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I mercati

La Tobin Tax

La Tobin Tax è un’imposta pensata nel 1972 dall’economista premio Nobel James Tobin, che fu tra i primi a proporre un prelievo sulle transazioni finanziarie, al fine di scoraggiare le speculazioni sulle valute.

Per praticare l’abilità di comprensione orale del testo, scarica le attività didattiche in .pdf e ascolta i podcast (speaker Marco Chiappini).

Gli indici principali di Piazza Affari

Il FTSE MIB, acronimo di Financial Times Stock Exchange Milano Indice di Borsa è l’indice azionario italiano per eccellenza.

Gli indici principali di Piazza Affari

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È il riferimento utilizzato da stampa e televisione per far capire come sta andando la Borsa in Italia. 

All’interno del suo paniere ci sono i principali 40 titoli azionari italiani, che rappresentano circa l’80% della capitalizzazione complessiva del mercato della penisola.

Sono quindi le società italiane a maggior capitalizzazione, flottante, e liquidità, a guidare l’andamento dell’indice.

La capitalizzazione è il valore di mercato totale di tutte le azioni di una società; il flottante è il numero di azioni emesse, e che possono essere scambiate sul mercato; la liquidità è la disponibilità di mezzi di pagamento a brevissimo termine.

Circa due terzi dell’indice si concentra in una decina di società e questa concentrazione è evidente anche a livello settoriale; il settore finanziario occupa quasi il 40% dell’indice, seguito da quello energetico e dalle utilities.

Ogni trimestre avviene la revisione delle società che compongono il listino, a seguito di operazioni sul capitale, o di variazioni del flottante oppure dopo scorpori di rami d’azienda, fusioni, delisting (è la cancellazione dalle contrattazioni), o nuove quotazioni.

Gli indici principali di Piazza Affari: le piccole e medie imprese

Accanto al FTSE Mib ci sono gli indici FTSE Italia Mid Cap e FTSE Italia Small Cap.

Il primo indice accoglie le prime 60 società per capitalizzazione che non appartengono all’indice FTSE MIB; il secondo invece ospita le 120 società a bassa capitalizzazione, ma che di fatto rappresentano da sempre la punta di diamante dell’economia italiana.

Tra le società della piccola impresa quotate in Borsa ci sono marchi famosi come Bialetti, Geox, Pininfarina, Piquadro.

Anche le società a media e bassa capitalizzazione sono sottoposte a una revisione trimestrale, rendendo gli indici sempre dinamici e offrendo opportunità di diversificazione alle società di gestione del risparmio che ne replicano la composizione dei panieri.

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Il Btp Italia e il Btp Futura

La volta scorsa abbiamo parlato del tradizionale Btp, le cui caratteristiche lo hanno reso negli ultimi anni molto volatile e sensibile alle incertezze del paese, e quindi poco adatto ai portafogli dei risparmiatori più prudenti.

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Btp Italia

Per questo, dal 2012 il debito pubblico italiano si è arricchito di un altro tipo di obbligazione, il Btp Italia, un titolo indicizzato all’inflazione italiana, con cedole semestrali e di durata che va dai 4 ai 5, ai 6 e agli 8 anni, pensato “soprattutto per le esigenze di risparmiatori e investitori retail”.

Il suo rendimento è allineato all’evoluzione del costo della vita e questo gli garantisce una certa stabilità. Ogni sei mesi, chi ha investito in questo titolo riceve un tasso di interesse rivalutato all’inflazione, sulla base dellIndice ISTAT sui prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati (FOI) con esclusione dei tabacchi.

In caso di deflazione, cioè di inflazione negativa, viene comunque garantita la corresponsione degli interessi: le cedole vengono comunque calcolate sul capitale nominale investito.

Il Covid-19 e il Btp Futura

Al fine di finanziare la ripresa economica dal Covid-19 e le spese per fronteggiare la pandemia, prima fra tutti la campagna vaccinale, lo scorso 19 aprile il Ministero delle Finanze ha iniziato il collocamento del Btp Futura.

