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Dicembre 2020

Vendi, guadagna, pentiti

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Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna.”

Questa cosa la diceva Adolf Huxley e aveva ragione da vendere.

Anche le crisi finanziarie sembrano non aver insegnato niente ai risparmiatori e piccoli investitori che molto spesso si sono lasciati attrarre dalla speranza di guadagni sempre più alti, e si sono ritrovati, invece, con perdite piuttosto pesanti.

Quando si investe sui mercati, oltre a dover essere informati e soprattutto ben coscienti delle nostre esigenze di liquidità a breve termine, c’è un altro fatto che non si può tralasciare: l’obiettivo di guadagno.

Se compro a 100 e stabilisco che il 5% in un anno mi va bene (e con gli attuali tassi di mercato il 5% è decisamente un signor tasso), allora se passati 12 mesi il valore di quel titolo è 105, ho raggiunto il mio obiettivo.

Quindi vendo, e porto a casa il risultato.

A volte entra in gioco l’emozione (e anche l’avidità). 

Perchè vendere se il titolo è in una fase rialzista e potrebbe arrivare a 110? 

Già. Perché?

Forse perché potrebbe arrivare una giornata nera che mi fa perdere sia il guadagno che non ho incassato che una parte del capitale investito.

La storia ci ha insegnato tante volte che questo rischio c’è e può accadere in qualsiasi momento.

Ma c’è un altro fattore di pancia che gioca un brutto tiro. 

Se io vendo a 105, porto a casa il risultato, e poi quel titolo va a 110?”

Quando si investe sui mercati l’emozione l’avidità, l’irrazionalità, dobbiamo lasciarle da una parte. 

Stabilire un obiettivo è fondamentale.

E arrivati a quell’obiettivo venderemo e guadagneremo.

E poi ce ne pentiremo. 

Ma almeno avremo portato a casa il nostro obiettivo.

Ascolta il podcast (Speaker e musica Marco Chiappini)

Una poltrona per due: le vendite allo scoperto in un super classico del Natale italiano

Immancabile come ogni anno dal 1996, Trading Places, in italiano Una poltrona per due, la commedia di John Landis è andata in onda in prima serata la sera della vigilia di Natale.

Considerata una delle migliori commedie in assoluto, il film offre spunti interessanti anche per quanto riguarda l’aspetto finanziario.

Il film ci aiuta a comprendere i contratti futures, comunemente noti come vendite allo scoperto.

Una poltrona per due

I contratti futures

In Una poltrona per due, i diabolici fratelli miliardari Duke riescono a ricevere, prima dell’annuncio ufficiale, il rapporto sui raccolti delle arance.

Conoscere in anticipo i dati sulla produzione gli consente di comprare contratti futures sul succo d’arancia a prezzi molto convenienti.

futures sono dei contratti in cui due parti si accordano per scambiare, in una data futura, una quantità di merce a un prezzo prestabilito.

Chi vende la merce non ne è in possesso, ma scommette che il prezzo in futuro scenderà e potrà comprarla sul mercato poco prima della data di scadenza del contratto, a un prezzo più basso di quello che ricaverà dalla vendita già pattuita.

Il guadagno è la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.

Chi compra invece scommette sul fatto che il prezzo si alzerà, e quindi compra la merce a un prezzo più basso e la rivenderà a un prezzo di mercato più vantaggioso.

I futures in Una poltrona per due

I due protagonisti, interpretati da due brillanti Dan Aykroyd e Eddie Murphy falsificano il rapporto delle arance che arriva ai Duke con l’informazione che la produzione di arance sarà scarsa.

Convinti del magro raccolto, i fratelli Duke investono tutto il loro capitale impegnandosi a comprare in anticipo le arance, convinti di approfittare di un prezzo basso, che si impennerà dopo la diffusione del rapporto.

Anche gli altri investitori fanno la stessa cosa, gonfiando ulteriormente il prezzo delle arance.

