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Quel caldo agosto del 2011

Il denaro non dorme mai, come dice Gordon Gekko in Wall Street, e non va nemmeno in vacanza.

quel caldo agosto del 2011

Agosto come da tradizione è un mese vacanziero, ma è sempre piuttosto movimentato sul fronte della finanza e della politica.

Oggi vi racconto cosa successe in quel caldo agosto del 2011, quando il governo Berlusconi era agli sgoccioli e tentò di mettere una toppa alle richieste della BCE con una manovra finanziaria che annunciò la sera di venerdì 12 agosto. Verso le 10.

Venerdì. 12 agosto. Verso le 10. Di sera.

Quando noi italiani, dalla notte dei tempi, siamo alle prese con borse frigo e borsoni da mare.

Figuratevi se pensiamo pure alla Borsa.

Luglio, col bene che ti voglio

L’Europa chiede all’Italia il pareggio di bilancio entro l’anno 2014 (siamo nel 2011), necessario per ridurre il debito pubblico.

La riduzione del debito pubblico è necessaria affinché i soldi che lo stato italiano deve pagare a titolo di interessi possano destinarsi alle iniziative per i cittadini e le imprese.

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Ministro del Tesoro Giulio Tremonti ricorrono a una manovra finanziaria di 47 miliardi, che però non basta a mettere a freno l’ondata di speculazioni che sta per abbattersi sui mercati italiani.

A questo si aggiungono gli inasprimenti dei rapporti tra il governo, le opposizioni e le parti sociali.

Giovedì 4 agosto: anticipare i tempi del risanamento

Nonostante le rassicurazioni della manovra appena rilasciata, l’Europa richiama nuovamente l’Italia per accelerare i tempi di raggiungimento del pareggio di bilancio.

L’incertezza è particolarmente alta e la crescita economica dell’area euro è in decelerazione. (…) Anche per l’Italia, come gli altri Paesi dell’area euro, le riforme strutturali sono necessarie, e in particolare occorre anticipare i tempi del risanamento fiscale.

Sono le parole del Presidente della BCE Jean-Claude Trichet a pesare come un macigno sulla Borsa di Milano che lascia sul terreno più del 5%. Nella stessa giornata, Piazza Affari è alle prese un problema nella distribuzione dei dati attraverso alcuni canali di informativa, ma nonostante i problemi di diffusione dei dati, i mercati hanno continuato a funzionare regolarmente.

Lo spread tra Bpt e Bund tedeschi si attesta a 390,2 e supera il record negativo di 390 punti base, toccato il giorno prima.

Pochi mesi dopo, il 9 novembre 2011, lo spread sarebbe arrivato a toccare il record negativo di 575.

Mercoledì 10 agosto: un’altra giornata di passione

La seduta di mercoledì 10 agosto è – secondo il Sole 24 Oreun’altra giornata di passione per le Borse europee.

Dalla Francia soffia il vento del panico da vendite, dopo alcune voci su un possibile declassamento della Francia da parte di S&P e Moody’s. Oltre al debito sovrano, anche la solidità del sistema bancario d’Oltralpe è in affanno. Le indiscrezioni su una crisi di liquidità di Societè Genèrale fanno sprofondare il titolo del 20%, trascinando gli altri titoli dello stesso comparto.

A fare da fanalino di coda in Europa è Piazza Affari che perde il 6,65%. Anche in Italia sono i titoli del credito a soffrire dell’ondata incontrollata di vendite.

Soffre anche Wall Street dove non basta l’annuncio della Fed di continuare a mantenere i tassi di interesse vicino allo zero per i successivi due anni. L’indice Dow Jones, infatti, chiude in calo del 4,63%.

Venerdì 12 agosto: la preoccupazione di Napolitano

In un clima già difficile da punto di vista economico e finanziario, si acuiscono i contrasti tra le parti politiche e sociali, destando più di qualche preoccupazione al Capo dello Stato, all’epoca Giorgio Napolitano.

Secondo una nota diffusa dal Quirinale

Il Capo dello Stato, che nel corso di tutti i colloqui svoltosi ieri e oggi si è ispirato alle preoccupazioni ed esigenze più volte espresse negli ultimi tempi, è ora in attesa delle deliberazioni che il Consiglio dei Ministri adotterà per far fronte ai gravi rischi emersi per l’Italia in conseguenza delle tensioni sui mercati finanziari, e per corrispondere alle attese delle istituzioni europee. (…) Il Presidente Napolitano ha espresso in particolare l’auspicio che prima e dopo le deliberazioni del Consiglio dei Ministri si sviluppi il confronto più attento, aperto alle proposte di tutte le forze politiche e sociali che, come già ieri in Parlamento, appaiono consapevoli delle comuni responsabilità nell’attuale delicatissimo momento.

