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Le truffe romantiche

In inglese si dice romance scam o love scam, in italiano si chiamano truffe romantiche.

Secondo la Polizia Postale, che svolge un’attività di controllo degli spazi web e delle piattaforme social per prevenire e contrastare i tentativi di truffa, nel 2021 le truffe romantiche sono cresciute del 118% rispetto al 2020.

Si tratta di uno dei raggiri più dolorosi che illude, ferisce, lascia l’amaro in bocca, crea danni psicologici, fisici e, non ultimi, finanziari.

Ammonta infatti a 4.500.000 euro l’importo delle somme sottratte con l’inganno.

Scarica QUI le attività didattiche in pdf

Le vittime delle truffe romantiche

L’età media delle vittime sarebbe intorno ai 50 anni e a rimanerne coinvolte spesso sono donne di estrazione sociale eterogenea. Molto spesso si tratta di persone appena uscite da relazioni sentimentali finite male.

Sembra che il sesso maschile sia meno colpito, ma dobbiamo anche considerare che c’è molta vergogna a segnalare e denunciare il fatto.

E in alcuni casi (specie se le vittime sono gli uomini) si fa fatica a parlarne con familiari e amici stretti e addirittura ad ammettere a se stessi di essere stati raggirati.

Corteggiamento social

In genere, i criminali contattano la vittima sui social: inviano una richiesta di amicizia tramite profili falsi, in cui caricano immagini (rubate dalla rete) di uomini o donne molto avvenenti che ricoprono posizioni lavorative di alto livello e che dichiarano di essere single, vedovi o separati.

Iniziano così i primi scambi di messaggi che si intensificano nel tempo e si arricchiscono di particolari sempre più intimi sulle rispettive vite.

Richieste di denaro

I malfattori studiano i comportamenti, gli interessi, le abitudini delle prede, specialmente se questa è molto attiva sulle piattaforme social e così instaurano un rapporto di confidenza e amicizia che sfocia in una dipendenza affettiva da parte della vittima.

I truffatori cominciano così a chiedere denaro, accampando una serie di motivazioni che coinvolgono sempre di più il malcapitato o la malcapitata: gravi motivi di salute, la voglia di acquistare un biglietto di viaggio per incontrare la vittima, comprare una casa dove vivere insieme felici e contenti per tutto il resto della vita.

Le richieste diventano sempre più frequenti, fino a raggiungere somme ingenti. In base alla propria capacità economica, la vittima arriva a dilapidare l’intero patrimonio personale e di famiglia o addirittura a indebitarsi e finire sul lastrico.

Consigli utili

La Polizia postale fornisce una serie di consigli pratici che aiutino ad accendere un campanello d’allarme prima che sia troppo tardi. 

1) Controllare su un comune motore di ricerca il nome e le immagini del profilo delle persone sconosciute che ci mandano messaggi romantici (e molto spesso sgrammaticati e chiaramente frutto di traduttori automatici), per verificare che non ci siano segnalazioni da parte di altri utenti;

2) Non fidarsi di chi chiede denaro con insistenza;

3) Non inviare denaro a nessuno;

4) Denunciare ciò che sta accadendo.

La lingua di Tangentopoli: il dipietrese

La parola Tangentopoli nasce da “tangente” e “-poli“. Nel linguaggio giornalistico è il nome che indica la città (-poli) di Milano e quella parte del suo mondo politico e imprenditoriale che funzionava grazie al sistema delle tangenti e della corruzione.

Da Tangentopoli sono deriva Concorsopoli, Vallettopoli, Calciopoli, Bancopoli, proprio per indicare gli scandali avvenuti nel mondo dei concorsi pubblici, della televisione, del calcio, degli istituti di credito (ne ho parlato qui).

Il Dipietrese

Ma la vera rivoluzione linguistica (oltre che politica) l’ha fatta il Magistrato Antonio Di Pietro, che nel suo ruolo di pubblica accusa ha usato un linguaggio talmente singolare che addirittura l’enciclopedia Treccani l’ha ribattezzato e consacrato come dipietrese.

Il dipietrese è un linguaggio semplice che ha la caratteristica di non essere molto acculturato però si fa capire.

(Antonio Di Pietro)

Il dipietrese è caratterizzato da un lessico e da un registro coloriti e popolari, con uno stile comunicativo senza i tecnicismi tipici del linguaggio specialistico (in questo caso giudiziario). Inoltre, è anche infarcito di espressioni ricorrenti, detti proverbiali, esclamazioni.