Winthorpe e Valentine, a quel punto, iniziano a stipulare futures come venditori: si impegnano cioè a vendere le arance, in futuro, a un prezzo che per gli altri investitori è molto basso.

Quando arriva il vero annuncio ufficiale, quello che comunica che il raccolto è andato bene, i Duke e gli altri investitori si ritrovano a comprare arance a un prezzo molto più altro di quello di mercato.

Cominciano quindi a proporre futures come venditori.

Winthorpe e Valentine (Aykroyd e Murphy) accettano di comprare dopo che il prezzo si è abbassato di parecchio.

Quindi: il prezzo concordato per l’acquisto delle arance è molto più basso di quello dei contratti che hanno firmato poco prima come venditori.

Possono così vendere le arance, che ancora non hanno, a un prezzo molto alto, e poi comprare a un prezzo molto più basso, quelle che dovranno vendere.

I Duke si ritrovano invece sul groppone un quantitativo di arance comprate a un prezzo più alto di quello al quale le dovranno rivendere.

Perdendo così tutto il loro patrimonio.

La vendita allo scoperto

Da sempre una delle manovre speculative più famose in Borsa, la vendita allo scoperto, o short selling, l’abbiamo vista in film come The Big Short di Adam McKay, il cui titolo in italiano è infatti La grande scommessa, e anche nella serie tv Diavoli, una co-produzione tra Italia, GB, e Francia, andata in onda in Italia su Sky lo scorso marzo.

Oltre alla vendita allo scoperto, in Una poltrona per due ritroviamo altri argomenti ricorrenti nei film che parlano di finanza, come l’insider trading, cioè l’uso di informazioni confidenziali, che negli Stati Uniti all’epoca del film, per le materie prime, non era considerato reato, e l’avidità, i fratelli Duke investono in arance tutto il loro patrimonio sperando di fare un gran colpaccio.

E invece restano a secco.

I prossimi appuntamenti

Guarda il video per conoscere i prossimi appuntamenti.

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Buone Feste!

I piani di risparmio

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L’Italia è tradizionalmente un popolo di risparmiatori. Eppure i risparmiatori italiani continuano a faticare parecchio a capire i piani di risparmio, che consentono di investire piccole somme mensili a partire da 50€.

Beh, direte voi, magari hanno cifre più grandi.

Certo. Ma un piano di risparmio ti permette di andare a piccole dosi in mercati dove normalmente non ti avventuri da solo. 

E c’è di più: tu investi sempre la stessa cifra, ogni mese, e questo ti consente di mediare i prezzi.

E abbassare il rischio.

Avete presente il panico da crollo della Borsa?

Ecco, chi ha uno o più piani di risparmio in portafoglio può stare relativamente tranquillo, perché quelle 50€ le investirà in un mercato al ribasso, e per questo comprerà più quote e a un prezzo più conveniente.

Sul lungo termine, almeno cinque anni, ti sarai messo da parte un gruzzolo su cui avrai realizzato un rendimento soddisfacente.

I piani di risparmio sono trasversali, vanno bene per tutti.

Per chi i soldi ce li ha, perché diversificano il suo portafoglio.

E per chi i soldi non ce li ha, perché sono una specie di risparmio forzoso.

E allora perché gli italiani sono così attaccati alle forme tradizionali di risparmio?

Perché gli italiani non amano il cambiamento.

Nella maggior parte dei casi seguono ancora i consigli dei padri, senza considerare che i tempi sono cambiati.

E di parecchio.

Alcuni, addirittura, in nome della tradizione di famiglia, aprono il libretto di risparmio al figlio o al nipote.

Senza pensare che un neonato di oggi, forse da adulto non avrà alcuna posizione pensionistica.

Allora perché non aprirne una a suo nome, appena nato, e sotto forma di piano di risparmio? 

Ascolta il podcast (Speaker e musica Marco Chiappini)

L’Italia contro ogni previsione: il calcio, tra scommesse clandestine e campioni intramontabili

A due settimane di distanza dalla dipartita di Diego Armando Maradona, ci lascia anche Paolo Rossi, eroe del Mondiale di Spagna dell’82, dove era approdato dopo due anni di squalifica per il suo ingiusto coinvolgimento nel Totonero, lo scandalo delle scommesse clandestine.

