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Gennaio 2021

Il Capitale Umano di Paolo Virzì

Il Capitale Umano del regista livornese Paolo Virzì (2014) è un film ambientato alla vigilia della crisi finanziaria che ha colpito l’Italia a fine 2011.

Tratto dal romanzo di Stephen AmidonThe Human Capital (2004)Il Capitale umano parte da un noir ambientato nella provincia americana che Paolo Virzì riscrive in chiave brianzola, una delle zone più ricche d’Italia.

Il titolo della storia prende spunto dal linguaggio delle compagnie di assicurazioni. Il capitale umano è il risarcimento da liquidare ai superstiti in caso di morte di un assicurato, calcolato in base al suo valore economico in vita.

I personaggi

Il film si suddivide in quattro capitoli, Dino, Carla, Serena, Il Capitale Umano. che raccontano da tre punti di vista differenti lo stesso arco temporale che precede un gravissimo incidente stradale.

Dino, immobiliarista e arrampicatore sociale, è avido e sensibile soltanto ai facili guadagni; la sua compagna Roberta è invece fiera di aiutare il prossimo come psicologa di sostegno in una struttura pubblica.

Carla è una ricca signora borghese moglie del finanziere e speculatore Bernaschi. Vive comoda e agiata ma deve fare i conti col fatto che i soldi provengono da speculazioni che scommettono sulla rovina dell’Italia stessa.

Completa il quadro Serena, figlia di Dino, un personaggio positivo che insieme a Roberta affronta la parte finale del film. Le due donne infatti prima della felicità individuale si preoccupano del benessere collettivo.

Ruotano intorno ai protagonisti anche altri personaggi secondari come Donato, l’amante di Carla, professore con velleità di scrittore, alla ricerca del tornaconto personale.

Luca, orfano di entrambi i genitori, che è manipolato da uno zio sbandato e scroccone che aspetta che il giovane compia diciotto anni per gestirne la rendita che ha ricevuto come risarcimento dopo la morte della madre.

Massimiliano, figlio viziato arrogante e fragilissimo dei Bernaschi, che è in perenne ansia da prestazione a causa delle aspettative molto alte del padre.

La disperata (e vana) ricerca della felicità

Nonostante Il Capitale Umano sia diverso dal resto dei suoi film, torna sempre il racconto della disperata ricerca della felicità.

Ma la felicità non esiste, e questo lo sanno bene tutti i personaggi del lungo e glorioso cinema di Paolo Virzì.

L’opera prima La bella vita (1994), lo spietato Ferie D’Agosto (1995), l’amaro Caterina va in città (2002), il disperato Tutta la vita davanti (2008), l’intenso La pazza gioia (2016): di tutti, ve ne consiglio la periodica visione.

Alla buonora! Il Cashback e la lotta al contante

A fine 2020 gli italiani hanno aderito in massa all’iniziativa del Governo, Piano Italia Cashless, che prevede la possibilità di ottenere un rimborso del 10% sugli acquisti fatti con carta di credito, bancomat, e con altre App. 

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I mezzi di pagamento usati per gli acquisti e l’IBAN del conto corrente si registrano sull’App Cashback, dove si sceglie anche la modalità di rimborso (che arriva a un massimo di 150€).

Lo  scopo è quello di disincentivare, una volta per tutte, l’uso del contante.

Partita durante la stagione pre-natalizia, l’iniziativa ha fatto andare in tilt l’applicazione Cashback e ha causato rallentamenti anche sulle altre piattaforme di pagamento elettronico.

Sembra incredibile che gli italiani, talmente gelosi dei propri, preziosissimi, dati, da rifiutarsi di scaricare l’App Immuni, fondamentale per il tracciamento dei contagi da Covid-19, si siano precipitati senza indugio su Cashback!

Che abbiano forse scoperto, finalmente, la praticità e la sicurezza dei pagamenti elettronici?

Beh, alla buonora!

Nel 2013, in alcuni paesi dell’Africa subsahariana si poteva già pagare tramite tecnologia sms. Anche un caffè o un giornale. 

Avete capito bene. Tramite-tecnologia-SMS.

Nel 2014 la Cina ha lanciato i pagamenti P2P, tra privati, con l’App di messaggistica WeChat.

Da pochissimi mesi in India ha preso il via WhatsApp Pay, ma non si sa ancora quando questo arriverà in Italia.

Ma una cosa è certa: la strada verso la riduzione del contante è ancora lunga. 

