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Passato Remoto

L’imposta di successione

Facciamo oggi un’excursus storico, politico e sociale sull’imposta di successione, che si applica sui beni caduti in eredità. Da anni si parla di quanto l’imposta di successione in Italia sia alquanto generosa e di come l’aumento delle aliquote e la diminuzione delle franchigie potrebbero contribuire a una più giusta ripartizione della ricchezza.

imposta di successione

Cenni storici

Il moderno prelievo sulle successioni è nato in Francia nel 1704, quando in Italia già c’erano state la vigesima hereditatum dell’imperatore Augusto nel 7 d.C. e alcuni tributi più recenti, come il quintello veneziano del 1565.

Si trattò della trasformazione dell’imposta di registro, che si pagava per il servizio di autenticazione e datazione dei testamenti, che si applicò così sulle quote ereditarie articolata per grado di parentela.

L’esempio francese fece scuola in quasi tutta Italia durante il periodo napoleonico.

Dopo la Restaurazione, sei dei sette Stati preunitari avevano un’imposta modellata su quella d’oltralpe; tranne il Regno delle Due Sicilie, dove vigevano degli diritti fissi bassissimi sui testamenti e dove il prelievo fiscale sulle successioni in linea retta addirittura si azzerava.

Nel 1862 si estese all’Italia appena unificata il sistema piemontese, che era il più oneroso di tutti anche perché colpiva l’asse ereditario al lordo delle passività. In questo modo si poté uniformare il peso del tributo tra le varie province e soprattutto trarre maggiori entrate per l’erario.

Dall’unità d’Italia in poi si è passati per tre tipi di tributi.

Alla forma classica di prelievo sulle singole quote degli eredi si aggiunse nel 1942 l’imposta applicata all’intera eredità prima della divisione in quote (chiamata l’imposta sul morto). Le due imposte si fusero nel 1972: il prelievo sul valore globale era l’unico dovuto fra coniugi e parenti in linea retta, mentre per tutti gli altri eredi si applicava anche quello sulle quote. 

L’importanza dei gradi di parentela nell’imposta di successione

Per capire l’applicazione dell’imposta di successione è importante chiarire le linee e i gradi di parentela.

Il grado di parentela dipende dal numero di persone che ci sono tra l’erede e il de cuius; la linea invece può essere retta, quando le persone discendono l’una dall’altra (padre e figlio, per esempio); oppure in linea collaterale, quando la persona deceduta e l’erede non discendono l’una dall’altra, come nel caso di zio e nipote.

Quindi i figli sono parenti in linea retta discendente di primo grado, mentre i nipoti (figli dei figli) lo sono di secondo grado e i bisnipoti, di terzo grado; i fratelli e sorelle sono parenti in linea collaterale di secondo grado; e i loro figli, cioè i nipoti sono parenti in linea collaterale di terzo grado.

La storia recente è piuttosto travagliata, ma con una tendenza molto chiara. Dopo che nel 2000 il governo Amato ridusse le aliquote e tolse la franchigia unica, il governo Berlusconi abolì del tutto l’imposta l’anno successivo. Il governo Prodi la reintrodusse nel 2006, ma senza modifiche rispetto alla versione del 2000.

Una tassazione troppo generosa

Attualmente, l’imposta di successione per i figli e per i parenti in linea retta è del 4 per cento, ma con una franchigia di un milione di euro: significa che deve pagare l’imposta soltanto chi riceve in eredità un patrimonio di oltre un milione (e soltanto sulla parte eccedente il milione), mentre gli altri non hanno nessun obbligo. 

La tassazione italiana sull’eredità è alquanto generosa, sia per le aliquote esigue che per le franchigie elevate. E non solo. Ci sono beni esenti dall’imposta – per esempio i soldi investiti in titoli di Stato o in assicurazioni a gestione separata – e inoltre il calcolo del valore degli immobili in eredità non è aggiornato ai crescenti valori di mercato.

