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La posizione dell’aggettivo

Un Paese per vecchi

In Italia la questione del ricambio generazionale è da anni ormai allo stallo, e il Bel Paese sta diventando sempre di più un paese per vecchi.

Un paese per vecchi

Qualche giorno fa ero in macchina con mia nipote F., che dopo un lungo periodo di inattività al volante ha deciso di riprendere a guidare.

Dopo un po’ di riscaldamento con qualche giro nel quartiere, F. si è avventurata nel traffico.

Mentre stava attraversando un incrocio le si è spenta la macchina.

Proprio nel bel mezzo.

Le ho detto di stare tranquilla, perché certe cose capitano.

Ho inserito le quattro frecce per segnalare a chi era dietro di noi che stavamo avendo un problema temporaneo e l’ho invitata a ripartire.

Nel frattempo gli automobilisti hanno iniziato a suonare il clacson. In particolare uno di questi ha azzardato un sorpasso a destra.

Dopo aver rimesso in moto la Panda e aver superato l’incrocio, F. si è accostata al lato della strada per fare mente locale su quanto era successo.

Appena accostata la macchina, un uomo ben oltre la settantina, lo stesso che poco prima aveva tentato di sorpassarci, si è fermato bloccando le macchine che si trovavano dietro di lui.

“Impara a guidare!” ha urlato più volte l’anziano, senza chiedersi nemmeno se per caso quell’ impasse potesse essere stato causato da un malore o qualsiasi altro problema.

Gli ho risposto che era esattamente quello che stavamo facendo, ma F. ha iniziato a urlargli con rabbia coprendo completamente le mie parole con altre, ben più colorite.

Quando l’uomo si è allontanato F. è scoppiata in lacrime: “mi spieghi come facciamo noi giovani a imparare se questi vecchi str*** non ci danno nemmeno la possibilità di provare?”

La frustrazione di un’intera generazione

Nel suo sfogo c’è la frustrazione di una generazione di giovani che deve fare i conti con una società vecchia e dove i vecchi occupano i ruoli chiave e possiedono la maggior parte della ricchezza del paese.

Agevolati da un sistema che gli ha concesso di crearsi una posizione lavorativa e una stabilità patrimoniale neanche minimamente immaginabile per Millennials e Generazione Z, gli over 70 continuano a influenzare la società italiana attraverso la loro mentalità (ancora ferma alla Prima Repubblica).

Parlano di sacrifici.

Alcuni di loro non li hanno nemmeno fatti, e hanno ereditato case e posti di lavoro dai loro genitori.

Invece quelli che li hanno fatti non riescono a capire che non siamo più nell’Italia del boom economico degli anni Sessanta, quando il Paese era una terra fertile e ricca di opportunità anche per chi partiva da zero.

Vecchi e potenti

Ad analizzare questa situazione tutta italiana ci ha pensato la giornalista Nunzia Penelope, con il suo saggio Vecchi e potenti: perché l’Italia è in mano ai settantenni (ed, Baldini Castoldi Dalai, 2006), che nonostante sia stato scritto quattordici anni fa, rintraccia le cause di un fenomeno ancora in atto.

In Italia domina una generazione nata tra gli anni Venti e gli anni Trenta, uomini che hanno iniziato la carriera nel dopoguerra e ancora oggi sono saldamente al potere: in politica come nelle istituzioni, ma soprattutto nelle banche, nelle imprese, nelle università e perfino nel mondo dello spettacolo. Un fenomeno tutto italiano che ha trasformato il nostro Paese nell’impero dei vecchi, frustrando le ambizioni dei quaranta-cinquantenni, costretti eternamente in panchina dai propri padri e nonni.

Nel saggio si citano tre personaggi della finanza italiana e internazionale che all’epoca erano ancora saldamente attaccati ai loro posti di comando.

Tre vecchi banchieri o tre banchieri vecchi?

Sulla scena del potere dominano tre protagonisti assoluti: i banchieri Giovanni Bazoli, classe 1932, Cesare Geronzi, classe 1935, e Antoine Bernheim, classe 1924. Sono tra loro acerrimi rivali. La vittoria dell’uno segna la sconfitta dell’altro e la lotta è senza esclusione di colpi. Le loro età anagrafiche, sommate, fanno circa 230 anni, eppure sono proprio questi anziani e potentissimi signori a decidere gli assetti dell’economia italiana per il prossimo quarto di secolo…”

Il nome di Giovanni Bazoli è legato al più grande istituto di credito italiano, Intesa San Paolo, nato dalla fusione di Banca Intesa e dell’Istituto San Paolo IMI, il cui Consiglio di Sorveglianza è stato presieduto dallo stesso Bazoli fino al 2016, all’età di 82 anni.

Oggi, alla vigilia degli 88, Giovanni Bazoli è presidente emerito di ISP, e continua a ricoprire cariche in consigli di amministrazione e comitati legati al mondo della cultura e della finanza.

Cesare Geronzi ha 85 anni ed è attualmente Presidente della Fondazione Assicurazioni Generali, dopo essersi dimesso nel 2011 (a 76 anni) dalla carica di Presidente delle Assicurazioni Generali, ultimo (e non meno importante) ruolo chiave, dopo essere passato per la stanza dei bottoni di gruppi bancari e testate giornalistiche.

Prima di Geronzi, alla Presidenza di Assicurazioni Generali c’era stato Antoine Bernheim, che aveva lasciato la carica nel 2010, due anni prima della morte, avvenuta all’età di 88 anni.

#BidenHarris2020

Appena eletto Presidente degli Stati Uniti con un plebiscito di voti che supera addirittura quelli ottenuti da John Fitzgerald Kennedy, il nuovo inquilino della Casa Bianca, con i suoi 78 anni è il più anziano della storia del Paese.

Eppure il suo profilo personale e di uomo politico lasciano intuire un disegno che non prevede di restare attaccato alla poltrona e ai suoi privilegi.

Già numero due dell’amministrazione Obama, Biden sarà un ponte di passaggio per una nuova era e per una nuova classe politica.

Accanto a lui una First Lady, Jill Biden, che porta in dote un mestiere prezioso quando si parla di ricambio generazionale: lifelong educator, insegnante da tutta una vita, come si legge sul suo profilo Twitter.

E una Vice, Kamala Harris, classe 1964, che racchiude tutto quello di cui il mondo ha bisogno: il nuovo e la possibilità per tutti di studiare e progredire.

E ci auguriamo che questa sarà la linea guida che Joe Biden seguirà nella scelta del suo staff per i prossimi quattro anni.

Largo ai giovani!

C’è un detto italiano che recita proprio così, largo ai giovani, ma non ha trovato finora molta attuazione.

I giovani hanno bisogno di sperimentare, sbagliare, riprovare, e poi ingranare di nuovo la marcia e ripartire.

Chi ha qualche anno in più ha il dovere morale di stargli accanto e guidarli.

E lasciargli il posto di guida senza restare attaccati al posto di guida troppo a lungo.

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