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Maggio 2021

Raul Gardini e l’affare Enimont (prima parte)

Nato nel 1933 in provincia di Ferrara, Raul Gardini amava farsi chiamare dai suoi amici il contadino, fedele alla terra e alle sue origini agricole e all’amore per il mare, che lo aveva portato a vincere l’America’s Cup a San Diego nel 1992, con la sua imbarcazione Il Moro di Venezia.

La crescita nel Gruppo Ferruzzi

Fu uno dei protagonisti dell’economia italiana degli anni Ottanta. Alla morte del suocero Serafino Ferruzzi, nel 1979, prese le redini del Gruppo Ferruzzi, una società alimentare dove aveva iniziato a lavorare appena diplomato come perito agrario e dove era cresciuto professionalmente.

In pochi anni Raul Gardini trasformò Ferruzzi in un gruppo prevalentemente industriale, grazie a una politica di continue acquisizioni. Prima lo zucchero della società Eridania, già quotata in Borsa, poi la divisione amido della compagnia americana CPC e subito dopo la soia.

La scalata alla Montedison

Tra il 1985 e il 1987 acquisì la maggioranza della Montedison, un grande gruppo industriale e finanziario, attivo prevalentemente nella chimica, ma con interessi nei settori farmaceutico, energetico, metallurgico, agroalimentare, assicurativo e editoriale.

La scalata alla Montedison fu possibile grazie ad aumenti di capitale delle varie società del gruppo realizzati in Borsa; erano anni in cui il mercato finanziario italiano stava conoscendo una fase di euforia grazie ai primi fondi comuni di investimento.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, Raul Gardini portò avanti il suo sogno di sempre, visionario per quegli anni: unire la chimica all’ambiente e creare un nuovo mercato energetico di derivazione agricola.

L’affare Enimont

Nel 1988 Raul Gardini realizzò la fusione della Montedison con l’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi.

Era un’operazione mai avvenuta prima: il più grande polo chimico privato e il più grande polo petrolifero pubblico si fusero formando l’Enimont, una compagnia petrolchimica dove le due società di partenza possedevano il 40% ciascuno, e il restante 20% era nelle mani del mercato azionario.

Quattordicimila miliardi di fatturato (di vecchie lire), ventimila dipendenti: una delle prime dieci imprese chimiche del mondo.

La chimica sono io.

(Raul Gardini)

Da imprenditore versatile e sempre all’avanguardia, un centravanti della finanza, Raul Gardini aveva messo a segno raffinate operazioni societarie grazie anche alla sua capacità di muoversi velocemente e anticipando i tempi.

La maxi-tangente Enimont

Eppure per Enimont dovette cedere alla politica, che gli promise gli sgravi fiscali necessari per portare a termine l’operazione.

La proposta di legge restò incagliata in Parlamento per ben due volte.

A quel voltafaccia Gardini rispose con la decisione di scalare Enimont, rastrellando il 20% di azioni sul mercato, attraverso dei soci occulti.

Lo Stato italiano non aveva intenzione di cedere la chimica al settore privato. Denunciò, quindi, le manovre di mercato di Gardini che decise così di uscire dall’affare, cercando di spuntare un buon prezzo per le azioni in suo possesso.

Per spianare la (buona) uscita da Enimont era necessaria ancora una volta la politica. Erano necessari i partiti. Erano necessarie mazzette e tangenti per un totale di 150 miliardi di lire.

Per quella che venne definita la madre di tutte le tangenti, due anni dopo la chiusura dell’intero affare Enimont, il magistrato Antonio Di Pietro, nel pieno dell’inchiesta di Tangentopoli, chiamò a testimoniare i principali esponenti della politica italiana.

(segue la prossima domenica)

Gli indici principali di Piazza Affari

Il FTSE MIB, acronimo di Financial Times Stock Exchange Milano Indice di Borsa è l’indice azionario italiano per eccellenza.

Gli indici principali di Piazza Affari

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È il riferimento utilizzato da stampa e televisione per far capire come sta andando la Borsa in Italia. 

All’interno del suo paniere ci sono i principali 40 titoli azionari italiani, che rappresentano circa l’80% della capitalizzazione complessiva del mercato della penisola.