Sebbene non legato alla materia strettamente finanziaria, ho voluto scrivere questo articolo per parlare di organizzazione di scommesse clandestine (che hanno a che fare con i soldi), per analizzare il forte legame che c’è tra l’Italia e il calcio, e, ovviamente, come omaggio al Pablito del gol.

scommesse clandestine

Spagna 1982

Nell’estate del 1982 avevo 8 anni. A casa mia il calcio lo si seguiva poco ma fu impossibile non farsi prendere dalla febbre mondiale che arrivava dalla Spagna.

Al terzo gol di Paolo Rossi al Brasile, in una sofferta partita vinta 3-2, mi precipitai in balcone per esultare a gran voce insieme a tutti i vicini.

A sedici minuti dalla fine l’Italia era tornata in vantaggio contro il Brasile di Paulo Roberto Falcao (e per noi romani e romanisti questo rendeva la partita ancora più sofferta!)

Da quel momento iniziò la leggenda di una Nazionale che era partita per la Spagna parecchio svantaggiata, molto criticata, e reduce dallo scandalo delle scommesse clandestine.

Le scommesse clandestine

Lo scandalo del calcio-scommesse scoppiò a marzo del 1980.

L’organizzazione del giro di scommesse clandestine era partita dal proprietario di un ristorante di Piazza del Popolo, a Roma, e da un grossista di frutta e verdura, suo fornitore.

Il ristorante era frequentato dai calciatori della Capitale e per questo i due faccendieri riuscirono a stringere accordi con alcuni di loro per truccare i risultati delle partite e guadagnare soldi illegalmente.

Sembra che i due offrissero compensi ai calciatori, in cambio di notizie su risultati sicuri su cui scommettere cifre importanti.

Nonostante l’organizzazione puntuale, i due commercianti accumularono debiti per quasi 200 milioni delle vecchie lire (circa cento mila euro, che per l’epoca erano davvero una gran bella cifra)

Finirono nel mirino della magistratura otto squadre di calcio di serie A, sei di serie B, e trentotto imputati, tra calciatori e membri delle società sportive.

Sebbene non fosse la prima nel calcio italiano, il Totonero è considerato il primo grande scandalo del calcio scommesse, per il numero di persone e società sportive coinvolte.

L’inchiesta della magistratura si concluse nel dicembre 1980 con l’assoluzione di tutti i giocatori per non sussistenza del fatto.

Le squalifiche

La giustizia sportiva, però, punì alcune squadre di serie A con la retrocessione in serie B, e diversi periodi di squalifica per 13 calciatori.

La squalifica di Paolo Rossi era a seguito del pareggio della partita Avellino-Perugia (dove lui giocava all’epoca); il risultato era stato concordato, ma lo stesso Rossi non ne sapeva nulla, così come non sapeva nulla dell’esistenza di un giro di scommesse clandestine.

Campioni del mondo!

L’intera vicenda svuotò gli stadi e allontanò gli italiani dalla loro passione più grande. Sembrava l’inizio della fine.

Le prime partite dell’Italia ai mondiali di Spagna attirarono molte critiche.

Poi piano piano quella passione, che si era soltanto assopita, cominciò a risvegliarsi: la vittoria contro l’Argentina di Maradona, squadra campione del mondo in carica; la tripletta di Paolo Rossi al Brasile, il trionfo contro la temutissima Polonia.

A ogni vittoria che ci portava verso la finale di Madrid mi ricordo le strade piene di macchine, i clacson impazziti, mucchi di cinque o sei persone che sbucavano dalle Fiat Cinquecento decappottabili.

Quella contro la Germania Ovest fu una finale indimenticabile, resa ancora più emozionante dall’entusiasmo del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la cui vitalità travolse tutto lo stadio.