L’emissione del Btp Futura è stato oggetto di campagna di sensibilizzazione per coinvolgere i cittadini a sostenere il Paese e la sua ripresa, e per “accrescere l’interesse e la partecipazione verso gli strumenti di gestione del debito pubblico, garantiti dallo Stato e cruciali per spesare molti servizi/misure di cui i cittadini beneficiano ogni giorno”.

Lo spot presenta una carrellata di immagini che raccontano l’Italia innovativa, produttiva, solidale, accogliente, e sottolinea l’importanza del debito pubblico come una risorsa necessaria a sostenere la spesa per la vita di tutti i giorni: “la cura delle persone che amiamo, la salute delle nostre imprese, l’innovazione, la salvaguardia del nostro saper fare.” 

E le tasse?

L’introduzione del Btp Futura, destinato proprio a un pubblico di piccoli investitori, fa riflettere su come il risparmio degli italiani rappresenti una risorsa in questo paese.

E anche una stortura.

Perché per coprire il debito pubblico si fa appello al risparmio.

Quando in realtà, questo dovrebbe essere coperto dalle tasse,  che se tutti pagassero regolarmente, sosterrebbero la spesa pubblica. 

Compresa quella sanitaria.

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Il Btp e la sua volatilità

il btp e la sua volatilità

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Il Btp o Buono del Tesoro Poliennale è da sempre uno degli investimenti preferiti dei risparmiatori italiani.

Si tratta di un’obbligazione a tasso fisso emessa dallo Stato Italiano, che si impegna a pagare interessi semestrali e a restituire il capitale alla scadenza.

I risparmiatori o gli investitori istituzionali possono acquistarlo attraverso un’asta che si svolge regolarmente ogni mese, oppure direttamente sul mercato.

Le scadenze del Btp possono variare dai cinque, ai dieci, ai venti e addirittura ai trent’anni.

La lunga durata e la natura di titolo a tasso fisso rendono le fluttuazioni dei prezzi molto altalenanti, proprio perché oggetto di transazioni mordi e fuggi, soprattutto in momenti di instabilità nella situazione politica e economica del paese (come successe tra il 2011 e il 2012).

Nonostante si tratti di un titolo a rendimento e a capitale garantito, che lo Stato rimborserà alla scadenza naturale, la vita di un BTP è costellata di momenti di alta volatilità che a volte supera quella dei titoli azionari, che di garantito non hanno nulla.

Non ci credete?

Diamo un’occhiata all’andamento degli ultimi dieci anni del BTP scadenza 1 febbraio 2037 con cedola del 4% (che oggi definiremmo senza dubbio un rendimento molto molto appetibile).

Il titolo, nato il 19 ottobre del 2005 ad un prezzo di 101,29, ha registrato un minimo storico di 62,50 (era il 9 novembre 2011, i giorni dello spread Btp-Bund a 575 e della paura di un possibile default dello stato italiano); nel 2020, durante la prima fase della pandemia, il Btp 2037 ha toccato punte minime intorno ai 117, per poi risalire vertiginosamente e arrivare al massimo registrato, lo scorso 12 febbraio, di 146,54.

Provate ora a mettervi nei panni di un risparmiatore.

Che cosa avreste fatto se aveste comprato il titolo all’emissione, ve lo foste tenuto in portafoglio prendendovi quel 4% annuo, sicuro e tranquillo, e a un certo punto, a novembre 2011, vi foste accorti del tonfo del prezzo sul mercato, che, virtualmente vi stava facendo perdere quasi il 40% del vostro capitale.

Viceversa, che cosa fareste oggi, con il titolo ai massimi storici, magari acquistato ad un prezzo vantaggioso in una delle fasi più critiche di mercato? E dove reinvestireste i soldi guadagnati?  

E ancora: farà meglio un cassettista, il cui unico scopo è quello di tenere in portafoglio dei titoli duraturi con un buon rendimento, e di portarli a scadenza naturale?