Alle 19 della stessa giornata viene convocato il consiglio dei ministri per l’esame di provvedimenti urgenti in materia finanziaria, anticipando di alcuni giorni l’incontro che era già stato fissato per giovedì 18 agosto.

La data del 18 agosto si percepisce come troppo lontana. Inoltre, il vertice di Palazzo Chigi si tiene a Borse chiuse, e a ridosso del fine settimana, quindi con due interi giorni di stop alle contrattazioni e a ulteriore manovre speculative.

Ascolta il podcast di mercoledì prossimo per sapere di più.

Come si dice whistleblower in italiano?

Il whistleblower è la persona che lavora per un’azienda e che ne denuncia attività non etiche o illecite alle autorità pubbliche, ai mezzi d’informazione, a gruppi di interesse pubblico.

Ma come si dice whistleblower in italiano?

Intanto vi racconto un po’ di cose.

Questa è la storia di Hervè Falciani, un ingegnere di origini italiane nato a Monte Carlo, che aveva iniziato a lavorare al casinò della capitale monegasca per poi arrivare alla gestione della sicurezza informatica della filiale di Ginevra della HSBC, da dove nel 2009 è partita l’inchiesta Swissleaks.

L’inchiesta – durata otto mesi e coordinata da una rete di 185 giornalisti di 65 paesi diversi – racconta tre cose principali: i numeri di un vasto sistema di elusione ed evasione fiscale mondiale, i nomi delle persone coinvolte e il fatto che il meccanismo fosse accettato e addirittura incoraggiato da HSBC.

Evasione e elusione fiscale

Tra il 2001 e il 2008 Hervè Falciani lavora alla HSBC di Ginevra. Nel 2006 si occupa della riorganizzazione dell’archivio dati al fine di migliorarne la sicurezza ed è proprio in quell’occasione che si rende conto che i dati sono trattati in modo da favorire l’evasione fiscale.

Falciani propone ai vertici della filiale un sistema informatico che lasci traccia dei nominativi e delle transazioni, ma i suoi capi rifiutano la proposta.

Come spiegherà più tardi il Guardian, il sistema di evasione veniva facilitato proprio dalla filiale ginevrina della HSBC. Infatti dal 2005 la filiale avrebbe contattato i suoi clienti più facoltosi proponendogli di occultare i soldi in società con sede nei paradisi fiscali. La filiale avrebbe così permesso ai suoi clienti di eludere le tasse e nascondere milioni di dollari, distribuendo denaro contante non rintracciabile e dando consigli su come aggirare le autorità fiscali. Avrebbe infine fornito tali servizi anche «a criminali internazionali, uomini d’affari corrotti e ad altri soggetti ad alto rischio».

La lista Falciani

Nel 2009 Hervè Falciani decide di copiare i conti dai sistemi informatici. Si tratta di più di 10.000 clienti italiani, oltre 12.000 francesi, quasi 11.000 britannici, 6.000 statunitensi, 1.800 giapponesi e altrettanti spagnoli, 1.300 greci. E ancora i cinesi, i brasiliani, gli argentini, i turchi, i libanesi. Uomini e donne ricchissimi, provenienti da 183 paesi nel mondo, e che hanno distratto somme importanti al bene comune, alla collettività

La lista Falciani arriva alle autorità francesi che la divulgano ad altri paesi affinché verifichino le posizioni dei loro cittadini. Se in Gran Bretagna hanno recuperato 135 milioni di euro di imposte arretrate, in Spagna più di 220 milioni e in Francia 188 milioni, in Italia le numerose indagini per frode fiscale hanno portato all’apertura di svariati ricorsi, proprio sulla possibilità di usare i dati nelle dispute fiscali.

HSBC ha ammesso che ci sono stati comportamenti irregolari da parte della filiale svizzera, ma ha cercato di minimizzare spiegando che per molti anni dopo l’acquisto nel 1999 la HSBC Private Bank di Ginevra godeva di una certa autonomia all’interno del gruppo, oltre che di meno controlli.

Come si dice whistleblower in italiano?

Dentro un’azienda o una banca basta una sola persona contraria al mantenimento del segreto per far saltare tutto.

La cassaforte degli evasori, Hervè Falciani (con Angelo Mincuzzi)

Hervè Falciani è un segnalatore di illeciti, il primo ad aver innescato la miccia che ha fatto scoppiare il più grande scandalo bancario, quello dell’industria dell’evasione fiscale e che ha contribuito al recupero di ingenti somme di denaro da rimettere nelle casse degli Stati.

Ma nel 2014 Falciani è stato indagato dal governo federale svizzero per violazione del segreto bancario e per spionaggio industriale. L’accusa era quella di aver trafugato informazioni dagli uffici ginevrini della HSBC, passandoli illegalmente al fisco francese.

Il 27 novembre 2015 il tribunale di Bellinzona lo ha condannato a cinque anni di carcere per spionaggio economico.