Italy against all odds

Su Netflix si può vedere una serie documentario dal titolo Becoming Champions: racconta il cammino delle Nazionali diventate campioni del mondo più volte. Il secondo episodio, dedicato all’Italia, si intitola Italy against all odds, l’Italia contro ogni previsione ed è più che mai appropriato.

L’Italia, nel bene e nel male, va sempre contro ogni previsione. E non solo nel calcio.

Nel 1982 in Spagna (e anche nel 2016 in Germania) l’Italia era partita in sordina, proprio per gli scandali del calcio scommesse. Eppure, partita dopo partita, ci hanno regalato notti davvero magiche e impossibili ancora oggi da dimenticare.

Nel 1990 l’Italia padrona di casa partiva super favorita, ma forse quella troppa sicurezza e l’Argentina di Maradona ci spensero tutti gli entusiasmi nella semifinale allo Stadio San Paolo di Napoli (oggi intitolato a Diego Armando Maradona).

E questo non avviene solo nel calcio.

Siamo un paese dalle mille risorse e dalle innumerevoli contraddizioni.

Nessuno avrebbe mai pensato che durante la prima ondata di Covid-19 saremmo diventati un modello di organizzazione e comportamento per l’Europa e per il resto del mondo.

Eppure lo siamo stati nella prima ondata e continuiamo ad esserlo nella seconda.

Contro ogni previsione.

Milano da bere

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Espressione simbolo della Milano degli anni Ottanta, nel pieno del secondo boom economico, Milano da Bere era nata inizialmente come slogan pubblicitario dell’Amaro Ramazzotti.

Accompagnato dalle note dello stupendo brano jazz fusion Birdland del gruppo americano Weather Report, lo spot dell’amaro Ramazzotti racchiude l’essenza di quegli anni, con immagini accattivanti in cui la stessa Milano, già proiettata nella modernità, si fa protagonista.

Nei trenta secondi di spot scorrono le immagini di una città che ha cambiato pelle e che si è lasciata alle spalle un passato industriale e la sanguinosa stagione degli anni di Piombo, pronta a diventare la capitale della finanza e della moda.

Milano che rinasce ogni mattina, che pulsa come un cuore. (…) Positiva, ottimista, efficiente. (…) Milano da vivere. Da sognare. Da godere. Questa Milano…da bere”

L’inchiesta giudiziaria Mani Pulite che ha avuto il suo epicentro proprio a Milano segna la fine del periodo della Milano da bere. 

L’espressione però è rimasta nell’uso comune, per indicare quegli ambienti sociali che tentano di imitare l’arrivismo e il rampantismo degli anni Ottanta. 

Che per fortuna sono passati.

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Il mondo dei bancari: Impiegati di Pupi Avati

Dopo Il Gioiellino di Andrea Molaioli, restiamo in tema di film che raccontano il mondo dei soldi con una pellicola molto distante dalla tensione degli scandali finanziari. Impiegati del regista bolognese Pupi Avati racconta uno spaccato, il mondo dei bancari, nell’Italia del secondo boom economico.

il mondo dei bancari
Impiegati, Pupi Avati, 1985

Quindicesimo film di un regista ancora oggi molto prolifico, Impiegati affronta il tema della paura e della prevaricazione in un ambiente di giovani arrivisti, disposti a qualsiasi sotterfugio per fare carriera e ottenere favori personali da superiori e clienti facoltosi.

I personaggi

Il protagonista è Luigi, un giovane neolaureato e neoassunto che ha ereditato dal padre, come tutta la sua generazione, sia il posto fisso in banca che un’Italia ben solida (anche se ancora per poco).

Luigi si integra con molta difficoltà nel gruppo di lavoro, l’ufficio fidi, dove si istruiscono e si deliberano pratiche di fido importanti.

Il suo lavoro consiste nel controllare l’attendibilità dei documenti a garanzia dei fidi da concedere.

A guidarlo c’è lo spregiudicato capoufficio Enrico, che per ammorbidire il giovane Luigi lo presenta alla sua enigmatica e affascinante moglie Annalisa.

