La programmazione estiva

Ecco un riepilogo degli appuntamenti di LUGLIO e AGOSTO con articoli, attività didattiche da scaricare, podcast e newsletter.

Domenica 4 luglio 2021 La Svizzera e il segreto bancario (Articolo e attività didattiche in .pdf).

Mercoledì 7 luglio 2021 Un paradiso….(fiscale)! (Podcast).

Venerdì 16 luglio 2021 IL QUINDICINALE la newsletter di Italiano della Finanza. Se non vi siete ancora iscritti, fatelo qui.

Domenica 18 luglio 2021 Come si dice Whistleblower in italiano? (Articolo e attività didattiche in .pdf).

Mercoledì 21 luglio 2021 Che la pace (fiscale) sia con voi! (Podcast).

Domenica 1 agosto 2021 L’imposta di successione in Italia (Articolo e attività didattiche in .pdf).

Mercoledì 4 agosto 2021 La sfida delle Fintech in Italia (Podcast).

Domenica 22 agosto 2021 Quel caldo agosto del 2011 (Articolo e attività didattiche in .pdf).

Mercoledì 25 agosto 2021 Lo spauracchio della Patrimoniale (Podcast).

Venerdì 27 agosto 2021 IL QUINDICINALE la newsletter di Italiano della Finanza

A settembre Italiano della finanza ritorna con un po’ di novità.

A presto!

Che la pace (fiscale) sia con voi!

Pace fiscale. Sanatoria. Rottamazione. Scudo fiscale. Voluntary disclosure. Saldo e stralcio.

Dietro queste lusinghe linguistiche si nasconde il provvedimento eccezionale con cui lo stato decide di sanare il debito tra il contribuente e il fisco. 

In una parola, anzi due: condono fiscale.

pace fiscale e condono

Dall’unità d’Italia a oggi, in 160 anni, ne sono stati concessi ben 80 dai Presidenti del Consiglio in carica. 

Il condono nella Prima Repubblica e quelli del Cavaliere

I progenitori del condono moderno sono Mariano Rumor, capo del Governo nel 1973 e Emilio Colombo, all’epoca ministro delle Finanze. La loro fu una riforma fiscale che portò alla nascita dell’odierna IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), e un gettito equivalente a 31 miliardi di euro di oggi.

Dopo il secondo condono del 1982, nel 1992 il condono tocca all’ultimo governo Andreotti, proprio alla vigilia di Tangentopoli.

Con Mani Pulite si chiude la Prima Repubblica, e si apre la lunga stagione berlusconiana.

Il Cavaliere ne fa due di condoni: uno nel 2003 e uno nel 2009. Il primo sarà il più redditizio di sempre, con oltre 34 miliardi di euro nelle casse dello stato.

Le lusinghe linguistiche di Matteo Renzi e Giuseppe Conte

La storia recente vede il governo di Matteo Renzi che propone una voluntary disclosure, e Giuseppe Conte che chiama il condono del suo governo: saldo e stralcio.

Secondo uno studio, tutti i condoni varati dal 1973 a oggi avrebbero portato un’entrata di 110 miliardi di euro, pari all’evasione fiscale di un anno.

E’ evidente quindi che gli svantaggi siano maggiori dei benefici. Prima di tutto perché si incassa meno e si sottraggono risorse alla collettività. 

E poi, parliamoci chiaro: il condono rappresenta la resa da parte dello Stato, che in questo modo dimostra chiaramente il suo malfunzionamento.

Con lo stralcio delle cartelle esattoriali del recente Decreto Sostegni, anche il governo di Mario Draghi è ricorso a un condono. E lo ha chiamato esattamente per quello che è, precisando che occorre riformare urgentemente i meccanismi di riscossione perché pare evidente che qualcosa non stia andando per il verso giusto. 

Pare molto evidente.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

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Dal Private Banking al Wealth Tech: l’importanza della pianificazione finanziaria

Dopo l’estate ci saranno alcune novità per il blog, ma abbiamo sempre bisogno dell’aiuto di chi ci legge e chi usa le nostre attività didattiche per capire se stiamo andando dalla parte giusta.