La Svizzera e il segreto bancario

Attraversare un posto di frontiera in macchina ha da sempre un sapore di fuga e di avventura.

Alle richieste di rito delle autorità doganali, tipo favorisca i passaporti e motivo del viaggio, si risponde sempre con una certa ansia pure se magari si sta espatriando per una scampagnata fuori porta sulle montagne svizzere.

E pensare che c’era un tempo in cui i private banker svizzeri ti accoglievano con un biglietto da visita senza il logo della banca, proprio per evitare grane al confine in caso di perquisizione.

La fine di un’era

Quei tempi sono passati. Dal primo ottobre 2018 è in vigore lo scambio automatico di informazioni tra Italia, Svizzera e altri 98 Paesi (il CRS, Common Reporting Standard). In questo modo le banche svizzere inviano le informazioni inerenti ai clienti italiani (e non), passando prima per Berna, all’Ufficio Federale della Contribuzione, fino ad arrivare all’Agenzia delle Entrate italiana, settore internazionale.

In molti, l’addio della Svizzera al segreto bancario l’hanno definito la fine di un’era.

Di fatto gli ultimi anni sono stati caratterizzati da scandali finanziari e inchieste per riciclaggio di denaro ed evasione fiscale che hanno coinvolto le banche elvetiche.

Questo cambio di rotta deve andare di pari passo con una presa di posizione più dura da parte dell’autorità svizzera di vigilanza dei mercati di finanziari. Secondo Mark Pieth, professore di diritto penale all’Università di Basilea, l’autorità non avrebbe ritirato la licenza agli istituti bancari incriminati.

Il segreto bancario nella storia della Svizzera

Gli Ugonotti

Il segreto bancario appartiene alla storia svizzera da molto tempo e come diritto alla tutela della sfera privata.

Si tratta di un diritto che risale al 1713, quando il Gran Consiglio di Ginevra stabilì per i banchieri l’obbligo di conservare un registro della clientela e delle operazioni effettuate, con il divieto assoluto di diffonderne il contenuto.

All’epoca la piazza di Ginevra era già un importante centro nevralgico del sistema europeo di credito commerciale e finanziario.

A Ginevra infatti si erano stabiliti per primi i banchieri fiorentini della famiglia dei Medici nel 1425 e poi gli Ugonotti, i protestanti francesi che nel 1595 fuggivano dalle persecuzioni del Re di Francia Luigi XIV.

Più tardi, gli eredi degli stessi Ugonotti, membri di prestigiose famiglie di banchieri ginevrini, avrebbero prestato denaro alla stessa casa reale d’oltralpe e accolto le ricchezze degli aristocratici in fuga dalla rivoluzione francese.

L’istituzionalizzazione del segreto bancario

Il 27 ottobre 1932 la polizia francese fa irruzione negli appartamenti dalla Banca Commerciale di Basilea a Parigi e confisca una lista di nomi importanti, tra ministri, senatori e imprenditori dell’epoca.

Il governo francese congela gli averi della Banca Commerciale di Basilea in patria, mette dietro le sbarre i suoi dirigenti e invia gli ispettori alla sede principale, in Svizzera.

L’episodio diventa un caso diplomatico e fa tremare l’establishment finanziario svizzero che teme una fuga di capitali francesi. 

Nel 1934 l’Assemblea federale della Confederazione approva la legge sulle banche e le casse di risparmio, che prevede una reclusione di tre anni nei casi di violazione del segreto bancario, oltre a un’ammenda di 250.000 franchi svizzeri.

Tangentopoli e i conti svizzeri

Tutto rimane pressoché invariato fino al 1991. Gli effetti dell’inchiesta di Tangentopoli in Italia si fanno sentire anche nella vicinissima Svizzera, che decide di non mantenere più anonimi i conti dei clienti in caso di inchieste giudiziarie.

Un intervento del parlamentare ticinese Werner Carrobbio, chiedeva al più presto un rapporto sulle implicazioni del settore bancario e parabancario svizzero negli scandali di in corso a Milano:

La Svizzera e il suo sistema giudiziario e bancario sono state inoltre più volte chiamate in causa dai giudici italiani di Mani Pulite per le lentezze con le quali avrebbero dato seguito alle richieste di assistenza giudiziaria o per le continue opposizioni contrapposte alle stesse. L’importanza dei capitali frutto di tangenti (…) depositati o transitati nelle banche o negli istituti parabancari, (…), gli aspetti giuridici e penali che le richieste di assistenza giuridica e relative critiche dei giudici italiani hanno sollevato, oltre ai legami, (…), che potrebbero chiamare in causa personalità politiche svizzere (…) impongono un chiarimento dei fatti e dei vari aspetti politici e legali ad essi legati. Questo nell’interesse della credibilità delle istituzioni politiche, giudiziarie ed economiche svizzere.

