolo. Abbiamo già pronto un esposto alla CONSOB per turbativa di mercato.

Se i soldi non ci sono, inventiamoceli

Quando i nodi vengono al pettine, sul finire del 2003, la Guardia di Finanza arresta il ragionier Botta e il suo collaboratore.

Rastelli riesce a fuggire all’estero, ma la cronaca di quei giorni ci dice che il vero patron, Calisto Tanzi, fu arrestato il 27 dicembre e processato per bancarotta fraudolenta e aggiotaggio.

Il crollo finanziario della Parmalat (la Leda nel film) ha comportato la perdita dei soldi investiti per i piccoli azionisti.

Quelli che avevano investito in obbligazioni hanno ricevuto solo un parziale risarcimento.

Un gioiellino di film

Aiuto regista di Nanni Moretti, da Palombella Rossa fino a La stanza del figlio (Palma D’Oro a Cannes), e anche regista della prima e della seconda stagione della serie Netflix Suburra, Andrea Molaioli firma un’opera seconda che spicca, oltre che per la sua regia, anche per un cast tecnico e artistico di grandi professionisti.

L’inconfondibile fotografia di Luca Bigazzi, ben noto anche per sue numerose collaborazioni con Paolo Sorrentino (tra cui Le conseguenze dell’amore, Il Divo e La grande bellezza) si sposa perfettamente con la musica incalzante del compositore Teho Teardo.

In primo piano c’è un cast di attori di lungo corso: Toni Servillo nel ruolo di Ernesto Botta e Remo Girone in quello di Amanzio Rastelli, ma non passa inosservato nemmeno l’inossidabile (ancora oggi) Renato Carpentieri, nel ruolo del politico amico di Rastelli.

Accanto a loro c’è una nuova generazione di attori, come Lino Guanciale, nello scomodo ruolo del Direttore marketing, assalito da sensi di colpa e conflitti interiori e Sarah Felberbaum, personaggio ambiguo e controverso, nipote di Rastelli e amante di Botta.

Primo film nel panorama cinematografico italiano a parlare di finanza, a distanza di nove anni, Il Gioiellino resta attuale e ben rappresentativo di un’Italia che (per fortuna) non c’è più, ma di cui ancora paghiamo le colpe.

Il gioiellino

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