Beh, vi dico la mia, che per mestiere un po’ di queste burrasche le ho viste e le ho vissute, e passavo le giornate incollata alle quotazioni dei Btp in tempo reale.

Tenere. Vendere. Comprare. Rivendere, sfruttando i vantaggi fiscali delle minusvalenze accumulate.

In quei momenti questi erano i dilemmi per molti dei miei clienti, ma di fatto erano davvero l’ultimo dei problemi.

Perché il rischio che il paese Italia finisse a gambe per aria era palpabile.

Molto. Palpabile.

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Whatever it takes e il Quantitative easing di Mario Draghi

Tra le poche riunioni interessanti a cui ho assistito nei miei anni di lavoro in banca ne ricordo una in cui intervenne il capo del settore mercati finanziari.

Quantitative Easing

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In occasione di quell’incontro ci illustrò con molto entusiasmo quelle che sarebbero state le conseguenze della decisione del Presidente della Banca Centrale Europea di intervenire nella politica monetaria dell’Unione Europea con delle vere e proprie iniezioni di liquidità all’interno del sistema.

Costi quel che costi

Nell’estate del 2012, il 26 luglio, dopo nemmeno un anno dal suo insediamento a capo della BCE, Mario Draghi pronunciò il famoso discorso Whatever it takes, la cui portata epocale è descritta perfettamente nella versione digitale dell’enciclopedia Treccani:

Il «Whatever it takes» apre nella politica europea un altro orizzonte che non aveva precedenti. È il 26 luglio del 2012. L’Europa dell’euro è in grande difficoltà. Sale lo spread in molti Paesi. In Grecia tornano a soffiare pesanti venti di crisi. L’euroscetticismo inglese si gonfia. Quel 26 di luglio, Draghi, da meno di un anno Presidente della Banca centrale europea, sale sul palco della conferenza di Londra e, senza troppi preamboli, dopo una manciata di minuti di introduzione, pronuncia la frase che cambia la storia della crisi: «Entro il nostro mandato la Bce preserverà l’euro, costi quel che costi. E, credetemi, sarà abbastanza». 

Per sostenere l’Euro e l’Eurozona, la BCE di Mario Draghi acquistò i titoli di debito pubblici dei paesi membri dell’Unione, garantendo così la stabilità del sistema economico, mantenendo lo spread con il Bund tedesco a livelli accettabili, e immettendo liquidità sui mercati. 

Si trattava di una manovra che prima di allora era stata utilizzata durante il periodo bellico da Stati Uniti, Germania, e Italia che emettevano titoli di stato che l’industria militare comprava per finanziare l’acquisto delle armi da parte dei governi.

Si trattava anche di una manovra che andava fuori dal perimetro del mandato della BCE, il cui obiettivo esplicito è quello di controllare i prezzi e mantenere un livello dell’inflazione vicino ma non oltre il 2%. 

Una pioggia di liquidità

Il Quantitative easing, espressione inglese che significa allentamento quantitativo, fece arrivare sui mercati tanta liquidità.

Ed era esattamente questo che rendeva così entusiasta il mio collega, che ne aveva previsto l’effetto sui mercati azionari.

Favoriti dall’abbassamento dei rendimenti sui titoli obbligazionari che per via del Quantitative easing costavano di più,  con tutta quella nuova liquidità i mercati azionari iniziarono una risalita verso rendimenti che raggiunsero presto le due cifre.

I miei clienti erano tutti soddisfatti di quello che stava succedendo nei loro portafogli, convinti che fosse una semplice congiuntura favorevole, o addirittura una mia particolare abilità.

Il QE, che sarebbe dovuto durare fino al 2016, fu esteso a più riprese, fino a concludersi il 31 dicembre del 2018.

In quegli anni, avevo già lasciato la banca e il mio lavoro di consulente finanziario, e facevo tutt’altro mestiere, non ho mai smesso di pensare a cosa sarebbe successo con la fine del quantitative easing. 

E a dirla tutta, me lo sto ancora chiedendo.