La richiesta di Werner Carrobbio fu respinta. Secondo l’Assemblea federale “la corruzione di funzionari esteri non costituisce reati per il diritto svizzero (…) il provento di tale corruzione non può pertanto essere oggetto di riciclaggio o di ricettazione“.

Il colpo di grazia

Il 6 maggio 2014, la Svizzera ha tolto definitivamente il segreto bancario, sottoscrivendo con l’OCSE l’accordo per lo scambio automatico delle informazioni.

Qualche anno prima era arrivato il colpo di grazia all’inespugnabile segretezza elvetica.

Il 22 dicembre 2008, l’ingegnere informatico italo-francese Hervé Falciani aveva violato il segreto bancario della filiale ginevrina della HSBC e consegnato la lista dei correntisti presunti evasori ai magistrati francesi.

Ma questa è un’altra storia, e ve la racconto tra due domeniche.

Er Madoff alla vaccinara

Conosciuto come il Madoff dei Parioli, o anche come il Madoff alla vaccinara, con riferimento al famoso piatto tipico della cucina romana, Gianfranco Lande operava da anni nell’elegante quartiere Parioli della capitale.

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L’indagine che portò al suo arresto per abusivismo finanziario era durata tre anni e aveva svelato una truffa ai danni dei suoi clienti, un portafoglio di settecento nominativi, tra aristocratici, liberi professionisti, personaggi del mondo della cultura, della televisione, del cinema, dello sport, dell’edilizia.

Lo scudo fiscale del Governo Berlusconi

Lande prometteva rendimenti tra l’otto e il quindici per cento ed era arrivato a gestire un patrimonio di oltre 237 milioni di euro, investendo in “azioni, obbligazioni e liquidità negli stati fuori dal circuito dei controlli legali, previsti dalla normativa vigente”.

Dagli interrogatori successivi all’arresto di Gianfranco Lande emerse che tra i clienti ce n’erano alcuni che avevano utilizzato i servizi finanziari delle sue società per riportare in Italia i capitali che si trovavano all’estero, utilizzando lo strumento dello scudo fiscale.

Era il 2009 e il governo Berlusconi aveva varato una manovra tributaria chiamata scudo fiscale, che consentiva a chi aveva portato soldi all’estero (molto spesso per non pagare le tasse) di trasferirli nuovamente in Italia, regolarizzando eventuali frodi tramite il pagamento di un’imposta forfettaria di valore inferiore alle normali aliquote tributarie.

La faccenda scatenò parecchie critiche da parte dell’opinione pubblica nei confronti di alcuni personaggi dello spettacolo, i cui spostamenti di soldi all’estero fecero immediatamente pensare a somme guadagnate in nero e nascoste al fisco italiano.

Le banche indagate

Nel mirino delle indagini ci finirono anche alcuni istituti di credito, che non avevano operato correttamente nella classificazione delle società gestite da Gianfranco Lande; oltre all’accusa di abusivismo finanziario, i funzionari di banca furono accusati “di mancato adempimento dell’obbligo di identificazione della clientela”.

Classificando le società di Lande come “società non finanziarie”, gli consentirono di effettuare movimentazioni in entrata e in uscita per 65 milioni di euro, contribuendo così alla realizzazione del mega-raggiro.

Più che mega-raggiro… nà mandrakata!

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I figli di Carlo Ponzi: Madoff e gli altri

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Carlo Ponzi viene condannato a cinque anni di prigione per frode postale, ma ne sconta tre e sei mesi. Dopo il carcere si dedica nuovamente alle truffe negli Stati Uniti, per poi a tornare in Italia e fare il mestiere di traduttore per una compagnia aerea italiana che ha rapporti con il Brasile. 

Sarà proprio in Brasile che vivrà gli ultimissimi anni della sua vita, sbarcando il lunario tra vari lavoretti, prima di morire, nel 1949.

La morte di Carlo Ponzi non mette fine al suo diabolico schema, che negli anni è stato praticato da personaggi senza scrupoli e alla ricerca di guadagni facili e veloci.

Perché c’è chi cade ancora nella trappola Ponzi?

Ma fermiamoci un attimo.

Se lo schema Ponzi è così noto, perchè ci sono ancora oggi persone che cadono nella trappola?

Eppure è chiaro a tutti che a un basso rischio di un investimento corrisponde un altrettanto basso rendimento. 

Che cosa spinge alcune persone a investire in un’operazione che promette, contro ogni legge di mercato, un capitale garantito e tassi di rendimento stellari?

La risposta è sempre la stessa: l’avidità.

E aggiungerei anche la scarsa educazione finanziaria, di cui si parla molto, ma mai abbastanza.

E anche la resistenza di alcune persone a non voler approfondire certi temi, preferendo a volte tenere fermi i soldi oppure affidandosi completamente a sedicenti promotori, che agiscono in pieno stile Ponzi.