Ecco qualche esempio:

Forte della sua estrazione popolare e del fatto di non appartenere agli ambienti colti, Antonio Di Pietro è riuscito attraverso il dipietrese a creare una forma innovativa di comunicazione pubblica.

Eppure alcuni linguisti non sono stati d’accordo nel riconoscerne il carattere moderno. Sostengono, infatti che il dipietrese resti legato al tecnicismo del linguaggio giudiziario e all’ambiguità della comunicazione pubblica.

17 febbraio 1992: trent’anni fa scoppiava Tangentopoli

Tangentopoli

Lunedì 17 gennaio 1992 il pool del magistrato Antonio Di Pietro arresta Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, una casa di riposo per anziani.

Mario Chiesa ha appena messo in tasca 7 milioni di vecchie lire (che sarebbero circa 3.500 euro).

I soldi glieli ha consegnati il proprietario di una ditta di pulizia di Monza, che in questo modo può assicurarsi il lavoro per la sua azienda e i suoi dipendenti.

Da Milano parte così un’inchiesta che arriva in tutta Italia, provoca scandali, suicidi, sdegno, dimissioni: una vera e propria rivoluzione che arriva ai vertici dei palazzi del potere fino a scoprire il sistema dei finanziamenti illeciti ai partiti.

La Prima Repubblica, che si regge proprio sul sistema dei partiti e delle relazioni tra loro, crolla definitivamente e apre la strada alla Seconda Repubblica. E a Silvio Berlusconi. (Ma questa è un’altra storia).

Che cos’è una tangente?

L’inchiesta prende il nome di Mani Pulite, come viene chiamato il pool di magistrati che si occupano dell’inchiesta, anche se giornali e televisione iniziano a chiamarla Tangentopoli.

La parola Tangentopoli nasce da “tangente” e “-poli“; nel linguaggio giornalistico è il nome che indica la città (-poli) di Milano e quella parte del suo mondo politico e imprenditoriale che funzionava grazie al sistema delle tangenti.

La tangente è una somma di denaro che si paga per ottenere un favore, una facilitazione e viene riscossa da una persona che può facilitare questo scambio o ne può influenzare la riuscita.

In una parola: corruzione.

A fine inchiesta, sono infatti 1.233 le condanne per corruzione, concussione, finanziamento illecito dei partiti e relativi falsi in bilancio aziendali.

Tangentopoli e le altre

Oltre alla portata storica di Tangentopoli, le influenze sono state anche sul piano lessicale.

Calciopoli, l’inchiesta nel calcio italiano tra il 2005 e il 2006; Concorsopoli, lo scandalo relativo allo svolgimento degli esami e dei concorsi pubblici; Vallettopoli, lo scandalo nato nel mondo dello spettacolo; Bancopoli, partito con la manipolazione del prezzo delle azioni della Banca Antonveneta attraverso la diffusione di notizie false.

Tutti questi neologismi sono nati sulla scia di Tangentopoli, nonostante -poli voglia dire città e non scandalo.

Di Tangentopoli ne abbiamo parlato qui

Ecco articoli, attività didattiche e podcast in cui abbiamo parlato di Tangentopoli.

Tangentopoli: dalla Prima alla Seconda Repubblica, articolo e attività didattiche/ Livello C2

L’ondata di suicidi di Tangentopoli, articolo e attività didattiche/ Livello C1

Raul Gardini e l’affare Enimont, articolo e attività didattiche/ Livello C1

Tangentopoli e la maxi-tangente Enimont, articolo e attività didattiche/ Livello C1

La Svizzera e il segreto bancario, articolo e attività didattiche/ Livello C2

Tangentopoli sul piccolo e grande schermo, articolo, attività didattiche, podcast/ Livello C1

Carlo Azeglio Ciampi, un economista al Quirinale

Uomo dai valori risorgimentali e anti-fascisti, con i piedi ben piantati nella Costituzione e lo sguardo verso il futuro, Carlo Azeglio Ciampi è stato una delle figure più autorevoli in Italia e in Europa.

Carlo Azeglio Ciampi “Una vita nelle Istituzioni” (Rai TG1/MEF Ministero Economia e Finanza)

La sobrietà

Eletto decimo Presidente della Repubblica Italiana il 13 maggio 1999, a 79 anni, il suo settennato al Quirinale è stato caratterizzato da orgoglio nazionale, forte sentimento europeista, e sobrietà.