La proposta di Enrico Letta e del Partito Democratico

Lo scorso maggio nel dibattito politico italiano si è parlato nuovamente di imposta di successione, dopo che il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, ha proposto di aumentare sensibilmente le aliquote per i passaggi ereditari da genitori a figli superiori ai 5 milioni di euro (praticamente l’1 per cento più ricco della popolazione), per introdurre misure di sostegno economico per i più giovani.

La proposta di Letta è stata accolta con freddezza dal presidente del Consiglio Mario Draghi – «in generale non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli», – e ha trovato, ovviamente, l’opposizione delle forze di centrodestra, in particolare della Lega. Anche all’interno del PD ha suscitato qualche mal di pancia, visto che l’aumento dell’imposta di successione potrebbe risultare impopolare tra gli elettori.

Con la proposta del PD si manterrebbe la franchigia da un milione; chi eredita tra uno e 5 milioni continuerà a pagare il 4 per cento (sulla parte eccedente il milione); mentre chi eredita più di 5 milioni dovrà pagare un’imposta del 20 per cento (sempre sulla parte eccedente).

Questa redistribuzione della ricchezza che si inserisce nel dibattito in corso da tempo in Italia e in gran parte dei paesi più ricchi sull’opportunità e sulla funzione delle imposte di successione.

Il contesto europeo e la pressione fiscale in Italia

L’aliquota media dell’imposta di successione dei paesi OCSE è del 15 per cento.

La Francia ha una franchigia di centomila euro (contro il milione di euro dell’Italia) e l’aliquota varia dal 5 al 60 per cento, con un valore medio del 45 per cento. In Germania l’aliquota massima è del 30 per cento, nel Regno Unito del 40 per cento.

In Italia, i detrattori della tassazione dell’eredità sostengono però che anche se le imposte di successione sono decisamente più basse della media dei paesi ricchi, tutte le altre sono invece più alte. Secondo i dati del 2019, l’Italia era sesta in Europa per pressione fiscale.

Prima di alzare l’imposta di successione bisognerebbe perciò pensare a una riforma complessiva del fisco italiano, posizione adottata dal Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Carlo Azeglio Ciampi, un economista al Quirinale

Uomo dai valori risorgimentali e anti-fascisti, con i piedi ben piantati nella Costituzione e lo sguardo verso il futuro, Carlo Azeglio Ciampi è stato una delle figure più autorevoli in Italia e in Europa.

Carlo Azeglio Ciampi “Una vita nelle Istituzioni” (Rai TG1/MEF Ministero Economia e Finanza)

La sobrietà

Eletto decimo Presidente della Repubblica Italiana il 13 maggio 1999, a 79 anni, il suo settennato al Quirinale è stato caratterizzato da orgoglio nazionale, forte sentimento europeista, e sobrietà.

Una sobrietà che Carlo Azeglio Ciampi aveva rintracciato proprio nell’idea di Europa comune già dagli anni Settanta, convinto che il rigore richiesto da Bruxelles avesse potuto aiutare l’Italia a portare avanti uno sviluppo economico e sociale.

Dalla filologia alla Banca D’Italia

L’incarico da Presidente della Repubblica è arrivato alla fine di una carriera ricca e inarrestabile, iniziata nel 1946 a 26 anni in Banca D’Italia, fresco di matrimonio con la coetanea Franca Pilla (che da first lady diventerà per tutti gli italiani, affettuosamente, donna Franca) e con due lauree all’attivo, la prima in Lettere (con una tesi in Filologia classica), la seconda in Giurisprudenza.

Partito con la qualifica da impiegato al Servizio Studi della banca centrale italiana, nel 1979 ne diventò Governatore, carica che ricoprì fino al 1993.

Per Carlo Azeglio Ciampi il suo ruolo fu quello di preservare l’integrità della Banca D’Italia e soprattutto la sua capacità operativa, come strumento efficiente al servizio del Paese e non come “corpo monocratico borioso e disdegnoso“.