Con l’occasione, vogliamo ringraziare quanti ci hanno già scritto in questi mesi, per sostenerci e per darci qualche suggerimento utile.

Ecco un’idea per una delle prossime attività.

Aspettiamo i vostri commenti agli indirizzo info@italianodellafinanza.it oppure girrrl6@gmail.com.

Come si dice whistleblower in italiano?

Il whistleblower è la persona che lavora per un’azienda e che ne denuncia attività non etiche o illecite alle autorità pubbliche, ai mezzi d’informazione, a gruppi di interesse pubblico.

Ma come si dice whistleblower in italiano?

Intanto vi racconto un po’ di cose.

Questa è la storia di Hervè Falciani, un ingegnere di origini italiane nato a Monte Carlo, che aveva iniziato a lavorare al casinò della capitale monegasca per poi arrivare alla gestione della sicurezza informatica della filiale di Ginevra della HSBC, da dove nel 2009 è partita l’inchiesta Swissleaks.

L’inchiesta – durata otto mesi e coordinata da una rete di 185 giornalisti di 65 paesi diversi – racconta tre cose principali: i numeri di un vasto sistema di elusione ed evasione fiscale mondiale, i nomi delle persone coinvolte e il fatto che il meccanismo fosse accettato e addirittura incoraggiato da HSBC.

Evasione e elusione fiscale

Tra il 2001 e il 2008 Hervè Falciani lavora alla HSBC di Ginevra. Nel 2006 si occupa della riorganizzazione dell’archivio dati al fine di migliorarne la sicurezza ed è proprio in quell’occasione che si rende conto che i dati sono trattati in modo da favorire l’evasione fiscale.

Falciani propone ai vertici della filiale un sistema informatico che lasci traccia dei nominativi e delle transazioni, ma i suoi capi rifiutano la proposta.

Come spiegherà più tardi il Guardian, il sistema di evasione veniva facilitato proprio dalla filiale ginevrina della HSBC. Infatti dal 2005 la filiale avrebbe contattato i suoi clienti più facoltosi proponendogli di occultare i soldi in società con sede nei paradisi fiscali. La filiale avrebbe così permesso ai suoi clienti di eludere le tasse e nascondere milioni di dollari, distribuendo denaro contante non rintracciabile e dando consigli su come aggirare le autorità fiscali. Avrebbe infine fornito tali servizi anche «a criminali internazionali, uomini d’affari corrotti e ad altri soggetti ad alto rischio».

La lista Falciani

Nel 2009 Hervè Falciani decide di copiare i conti dai sistemi informatici. Si tratta di più di 10.000 clienti italiani, oltre 12.000 francesi, quasi 11.000 britannici, 6.000 statunitensi, 1.800 giapponesi e altrettanti spagnoli, 1.300 greci. E ancora i cinesi, i brasiliani, gli argentini, i turchi, i libanesi. Uomini e donne ricchissimi, provenienti da 183 paesi nel mondo, e che hanno distratto somme importanti al bene comune, alla collettività

La lista Falciani arriva alle autorità francesi che la divulgano ad altri paesi affinché verifichino le posizioni dei loro cittadini. Se in Gran Bretagna hanno recuperato 135 milioni di euro di imposte arretrate, in Spagna più di 220 milioni e in Francia 188 milioni, in Italia le numerose indagini per frode fiscale hanno portato all’apertura di svariati ricorsi, proprio sulla possibilità di usare i dati nelle dispute fiscali.

HSBC ha ammesso che ci sono stati comportamenti irregolari da parte della filiale svizzera, ma ha cercato di minimizzare spiegando che per molti anni dopo l’acquisto nel 1999 la HSBC Private Bank di Ginevra godeva di una certa autonomia all’interno del gruppo, oltre che di meno controlli.

Come si dice whistleblower in italiano?