Sono quindi le società italiane a maggior capitalizzazione, flottante, e liquidità, a guidare l’andamento dell’indice.

La capitalizzazione è il valore di mercato totale di tutte le azioni di una società; il flottante è il numero di azioni emesse, e che possono essere scambiate sul mercato; la liquidità è la disponibilità di mezzi di pagamento a brevissimo termine.

Circa due terzi dell’indice si concentra in una decina di società e questa concentrazione è evidente anche a livello settoriale; il settore finanziario occupa quasi il 40% dell’indice, seguito da quello energetico e dalle utilities.

Ogni trimestre avviene la revisione delle società che compongono il listino, a seguito di operazioni sul capitale, o di variazioni del flottante oppure dopo scorpori di rami d’azienda, fusioni, delisting (è la cancellazione dalle contrattazioni), o nuove quotazioni.

Gli indici principali di Piazza Affari: le piccole e medie imprese

Accanto al FTSE Mib ci sono gli indici FTSE Italia Mid Cap e FTSE Italia Small Cap.

Il primo indice accoglie le prime 60 società per capitalizzazione che non appartengono all’indice FTSE MIB; il secondo invece ospita le 120 società a bassa capitalizzazione, ma che di fatto rappresentano da sempre la punta di diamante dell’economia italiana.

Tra le società della piccola impresa quotate in Borsa ci sono marchi famosi come Bialetti, Geox, Pininfarina, Piquadro.

Anche le società a media e bassa capitalizzazione sono sottoposte a una revisione trimestrale, rendendo gli indici sempre dinamici e offrendo opportunità di diversificazione alle società di gestione del risparmio che ne replicano la composizione dei panieri.

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L’ondata di suicidi di Tangentopoli

Politici, imprenditori…mi preoccupa la catena di suicidi di questi di questi ultimi tempi. Alcuni non reggono il carcere, altri l’accusa di corruzione o di avere accettato tangenti. E si uccidono.

(Il Divo, Paolo Sorrentino, 2008)

suicidi di tangentopoli

Il terremoto di Tangentopoli provocò la catena di suicidi a cui si riferisce il personaggio di Eugenio Scalfari (direttore del quotidiano La Repubblica), che intervista Giulio Andreotti nel film di Paolo Sorrentino.

I 41 suicidi di Tangentopoli

Furono 41 le persone che si tolsero la vita, in carcere, fuori dal carcere, o addirittura prima di essere ufficialmente indagate.

Il primo a suicidarsi, nonostante non fosse ancora indagato, fu F.F, coordinatore di un’Azienda Sanitaria Locale di Milano. Morì soffocato dal monossido di carbonio nella sua auto. Sul sedile accanto c’erano dei ritagli di stampa, in cui si parlava di una sua probabile seconda laurea falsa in Giurisprudenza, oltre a quella vera, in Scienze politiche.

A seguire ci fu il suicidio di R.A, segretario del Partito Socialista di Lodi (una provincia lombarda che confina con la provincia di Milano), che si tolse la vita con un colpo di fucile alla testa; qualche giorno prima di compiere l’estremo gesto, si era presentato spontaneamente al giudice Antonio Di Pietro, e si era dimesso da tutte le cariche che ricopriva.

G.R, messo comunale della Provincia di Novara (in Piemonte), si impiccò in ospedale, dove si trovava per problemi neurologici. Secondo la stampa dell’epoca, aveva accettato una mazzetta per la costruzione di una piattaforma per lo smaltimento dei rifiuti.

Suicidi eccellenti

Piccoli imprenditori e politici locali, ma anche personaggi di spicco e volti noti dell’economia e della politica.

Sergio Moroni, tesoriere del Partito Socialista in Lombardia, eletto alla Camera nel 1987 e riconfermato dalle elezioni politiche del 1992, aveva ricevuto due avvisi di garanzia dalla magistratura: uno riguardava le discariche lombarde e le attività delle Ferrovie Nord, l’altro per i lavori all’ospedale di Lecco.

Poiché Sergio Moroni era un membro del Parlamento, il pool di Mani Pulite chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere con le indagini. Due anni dopo il suicidio, il Tribunale di Milano accertò che l’ex deputato socialista aveva ricevuto “circa 200 milioni in totale nelle sue mani in una cartellina tipo quelle da ufficio, avvolta in un giornale“.