La variazione degli importi per i pagamenti in contanti, che in vent’anni è passata da punte massime di 12.500€ del Governo Berlusconi nel 2002, a quelle minime di 1000€ del Governo Monti nel 2011, di fatto non è stata accompagnata da un cambio di mentalità.

E c’è di più

Gli italiani hanno vissuto queste misure via via sempre più stringenti come una specie di dittatura, e non come un efficace contrasto all’evasione fiscale e all’economia sommersa.

Al punto da preferire il contante per non sentirsi controllati da un immaginario Grande Fratello bancario.

E finché non si prenderà coscienza del fatto che la lotta all’evasione e al lavoro nero passa proprio dalla riduzione del contante, il Piano Italia Cashless sarà visto come una tessera sconti del supermercato.

Ascolta il podcast (Speaker e voce Marco Chiappini)

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Lo spread al tempo della crisi

Tra terremoti finanziari e emergenze sanitarie, vediamo come si è comportato lo spread al tempo della crisi.

Lo spread al tempo della crisi

Durante il tradizionale messaggio di fine anno, lo scorso 31 dicembre il Presidente Sergio Mattarella, nel sottolineare l’importante ruolo dell’Unione Europea nell’ambito della crisi sanitaria e economica in corso, ha ricordato la pesante crisi finanziaria che investì l’Italia nel 2011, quando lo spread toccò quota 575.

All’indomani della crisi del 2008, che era partita dagli Stati Uniti con lo scandalo dei mutui subprime, i paesi dell’eurozona presentavano differenze significative nelle condizioni di finanza pubblica e nel tasso di crescita.

I Paesi come la Germania avevano livelli di debito pubblico contenuti e pertanto un’economia più solida, mentre Paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) erano più vulnerabili, a causa di un pesante debito pubblico, accumulatosi negli anni.

Sulla crisi del debito sovrano, pesavano inoltre l’incremento incontrollato del deficit, i bassi tassi di crescita del PIL e le operazioni di salvataggio degli istituti bancari in crisi.

Epicentro di questo vero e proprio terremoto furono inizialmente Grecia, Portogallo, e Irlanda, per poi propagarsi fino alla Spagna e all’Italia.

“Fate presto!”

Il 9 novembre 2011 lo spread toccò quota 575.

Il Sole 24 Ore prese in prestito il titolo con cui il quotidiano Il Mattino di Napoli aveva lanciato un disperato appello allo Stato il giorno dopo il terremoto che aveva devastato l’Irpinia, in Campania, nel novembre del 1980.

Le macerie di oggi sono il risparmio e il lavoro degli italiani, il titolo Italia che molti, troppi si ostinano a considerare carta straccia (…) la credibilità perduta ci fa sprofondare in un abisso dove il differenziale dello spread BTp-Bund supera i 550 punti e i titoli pubblici biennali hanno un tasso del 7,25%“.

Così il direttore del quotidiano finanziario nazionale, Roberto Napoletano, scriveva sul suo editoriale del 10 novembre 2011, invocando una soluzione politica immediata, che riportasse lo spread a livelli ragionevoli.

Per controllare l’andamento storico e il dato odierno dello spread, si può andare sul sito di Borsa Italiana.

I titoli del debito sovrano italiano

I titoli di Stato emessi dal governo italiano sono:

Essendo a tasso fisso, i prezzi dei Btp sono molto più volatili per loro natura.

Se un Btp che rende il 4% annuo (su un capitale nominale di 100) lo pago 80, il rendimento effettivo per me sarà del 5%. Se il valore di mercato scende ancora, io avrò un rendimento effettivo più alto.

Quando l’Italia perde credibilità e i suoi titoli sul mercato si deprezzano, il rendimento effettivo aumenta.

Il differenziale Btp-Bund

Lo spread Btp-Bund indica la differenza tra i rendimenti effettivi dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi.

Se cresce, è perché crescono i rendimenti dei Btp italiani (e quindi è basso il loro prezzo, e di conseguenza la loro solidità).

Significa che siccome prestare soldi all’Italia è ritenuto più rischioso che prestarli alla Germania, all’Italia si chiedono 575 basic point (5,75%) in più di quanto non si chieda alla Germania per la stessa somma di denaro. 

Dopo la crisi del 2011, il dato sullo spread è diventato molto seguito, anche dai non addetti ai lavori. Pur non conoscendone i meccanismi, gli italiani sanno benissimo che da quel numero dipende la stabilità del Paese e dell’Unione Europea.