Dentro un’azienda o una banca basta una sola persona contraria al mantenimento del segreto per far saltare tutto.

La cassaforte degli evasori, Hervè Falciani (con Angelo Mincuzzi)

Hervè Falciani è un segnalatore di illeciti, il primo ad aver innescato la miccia che ha fatto scoppiare il più grande scandalo bancario, quello dell’industria dell’evasione fiscale e che ha contribuito al recupero di ingenti somme di denaro da rimettere nelle casse degli Stati.

Ma nel 2014 Falciani è stato indagato dal governo federale svizzero per violazione del segreto bancario e per spionaggio industriale. L’accusa era quella di aver trafugato informazioni dagli uffici ginevrini della HSBC, passandoli illegalmente al fisco francese.

Il 27 novembre 2015 il tribunale di Bellinzona lo ha condannato a cinque anni di carcere per spionaggio economico.

Un paradiso….(fiscale)!

L’espressione paradiso fiscale nasce probabilmente dalla traduzione inesatta di tax haven, più vicina a rifugio fiscale

In effetti però, la parola heaven, paradiso, sembra quasi più appropriata.

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast

Si tratta di Stati nei quali il prelievo fiscale sui redditi è assai ridotto o del tutto assente, consentendo quindi notevoli risparmi a persone e società che vi stabiliscono la residenza o la sede legale.

Ma il meccanismo dei paradisi fiscali non nasce solo per evadere le tasse. 

Nasce soprattutto per impedire di conoscere la provenienza del denaro e il suo proprietario (e questo nei paesi civili è reato). 

Se mi occupo di traffici illeciti e guadagno dei soldi che poi vado a depositare in banca, questa è tenuta a chiedermi la documentazione che attesti la provenienza di quel denaro. Se li deposito nella banca di un paradiso fiscale, nessuno mi chiede niente. 

Così, dopo averli ripuliti, li trasferisco nella banca del mio paese.  

Per far fronte a questo meccanismo di riciclaggio le banche si sono dotate di un sistema di controllo che impone l’uso di codici che identificano il paese di provenienza e fanno scattare un allarme nel caso in cui questo paese sia nella black list dei paesi a fiscalità privilegiata.

San Marino

Fino al 12 febbraio 2014 in questa lista c’era anche la Serenissima Repubblica di San Marino, uno staterello di 61 kilometri quadrati situato tra la provincia di Rimini e quella di Pesaro-Urbino. 

Dal 12 febbraio del 2014, appunto, la più antica Repubblica d’Europa fondata nel 301 d.C. è uscita dalla black list.

Tra gli interventi che hanno portato il Governo Italiano a prendere questa importante decisione, c’è l’adeguamento di San Marino agli standard internazionali in materia di scambio di informazioni, oltre alla modifica del prelievo fiscale, più in linea con quello italiano.

Il Vaticano

Nello Stato della Città del Vaticano è in corso una riforma della finanza che prevede l’adeguamento alle normative internazionali sulla trasparenza finanziaria e sull’anti-riciclaggio. Una prima tappa del processo è stata formalizzata nel 2015, quando è entrato nella white list fiscale, agevolando così lo scambio di informazioni di natura fiscale con l’Italia. 

Non resta che attendere fiduciosi che il Vaticano si allinei agli standard europei della normativa contro il riciclaggio del denaro sporco.

Del resto, anche Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di combinare armoniosamente, l’efficacia operativa e la natura pastorale essenziale di tutte le azioni.

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La Svizzera e il segreto bancario

Attraversare un posto di frontiera in macchina ha da sempre un sapore di fuga e di avventura.

Alle richieste di rito delle autorità doganali, tipo favorisca i passaporti e motivo del viaggio, si risponde sempre con una certa ansia pure se magari si sta espatriando per una scampagnata fuori porta sulle montagne svizzere.

E pensare che c’era un tempo in cui i private banker svizzeri ti accoglievano con un biglietto da visita senza il logo della banca, proprio per evitare grane al confine in caso di perquisizione.