La sentenza fu poi confermata in appello e in Cassazione.

Alla vicenda Enimont (di cui parleremo nel prossimo articolo) si legarono tre suicidi. Quello di Gabriele Cagliari, quello del manager Raul Gardini, e quello dell’ex direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali, Sergio Castellari.

Gabriele Cagliari si tolse la vita dopo quattro mesi di carcere, soffocandosi con un sacchetto di plastica. Aveva più volte dichiarato di essere all’oscuro delle tangenti che gli attribuivano, ma lasciò scritto che si sentiva impotente nei confronti della gogna mediatica a cui era sottoposto.

Dopo tre giorni dalla morte di Gabriele Cagliari, si uccide il manager Raul Gardini, capo di un impero agro-alimentare e indagato per una maxi-tangente da 150 miliardi.

A distanza di qualche mese dalle morti di Cagliari e Gardini, la polizia ritrovò il corpo senza vita di Sergio Castellari, dopo una settimana in cui si erano perse le sue tracce.

Si parlò di suicidio, ma sulla natura della morte ci sono ancora alcuni dubbi.

Il Btp Italia e il Btp Futura

La volta scorsa abbiamo parlato del tradizionale Btp, le cui caratteristiche lo hanno reso negli ultimi anni molto volatile e sensibile alle incertezze del paese, e quindi poco adatto ai portafogli dei risparmiatori più prudenti.

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Btp Italia

Per questo, dal 2012 il debito pubblico italiano si è arricchito di un altro tipo di obbligazione, il Btp Italia, un titolo indicizzato all’inflazione italiana, con cedole semestrali e di durata che va dai 4 ai 5, ai 6 e agli 8 anni, pensato “soprattutto per le esigenze di risparmiatori e investitori retail”.

Il suo rendimento è allineato all’evoluzione del costo della vita e questo gli garantisce una certa stabilità. Ogni sei mesi, chi ha investito in questo titolo riceve un tasso di interesse rivalutato all’inflazione, sulla base dellIndice ISTAT sui prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati (FOI) con esclusione dei tabacchi.

In caso di deflazione, cioè di inflazione negativa, viene comunque garantita la corresponsione degli interessi: le cedole vengono comunque calcolate sul capitale nominale investito.

Il Covid-19 e il Btp Futura

Al fine di finanziare la ripresa economica dal Covid-19 e le spese per fronteggiare la pandemia, prima fra tutti la campagna vaccinale, lo scorso 19 aprile il Ministero delle Finanze ha iniziato il collocamento del Btp Futura.

L’emissione del Btp Futura è stato oggetto di campagna di sensibilizzazione per coinvolgere i cittadini a sostenere il Paese e la sua ripresa, e per “accrescere l’interesse e la partecipazione verso gli strumenti di gestione del debito pubblico, garantiti dallo Stato e cruciali per spesare molti servizi/misure di cui i cittadini beneficiano ogni giorno”.

Lo spot presenta una carrellata di immagini che raccontano l’Italia innovativa, produttiva, solidale, accogliente, e sottolinea l’importanza del debito pubblico come una risorsa necessaria a sostenere la spesa per la vita di tutti i giorni: “la cura delle persone che amiamo, la salute delle nostre imprese, l’innovazione, la salvaguardia del nostro saper fare.” 

E le tasse?

L’introduzione del Btp Futura, destinato proprio a un pubblico di piccoli investitori, fa riflettere su come il risparmio degli italiani rappresenti una risorsa in questo paese.

E anche una stortura.

Perché per coprire il debito pubblico si fa appello al risparmio.

Quando in realtà, questo dovrebbe essere coperto dalle tasse,  che se tutti pagassero regolarmente, sosterrebbero la spesa pubblica. 

Compresa quella sanitaria.

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Tangentopoli: dalla Prima alla Seconda Repubblica

Mani Pulite (noto anche come Tangentopoli) è il nome della grande inchiesta giudiziaria che si è svolta nella prima metà degli anni Novanta e che denunciò un sistema fraudolento e corrotto nel quale erano coinvolte la politica e l’imprenditoria italiana.