Bernard Madoff

Tra i seguaci di questo stile, non si può non ricordare Bernard Madoff, ex Presidente del NASDAQ, uomo molto in vista a Wall Street, il cui schema Ponzi iniziato negli anni Sessanta saltò nel dicembre del 2008, proprio nel della crisi finanziaria, quando non fu più in grado di onorare le richieste di disinvestimento.

Madoff fu arrestato e condannato a 150 anni di carcere con l’accusa di truffa e per aver causato un ammanco di circa 65 miliardi di dollari ai suoi clienti.

Tra questi, vantava anche personalità dello star-system hollywoodiano come Steven Spielberg, Kevin Bacon, Kyra Sedgwick, e John Malkovich.

Il caso Giuffrè

Anche in Italia, in anni recenti, c’è stato un caso molto simile a quello di Madoff (di cui parleremo la prossima settimana), ma ce n’è un altro meno famoso e altrettanto importante che risale al 1958. 

L’ex impiegato di banca Giovanni Battista Giuffrè aveva iniziato a occuparsi della ricostruzione di chiese e conventi danneggiati dalla seconda guerra mondiale, per conto di enti ecclesiastici. 

La reputazione che si era creata, stando a contatto con gli istituti religiosi, gli aveva fatto ottenere la fiducia dei privati cittadini che gli affidavano i risparmi e a cui Giuffrè prometteva tassi di interesse altissimi.

Lo schema Ponzi applicato da Giuffrè saltò, come da copione, e il caso contribuì all’introduzione in Italia di una normativa più severa sulla raccolta di risparmio, che poteva essere effettuata solo da soggetti autorizzati dalla Banca D’Italia.

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Lo schema Ponzi

E’ ormai noto in tutto il mondo lo schema Ponzi, un meccanismo ideato dall’italo-americano Carlo Ponzi, che ancora oggi continua a fare scuola tra gli innumerevoli maghi della finanza.

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Lo schema Ponzi in soldoni

In soldoni, si tratta di questo

Un promotore finanziario riesce ad attrarre l’attenzione e a raccogliere fondi da persone desiderose di investire e ottenere guadagni sicuri, che il promotore gli ripaga puntualmente grazie all’arrivo di altri soldi da altri risparmiatori. 

A questo punto la buona reputazione che il promotore è riuscito a costruirsi, grazie alla puntualità nel pagamento dei cospicui interessi, gli fa arrivare sempre più soldi attraverso i quali riesce a tenere in piedi la piramide. 

Il sistema rischia il collasso quando iniziano le prime difficoltà a trovare nuovi clienti da cui incassare denaro fresco per continuare a onorare gli impegni con i precedenti creditori.

I buoni di risposta internazionale

Charles Ponzi, al secolo Carlo Ponzi, nato a Lugo di Romagna in provincia di Ravenna, e vissuto poi tra Parma e Roma, emigra negli Stati Uniti nel 1903 dopo i suoi trascorsi giovanili piuttosto dispendiosi e inconcludenti, ma che già erano caratterizzati dal gioco d’azzardo e da una certa propensione a inventare e abbellire gli eventi, per trarne vantaggio.

Dopo alcune truffe negli Stati Uniti e in Canada, Carlo Ponzi scopre un modo per fare guadagni facili e legali attraverso i Buoni di risposta internazionale.

I Buoni sono dei titoli che hanno la funzione di pagare i costi postali tra due persone che vivono in stati diversi, e soprattutto con un diverso costo della vita. 

I Buoni hanno un costo diverso in ciascun Paese ma il loro controvalore in numero di francobolli è lo stesso dappertutto.

Carlo Ponzi capisce che se riceve i Buoni da un paese dove costano di meno, la transazione può generare un profitto. 

Con cento Buoni si possono ottenere cento francobolli, ma se un Buono spagnolo, che costa 10 centesimi di dollaro, è cambiato negli Stati Uniti con francobolli da 15 o 20 centesimi l’uno, ecco che il profitto è del 50% o del 100%. 

Nel 1920 Carlo Ponzi propone una speculazione sui francobolli italiani e dimostra di poter ottenere dei ritorni del 400%. 

Il giochetto funziona fino a che le analisi pubblicate da un giornale statunitense sullo schema di Ponzi rivelano che se i soldi raccolti da Ponzi fossero stati investiti in Buoni di risposta internazionale, avrebbero dovuto esserci centosessanta milioni di questi titoli in circolazione. 

La bancarotta

E invece ce n’erano solo ventisettemila.

Presi dal panico, alcuni risparmiatori si presentano da Ponzi richiedendo immediatamente indietro i soldi. Carlo Ponzi soddisfa le richieste per due milioni di dollari, accompagnandole con ciambelle, caffè, e la rassicurazione che tutto sta andando bene.

In realtà stava accumulando ancora denaro, ma solo aumentando le passività.