La fine di un’era

Quei tempi sono passati. Dal primo ottobre 2018 è in vigore lo scambio automatico di informazioni tra Italia, Svizzera e altri 98 Paesi (il CRS, Common Reporting Standard). In questo modo le banche svizzere inviano le informazioni inerenti ai clienti italiani (e non), passando prima per Berna, all’Ufficio Federale della Contribuzione, fino ad arrivare all’Agenzia delle Entrate italiana, settore internazionale.

In molti, l’addio della Svizzera al segreto bancario l’hanno definito la fine di un’era.

Di fatto gli ultimi anni sono stati caratterizzati da scandali finanziari e inchieste per riciclaggio di denaro ed evasione fiscale che hanno coinvolto le banche elvetiche.

Questo cambio di rotta deve andare di pari passo con una presa di posizione più dura da parte dell’autorità svizzera di vigilanza dei mercati di finanziari. Secondo Mark Pieth, professore di diritto penale all’Università di Basilea, l’autorità non avrebbe ritirato la licenza agli istituti bancari incriminati.

Il segreto bancario nella storia della Svizzera

Gli Ugonotti

Il segreto bancario appartiene alla storia svizzera da molto tempo e come diritto alla tutela della sfera privata.

Si tratta di un diritto che risale al 1713, quando il Gran Consiglio di Ginevra stabilì per i banchieri l’obbligo di conservare un registro della clientela e delle operazioni effettuate, con il divieto assoluto di diffonderne il contenuto.

All’epoca la piazza di Ginevra era già un importante centro nevralgico del sistema europeo di credito commerciale e finanziario.

A Ginevra infatti si erano stabiliti per primi i banchieri fiorentini della famiglia dei Medici nel 1425 e poi gli Ugonotti, i protestanti francesi che nel 1595 fuggivano dalle persecuzioni del Re di Francia Luigi XIV.

Più tardi, gli eredi degli stessi Ugonotti, membri di prestigiose famiglie di banchieri ginevrini, avrebbero prestato denaro alla stessa casa reale d’oltralpe e accolto le ricchezze degli aristocratici in fuga dalla rivoluzione francese.

L’istituzionalizzazione del segreto bancario

Il 27 ottobre 1932 la polizia francese fa irruzione negli appartamenti dalla Banca Commerciale di Basilea a Parigi e confisca una lista di nomi importanti, tra ministri, senatori e imprenditori dell’epoca.

Il governo francese congela gli averi della Banca Commerciale di Basilea in patria, mette dietro le sbarre i suoi dirigenti e invia gli ispettori alla sede principale, in Svizzera.

L’episodio diventa un caso diplomatico e fa tremare l’establishment finanziario svizzero che teme una fuga di capitali francesi. 

Nel 1934 l’Assemblea federale della Confederazione approva la legge sulle banche e le casse di risparmio, che prevede una reclusione di tre anni nei casi di violazione del segreto bancario, oltre a un’ammenda di 250.000 franchi svizzeri.

Tangentopoli e i conti svizzeri

Tutto rimane pressoché invariato fino al 1991. Gli effetti dell’inchiesta di Tangentopoli in Italia si fanno sentire anche nella vicinissima Svizzera, che decide di non mantenere più anonimi i conti dei clienti in caso di inchieste giudiziarie.

Un intervento del parlamentare ticinese Werner Carrobbio, chiedeva al più presto un rapporto sulle implicazioni del settore bancario e parabancario svizzero negli scandali di in corso a Milano:

La Svizzera e il suo sistema giudiziario e bancario sono state inoltre più volte chiamate in causa dai giudici italiani di Mani Pulite per le lentezze con le quali avrebbero dato seguito alle richieste di assistenza giudiziaria o per le continue opposizioni contrapposte alle stesse. L’importanza dei capitali frutto di tangenti (…) depositati o transitati nelle banche o negli istituti parabancari, (…), gli aspetti giuridici e penali che le richieste di assistenza giuridica e relative critiche dei giudici italiani hanno sollevato, oltre ai legami, (…), che potrebbero chiamare in causa personalità politiche svizzere (…) impongono un chiarimento dei fatti e dei vari aspetti politici e legali ad essi legati. Questo nell’interesse della credibilità delle istituzioni politiche, giudiziarie ed economiche svizzere.