Le banconote firmate

Tangentopoli iniziò lunedì 17 febbraio 1992 quando il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, Antonio Di Pietro, arrestò Mario Chiesa, presidente di una nota casa di riposo milanese ed esponente di spicco del Partito Socialista Italiano (PSI).

Mario Chiesa era stato colto in flagranza di reato, mentre incassava una tangente dall’imprenditore Luca Magni, proprietario di una piccola impresa di pulizie. Per continuare a ottenere l’appalto del servizio di pulizie della grande casa di riposo, Luca Magni doveva sborsare molti soldi, grazie ai quali avrebbe mantenuto la commessa e pagare i dipendenti della sua azienda.

L’appalto per le pulizie valeva 140 milioni di lire (l’equivalente di circa 70 mila euro), e per assegnarlo a Luca Magni, Mario Chiesa voleva “un pizzo” del 10%, 14 milioni di lire. Stanco di pagare, Luca Magni si era rivolto alle forze dell’ordine e lo aveva denunciato. L’accordo tra Magni e il magistrato Di Pietro, che aveva firmato le banconote da consegnare a Mario Chiesa, portò all’arresto di quest’ultimo, mentre stava mettendo in un cassetto i soldi appena ricevuti.

In quel cassetto, di banconote ce n’erano molte, frutto di altre tangenti incassate e che Mario Chiesa tentò di buttare nel water del bagno, dove si era rifugiato poco dopo l’irruzione della polizia.

Ma le banconote firmate da Di Pietro non avevano soltanto incastrato Mario Chiesa.

Quel trucchetto aveva dato il via allo scandalo politico, economico e finanziario, che mise fine all’epopea della Milano da bere e innescò un terremoto politico in tutto il Paese, sotto le cui macerie finì, definitivamente, la Prima Repubblica.

Un effetto domino

A ripensarci oggi, a circa trent’anni di distanza, Tangentopoli rappresentò la prima tessera di un domino che fece cadere un sistema che fino ad allora aveva governato indisturbato, e di cui avevano beneficiato tutti: dai politici, grandi e piccoli, agli imprenditori, a chiunque si fosse prestato a questo gioco di corruzione e protezione reciproca.

Le indagini iniziarono a Milano, ma le confessioni di industriali, imprenditori e politici coinvolti fecero propagare l’inchiesta velocemente ad altre città.

In questa espansione esponenziale delle indagini, i leader politici privavano del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati. Questi ultimi, sentendosi traditi, accusavano altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Tutte le persone coinvolte vivevano nel terrore e nella vergogna di essere arrestate. Addirittura sembra che ci fu un politico socialista che confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri, che in realtà si erano presentati a casa sua solo per notificargli una multa. Si racconta anche di persone che avevano iniziato a confessare i propri reati al citofono, alle forze dell’ordine che erano andate ad arrestarle.

Non mancò nemmeno un’ondata di suicidi.

1992, la notte della Prima Repubblica

Fu un anno difficile.

I 12 (all’epoca) paesi dell’Unione Europea stavano per aprire le frontiere, ma oltre agli effetti di Tangentopoli, l’Italia stava per attraversare una profonda crisi politica che culminò con il forte astensionismo alle elezioni politiche nell’aprile di quell’anno.

Le elezioni per il rinnovo di Camera e Senato furono segnate dall’indifferenza della popolazione nei confronti di una classe politica incapace di rinnovarsi nonostante i cambiamenti epocali in corso (primo fra tutti la caduta del Muro di Berlino, avvenuta tre anni prima).

Il colpo di grazia arrivò tra maggio e luglio, quando la mafia (con un sistema politico connivente) uccise i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la moglie di Falcone, e il personale delle scorte dei due magistrati, nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Pochi giorni prima della strage di Via D’Amelio, Antonio Di Pietro aveva saputo di essere anche lui nel mirino degli attentati.

La Seconda Repubblica

Tangentopoli mise sotto inchiesta per centinaia di politici locali e nazionali, tra cui alcune figure politiche di primo piano, come il segretario del Partito Socialista Bettino Craxi.

Antonio Di Pietro si dimette dalla magistratura il 6 dicembre 1994.