L’inchiesta giornalistica prosegue fino alla pubblicazione delle foto di un arresto di Carlo Ponzi in Canada, avvenuto molti anni prima, e delle analisi finanziarie che ne confermano l’imminente bancarotta.

Continua la prossima settimana

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

Le donne in banca

Sul sito di Intesa San Paolo, uno dei più importanti istituti di credito italiani, si può consultare la rubrica di podcast Intesa San Paolo On Air, “una raccolta di voci, storie, idee su futuro, sostenibilità, inclusione (…)“.

Il racconto sulle donne in banca ci dà un’idea di quanto gli stereotipi legati al genere femminile sui luoghi di lavoro abbiano radici lontane, e quanto poco abbiamo fatto per sradicarli definitivamente.

Essendo Intesa San Paolo nata dalle fusioni tra varie banche, le storie del passato raccontate in questa rubrica sono le più disparate e risalgono ai primi decenni del secolo scorso.

Le donne in banca

Tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale

Le donne entrano in banca per necessità: l’Italia entra in guerra nel maggio 1915 e gli uomini sono chiamati al fronte. Gli istituti di credito si ritrovano senza personale, e iniziano ad assumere le signorine

La Banca Commerciale Italiana ne assume 1300, in sostituzione dei 1700 impiegati uomini arruolati al fronte.

Nonostante le donne assumano sempre di più ruoli considerati di appannaggio maschile, devono sottostare a numerosi vincoli, primo fra tutti il fatto di non essere dipendenti in pianta stabile. Sono impiegate di guerra il cui ruolo è provvisorio e a volte i contratti sono addirittura giornalieri.

Gli anni della Grande Guerra rappresentano un’occasione rivoluzionaria per le ragazze del ceto medio, donne con il diploma di maestra o ragioniera che hanno l’occasione di inserirsi in nuovi ambiti di lavoro. 

Ma al ritorno degli uomini dalla guerra, le donne devono lasciare il posto di lavoro in banca; quelle che restano sono confinate a ruoli marginali.

Negli anni successivi, l’avvento delle macchine per scrivere e di quelle contabili, porta all’assunzione delle donne nei ruoli di centraliniste, dattilografe e segretarie.

Fra il 1940 e il 1943 si registra la seconda grande ondata di assunzioni al femminile, dovuta nuovamente ai motivi bellici.

Le signorine concludono il rapporto di lavoro con la banca quando gli uomini ritornano dal fronte oppure quando, sempre loro, le signorine, si sposano.

Il matrimonio

Le nozze comportano il licenziamento immediato, come recita il regolamento di Confederazione Bancaria Fascista dell’aprile del 1927:

Per il personale femminile la cessazione del rapporto di impiego avviene di pieno diritto quando l’interessata contragga matrimonio.”

Due anni dopo questo articolo viene abrogato ma resta la consuetudine di mandare via le donne che si sposano: si tratta di un licenziamento in forma di finte dimissioni, per evitare problemi con le organizzazioni sindacali.

In casi particolari, come quello di un’impiegata il cui stipendio era l’unica fonte di reddito della famiglia d’origine, si chiedeva l’intercessione di un alto prelato presso la direzione della banca, affinché la giovane donna non dovesse essere costretta alle dimissioni.

Bisognerà aspettare il 1963 perché venga promulgata una legge che vieta espressamente di allontanare dalle aziende le lavoratrici in caso di matrimonio.

La disparità tra uomini e donne

La disparità tra uomini e donne è anche nei salari.

Un regolamento ufficiale del 1921 prescrive che le impiegate di prima categoria abbiano uno stipendio inferiore a quello degli uomini, perfino più basso della paga dei commessi.

Nel 1944 la Confederazione Fascista delle aziende del credito e delle assicurazioni determina un aumento contrattuale che non potrà essere inferiore a Lire 300 mensili per il personale maschile e a Lire 180 per il personale femminile.

L’abbigliamento delle donne

Le lavoratrici sono tenute a indossare grembiuli bianchi o neri confezionati su misura.

Non sono permessi tocchi di femminilità come il rossetto, per esempio.

Una circolare del 1943 autorizza eccezionalmente le signorine a stare in ufficio senza calze d’estate.

Carriera delle donne in banca

La prima promozione di una donna alla qualifica di funzionaria in Cariplo (una delle banche da cui si è formata Intesa San Paolo) è del 1963, 140 dopo l’apertura dell’istituto.

La rivista aziendale le dedica un articolo in cui ci si augura che “la sua stessa strada sia presto percorsa da numerose altre signore e signorine tutte ugualmente graziose e gentili”.

Tutte ugualmente graziose e gentili. Era il 1963, ma ancora fino a sei anni fa (quando io ho lasciato la banca), si sentiva spesso appellare una collega “bella e brava“, come se il fatto di essere bella aumentasse il suo valore professionale.

La strada è chiaramente ancora lunga.

Molto lunga.