La richiesta di Werner Carrobbio fu respinta. Secondo l’Assemblea federale “la corruzione di funzionari esteri non costituisce reati per il diritto svizzero (…) il provento di tale corruzione non può pertanto essere oggetto di riciclaggio o di ricettazione“.

Il colpo di grazia

Il 6 maggio 2014, la Svizzera ha tolto definitivamente il segreto bancario, sottoscrivendo con l’OCSE l’accordo per lo scambio automatico delle informazioni.

Qualche anno prima era arrivato il colpo di grazia all’inespugnabile segretezza elvetica.

Il 22 dicembre 2008, l’ingegnere informatico italo-francese Hervé Falciani aveva violato il segreto bancario della filiale ginevrina della HSBC e consegnato la lista dei correntisti presunti evasori ai magistrati francesi.

Ma questa è un’altra storia, e ve la racconto tra due domeniche.

Er Madoff alla vaccinara

Conosciuto come il Madoff dei Parioli, o anche come il Madoff alla vaccinara, con riferimento al famoso piatto tipico della cucina romana, Gianfranco Lande operava da anni nell’elegante quartiere Parioli della capitale.

Scorri per ascoltare il podcast (speaker Marco Chiappini)

L’indagine che portò al suo arresto per abusivismo finanziario era durata tre anni e aveva svelato una truffa ai danni dei suoi clienti, un portafoglio di settecento nominativi, tra aristocratici, liberi professionisti, personaggi del mondo della cultura, della televisione, del cinema, dello sport, dell’edilizia.

Lo scudo fiscale del Governo Berlusconi

Lande prometteva rendimenti tra l’otto e il quindici per cento ed era arrivato a gestire un patrimonio di oltre 237 milioni di euro, investendo in “azioni, obbligazioni e liquidità negli stati fuori dal circuito dei controlli legali, previsti dalla normativa vigente”.

Dagli interrogatori successivi all’arresto di Gianfranco Lande emerse che tra i clienti ce n’erano alcuni che avevano utilizzato i servizi finanziari delle sue società per riportare in Italia i capitali che si trovavano all’estero, utilizzando lo strumento dello scudo fiscale.

Era il 2009 e il governo Berlusconi aveva varato una manovra tributaria chiamata scudo fiscale, che consentiva a chi aveva portato soldi all’estero (molto spesso per non pagare le tasse) di trasferirli nuovamente in Italia, regolarizzando eventuali frodi tramite il pagamento di un’imposta forfettaria di valore inferiore alle normali aliquote tributarie.

La faccenda scatenò parecchie critiche da parte dell’opinione pubblica nei confronti di alcuni personaggi dello spettacolo, i cui spostamenti di soldi all’estero fecero immediatamente pensare a somme guadagnate in nero e nascoste al fisco italiano.

Le banca indagate

Nel mirino delle indagini ci finirono anche alcuni istituti di credito, che non avevano operato correttamente nella classificazione delle società gestite da Gianfranco Lande; oltre all’accusa di abusivismo finanziario, i funzionari di banca furono accusati “di mancato adempimento dell’obbligo di identificazione della clientela”.

Classificando le società di Lande come “società non finanziarie”, gli consentirono di effettuare movimentazioni in entrata e in uscita per 65 milioni di euro, contribuendo così alla realizzazione del mega-raggiro.

Più che mega-raggiro… nà mandrakata!

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Investimenti: ecco qualche mito da sfatare

Il mondo del risparmio e degli investimenti pullula di idee preconcette che sono spesso sbagliate o che magari ci sono state trasmesse da padri e nonni, probabilmente in linea con il loro contesto economico e sociale.