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La Tobin Tax

La Tobin Tax è un’imposta pensata nel 1972 dall’economista premio Nobel, James Tobin, che fu tra i primi a proporre un prelievo sulle transazioni finanziarie.

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Nell’intenzione di Tobin c’era di fatto l’obiettivo di far diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio: prelevando una piccola aliquota di mezzo punto percentuale a ogni cambio da una valuta all’altra si sarebbe scoraggiata la speculazione.

Da Keynes a Tobin

Già l’economista britannico John Maynard Keynes, padre della macroeconomia, era favorevole a un’imposizione di questo tipo, proprio affinché gli investitori mantenessero durevolmente i titoli in portafoglio, e evitassero quelle speculazioni a breve, brevissimo, termine, che di certo non fanno bene al mercato. 

L’idea di Keynes, rielaborata da Tobin, aveva assunto così una nuova veste, per colpire in lieve misura le transazioni sui mercati valutari con l’obiettivo di stabilizzarli mediante la penalizzazione delle operazioni mordi e fuggi.

Un dibattito internazionale

L’ipotesi di adozione della Tobin Tax, applicata anche alle transazioni di Borsa, quindi su azioni, obbligazioni, e anche derivati,  ha generato un ampio dibattito a livello internazionale.

Se da un lato Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Cina e Giappone sono da sempre contrari, nel resto d’Europa ci sono stati tentativi di introduzione. 

Nel 2011 la Commissione Europea ha presentato un progetto per l’introduzione della Tobin Tax al fine di armonizzare le diverse forme di tassazione sulle transazioni finanziarie presenti in alcuni stati membri dell’Unione, ma si è ancora raggiunto un accordo, e la discussione resta aperta.

In Italia una sorta di Tobin Tax è in vigore dal 2013 e colpisce le transazioni ad alta frequenza con due aliquote differenziate, a seconda che si tratti di mercati regolamentati oppure no.

Di fatto però, affinché la Tobin Tax si renda efficace, deve trovarsi una comunione d’intenti da parte di tutte le nazioni.

Altrimenti si rischia di fare la fine della Svezia, che l’aveva introdotta nel 1981, per poi abolirla nel 1992, spingendo nel frattempo gli operatori finanziari verso altre piazze e generando così una fuga di capitali all’estero, e una diminuzione del gettito fiscale stimato.

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I mercati all’insegna del Toro: le parole della Borsa al rialzo

Dopo aver visto l’origine delle espressioni Toro e Orso e aver lavorato sul lessico della Borsa al ribasso, vediamo oggi le parole e le frasi che servono per descrivere il mercato di Borsa al rialzo.

Borsa al rialzo

Un toccasana per migliorare il vocabolario

Il sito ufficiale di Borsa Italiana pubblica ogni giorno un resoconto della giornata di Piazza Affari e delle principali piazze europee.

Si tratta di un ottimo esercizio di lettura, per prendere confidenza con questa tipologia testuale e acquisire nuovo lessico.

Molte di queste espressioni sono ricorrenti, per cui una lettura frequente può essere un toccasana per il vostro vocabolario.

Giornata di Borsa al rialzo

In apertura di un testo sulla Borsa in rialzo troviamo espressioni come “Borse europee in rally” oppure “Piazza Affari in pole position”, che strizzano chiaramente l’occhio al mondo dinamico delle gare automobilistiche.

Leggera crescita dell’Euro / Dollaro USA, che sale a quota 1,188. Prevale la cautela sull’oro, che continua la seduta con un leggero calo dello 0,57%. Il Petrolio (Light Sweet Crude Oil) continua gli scambi, con un aumento dell’1,00%, a 43,49 dollari per barile.

Il riassunto della seduta dello scorso 24 novembre si apre con i numeri riguardanti il rapporto tra l’Euro e il Dollaro USA, gli scambi sull’oro, e quelli sul petrolio.

Lo spread Btp-Bund

Segue il dato sullo Spread, cioè la differenza tra il rendimento del titolo di stato italiano a dieci anni (BTP) e l’omologo Bund tedesco, immancabile in tutti i bollettini di Borsa europei.