Dante Alighieri, un uomo del suo tempo

Nel 2021 si celebra il settecentenario della morte di Dante Alighieri, nato a Firenze nel 1265 e morto a Ravenna, in esilio, nel 1321. 

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Il viaggio immaginario descritto nella Commedia inizia nella primavera del 1300, e ci fornisce ancora oggi degli spunti interessanti nel dibattito economico e sociale.

La politica italiana dell’epoca non era molto diversa da quella di oggi. 

Le due fazioni principali erano i guelfi e i ghibellini.

I primi appoggiavano il papato, e i secondi sostenevano l’Impero. 

All’interno dei guelfi, c’era un’ulteriore divisione: i guelfi bianchi, che volevano una maggiore autonomia dal potere del pontefice, e i guelfi neri, che invece erano fortemente legati al Papa per motivi economici, e per questo favorevoli a un suo totale controllo su Firenze e la Toscana.

Dante era un guelfo bianco, ma prima di tutto credeva in Dio e il suo pensiero religioso sarà un punto di vista fondamentale per la comprensione della Commedia, a partire dal modo in cui struttura l’aldilà e vi colloca le anime

Sebbene ispirato da questi forti principi religiosi, l’aggettivo Divina non lo aveva scelto lui.

In principio fu la Commedia, proprio perché vi si racconta la Commedia umana, nel bene e nel male. 

Fu Giovanni Boccaccio, nato nel 1313, e anche autore di una biografia su Dante, a dare alla Commedia l’appellativo di Divina, per sottolinearne la natura teologica. 

L’autore del Decamerone, altro potente e moderno ritratto della commedia umana, con una cornice oggi molto attuale – la peste del 1348 – lasciò in eredità ai posteri quell’appellativo, che mai fu così azzeccato.

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Il posto fisso (prima parte)

Martedì 17 marzo di sei anni fa, verso le dieci del mattino, uscii dalla filiale della banca dove lavoravo, nel quartiere romano dell’E.U.R., per andare alla posta a spedire una lettera raccomandata contenente le mie dimissioni dal posto fisso.

Tra paternali e mani tremanti

In realtà ero andata all’ufficio Risorse Umane il giorno prima per rassegnarle di persona, ma il responsabile aveva pensato bene di trattenermi dal farlo con una ridicola paternale, infarcita di assurdità e luoghi comuni.

La decisione per me era già stata presa. Non vi nego che quando arrivò il mio turno allo sportello spedizioni del grande ufficio postale di Viale Beethoven le mani un po’ mi tremavano. Quando vidi l’impiegato prendere la mia busta, pesarla, apporvi i timbri, e infilarla nel sacco della posta in partenza, mi dissi: “adesso non puoi più tornare indietro”.

Punto e a capo.

In Italia lasciare un posto fisso in banca a 41 anni scatena le reazioni più disparate nelle persone a cui lo racconti.

Ricordo più di qualcuno farsi delle grasse risate (chiedendomi scusa subito dopo). Chissà se in quella risata, in fondo, nascondevano un po’ di invidia?

In questi sei anni, ricchi di esperienze professionali che mai avevo pensato di poter fare (non ultimo questo blog), ho lavorato con persone provenienti da diverse parti del mondo, e ne ho conosciute alcune che avevano fatto la mia stessa scelta, o che comunque non trovavano strano che a un certo punto della vita una persona potesse decidere di mettere un punto e ricominciare da capo in un altro settore.

Anzi.

In Italia, almeno fino a sei anni fa, lasciare un posto fisso era considerato da pazzi irresponsabili, da sognatori incapaci di accettare le responsabilità e di fare i conti con il fatto che tutti i posti di lavoro sono uguali e sei tu che ti devi adattare.

Incapace di accettare responsabilità. Io?

Ero entrata in banca per concorso (e senza raccomandazione) quando avevo 19 anni, di botto mi ero ritrovata in un mondo di adulti viziati e autoreferenziali, e pochi anni dopo mi ero messa un mutuo sulle spalle.

Quelli che mi davano dell’irresponsabile, li lasciavo parlare, tronfi di boria e di certezze, e della loro idea di senso di responsabilità.

Ma nun starai mica a fà nà cazzata?

La più grande responsabilità ce l’abbiamo nei confronti di noi stessi, ed è quella di fare ciò che ci fa esprimere al meglio le nostre inclinazioni e aspirazioni e che ci rende soddisfatti anche dopo una giornata pesante.

Per arrivare a fare il lavoro che meglio ci rappresenta la strada è lunga, tortuosa, sicuramente non facile.

Un milione di volte pensi se davvero tu non stia facendo una cazzata.

Perché quattordici mensilità, ferie e malattie retribuite, scatti di anzianità, fondo pensione, convenzioni mediche private, congedi parentali, Legge 104, permessi studio, agevolazioni creditizie su fidi, prestiti, mutui, agevolazioni tariffarie su assicurazione auto, buoni pasto, eccetera… non sono proprio una cazzata.