Non siamo qui per chiudere gli spread

Se Mario Draghi aveva salvato l’Eurozona, durante la crisi del 2011, a Christine Lagarde, che lo ha succeduto nel ruolo di Presidente della BCE qualche mese prima dello scoppio della pandemia, è bastata una conferenza stampa per mandare nel panico i mercati e affossare lo spread.

Quella di giovedì 12 marzo 2020 è stata una giornata che ha trascinato Piazza Affari nel suo minimo storico di sempre, -16.92%, facendo schizzare lo spread verso massimi dell’anno, (quota 275 del 17 marzo).

A scatenare le preoccupazioni è stato anche il discorso di Lagarde, che sebbene volesse rassicurare l’Eurozona, ha gettato nello sconforto l’Italia, che stava vivendo, da sola, l’emergenza del Covid19.

Non siamo qui per “chiudere gli spread. Ci sono altri strumenti e altri attori per gestire queste questioni“.

La nota di Mattarella

In serata una nota del Presidente Mattarella rimetteva l’Italia al centro dell’Europa, sia in quanto impegnata, prima degli altri, nel contrasto al Coronavirus, sia in quanto Paese membro dell’Eurozona.

L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi,  a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione.

La Guardia di Finanza

In Italia esiste un corpo di polizia con un’organizzazione di tipo militare altamente specializzato in materia economica e finanziaria: la Guardia di Finanza.

La guardia di finanza

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La sua funzione consiste nella prevenzione, ricerca e denuncia delle violazioni finanziarie, affinché tutti contribuiscano al benessere collettivo, fondato sui tre pilastri: sanità, istruzione, sicurezza.

La lotta all’evasione fiscale e all’economia sommersa sono tra gli obiettivi principali. 

Ma ci sono anche il contrasto al gioco d’azzardo, alla contraffazione dei soldi, dei marchi e alla pirateria; e anche il controllo sulla spesa pubblica e sui prezzi al consumo.

Con gli anni l’aumento dei reati legati all’ambito economico e finanziario ha portato alla formazione di una struttura sempre più articolata e mirata a prevenire e colpire la criminalità.

Nell’ambito strettamente legato ai mercati finanziari opera il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, che agisce a tutela del risparmio e in collaborazione con le Autorità di Vigilanza, quali la CONSOB (la commissione nazionale per le società e la Borsa) e la Banca d’Italia.

Fiore all’occhiello tra i corpi di polizia e militari internazionali, la Guardia di Finanza italiana è in prima linea anche a livello europeo dove ha promosso delle iniziative per favorire la sensibilizzazione dei Paesi membri dell’Unione sul tema della cooperazione investigativa.

Qualche anno fa l’editoriale del quotidiano bavarese di centro-sinistra Süddeutsche Zeitung sosteneva che in Germania c’era “bisogno di una forza di polizia tributaria come quella italiana”.

Aggiungeva inoltre che sebbene l’Italia non fosse un modello per quanto riguarda l’evasione fiscale “paradossalmente però possiede una delle migliori polizie finanziarie al mondo”.

Paradossalmente.

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“Il bene più prezioso che conosco è l’informazione”: il reato di insider trading

Il reato di insider trading consiste nell’uso a proprio vantaggio di informazioni confidenziali. Analizziamo l’articolo 184 del TUF (Testo Unico della Finanza) che disciplina l’abuso di informazioni privilegiate.

il reato di insider trading

In cosa consiste il reato di insider trading?

Una persona che lavora in un ambito dove circolano informazioni confidenziali su società quotate in Borsa potrebbe trarre vantaggio da queste informazioni, soprattutto se non sono ancora state divulgate dai media.

Per esempio, sono un dirigente nella società XYZ che sta per annunciare una notizia che farà aumentare il valore del suo titolo in Borsa.

Prima che la notizia sia ufficializzata e resa pubblica, posso comprare un pacchetto di azioni a un prezzo conveniente. Quando la notizia sarà ufficiale, e il titolo si sarà apprezzato, rivenderò il pacchetto a un prezzo molto remunerativo.

Il reato di insider trading in Italia. Cosa dice il Testo Unico della Finanza?

Il TUF Testo Unico della Finanza regola il reato di insider trading all’articolo 184, che enuncia:

È punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro tre milioni chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della sua qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero dell’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione o di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio:

a) acquista, vende o compie altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, su strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime;

b) comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio (…);

c) raccomanda o induce altri, sulla base di esse, al compimento di taluna delle operazioni indicate nella lettera a).