Così come Enrico anche gli altri colleghi sembrano incapaci di provare una sincera socializzazione, nonostante trascorrano insieme le serate tra discoteche e feste mondane e i fine settimana al golf club.

Ma l’allegria diffusa e un ostentato benessere economico sono pura apparenza.

Il sogno

L’unico che cerca di sfuggire al grigiore di questa vita è Dario, il coinquilino di Luigi, uno studente di Cinema al DAMS, il Dipartimento di Arte, Musica e Spettacolo, una storica facoltà universitaria da sempre simbolo di Bologna.

Il giovane racconta di essere nato in un cinematografo una sera in cui davano A qualcuno piace caldo di Billy Wilder.

Per le troppe risate sua madre lo aveva partorito lì, e lui, da grande, ha deciso di inseguire quel sogno grazie al quale era venuto al mondo.

La maledizione del posto fisso

Gli altri personaggi invece ai sogni ci hanno rinunciato, e questa è un po’ la maledizione del posto fisso.

All’epoca lavorare in banca era considerato come vincere alla lotteria.

E ci si entrava molto spesso per conoscenza e raccomandazione.

Qualcuno ci riusciva per merito (posso personalmente metterlo per iscritto!) e questo suscitava un po’ di invidie da parte di colleghi e superiori.

Pupi Avati lo fa dire proprio a uno dei personaggi del film, un funzionario bloccato nella carriera e per questo invidioso di un suo collega che è stato promosso per meriti:

E quello che è veramente doloroso lo sai cos’è? È’ avvenuto tutto alla luce del sole, senza santi in paradiso, senza raccomandazioni…per soli meriti. Non ti sembra offensivo?”

Il terzo mercato

Oltre al mercato primario e a quello secondario anni fa ce n’era anche un terzo, che prendeva appunto il nome di Terzo Mercato.

il terzo mercato
Il terzo mercato (speaker Marco Chiappini)

Sul primo si quotano titoli di nuova emissione e mai usciti sul mercato.

Il secondo, noto come mercato di Borsa, riguarda i titoli già in circolazione.

Sul terzo mercato si scambiavano titoli di una certa notorietà ma non ammessi ai mercati ufficiali, oppure in attesa di essere quotati per la prima volta.

Le contrattazioni erano spontanee, e le regole le facevano i venditori.

La storia

Si trattava di un mercato non ufficiale, non regolamentato, e senza alcun controllo sul meccanismo di formazione dei prezzi.

Eppure verso la fine degli anni Novanta in molti si rivolgevano a questo mercato grigio per acquistare quote di società assicurative o piccole banche e soprattutto di società high tech, che stavano emergendo proprio in quel momento.

Le operazioni si facevano alla vecchia maniera (carta e penna), e sembra addirittura che gli scambi avessero luogo nel retrobottega di un bar.

Nell’aprile del 2002 il terzo mercato è stato bloccato dalla CONSOB, l’organo di vigilanza per le operazioni di Borsa, per mancanza di trasparenza e regolarità; nell’estate di quello stesso anno è riapparso come mercato telematico, per chiudere i battenti nel 2006.

A cosa serve un terzo mercato?

Può aiutare a capire l’andamento di quei titoli che stanno per entrare nel mercato ufficiale attraverso il meccanismo di asta.

La presenza di un terzo mercato può ridurre il livello di incertezza che i potenziali acquirenti nutrono nei confronti di una matricola.

E soprattutto può contenere il fenomeno della maledizione del vincitore, che avviene quando una persona è disposta a pagare un bene o un titolo in asta più del suo valore effettivo.

Sui comportamenti messi in atto per la paura di questa maledizione, gli economisti statunitensi Robert Milgrom e Paul Wilson sono stati insigniti del premio Nobel lo scorso settembre.

La motivazione: perché le aste, luogo dove la domanda e l’offerta si incontrano “influenzano la nostra vita quotidiana“. 

Ascolta qui gli altri podcast (speaker Marco Chiappini)

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