Proviamo a smontarne qualcuno.

Investire è solo per i ricchi. Falso.

Lasciatevelo dire: niente di più falso.

E se non vi fidate di me, allora seguite le indicazioni di Albert Einstein, che definì l’interesse composto come l’ottava meraviglia del mondo.

L’importante è cominciare a investire appena possibile e attraverso piccoli accantonamenti (dei piani di risparmio ne abbiamo parlato qui). Decidere il settore in cui investire dipende dagli obiettivi di medio e lungo termine, dal rischio che si è consapevoli di voler correre, ma se si hanno a disposizione tempo e un piccolo, piccolissimo, importo mensile, la forza dell’interesse composto di cui parlava Albert Einstein diventa davvero efficace.

Comprare quello che sale e vendere quello che scende. Falso.

Uno dei più grandi errori degli investitori è seguire i risultati di breve periodo, comprando quello che sale e vendendo quello che scende, quasi sempre in ritardo. 

A tutti piacerebbe avere la sfera di cristallo, agli investitori ancora di più ma indipendentemente da quello sta succedendo sui mercati, uno dei più grandi errori è quello di inseguire i risultati di breve periodo e quindi comprare quello che sta salendo e vendere quello che scendendo.

Alcune evidenze continuano a dimostrare che l’investitore medio insegue ciecamente i rendimenti passati, si lascia invaghire dai trend di breve periodo e raramente riesce a resistere alle più potenti emozioni in materia di finanza: l’avidità e la paura. 

Le performance passate, specialmente di breve periodo, sono solo uno degli indicatori da prendere in considerazione. Possono rappresentare un punto di partenza, ma non sono garanzia di risultati futuri. 

Il mattone è sempre l’investimento migliore. Falso. Falso. E ancora falso.

Dati alla mano, il settore immobiliare è piuttosto volatile.

E, potenzialmente, il valore di una singola casa lo è ancora di più. 

Se aggiungiamo la scarsa liquidità, l’ impossibilità di diversificare, i costi di manutenzione, le tasse da pagare (soprattutto se si tratta di una casa diversa dalla prima abitazione), tutto questo rende il mattone molto meno appetibile di altre opzioni.

Gli italiani che avevano ereditato degli immobili dai genitori o dai nonni e che si sono ritrovati senza lavoro a causa della crisi economica, sono riusciti difficilmente a fare fronte al carico fiscale derivante dal possesso di questi beni, che in molti casi non hanno nemmeno prodotto reddito, dato che la crisi economica ha penalizzato anche il mercato degli affitti.

L’investimento immobiliare si può inserire all’interno del patrimonio di una persona, ma solo se il proprietario ha un portafoglio che gli garantisca la liquidità necessaria per far fronte ai costi derivanti dal mantenimento di un immobile, altrimenti comporta un inutile esborso di denaro.

I soldi: meglio sotto al materasso. Falso.

Oltre al mattone e al Bot, le vecchie generazioni di italiani (e i figli che ancora ne seguono i consigli) considerano il materasso tra gli investimenti migliori. E se non li mettono davvero sotto al materasso, come si faceva un tempo, li tengono fermi su conti di deposito o conti correnti.

Su un mercato che offre possibilità di diversificazione sempre più ampie, tenere i soldi fermi è “un’occasione persa per quell’economia reale di cui si auspica da sempre il rilancio.”

Lo sostiene un articolo del Sole 24 Ore che oltre a calcolare la perdita subita da un capitale di mille euro, lasciato inattivo (sul conto corrente) per 20 anni ed eroso dall’inflazione, arriva al nocciolo della questione, legato al mancato sviluppo del paese.

Troppa liquidità bloccata a questo porta. Ciò non significa che i risparmi non vadano tenuti sui conti. Non significa rinunciare alla prudenza. Significa però che non bisogna esagerare. Una gestione più equilibrata della ricchezza potrebbe trasformarsi da occasione persa a volàno per il Paese.