Una sobrietà che Carlo Azeglio Ciampi aveva rintracciato proprio nell’idea di Europa comune già dagli anni Settanta, convinto che il rigore richiesto da Bruxelles avesse potuto aiutare l’Italia a portare avanti uno sviluppo economico e sociale.

Dalla filologia alla Banca D’Italia

L’incarico da Presidente della Repubblica è arrivato alla fine di una carriera ricca e inarrestabile, iniziata nel 1946 a 26 anni in Banca D’Italia, fresco di matrimonio con la coetanea Franca Pilla (che da first lady diventerà per tutti gli italiani, affettuosamente, donna Franca) e con due lauree all’attivo, la prima in Lettere (con una tesi in Filologia classica), la seconda in Giurisprudenza.

Partito con la qualifica da impiegato al Servizio Studi della banca centrale italiana, nel 1979 ne diventò Governatore, carica che ricoprì fino al 1993.

Per Carlo Azeglio Ciampi il suo ruolo fu quello di preservare l’integrità della Banca D’Italia e soprattutto la sua capacità operativa, come strumento efficiente al servizio del Paese e non come “corpo monocratico borioso e disdegnoso“.

Gli anni di Via Nazionale: tra violenti omicidi e lotta all’inflazione

Negli anni di Carlo Azeglio Ciampi a Via Nazionale si susseguono gravissimi fatti di cronaca legati agli scandali finanziari dell’epoca.

Primo fra tutti, nel luglio del 1979, l’uccisione a sangue freddo di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore a seguito del crac della Banca Privata Italiana del banchiere Michele Sindona, mandante dell’omicidio Ambrosoli, e che morirà in carcere nel 1986, dopo aver bevuto un caffè al cianuro.

In mezzo, anche la morte del banchiere Roberto Calvi, trovato appeso sotto il ponte dei Frati Neri (Black Friars bridge) a Londra, nel giugno del 1982.

Seppur gravi, questi fatti non distolsero Carlo Azeglio Ciampi dall’affrontare questioni urgenti come, tra gli altri, l’inflazione oltre il 20%, il venerdì nero della lira del 1985, quando un enorme acquisto di dollari dell’Eni fece schizzare il cambio lira/dollaro; e ancora, la battaglia (persa) contro e la svalutazione della moneta italiana, che, nel settembre del 1992, pagò lo scotto di essere una valuta debole, e per questo bersaglio di sanguinose speculazioni finanziarie.

Un tecnico autorevole a Palazzo Chigi

Nel 1993 la Prima Repubblica stava cadendo, pezzo dopo pezzo, sotto i colpi dell’inchiesta giudiziaria di Tangentopoli.

C’era bisogno di un governo d’emergenza guidato da un tecnico autorevole che portasse il Paese alle elezioni del 1994 (che segnarono l’avvento di Silvio Berlusconi in politica).

Carlo Azeglio Ciampi lavorò per un anno sul pareggio di bilancio, sulla difesa dei redditi dall’inflazione, sulla nuova spinta verso l’Europa, dopo il trattato di Maastricht del febbraio 1992, e riuscì a restituire all’Italia fiducia e credibilità.

L’Euro in testa

Chiamato dai governi di centro-sinistra di Romano Prodi e Massimo D’Alema a ricoprire il ruolo di Ministro del Tesoro, dal 1996 al 1999 Carlo Azeglio Ciampi preparò il Paese negli anni che precedettero l’entrata in vigore della moneta unica, allo scoccare del 2002, evento a cui assistette da Presidente della Repubblica.

Con l’euro in testa dagli anni di Banca D’Italia, sia perché era un’idea che non aveva mai abbandonato, nonostante i gravosi incarichi istituzionali, e anche perché era stata sempre in cima alla lista dei suoi progetti.

Da Ministro del Tesoro, nel 1998, scelse l’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci come effige per la moneta da 1€ in circolazione in Italia.

L’opera di Leonardo rappresenta il Rinascimento, un periodo storico focalizzato sull’Uomo: una scelta quella di Ciampi segnata dalla convinzione di una “moneta al servizio dell’Uomo” invece dell’Uomo al servizio del denaro.