Gli anni di Via Nazionale: tra violenti omicidi e lotta all’inflazione

Negli anni di Carlo Azeglio Ciampi a Via Nazionale si susseguono gravissimi fatti di cronaca legati agli scandali finanziari dell’epoca.

Primo fra tutti, nel luglio del 1979, l’uccisione a sangue freddo di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore a seguito del crac della Banca Privata Italiana del banchiere Michele Sindona, mandante dell’omicidio Ambrosoli, e che morirà in carcere nel 1986, dopo aver bevuto un caffè al cianuro.

In mezzo, anche la morte del banchiere Roberto Calvi, trovato appeso sotto il ponte dei Frati Neri (Black Friars bridge) a Londra, nel giugno del 1982.

Seppur gravi, questi fatti non distolsero Carlo Azeglio Ciampi dall’affrontare questioni urgenti come, tra gli altri, l’inflazione oltre il 20%, il venerdì nero della lira del 1985, quando un enorme acquisto di dollari dell’Eni fece schizzare il cambio lira/dollaro; e ancora, la battaglia (persa) contro e la svalutazione della moneta italiana, che, nel settembre del 1992, pagò lo scotto di essere una valuta debole, e per questo bersaglio di sanguinose speculazioni finanziarie.

Un tecnico autorevole a Palazzo Chigi

Nel 1993 la Prima Repubblica stava cadendo, pezzo dopo pezzo, sotto i colpi dell’inchiesta giudiziaria di Tangentopoli.

C’era bisogno di un governo d’emergenza guidato da un tecnico autorevole che portasse il Paese alle elezioni del 1994 (che segnarono l’avvento di Silvio Berlusconi in politica).

Carlo Azeglio Ciampi lavorò per un anno sul pareggio di bilancio, sulla difesa dei redditi dall’inflazione, sulla nuova spinta verso l’Europa, dopo il trattato di Maastricht del febbraio 1992, e riuscì a restituire all’Italia fiducia e credibilità.

L’Euro in testa

Chiamato dai governi di centro-sinistra di Romano Prodi e Massimo D’Alema a ricoprire il ruolo di Ministro del Tesoro, dal 1996 al 1999 Carlo Azeglio Ciampi preparò il Paese negli anni che precedettero l’entrata in vigore della moneta unica, allo scoccare del 2002, evento a cui assistette da Presidente della Repubblica.

Con l’euro in testa dagli anni di Banca D’Italia, sia perché era un’idea che non aveva mai abbandonato, nonostante i gravosi incarichi istituzionali, e anche perché era stata sempre in cima alla lista dei suoi progetti.

Da Ministro del Tesoro, nel 1998, scelse l’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci come effige per la moneta da 1€ in circolazione in Italia.

L’opera di Leonardo rappresenta il Rinascimento, un periodo storico focalizzato sull’Uomo: una scelta quella di Ciampi segnata dalla convinzione di una “moneta al servizio dell’Uomo” invece dell’Uomo al servizio del denaro.

Esattamente come è stato Carlo Azeglio Ciampi, un uomo al servizio delle istituzioni che ha rappresentato nel corso della sua vita.

Corrado Ferlaino: l’uomo che portò Diego Armando Maradona a Napoli

Il calcio è passione ma dietro al calcio c’è una società fatta di bilanci, fatturati, investimenti. Ripercorriamo brevemente le tappe della carriera societaria di Corrado Ferlaino, l’uomo che portò Diego Armando Maradona a Napoli.

Documentario Diego Maradona di Asif Kapadia

Corrado Ferlaino, ingegnere progettista, costruttore e venditore di immobili, nato a Napoli nel 1931 è stato per 33 anni al timone della Società Sportiva Napoli Calcio, dal 1967 al 2000.

Di calcio sapeva molto poco. Con il padre aveva da sempre lavorato nel settore immobiliare. Per gioco, insieme ai suoi amici decise di comprare alcune quote della squadra del Napoli.