I figli di Carlo Ponzi: Madoff e gli altri

Scorri per ascoltare il podcast (Speaker Marco Chiappini)

Carlo Ponzi viene condannato a cinque anni di prigione per frode postale, ma ne sconta tre e sei mesi. Dopo il carcere si dedica nuovamente alle truffe negli Stati Uniti, per poi a tornare in Italia e fare il mestiere di traduttore per una compagnia aerea italiana che ha rapporti con il Brasile. 

Sarà proprio in Brasile che vivrà gli ultimissimi anni della sua vita, sbarcando il lunario tra vari lavoretti, prima di morire, nel 1949.

La morte di Carlo Ponzi non mette fine al suo diabolico schema, che negli anni è stato praticato da personaggi senza scrupoli e alla ricerca di guadagni facili e veloci.

Perché c’è chi cade ancora nella trappola Ponzi?

Ma fermiamoci un attimo.

Se lo schema Ponzi è così noto, perchè ci sono ancora oggi persone che cadono nella trappola?

Eppure è chiaro a tutti che a un basso rischio di un investimento corrisponde un altrettanto basso rendimento. 

Che cosa spinge alcune persone a investire in un’operazione che promette, contro ogni legge di mercato, un capitale garantito e tassi di rendimento stellari?

La risposta è sempre la stessa: l’avidità.

E aggiungerei anche la scarsa educazione finanziaria, di cui si parla molto, ma mai abbastanza.

E anche la resistenza di alcune persone a non voler approfondire certi temi, preferendo a volte tenere fermi i soldi oppure affidandosi completamente a sedicenti promotori, che agiscono in pieno stile Ponzi.

Bernard Madoff

Tra i seguaci di questo stile, non si può non ricordare Bernard Madoff, ex Presidente del NASDAQ, uomo molto in vista a Wall Street, il cui schema Ponzi iniziato negli anni Sessanta saltò nel dicembre del 2008, proprio nel della crisi finanziaria, quando non fu più in grado di onorare le richieste di disinvestimento.

Madoff fu arrestato e condannato a 150 anni di carcere con l’accusa di truffa e per aver causato un ammanco di circa 65 miliardi di dollari ai suoi clienti.

Tra questi, vantava anche personalità dello star-system hollywoodiano come Steven Spielberg, Kevin Bacon, Kyra Sedgwick, e John Malkovich.

Il caso Giuffrè

Anche in Italia, in anni recenti, c’è stato un caso molto simile a quello di Madoff (di cui parleremo la prossima settimana), ma ce n’è un altro meno famoso e altrettanto importante che risale al 1958. 

L’ex impiegato di banca Giovanni Battista Giuffrè aveva iniziato a occuparsi della ricostruzione di chiese e conventi danneggiati dalla seconda guerra mondiale, per conto di enti ecclesiastici. 

La reputazione che si era creata, stando a contatto con gli istituti religiosi, gli aveva fatto ottenere la fiducia dei privati cittadini che gli affidavano i risparmi e a cui Giuffrè prometteva tassi di interesse altissimi.

Lo schema Ponzi applicato da Giuffrè saltò, come da copione, e il caso contribuì all’introduzione in Italia di una normativa più severa sulla raccolta di risparmio, che poteva essere effettuata solo da soggetti autorizzati dalla Banca D’Italia.

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The Blonde Salad: l’esordio di Chiara Ferragni nell’imprenditoria digitale

Dalla dichiarazione dei redditi 2019/2020, l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni vanta un patrimonio di 40 milioni di euro, frutto di collaborazioni, sponsorizzazioni, e di incassi delle sue tre aziende. La pubblicità, che ricomprende anche i suoi post di Instagram, produce da sola un fatturato di 11 milioni di euro.

Photo by Giorgio Montersino – Giorgio Armani Show, Milan Fashion Week MFW 2013

Di recente Chiara Ferragni è entrata a far parte del CdA di Tod’s S.p.A., un’azienda quotata, controllata dalla famiglia Della Valle, e specializzata nella produzione di calzature, abbigliamento e accessori.