Il 26 dicembre 1994, venti giorni dopo, avrebbe dovuto procedere all’interrogatorio a Silvio Berlusconi, che era diventato Presidente del Consiglio l’11 maggio di quello stesso anno e che di Bettino Craxi era stato amico e sostenitore.

Dopo il crollo della Prima Repubblica, caratterizzata dalla partitocrazia, cioè il potere dei partiti e dalla mentalità che Tangentopoli aveva cercato di scardinare, l’ascesa di Silvio Berlusconi segna l’ingresso nella Seconda Repubblica

La Seconda Repubblica italiana è un caso di trasformismo in grande scala: non un partito, non una classe, ma un intero sistema che si converte in ciò che voleva abbattere.

(Perry Anderson, sociologo britannico, su London Review of Books)

Il Btp e la sua volatilità

il btp e la sua volatilità

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Il Btp o Buono del Tesoro Poliennale è da sempre uno degli investimenti preferiti dei risparmiatori italiani.

Si tratta di un’obbligazione a tasso fisso emessa dallo Stato Italiano, che si impegna a pagare interessi semestrali e a restituire il capitale alla scadenza.

I risparmiatori o gli investitori istituzionali possono acquistarlo attraverso un’asta che si svolge regolarmente ogni mese, oppure direttamente sul mercato.

Le scadenze del Btp possono variare dai cinque, ai dieci, ai venti e addirittura ai trent’anni.

La lunga durata e la natura di titolo a tasso fisso rendono le fluttuazioni dei prezzi molto altalenanti, proprio perché oggetto di transazioni mordi e fuggi, soprattutto in momenti di instabilità nella situazione politica e economica del paese (come successe tra il 2011 e il 2012).

Nonostante si tratti di un titolo a rendimento e a capitale garantito, che lo Stato rimborserà alla scadenza naturale, la vita di un BTP è costellata di momenti di alta volatilità che a volte supera quella dei titoli azionari, che di garantito non hanno nulla.

Non ci credete?

Diamo un’occhiata all’andamento degli ultimi dieci anni del BTP scadenza 1 febbraio 2037 con cedola del 4% (che oggi definiremmo senza dubbio un rendimento molto molto appetibile).

Il titolo, nato il 19 ottobre del 2005 ad un prezzo di 101,29, ha registrato un minimo storico di 62,50 (era il 9 novembre 2011, i giorni dello spread Btp-Bund a 575 e della paura di un possibile default dello stato italiano); nel 2020, durante la prima fase della pandemia, il Btp 2037 ha toccato punte minime intorno ai 117, per poi risalire vertiginosamente e arrivare al massimo registrato, lo scorso 12 febbraio, di 146,54.

Provate ora a mettervi nei panni di un risparmiatore.

Che cosa avreste fatto se aveste comprato il titolo all’emissione, ve lo foste tenuto in portafoglio prendendovi quel 4% annuo, sicuro e tranquillo, e a un certo punto, a novembre 2011, vi foste accorti del tonfo del prezzo sul mercato, che, virtualmente vi stava facendo perdere quasi il 40% del vostro capitale.

Viceversa, che cosa fareste oggi, con il titolo ai massimi storici, magari acquistato ad un prezzo vantaggioso in una delle fasi più critiche di mercato? E dove reinvestireste i soldi guadagnati?  

E ancora: farà meglio un cassettista, il cui unico scopo è quello di tenere in portafoglio dei titoli duraturi con un buon rendimento, e di portarli a scadenza naturale?

Beh, vi dico la mia, che per mestiere un po’ di queste burrasche le ho viste e le ho vissute, e passavo le giornate incollata alle quotazioni dei Btp in tempo reale.

Tenere. Vendere. Comprare. Rivendere, sfruttando i vantaggi fiscali delle minusvalenze accumulate.

In quei momenti questi erano i dilemmi per molti dei miei clienti, ma di fatto erano davvero l’ultimo dei problemi.

Perché il rischio che il paese Italia finisse a gambe per aria era palpabile.

Molto. Palpabile.

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I gialli finanziari: il caffè avvelenato di Michele Sindona

Banchiere, faccendiere, e criminale: ascesa e caduta di Michele Sindona, dalla consacrazione a mago della finanza internazionale, fino alla morte in carcere per un caffè avvelenato.