Lo Spread fa un piccolo passo verso il basso, con un calo dell’1,37% a quota +115 punti base, mentre il rendimento del BTP a 10 anni si attesta allo 0,58%.

Le piazze europee

Poi una carrellata di risultati di fine giornata per le altre città europee, tutte positive:

Tra i listini europei bilancio decisamente positivo per Francoforte, che vanta un progresso dello 0,76%, bilancio positivo per Londra, che vanta un progresso dello 0,67%, e buona performance per Parigi, che cresce dello 0,99%.

Piazza Affari: i migliori e i peggiori

Dopodiché è Milano a prendere la scena, con un dettaglio sia sugli indici che sui singoli titoli.

A Piazza Affari, il FTSE MIB continua la giornata con un aumento dell’1,42%, a 22.011 punti; sulla stessa linea, il FTSE Italia All-Share” che chiude a +1,42%.

I titoli azionari di aziende che si occupano di materie prime, viaggi e intrattenimento, petrolio sono quelli che hanno realizzato le prestazioni migliori.

I settori sanitario e alimentare, invece, hanno subito delle prese di beneficio.

“In luce sul listino milanese i comparti materie prime (+3,78%), viaggi e intrattenimento (+2,61%) e petrolio (+2,13%). I settori sanitario (-0,78%) e alimentare (-0,52%) sono tra i più venduti.

Una narrazione accattivante

Se per lavoro dovete fare delle presentazioni spiegando grafici e tabelle, e cercate una varietà lessicale che non vi faccia ripetere sempre lo stesso verbo, tra le frasi che seguono c’è davvero l’imbarazzo della scelta:

Tra le migliori azioni italiane a grande capitalizzazione, decolla Leonardo, con un importante progresso del 4,20%. In evidenza Saipem, che mostra un forte incremento del 3,85%. Svetta Tenaris che segna un importante progresso del 3,82%. Vola Atlantia, con una marcata risalita del 3,71%. Sotto pressione Amplifon, con un forte ribasso dell’1,02%. Tentenna Campari, con un modesto ribasso dello 0,71%.

Decollare, volare, svettare, e anche essere sotto pressione, tentennare.

Il ricorso al linguaggio figurato di verbi che normalmente si usano in altri contesti, non solo arricchisce la narrazione ma la rende accattivante e piena di ritmo.

Reddit loves Game Stop

Un gruppo del social network Reddit fa schizzare il prezzo del titolo Game Stop e rovina la festa alle società di fondi d’investimento.

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Blue horse shoe loves Anacott Steel

“I want you to call the Wall Street Chronicles, extension sixteen-0-five, and tell them in: “Blue horse shoe loves Anacott Steel”. Got that?”

Il film è Wall Street di Oliver Stone, del 1987, le parole sono quelle del tycoon Gordon Gekko che voleva mettere i bastoni tra le ruote al suo rivale, Sir Larry Wildman. 

E ci riesce facendo alzare il prezzo delle azioni a cui Wildman era interessato, le Anacott Steel.

Per questo dice a Bud Fox di chiamare un autorevole giornale finanziario, pronunciare un messaggio in codice,  affinché il giornale esca con un articolo che esorti i lettori a comprare un po’ di Anacott Steel.

E a far salire il prezzo.

Con internet tutto è diventato più veloce, ovviamente.

Reddit loves Game Stop

Quindi, per esempio, se vuoi mandare a bagno un venditore allo scoperto (che magari è pure un investitore istituzionale) che aveva puntato sul ribasso di un certo titolo, chiedi di comprare le azioni di quella società a un gruppo su un social network, per esempio Reddit

E il gioco è fatto. 

E qui è proprio il caso di dirlo, visto che si tratta di azioni della società Game Stop.

Il prezzo schizza in alto e lo short seller si ritrova a dover comprare a prezzi esorbitanti per onorare il contratto su cui aveva scommesso. 

E compra proprio da chi gli ha fatto alzare il prezzo. Che ci fa un bel guadagno.