Così entrò nella società nel 1967, in punta di piedi, con un numero irrisorio di azioni. Dopo due anni bruciò la concorrenza dei tre azionisti di maggioranza comprando la quota della vedova di uno di loro, da poco deceduto.

A quel punto iniziò la sua parabola ascendente

Fu una dura battaglia contro la vecchia classe dirigente, ma il Presidente Ferlaino riuscì a vincere.

Tra i suoi colpacci ci fu l’acquisto di Giuseppe Savoldi, il miglior attaccante del campionato italiano dell’epoca: era il 1975 e la città di Napoli viveva una devastante epidemia di colera.

Ferlaino sborsò due miliardi, una cifra esorbitante che fece gridare allo scandalo, visto il dramma che la città stava affrontando.

L’investimento di Savoldi non si rivelò del tutto vincente in campo, ma da un punto di vista finanziario ebbe un ottimo ritorno economico, poiché il Napoli fece il record di abbonati.

E all’epoca gli abbonamenti allo stadio erano la principale fonte di reddito per una squadra di calcio.

Ma il Napoli non aveva il potere e l’autorevolezza che invece avevano le squadre del Nord Italia, la Juventus della famiglia Agnelli o il Milan di Silvio Berlusconi.

Noi galleggiavamo, fieri del nostro bilancio, ma la svolta avvenne un giorno che andai in banca e mi accorsi che il Napoli era sostanzialmente ricco, però storicamente povero. Volevo vincere, non mi bastava più il benessere economico“.

Maradona al Napoli

Nel 1984 Corrado Ferlaino, con una serie piuttosto tormentata di trattative e alleanze politiche, riuscì a portare a Napoli il calciatore argentino Diego Armando Maradona, che era in rotta con il Barcelona F.C., dove era arrivato due anni prima.

Maradona Ferlaino

Il Napoli per Maradona pagò tredici miliardi delle vecchie lire. Alcune banche intervennero a garanzia di un’operazione che era stata fortemente voluta da Ferlaino e che ripagò in modo molto redditizio i soldi investiti:

C’era un solo modo per aumentare il fatturato, anche se allora gli introiti arrivavano principalmente dagli stadi, ed era quello di vincere lo scudetto. Per questo puntai su Maradona, il più forte del mondo”.

Nell’era Maradona di scudetti il Napoli ne vinse due, uno nel 1987 e uno nel 1990, oltre alla Coppa Italia e all’ambitissima Coppa UEFA.

E il resto è storia. Maradona e le sue prodezze entrano ufficialmente di diritto della storia del calcio mondiale, in queste ore in cui tutto il mondo (l’Argentina, l’Italia, e la città di Napoli, in particolare) ne sta piangendo la scomparsa.

Organizzazione e bilancio

Dopo gli scudetti la situazione finanziaria del Napoli Calcio risentì della minaccia del calcio scommesse.

Per fare in modo che i giocatori non si lasciassero attrarre da chi gestiva il giro di scommesse clandestine, Ferlaino istituì dei premi partita molti alti.

I bilanci accusarono il colpo ma lui dichiara ancora oggi, orgogliosamente, di aver tenuto lontano il malaffare dal Napoli.

Corrado Ferlaino lasciò la poltrona di Presidente della società nel 2000.

Oltre ad aver portato Maradona a Napoli, Ferlaino sarà ricordato come l’uomo che mise al primo posto l’organizzazione e il bilancio in una società sportiva simbolo di una città che vive tutto di cuore e pancia.

Scarica qui gli altri Worksheet and Keys.

La Borsa delle grida

La negoziazione alle grida era un “tipo di negoziazione, caratteristico delle borse italiane fino agli anni ’90 del Novecento, in cui gli intermediari autorizzati, riuniti attorno ad appositi recinti, gridavano le rispettive proposte di acquisto o di vendita specificando il titolo, la quantità e il prezzo. I contratti venivano conclusi in forma orale  e formalizzati per iscritto nel corso della giornata.” (fonte www.borsaitaliana.it)

Qualche riferimento cinematografico

L’abbiamo vista tante volte nei film americani, Wall Street di Oliver Stone resta sicuramente tra i più famosi, ma avevamo assistito al chiasso della piazza delle contrattazioni anche in una commedia di qualche anno prima, Trading Places di John Landis, che in Italia arrivò con il titolo di Una poltrona per due (e che ancora oggi resta un super classico del pomeriggio di Natale).