Michele Sindona

Seconda parte. Leggi qui la prima parte

Sul fallimento della Franklin Bank indagò anche l’FBI e il Senato degli Stati Uniti istituì una commissione d’inchiesta che scoprì che nel 1974 Michele Sindona aveva trasferito 2 miliardi di lire alla DC (Democrazia Cristiana) con libretti al portatore.

Sembra che con quelle operazioni siano transitati parecchi milioni di lire attraverso la CIA (l’intelligence statunitense), la stessa Franklin Bank, e il SID (i servizi segreti italiani).

I soldi sarebbero serviti per finanziare la campagna elettorale di 21 politici italiani.

I rapporti di Michele Sindona con la P2

La loggia massonica Propaganda Due (P2) è stata un’associazione segreta nata durante la Guerra Fredda in chiave anti-comunista. Gestita da Licio Gelli, si conoscono i nomi di 972 iscritti. Ha raccolto politici, giornalisti, uomini d’affari, delle Forze Armate, e dei servizi segreti con l’obiettivo di realizzare il “Piano di rinascita nazionale”: un programma di trasformazione autoritaria dello stato.

Il Divo, Paolo Sorrentino, 2008 (titoli di testa)

Al salvataggio della Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona erano interessati sia Licio Gelli, capo dell’organizzazione criminale P2, che il divo Giulio Andreotti, che aveva interessato due parlamentari affiliati alla loggia.

La Banca d’Italia ostacolò fortemente il salvataggio della banca, così Michele Sindona si rivolse al banchiere Roberto Calvi.

I due si erano conosciuti alla fine degli anni Sessanta, quando Sindona aveva aiutato Calvi a costituire delle società off shore.

Inoltre, qualche anno dopo, Sindona aveva presentato Calvi a Gelli e lo aveva introdotto nella P2.

Di fronte al rifiuto di Calvi di aiutarlo a ripianare i debiti della Banca Privata, Sindona una notte si vendicò attaccando per tutta Milano dei manifesti che riportavano le operazioni irregolari del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Il carcere e la morte

Dopo l’arresto in una cabina telefonica di Manhattan nel 1980, seguì la condanna a 25 anni di carcere per frode, spergiuro, appropriazione indebita di fondi bancari.

Mentre si trovava nelle prigioni federali statunitensi, il governo italiano presentò domanda di estradizione perché Sindona potesse presenziare al processo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

Sindona rientrò in Italia, dove ricevette la condanna a 12 anni per frode, per il fallimento della Banca Privata Finanziaria, e l’ergastolo per essere stato il mandante dell’omicidio Ambrosoli.

Qualche giorno dopo la condanna all’ergastolo, Michele Sindona bevve un caffè al cianuro di potassio e morì due giorni dopo.

Sebbene ufficialmente si trattò di suicidio, la sua morte fu probabilmente un tentativo di auto-avvelenamento, al fine di ottenere l’estradizione negli Stati Uniti, dove si sarebbe sentito al sicuro.

Tra le ipotesi c’è anche quella che qualcuno avrebbe voluto toglierlo di mezzo, e lo abbia manipolato fornendogli il veleno per fargli simulare un suicidio, e facendogli credere che una bustina di cianuro gli avrebbe causato un semplice malore.

Qualcuno che aveva paura che Michele Sindona, ormai senza più niente da perdere, avesse potuto svelare i segreti della vita politica italiana, ammanicata con Cosa Nostra, i servizi segreti.

E chissà quanto altro.

Bitcoin, Blockchain, Nifty

Il bitcoin è una moneta elettronica nata nel 2009 e basata sulla tecnologia blockchain, ossia un registro gestito direttamente dai partecipanti di una rete.

Ogni transazione è validata dai membri della rete e non da una banca centrale.

Bitcoin Blockchain Nifty

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Oltre alla decentralizzazione delle informazioni, questo sistema consente la tracciabilità e la trasparenza dei trasferimenti, e quindi la possibilità di risalire a tutta la catena di operazioni; nonché la loro immutabilità, poiché qualsiasi variazione può avvenire solo e soltanto con il consenso di tutti i membri della rete.

Ma in cosa consiste la tecnologia blockchain?