Esattamente come è stato Carlo Azeglio Ciampi, un uomo al servizio delle istituzioni che ha rappresentato nel corso della sua vita.

La sfida delle Fintech in Italia

Cos’è esattamente una società Fintech? Se ne sente parlare spesso, e soprattutto usiamo tutti i giorni i servizi messi in campo da queste aziende. 

Leggi l’articolo completo qui.

Per praticare l’abilità di comprensione orale del testo, scarica le attività didattiche e ascolta i podcast (speaker Marco Chiappini).

Lo spauracchio della patrimoniale

Era un venerdì di mezza estate, di quelli che in giro per Roma c’è il consueto fuggi fuggi generale che preannuncia l’imminente Ferragosto.

Eppure quella era una mattina piuttosto movimentata: la notizia di una nuova, urgente, manovra finanziaria prevista per quella sera, aveva destato molte preoccupazioni in buona parte dei miei clienti.

Per praticare l’abilità di comprensione orale del testo, scarica le attività didattiche in .pdf e ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini).

Leggi qui l’articolo completo.

La lingua plastica: piuttosto che e quant’altro

Risale più o meno agli anni Novanta il consolidamento dell’uso di piuttosto che con valore disgiuntivo, cioè con il significato di oppure, dimenticando il suo uso corretto, quello di invece di.

Oltre all’abuso di piuttosto che, ci sono altri modismi che hanno preso piede nella lingua italiana in quello stesso periodo. Quant’altro, (ab)usato per dire eccetera, è uno di questi.

Per praticare l’abilità di comprensione orale del testo, scarica le attività didattiche in .pdf e ascolta i podcast (speaker Marco Chiappini).

Lo spauracchio della Patrimoniale

Il 12 agosto 2011 me lo ricordo bene. 

Era un venerdì di mezza estate, di quelli che in giro per Roma c’è il consueto fuggi fuggi generale che preannuncia l’imminente Ferragosto.

La patrimoniale

Lavoravo in banca come consulente e quella mattina fu piuttosto movimentata.

La notizia di una nuova, urgente, manovra finanziaria prevista per quella sera, aveva destato molte preoccupazioni in buona parte dei miei clienti.

Nonostante il decreto del mese precedente, con il quale il Governo aveva promesso all’Europa il pareggio di bilancio entro il 2014, l’Italia continuava a essere bersaglio di parecchi speculatori.

Piazza Affari continuava a registrare risultati negativi giorno dopo giorno. 

I miei clienti avevano soldi investiti principalmente in titoli obbligazionari di stato, qualcuno possedeva fondi azionari, ma la loro più grande paura era per la liquidità che tenevano sul conto corrente.

Lo spauracchio della Patrimoniale e la sceneggiata di Berlusconi

Eh sì. Perché 20 anni prima, nel 1992, il Governo di Giuliano Amato aveva imposto un prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti e sui depositi bancari e postali. 

Quella misura, che Amato definì un male necessario, faceva parte di una manovra finanziaria che avrebbe coperto le perdite derivate dalla svalutazione della lira. 

Ma torniamo al 2011 e ai miei clienti. Insomma, qualcuno di loro aveva preso la macchina per lasciare la sua casetta al mare e precipitarsi in banca per acquistare il titolo di stato a breve termine (il Bot), così da liberarsi della liquidità del conto corrente, e mettere al riparo i soldi da un’eventuale tassa patrimoniale.

Quella sera Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti andarono in onda a reti unificate, mettendo in piedi una di quelle sceneggiate in cui gli italiani sono davvero maestri. 

Il nostro cuore gronda sangue quando pensiamo che uno dei vanti di questo governo era quello di non avere mai messo le mani nelle tasche degli italiani.” Queste le parole di Berlusconi.

Tremonti puntò sulla tempestività di un decreto che il Governo aveva studiato e realizzato in sette giorni. “Se c’è un caso di necessità e urgenza per un decreto questo è un caso di necessità e urgenza.”

Beh, dopo i decreti di Giuseppe Conte in piena pandemia, sette giorni sono decisamente tanti..

Per quello che riguardava il mio lavoro, la manovra non colpì i saldi dei conti correnti. Anzi. Fino ad allora gli interessi prodotti dai depositi e dai conti erano stati tassati al 27%. Questa aliquota fu ridotta, per allinearsi alla tassazione sulle rendite finanziarie, che dal 12,50 passò al 20%.