Un po’ di cinema

The most valuable commodity I know of is information.” (il bene più prezioso che conosco è l’informazione).

Così lo spregiudicato Gordon Gekko, nell’intramontabile Wall Street di Oliver Stone, impartiva a un ingenuo Bud Fox la lezione numero uno per fare soldi sicuri.

Il personaggio di Gekko si ispirava allo speculatore Ivan Boesky che nei primi anni Ottanta fu al centro di uno scandalo finanziario per il quale scontò una pena di tre anni e mezzo di carcere.

Tra i moderni villain dell’abuso di informazioni troviamo Bobby “Axe” Axelrod, antagonista del procuratore distrettuale Chuck Rhoades nella serie tv targata Showtime, Billions.

E come tutte le storie ambientate nella finanza, trame e personaggi incarnano un’eterna lotta che gli uomini da sempre combattono.

Quella tra il bene e il male.

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Lo stacco delle cedole e dei dividendi

Ancora oggi è molto usata l’espressione staccare cedola o staccare dividendo per indicare quando un’azienda o un ente pubblico paga gli interessi o gli utili ai possessori di azioni e obbligazioni.

Lo stacco delle cedole e dei dividendi

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Normalmente, per i titoli azionari, il periodo di stacco del dividendo è nella prima metà dell’anno, dopo che l’assemblea dei soci si è riunita per decidere se, e in che misura, distribuire gli utili agli azionisti. 

Invece, chi compra un prestito emesso da una società privata o da un ente pubblico sa già quando e quanto riceverà a titolo di cedola per il suo investimento.

Gli stacchi di cedole e dividendi avvengono con accredito diretto in conto corrente.

Eppure, anche nelle descrizioni di accredito in conto, si mantiene ancora questa espressione che risale al titolo fisico

Un tempo chi comprava un titolo, di natura azionaria o obbligazionaria, riceveva un documento cartaceo, che consisteva in un foglio, con tanti piccoli tagliandi attaccati.

Il foglio principale riportava le caratteristiche del titolo, mentre i tagliandi corrispondevano alle cedole o ai dividendi, e che a ogni riscossione, appunto, venivano staccati.

Con la dematerializzazione dei titoli fisici, iniziata nel 1998, la proprietà del titolo oggi avviene attraverso una scrittura contabile.

Sebbene fuori corso, i vecchi titoli fisici sono oggetto di ricerca e scambio da parte di appassionati del genere. 

Questa forma di collezionismo si chiama scripofilia. Deriva dall’inglese scrip-o-phily, dove scrip indica un certificato azionario provvisorio. 

Spesso, passeggiando per i mercatini di antiquariato, se ne possono trovare di vari tipi.

Per esempio emessi da enti pubblici per la costruzione di una ferrovia. O addirittura, vecchissimi debiti risalenti al Regno d’Italia. 

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Il capital gain: la tassazione sui guadagni sul capitale

Quando si vende un titolo in portafoglio a un prezzo superiore a quello a cui si è acquistato quel titolo, si realizza un guadagno. Sul guadagno, che tecnicamente si chiama plusvalenza, lo Stato applica una tassazione che prende il nome di imposta sul Capital Gain a cui ci si riferisce comunemente con l’appellativo di Capital Gain.

Aliquota attualmente vigente

Il Decreto Legge n. 66 del 24/04/2014 del Governo Renzi ha aumentato dal 20% al 26% dell’aliquota sul Capital Gain, che si applica anche sui rendimenti (cedole e dividendi).

L’aliquota del 20% era stata introdotta dal Governo Monti, a gennaio del 2012, all’indomani del suo insediamento a Palazzo Chigi.

Con lo spread a 575 e le preoccupazioni dell’Europa, l’aumento del Capital Gain rappresentava un segnale forte tra le misure per contrastare la crisi finanziaria.

Prima del 2012 l’aliquota era del 12,5%, indistintamente su Titoli di Stato e titoli di altra natura (azioni, obbligazioni, derivati, etc.)

Aliquote differenziate

Nonostante le nuove aliquote introdotte dai Governi Monti e Renzi, il Capital Gain sui titoli di Stato (BOT, CTZ, BTP, CCT e CTZ) continua a beneficiare della tassazione del 12,5%, così come i titoli di enti pubblici come le regioni, le province ed i comuni, le obbligazioni di organismi internazionali come la World Bank e la BEI e i bond emessi da Stati esteri della white list.