Si tratta di un grande libro mastro contenente i vari conti con relativi saldi, espressi in bitcoin. 

Chi vuole inviare del denaro a qualcuno, crea un messaggio che firmerà con una chiave crittografica che garantisce l’autenticità e l’attendibilità della transazione.

La chiave crittografica è unica, segreta, collegata alla firma del mittente e impossibile da copiare e da riutilizzare su altre transazioni.

Il movimento di denaro viene inviato a tutti i membri della rete che fanno anche da validatori, garantendone così l’autenticità.

NFT, Non-Fungible Token

L’autenticità digitale della tecnologia blockchain è ciò che ha permesso lo sviluppo dei Non-Fungible Token, meglio noti con il loro acronimo NFT, o con il nomignolo di nifty, e di cui si è sentito molto parlare, soprattutto nel mercato dell’arte.

Gli NFT sono dei contenuti digitali intangibili (intoccabili, protetti) e non replicabili: potrebbero esserci tante copie uguali, ma i non-fungible token diventano unici grazie alla certificazione blockchain.

Un esempio? Anche più di uno

I video che riprendono qualche azione particolare durante le partite dell’ NBA; il primo tweet di sempre, scritto di pugno proprio dal fondatore del noto social network cinguettante; un collage di cinquemila opere digitali, contenute in un file JPEG e battuto dalla nota casa d’aste Christie’s.

L’acquirente, che ha pagato 69,3 milioni di dollari per un file JPEG, sembra essere il proprietario del più grande fondo di NTF al mondo.

Canzoni. Video. Gif. Tweet. Opere digitali.

Chissà se i nifty si riveleranno una bolla oppure un valido supporto per la protezione del diritto d’autore?

Nell’attesa di capirlo, dobbiamo però riflettere sull’impatto ambientale che l’esistenza e il funzionamento di bitcoin, blockchain, NFT (e di tutto il mondo digitale che ci circonda e ci facilita la vita di ogni giorno) hanno sull’energia elettrica necessaria.

Perché quella non è replicabile all’infinito.

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

I gialli finanziari italiani: Michele Sindona e l’omicidio Ambrosoli

Il faccendiere Michele Sindona è stato il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il commissario di Bankitalia che indagò sul crac delle sue banche.

Oggi vi racconto la prima parte di questa storia.

Michele Sindona, 62 anni, siciliano, avvocato. Anni fa l’Economist (…) lo ha definito il più grande finanziere europeo e il Times, l’italiano di maggior successo dopo Mussolini (…). Nel ’74, al culmine della carriera, controllava 146 società in 11 paesi del mondo. (…) Oggi il suo nome è legato al più gigantesco e losco intreccio del secolo. Ne sono coinvolti politici e banchieri, cardinali e giudici, mafiosi e interi stati, assassini e assassinati.

Rai, Mixer – Faccia a faccia, Giovanni Minoli intervista Michele Sindona, 1983

Michele Sindona

Era il 1983 e Michele Sindona, condannato a 25 anni di prigione dal tribunale di New York per il fallimento della Franklin National Bank, si trovava recluso nel penitenziario di Otisville, a un’ora e mezza da New York.

Imputato con 65 capi d’accusa, quella di Michele Sindona era la più severa condanna che un colletto bianco avesse mai avuto nella storia degli Stati Uniti.

Specialista in esportazione di capitali e paradisi fiscali

Michele Sindona nasce nel 1920 a Patti, in Sicilia, per trasferirsi a Milano appena finita la guerra, nel 1946, dove apre uno studio di consulenza tributaria e legale e collabora con importanti società immobiliari.

Le sue specialità sono la pianificazione fiscale, l’esportazione di capitali, e il funzionamento dei paradisi fiscali e anche una certa spregiudicatezza, grazie a cui mette a segno operazioni di Borsa molto vantaggiose, che sono la base per l’attività di banchiere che svilupperà in seguito.

Negli anni Sessanta introduce a Piazza Affari gli strumenti di Wall Street, come l’OPA (offerta pubblica di acquisto), il conglomerate (quando una grande compagnia è divisa in settori che si occupano di affari completamente differenti tra loro), il private equity, (quando un investitore istituzionale acquista le azioni di una società non quotata su mercati regolamentati).