I proventi dei titoli di stato (tra cui i Bot) restarono al 12,50%. 

Tutto questo con buona pace dei miei clienti, che ripresero a godersi il loro soggiorno vacanziero, praticando lo sport che più preferivano.

Lamentarsi che “non si sa più come investire i soldi”.

Eh già.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast.

L’imposta di successione

Facciamo oggi un’excursus storico, politico e sociale sull’imposta di successione, che si applica sui beni caduti in eredità. Da anni si parla di quanto l’imposta di successione in Italia sia alquanto generosa e di come l’aumento delle aliquote e la diminuzione delle franchigie potrebbero contribuire a una più giusta ripartizione della ricchezza.

imposta di successione

Cenni storici

Il moderno prelievo sulle successioni è nato in Francia nel 1704, quando in Italia già c’erano state la vigesima hereditatum dell’imperatore Augusto nel 7 d.C. e alcuni tributi più recenti, come il quintello veneziano del 1565.

Si trattò della trasformazione dell’imposta di registro, che si pagava per il servizio di autenticazione e datazione dei testamenti, che si applicò così sulle quote ereditarie articolata per grado di parentela.

L’esempio francese fece scuola in quasi tutta Italia durante il periodo napoleonico.

Dopo la Restaurazione, sei dei sette Stati preunitari avevano un’imposta modellata su quella d’oltralpe; tranne il Regno delle Due Sicilie, dove vigevano degli diritti fissi bassissimi sui testamenti e dove il prelievo fiscale sulle successioni in linea retta addirittura si azzerava.

Nel 1862 si estese all’Italia appena unificata il sistema piemontese, che era il più oneroso di tutti anche perché colpiva l’asse ereditario al lordo delle passività. In questo modo si poté uniformare il peso del tributo tra le varie province e soprattutto trarre maggiori entrate per l’erario.

Dall’unità d’Italia in poi si è passati per tre tipi di tributi.

Alla forma classica di prelievo sulle singole quote degli eredi si aggiunse nel 1942 l’imposta applicata all’intera eredità prima della divisione in quote (chiamata l’imposta sul morto). Le due imposte si fusero nel 1972: il prelievo sul valore globale era l’unico dovuto fra coniugi e parenti in linea retta, mentre per tutti gli altri eredi si applicava anche quello sulle quote. 

L’importanza dei gradi di parentela nell’imposta di successione

Per capire l’applicazione dell’imposta di successione è importante chiarire le linee e i gradi di parentela.

Il grado di parentela dipende dal numero di persone che ci sono tra l’erede e il de cuius; la linea invece può essere retta, quando le persone discendono l’una dall’altra (padre e figlio, per esempio); oppure in linea collaterale, quando la persona deceduta e l’erede non discendono l’una dall’altra, come nel caso di zio e nipote.

Quindi i figli sono parenti in linea retta discendente di primo grado, mentre i nipoti (figli dei figli) lo sono di secondo grado e i bisnipoti, di terzo grado; i fratelli e sorelle sono parenti in linea collaterale di secondo grado; e i loro figli, cioè i nipoti sono parenti in linea collaterale di terzo grado.

La storia recente è piuttosto travagliata, ma con una tendenza molto chiara. Dopo che nel 2000 il governo Amato ridusse le aliquote e tolse la franchigia unica, il governo Berlusconi abolì del tutto l’imposta l’anno successivo. Il governo Prodi la reintrodusse nel 2006, ma senza modifiche rispetto alla versione del 2000.

Una tassazione troppo generosa

Attualmente, l’imposta di successione per i figli e per i parenti in linea retta è del 4 per cento, ma con una franchigia di un milione di euro: significa che deve pagare l’imposta soltanto chi riceve in eredità un patrimonio di oltre un milione (e soltanto sulla parte eccedente il milione), mentre gli altri non hanno nessun obbligo. 

La tassazione italiana sull’eredità è alquanto generosa, sia per le aliquote esigue che per le franchigie elevate. E non solo. Ci sono beni esenti dall’imposta – per esempio i soldi investiti in titoli di Stato o in assicurazioni a gestione separata – e inoltre il calcolo del valore degli immobili in eredità non è aggiornato ai crescenti valori di mercato.