E la tassazione del 12,5% vale anche per gli interessi prodotti da questi titoli obbligazionari.

La minusvalenza

L’opposto del Capital Gain è il Capital Loss, più comunemente chiamata minusvalenza.

Si tratta della perdita sul capitale realizzata a seguito della vendita di titoli che l’investitore aveva comprato a un prezzo più alto di quello di vendita.

Una volta aver venduto in perdita e aver sostenuto una minusvalenza, posso usarla nei quattro anni successivi per abbassare le tasse da pagare su eventuali altre plusvalenze che potrei realizzare.

La tassazione della ricchezza in Italia

Risale a un paio di anni fa un interessante articolo de Il Sole 24 Ore che riportava un’intervista fatta a Alastair Thomas, economista dell’OCSE.

All’epoca Thomas aveva presentato un rapporto che analizzava la tassazione dei risparmi delle famiglie, nell’ottica dell’introduzione di una tassa patrimoniale.

Secondo Thomas la tassa patrimoniale sarebbe solo un ripiego. Quello che l’Italia dovrebbe modificare è l’imposta di successione e la tassazione delle rendite da capitale. La prima, che giudica “alquanto generosa“, poiché si applica a partire da 1 milione di euro; la seconda che dovrebbe essere progressiva.

L’aliquota progressiva aumenta all’aumentare dell’importo su cui si calcola, una buona base di partenza per ridurre le disuguaglianze tra piccoli e grandi capitali, su cui attualmente si applica la stessa percentuale di tassazione.

Inoltre, questa progressività si dovrebbe applicare a tutte le forme di investimento, “altrimenti si finirebbe ancora una volta per favorire un particolare contribuente rispetto a un altro“.

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Record per la spesa domestica alimentare nel 2020

La spesa domestica alimentare delle famiglie italiane continua a mantenersi in terreno positivo anche nel terzo trimestre, consolidando l’incremento complessivo dei primi 9 mesi a +7%.

spesa domestica alimentare

Tutti i numeri della spesa domestica alimentare

Dopo aver registrato un +9,3% nel primo semestre 2020 (fonte Ismea), le nuove restrizioni in atto da settembre lasciano intuire che il 2020 chiuderà al livello record per la spesa domestica degli ultimi 10 anni.

Acque a parte, le cui vendite non si discostano molto dai numeri del 2019 (+0,1%), il resto dei comparti segna aumenti addirittura a due cifre.

Oltre agli alcolici, sono i proteici di origine animale a fare prepotentemente da traino: le uova a +16,1%, le carni suine a +14%, quelle avicole a +9%, quelle bovine a +7,3% e i salumi (+8%).

I prodotti lattiero caseari sono in incremento dell’8,4% rispetto al 2019; il dato però si può espandere ulteriormente tra formaggi e latte, dove i primi la fanno da padroni.

Frutta e ortaggi chiudono i primi tre trimestri con un incremento della spesa rispettivamente del 11% e dell’8,4% su basa annua.

Negozi di quartiere e spesa online

Tra i canali di vendita la pandemia ha riportato in auge i piccoli esercizi commerciali di prossimità, oltre ad aver dato una spinta all’e-commerce.

Entrambi in passato avevano avuto un peso marginale, a favore di supermercati e ipermercati.

Questi hanno poi subito la penalizzazione derivante dalla chiusura dei negozi all’interno dei centri commerciali dove sono ubicati.

Vini e alcolici

Il bisogno di una gratificazione che ricompensasse un periodo di sacrifici e rinunce, ha fatto alzare i consumi di alcol tra le mura domestiche.

Spumanti, birra e aperitivi hanno superato il 10% di aumento.

Nonostante il comparto dei vini legato al canale della ristorazione sia stato duramente colpito, l’universo delle cooperative vitivinicole ha invece messo a segno un’innegabile successo.

Già presenti nella grande distribuzione e sugli scaffali online, il giro d’affari registrato soltanto dalle prime 5 coop del vino in Italia (tra cui Cantine Riunite-Civ, Caviro, Cavit) è di oltre 1,5 miliardi di euro.

Si tratta di un aumento di fatturato che conferma una storica eccellenza italiana, la cui struttura associativa avviene tra più viticoltori che conferiscono le uve dei propri vigneti per la lavorazione e la produzione del vino, e la vendita al dettaglio.

E non solo. In un anno così difficile, questo specifico settore continua a garantire e a far accrescere occupazione, senza pesare sugli ammortizzatori sociali.

Buon vino fa buon sangue, e anche buona economia.

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