Sempre in tema di pellicole, agli appassionati di cinema italiano non sarà sfuggito l’incontro tra Monica Vitti e Alain Delon ne L’Eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, proprio all’interno della Borsa di Roma, ospitata nel suggestivo Tempio di Adriano.

Se il film ve lo siete perso, recuperatelo su YouTube.

E la prossima volta che sarete a Roma, da Via del Corso prendete la traversa che porta al Pantheon, passate accanto al Tempio di Adriano, e cercate l’entrata della storica sede, in Via de Burrò.

Roma, Tempio di Adriano

Dopo l’abolizione del mercato gridato che avvenne nel 1994, la Borsa di Roma fu accorpata con tutte le altre piazze finanziare italiane (Trieste, Venezia, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Bologna e Palermo) alla Borsa di Milano.

Spesso appellata dalla stampa come Piazza Affari, la Borsa Valori di Milano dal 1932 ha la sua sede nell’elegante Palazzo Mezzanotte, sito proprio in Piazza Affari.

Milano, Palazzo Mezzanotte

La Borsa delle grida: il recinto e le contrattazioni

Le contrattazioni si svolgevano in dei recinti che si indicavano con la parola francese corbeilles, dove gli agenti di cambio compravano e vendevano azioni, gridando e facendo gesti tramite i quali proponevano i loro affari.

Le grida erano stabilite dalla legge per rendere pubblica la transazione.

I gesti che indicavano i titoli da contrattare venivano fatti con le mani e con le parti del viso. Si trattava di convenzioni adottate e riconosciute da tutti gli operatori. Se si voleva comprare il titolo Eridania, ad esempio, un’azienda che produceva zucchero, ci si toccava la lingua con l’indice e il pollice, come se si stesse assaggiando lo zucchero. Per la Fiat, la nota industria automobilistica torinese, si simulava il movimento del volante di un’automobile; oppure, ancora, se si voleva negoziare titoli azionari di Generali, un’azienda di assicurazioni, con la mano si faceva il noto gesto del saluto militare. (per un ulteriore approfondimento, puoi guardare qui)

All’interno delle corbeilles si accertavano i prezzi ufficiali e si redigevano i listini, trasmessi a un funzionario che si trovava al centro del recinto e che doveva raccogliere le notifiche. A fine giornata si stilava il listino ufficiale.

Le fasi di contrattazioni erano tre: l’apertura, il durante e la chiusura, quest’ultima corrispondeva alla compilazione del listino.

Dalla Borsa delle grida a quella telematica

Nonostante i prezzi si formassero sul mercato ufficiale, questi erano comunque poco rappresentativi, poiché a Borsa chiusa gli agenti continuavano la negoziazione dei titoli su un mercato non ufficiale.

Inoltre la struttura organizzativa che avrebbe dovuto sostenere le negoziazioni non consentiva un aggiornamento in tempo reale delle quotazioni.

Il passaggio alla borsa telematica si completò tra il 1992 e il 1994 e comportò un cambiamento radicale sia per gli operatori finanziari che per gli spazi della contrattazione.

Gli agenti di cambio non erano più gli attori principali degli scambi, ma soprattutto lo spazio fisico della parterre (la sala delle contrattazioni) cedeva il passo a una piattaforma globale, capace di incrociare ordini di acquisto e di vendita provenienti dai luoghi più disparati e in pochissimo tempo.

In questa epoca di Covid19, proprio nel mezzo della seconda ondata, rivedere le immagini degli scambi gridati tra i recinti affollati ci fanno sembrare quel tempo ancora più lontano.

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