Il cinema ce l’ha raccontato in chiave di commedia, con Una poltrona per due di John Landis, dove al posto delle azioni di Game Stop c’era il succo d’arancia, e ovviamente in The Big Short. Che, non a caso, in italiano si chiama La Grande Scommessa

Di base, la lezione di Gekko ce lo spiega bene, e la vicenda Game Stop ce lo conferma, c’è una cosa sola: nella guerra a colpi di speculazioni il titolo sul mercato assume una vita propria, staccata dalle vicissitudini della compagnia di cui fa parte.  

E torna la domanda tematica che Oliver Stone si poneva proprio in Wall Street: “è sbagliato il sistema, o l’abuso che se ne fa?”

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Lo spread al tempo della crisi

Tra terremoti finanziari e emergenze sanitarie, vediamo come si è comportato lo spread al tempo della crisi.

Lo spread al tempo della crisi

Durante il tradizionale messaggio di fine anno, lo scorso 31 dicembre il Presidente Sergio Mattarella, nel sottolineare l’importante ruolo dell’Unione Europea nell’ambito della crisi sanitaria e economica in corso, ha ricordato la pesante crisi finanziaria che investì l’Italia nel 2011, quando lo spread toccò quota 575.

All’indomani della crisi del 2008, che era partita dagli Stati Uniti con lo scandalo dei mutui subprime, i paesi dell’eurozona presentavano differenze significative nelle condizioni di finanza pubblica e nel tasso di crescita.

I Paesi come la Germania avevano livelli di debito pubblico contenuti e pertanto un’economia più solida, mentre Paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) erano più vulnerabili, a causa di un pesante debito pubblico, accumulatosi negli anni.

Sulla crisi del debito sovrano, pesavano inoltre l’incremento incontrollato del deficit, i bassi tassi di crescita del PIL e le operazioni di salvataggio degli istituti bancari in crisi.

Epicentro di questo vero e proprio terremoto furono inizialmente Grecia, Portogallo, e Irlanda, per poi propagarsi fino alla Spagna e all’Italia.

“Fate presto!”

Il 9 novembre 2011 lo spread toccò quota 575.

Il Sole 24 Ore prese in prestito il titolo con cui il quotidiano Il Mattino di Napoli aveva lanciato un disperato appello allo Stato il giorno dopo il terremoto che aveva devastato l’Irpinia, in Campania, nel novembre del 1980.

Le macerie di oggi sono il risparmio e il lavoro degli italiani, il titolo Italia che molti, troppi si ostinano a considerare carta straccia (…) la credibilità perduta ci fa sprofondare in un abisso dove il differenziale dello spread BTp-Bund supera i 550 punti e i titoli pubblici biennali hanno un tasso del 7,25%“.

Così il direttore del quotidiano finanziario nazionale, Roberto Napoletano, scriveva sul suo editoriale del 10 novembre 2011, invocando una soluzione politica immediata, che riportasse lo spread a livelli ragionevoli.

Per controllare l’andamento storico e il dato odierno dello spread, si può andare sul sito di Borsa Italiana.

I titoli del debito sovrano italiano

I titoli di Stato emessi dal governo italiano sono:

Essendo a tasso fisso, i prezzi dei Btp sono molto più volatili per loro natura.

Se un Btp che rende il 4% annuo (su un capitale nominale di 100) lo pago 80, il rendimento effettivo per me sarà del 5%. Se il valore di mercato scende ancora, io avrò un rendimento effettivo più alto.

Quando l’Italia perde credibilità e i suoi titoli sul mercato si deprezzano, il rendimento effettivo aumenta.

Il differenziale Btp-Bund

Lo spread Btp-Bund indica la differenza tra i rendimenti effettivi dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi.

Se cresce, è perché crescono i rendimenti dei Btp italiani (e quindi è basso il loro prezzo, e di conseguenza la loro solidità).

Significa che siccome prestare soldi all’Italia è ritenuto più rischioso che prestarli alla Germania, all’Italia si chiedono 575 basic point (5,75%) in più di quanto non si chieda alla Germania per la stessa somma di denaro. 