Eppure, ho scovato un po’ di personaggi famosi che hanno timbrato il cartellino in banca per molti anni prima di fare il lavoro che fanno oggi.

Leggi qui la seconda parte

La nascita delle banche

Riprendiamo i testi degli ultimi tre podcast sulla nascita delle banche per lavorare su come si fa un riassunto.

Per ascoltare i podcast: Prima parte Seconda parte Terza parte

La nascita delle banche

La nascita delle moderne banche è una storia tutta italiana e risale all’epoca rinascimentale, durante gli scambi commerciali che partivano dalle Fiandre e dal nord Italia, le due regioni più sviluppate d’Europa.

La moneta di scambio delle merci era l’oro, che, oltre a servire nei pagamenti, era anche oggetto di lavorazioni artigianali da parte degli orafi.

Per conservare l’oro, questi usavano delle casseforti molto robuste.

Fu così che iniziarono a offrire un servizio di custodia ai mercanti che non volevano rischiare la pelle, andando in giro con tutto quell’oro che gli sarebbe servito per il commercio.

La nota di banco

In Toscana o a Genova, non si sa precisamente dove, nacque la prima funzione della banca moderna: il mercante depositava l’oro e  otteneva in cambio una ricevuta.

La ricevuta sarebbe servita non tanto per riottenere indietro il denaro dall’orafo che lo aveva in custodia, ma per riscuotere una quantità di oro uguale a quella scritta sulla ricevuta, magari da un orafo di un’altra città e dietro il pagamento di una commissione.

La ricevuta si chiamava nota di banco, perché veniva firmata dall’orafo sul suo banco di lavoro; è facile intuire come questo titolo di credito a tutti gli effetti, sia l’antenato del moderno assegno. 

Moderno, si fa per dire.

Un titolo di credito per essere affidabile deve essere coperto. 

E la nota di credito aveva la copertura dell’oro che si trovava nei forzieri dell’orafo.

I prestiti e la creazione di moneta in circolazione

Fu per questo motivo che a un orafo, di cui non conosciamo l’identità, venne in mente di usare l’oro che aveva in cassaforte, e che era suo, per prestarlo a chi temporaneamente non ne aveva.

Questo aggiunse due funzioni classiche delle banche: l’erogazione di prestiti e la creazione di moneta in circolazione.

Quando prestavano l’oro, di fatto gli orafi potevano emettere una nota di banco a favore del loro debitore, creando così nuova moneta da spendere.

Naturalmente il valore dei crediti che gli orafi vantavano nei confronti di coloro a cui avevano concesso un prestito, e il valore dei debiti verso i mercanti che avevano depositato l’oro in custodia, doveva essere pari. Questo per garantire solidità e stabilità.

Il rischio a cui questi proto-banchieri si esponevano era quello di liquidità. 

Che cosa avrebbero fatto se, nella stessa giornata, tutti i possessori di note di banco, esigibili a vista, si fossero presentati per riscuotere l’oro che avevano dato in prestito, a medio o lungo termine?

Era un rischio razionale e calcolato, a cui gli orafi riuscivano comunque a far fronte.

Pensate a cosa succederebbe a una banca, se tutti i possessori delle sue obbligazioni volessero indietro  il capitale investito, e, allo stesso tempo, tutti i titolari di mutuo non pagassero regolarmente le rate…. anzi no! Non ci pensate!

La nascita delle banche: una storia tutta italiana

Abbiamo detto che la nascita delle moderne banche è una storia tutta italiana. 

E ovviamente anche la parola stessa banca nasce in Italia per poi diffondersi in altre lingue.

Il francese banque, il castigliano banco, il catalano banc, l’inglese bank, il tedesco Bank, il turco banka, il somalo banki, lo swahili benki, il Tamil vanki.

L’origine risale intorno al 1280 e proviene dalla parola germanica banki, che indicava un sedile lungo e stretto, quella che oggi chiamiamo panca.

Su questi banchi delle botteghe degli orafi avvenivano le transazioni di scambio, perfezionate con la nota di banco

Fino a una ventina di anni fa, alcuni istituti di credito italiani hanno mantenuto il termine “banco” nella loro ragione sociale: il Banco di Santo Spirito, il Banco di Roma, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, tutti poi confluiti in istituti di credito più grandi.

Lombard Street

E ancora un’altra curiosità etimologica.. 

Lombard: nel Medioevo questa parola indicava gli abitanti della Francia meridionale, quelli dell’Italia Settentrionale e della Toscana, famosi proprio per l’attività di piccoli prestiti a tassi molto elevati. 

Da Lombard, i nomi delle famose Lombard Street nella City, il quartiere finanziario di Londra, e la Rue des Lombards, un’animata via parigina nel quartiere di Les Halles.

 Del resto, come si dice? Il denaro fa girare il mondo.

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