Diventato amico di esponenti della mafia, nel 1961 Michele Sindona compra la Banca Privata Finanziaria e, attraverso la sua capogruppo (holding) lussemburghese Fasco acquisisce anche altre società.

Nel 1969 conosce il cardinale Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, che fa entrare la banca vaticana IOR (Istituto per le Opere Religiose) nella Banca Privata Finanziaria, mentre Sindona continua a spostare i capitali verso le banche svizzere per speculare su scala internazionale.

Ma il colpaccio che Michele Sindona avrebbe voluto mettere a segno arriva nel 1971, quando si mette alla guida di un’OPA sulla Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali.

L’operazione avrebbe portato alla nascita di un fronte di finanza bianca, legato alla DC (Democrazia Cristiana) di Giulio Andreotti e in contrapposizione alla finanza laica.

Inoltre, se il piano fosse riuscito, si sarebbe aperta la strada per una serie di fusioni, scalate, e controlli attraverso pacchetti di maggioranza, di solide società appartenenti ai più disparati settori dell’economia italiana.

Il crac Sindona

Nel 1972 Michele Sindona entra nella Franklin National Bank, tra i primi venti istituti di credito degli Stati Uniti, e partecipa al capitale di altre banche, tra cui la Finabank di Ginevra e la Continental Illinois di Chicago.

Nell’aprile del 1974 un crollo del mercato azionario si trascina dietro la Banca Privata Italiana e la banca Franklin, insolvente per frode, speculazioni in valuta estera e cattiva gestione dei prestiti.

Già nel 1971 la Banca d’Italia ha iniziato a investigare sulle attività delle banche di Sindona, da cui emergono contabilità in nero.

Molti enti pubblici (tra cui l’INPS) avevano affidato i propri depositi a Sindona, su cui applicava tassi d’interesse, sempre in nero, che fruttavano i soldi per le tangenti con cui corrompere amministratori e uomini politici.

Un giallo nel giallo: l’omicidio Ambrosoli

 A seguito del fallimento della Banca Privata Italiana, nel 1974 la Banca d’Italia nomina un commissario liquidatore, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che esamina la trama intrecciata e articolata delle operazioni che Michele Sindona aveva messo in piedi.

Ambrosoli scopre che dietro il crac c’erano i depositi fiduciari: le banche trasferivano i soldi dei depositi dei clienti presso consociate estere e poi li utilizzavano sottobanco per finanziare le altre società del gruppo Sindona

Ambrosoli inizia a ricevere pressioni e tentativi di corruzione, affinché certifichi la buona fede di Sindona e gli eviti il carcere. Ma lo Stato italiano, per mezzo della Banca d’Italia, non poteva coprire le violazioni con cui Michele Sindona aveva creato quegli ingenti scoperti.

Per questo motivo, Giorgio Ambrosoli, pur cosciente del fatto che sta rischiando la pelle, conferma la responsabilità penale di Michele Sindona.

L’11 luglio del 1979 Giorgio Ambrosoli viene ucciso da quattro colpi di pistola da un malavitoso americano, mandato dallo stesso Sindona.

Giorgio Ambrosoli: un eroe borghese

Per approfondire l’indagine del commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli, è molto consigliata la visione del film Un eroe borghese, di Michele Placido (disponibile su YouTube).

Il film del 1995, attraverso materiale originale dell’epoca, ricostruisce gli antefatti che portarono al barbaro omicidio.

Il ruolo di Ambrosoli è affidato a Fabrizio Bentivoglio, che restituisce perfettamente la figura di uomo di Stato e a cui lo Stato aveva affidato un incarico prestigioso e altrettanto oneroso, per poi ritrovarselo contro.

La tematica dell’uomo rappresentante della legge è incarnata anche dall’integerrimo maresciallo della Guardia di Finanza (interpretato da Michele Placido) che affianca Ambrosoli nelle indagini.

Abbandonati dagli amici e dalle loro autorità di riferimento, i due uomini si muovono in una Milano oscura, nel pieno degli anni di piombo, fatta di ricatti e tentativi di corruzione.

Ma con un’unica e sola certezza: quella di stare dalla parte giusta.

(Continua domenica prossima)

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