La proposta di Enrico Letta e del Partito Democratico

Lo scorso maggio nel dibattito politico italiano si è parlato nuovamente di imposta di successione, dopo che il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, ha proposto di aumentare sensibilmente le aliquote per i passaggi ereditari da genitori a figli superiori ai 5 milioni di euro (praticamente l’1 per cento più ricco della popolazione), per introdurre misure di sostegno economico per i più giovani.

La proposta di Letta è stata accolta con freddezza dal presidente del Consiglio Mario Draghi – «in generale non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli», – e ha trovato, ovviamente, l’opposizione delle forze di centrodestra, in particolare della Lega. Anche all’interno del PD ha suscitato qualche mal di pancia, visto che l’aumento dell’imposta di successione potrebbe risultare impopolare tra gli elettori.

Con la proposta del PD si manterrebbe la franchigia da un milione; chi eredita tra uno e 5 milioni continuerà a pagare il 4 per cento (sulla parte eccedente il milione); mentre chi eredita più di 5 milioni dovrà pagare un’imposta del 20 per cento (sempre sulla parte eccedente).

Questa redistribuzione della ricchezza che si inserisce nel dibattito in corso da tempo in Italia e in gran parte dei paesi più ricchi sull’opportunità e sulla funzione delle imposte di successione.

Il contesto europeo e la pressione fiscale in Italia

L’aliquota media dell’imposta di successione dei paesi OCSE è del 15 per cento.

La Francia ha una franchigia di centomila euro (contro il milione di euro dell’Italia) e l’aliquota varia dal 5 al 60 per cento, con un valore medio del 45 per cento. In Germania l’aliquota massima è del 30 per cento, nel Regno Unito del 40 per cento.

In Italia, i detrattori della tassazione dell’eredità sostengono però che anche se le imposte di successione sono decisamente più basse della media dei paesi ricchi, tutte le altre sono invece più alte. Secondo i dati del 2019, l’Italia era sesta in Europa per pressione fiscale.

Prima di alzare l’imposta di successione bisognerebbe perciò pensare a una riforma complessiva del fisco italiano, posizione adottata dal Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Che la pace (fiscale) sia con voi!

Pace fiscale. Sanatoria. Rottamazione. Scudo fiscale. Voluntary disclosure. Saldo e stralcio.

Dietro queste lusinghe linguistiche si nasconde il provvedimento eccezionale con cui lo stato decide di sanare il debito tra il contribuente e il fisco. 

In una parola, anzi due: condono fiscale.

pace fiscale e condono

Dall’unità d’Italia a oggi, in 160 anni, ne sono stati concessi ben 80 dai Presidenti del Consiglio in carica. 

Il condono nella Prima Repubblica e quelli del Cavaliere

I progenitori del condono moderno sono Mariano Rumor, capo del Governo nel 1973 e Emilio Colombo, all’epoca ministro delle Finanze. La loro fu una riforma fiscale che portò alla nascita dell’odierna IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), e un gettito equivalente a 31 miliardi di euro di oggi.

Dopo il secondo condono del 1982, nel 1992 il condono tocca all’ultimo governo Andreotti, proprio alla vigilia di Tangentopoli.

Con Mani Pulite si chiude la Prima Repubblica, e si apre la lunga stagione berlusconiana.

Il Cavaliere ne fa due di condoni: uno nel 2003 e uno nel 2009. Il primo sarà il più redditizio di sempre, con oltre 34 miliardi di euro nelle casse dello stato.

Le lusinghe linguistiche di Matteo Renzi e Giuseppe Conte

La storia recente vede il governo di Matteo Renzi che propone una voluntary disclosure, e Giuseppe Conte che chiama il condono del suo governo: saldo e stralcio.

Secondo uno studio, tutti i condoni varati dal 1973 a oggi avrebbero portato un’entrata di 110 miliardi di euro, pari all’evasione fiscale di un anno.

E’ evidente quindi che gli svantaggi siano maggiori dei benefici. Prima di tutto perché si incassa meno e si sottraggono risorse alla collettività. 

E poi, parliamoci chiaro: il condono rappresenta la resa da parte dello Stato, che in questo modo dimostra chiaramente il suo malfunzionamento.

Con lo stralcio delle cartelle esattoriali del recente Decreto Sostegni, anche il governo di Mario Draghi è ricorso a un condono. E lo ha chiamato esattamente per quello che è, precisando che occorre riformare urgentemente i meccanismi di riscossione perché pare evidente che qualcosa non stia andando per il verso giusto. 

Pare molto evidente.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

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