La notizia ha prodotto un balzo del 14% del titolo Tod’s a Piazza Affari.

Oltre ai riconoscimento del mondo economico e finanziario c’era già stato anche quello accademico: nel 2014, infatti, la Harvard Business School aveva reso Chiara Ferragni oggetto di studio per aver fatturato 8 milioni di euro con la sua linea di scarpe in solo 6 anni.

The Blonde Salad: l’idea vincente di Chiara Ferragni e Riccardo Pozzoli

Era il 2009 e mi trovavo a Chicago per il quadrimestre di lavoro legato ai miei studi di marketing. Mi sono reso conto che in America i blogger facevano tendenza e condizionavano moltissimo i consumi. All’epoca Chiara postava le foto dei suoi outfit su varie piattaforme social, ottenendo un grande seguito. Così ci è venuta l’idea di aprire un suo blog. Abbiamo intravisto un’occasione di business, anche se non sapevo dove ci avrebbe portato. Il primo passo è stato acquistare il dominio da un provider americano.

Sono le parole di Riccardo Pozzoli in un’intervista per il magazine Millionaire, fondatore del blog che ha lanciato insieme a Chiara Ferragni, The Blonde Salad, con un investimento iniziale di 510 dollari (“10 per il dominio, il resto per la macchina fotografica”).

Sempre nell’intervista a Millionaire, Riccardo Pozzoli racconta l’idea che c’è dietro alla nascita di The Blonde Salad, sottolineando quanto oltre all’idea siano stati fondamentali anche il team e la dedizione al 100%.

In primo luogo il nostro connubio: Chiara appassionata di moda e fotografia e io orientato al marketing e al business. Abbiamo intuito che le aziende avevano un’esigenza di visibilità a cui noi abbiamo risposto con un progetto chiavi in mano apposta per loro. Abbiamo messo insieme l’aspetto creativo con quello promozionale. La pubblicazione dei post (su moda, viaggi, lifestyle) ogni mattina alle 9 rendeva la lettura un’abitudine quotidiana. Con i primi ricavi abbiamo allargato il team. La crescita è stata graduale. Fondamentale è stata la scelta di viaggiare tanto e avere da subito un respiro internazionale.

The Blonde Salad: espandersi sul mercato senza farsi travolgere

Il progetto non ci ha messo molto a prendere il volo: a febbraio 2010 Chiara Ferragni è stata invitata per la prima volta alla Settimana della moda di Milano che ha aperto alla realtà emergente, tutta nuova, di The Blonde Salad numerose occasioni di visibilità, tra cui alcune proposte di partecipazione a programmi televisivi.

“(…) decidiamo di rifiutare le ospitate: il mondo della moda è molto snob e la tv ci avrebbe allontanati dal nostro obiettivo. A volte serve la sensibilità di capire qual è la strada giusta da seguire o da evitare”.

Riccardo Pozzoli (intervista a Millionaire)

E Chiara Ferragni e Riccardo Pozzoli la scelta giusta da seguire l’hanno sicuramente capita.

Così come hanno capito che per consolidare i risultati ottenuti ed espandersi è fondamentale cambiare, evolversi.

Con l’avvento di Instagram molti dei blog che erano popolari all’inizio degli anni Dieci sono spariti, mentre The Blonde Salad ha cavalcato l’onda di quella che all’epoca era una novità nel mondo dei social, per crescere ancora e diventare un magazine di costume.

Dalla promozione dei prodotti dell’industria della moda alla decisione di lanciare la linea di scarpe a marchio proprio, Chiara Ferragni Collection.

Tutto questo nel giro di pochissimo tempo e mettendo in pratica quelli che sono i principi cardine di un’attività imprenditoriale di successo: avere ben chiara la propria visione di come fare impresa e riuscire ad arrivare in maniera semplice e chiara a un pubblico sempre più folto.

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