Dopo la crisi del 2011, il dato sullo spread è diventato molto seguito, anche dai non addetti ai lavori. Pur non conoscendone i meccanismi, gli italiani sanno benissimo che da quel numero dipende la stabilità del Paese e dell’Unione Europea.

Non siamo qui per chiudere gli spread

Se Mario Draghi aveva salvato l’Eurozona, durante la crisi del 2011, a Christine Lagarde, che lo ha succeduto nel ruolo di Presidente della BCE qualche mese prima dello scoppio della pandemia, è bastata una conferenza stampa per mandare nel panico i mercati e affossare lo spread.

Quella di giovedì 12 marzo 2020 è stata una giornata che ha trascinato Piazza Affari nel suo minimo storico di sempre, -16.92%, facendo schizzare lo spread verso massimi dell’anno, (quota 275 del 17 marzo).

A scatenare le preoccupazioni è stato anche il discorso di Lagarde, che sebbene volesse rassicurare l’Eurozona, ha gettato nello sconforto l’Italia, che stava vivendo, da sola, l’emergenza del Covid19.

Non siamo qui per “chiudere gli spread. Ci sono altri strumenti e altri attori per gestire queste questioni“.

La nota di Mattarella

In serata una nota del Presidente Mattarella rimetteva l’Italia al centro dell’Europa, sia in quanto impegnata, prima degli altri, nel contrasto al Coronavirus, sia in quanto Paese membro dell’Eurozona.

L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi,  a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione.

“Il bene più prezioso che conosco è l’informazione”: il reato di insider trading

Il reato di insider trading consiste nell’uso a proprio vantaggio di informazioni confidenziali. Analizziamo l’articolo 184 del TUF (Testo Unico della Finanza) che disciplina l’abuso di informazioni privilegiate.

il reato di insider trading

In cosa consiste il reato di insider trading?

Una persona che lavora in un ambito dove circolano informazioni confidenziali su società quotate in Borsa potrebbe trarre vantaggio da queste informazioni, soprattutto se non sono ancora state divulgate dai media.

Per esempio, sono un dirigente nella società XYZ che sta per annunciare una notizia che farà aumentare il valore del suo titolo in Borsa.

Prima che la notizia sia ufficializzata e resa pubblica, posso comprare un pacchetto di azioni a un prezzo conveniente. Quando la notizia sarà ufficiale, e il titolo si sarà apprezzato, rivenderò il pacchetto a un prezzo molto remunerativo.

Il reato di insider trading in Italia. Cosa dice il Testo Unico della Finanza?

Il TUF Testo Unico della Finanza regola il reato di insider trading all’articolo 184, che enuncia:

È punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro ventimila a euro tre milioni chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della sua qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, della partecipazione al capitale dell’emittente, ovvero dell’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione o di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio:

a) acquista, vende o compie altre operazioni, direttamente o indirettamente, per conto proprio o per conto di terzi, su strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime;

b) comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione o dell’ufficio (…);

c) raccomanda o induce altri, sulla base di esse, al compimento di taluna delle operazioni indicate nella lettera a).

Un po’ di cinema

The most valuable commodity I know of is information.” (il bene più prezioso che conosco è l’informazione).

Così lo spregiudicato Gordon Gekko, nell’intramontabile Wall Street di Oliver Stone, impartiva a un ingenuo Bud Fox la lezione numero uno per fare soldi sicuri.

Il personaggio di Gekko si ispirava allo speculatore Ivan Boesky che nei primi anni Ottanta fu al centro di uno scandalo finanziario per il quale scontò una pena di tre anni e mezzo di carcere.

Tra i moderni villain dell’abuso di informazioni troviamo Bobby “Axe” Axelrod, antagonista del procuratore distrettuale Chuck Rhoades nella serie tv targata Showtime, Billions.

E come tutte le storie ambientate nella finanza, trame e personaggi incarnano un’eterna lotta che gli uomini da sempre combattono.

Quella tra il bene e il male.

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