Archives

Worksheet and keys

I gialli finanziari: il caffè avvelenato di Michele Sindona

Banchiere, faccendiere, e criminale: ascesa e caduta di Michele Sindona, dalla consacrazione a mago della finanza internazionale, fino alla morte in carcere per un caffè avvelenato.

Michele Sindona

Seconda parte. Leggi qui la prima parte

Sul fallimento della Franklin Bank indagò anche l’FBI e il Senato degli Stati Uniti istituì una commissione d’inchiesta che scoprì che nel 1974 Michele Sindona aveva trasferito 2 miliardi di lire alla DC (Democrazia Cristiana) con libretti al portatore.

Sembra che con quelle operazioni siano transitati parecchi milioni di lire attraverso la CIA (l’intelligence statunitense), la stessa Franklin Bank, e il SID (i servizi segreti italiani).

I soldi sarebbero serviti per finanziare la campagna elettorale di 21 politici italiani.

I rapporti di Michele Sindona con la P2

La loggia massonica Propaganda Due (P2) è stata un’associazione segreta nata durante la Guerra Fredda in chiave anti-comunista. Gestita da Licio Gelli, si conoscono i nomi di 972 iscritti. Ha raccolto politici, giornalisti, uomini d’affari, delle Forze Armate, e dei servizi segreti con l’obiettivo di realizzare il “Piano di rinascita nazionale”: un programma di trasformazione autoritaria dello stato.

Il Divo, Paolo Sorrentino, 2008 (titoli di testa)

Al salvataggio della Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona erano interessati sia Licio Gelli, capo dell’organizzazione criminale P2, che il divo Giulio Andreotti, che aveva interessato due parlamentari affiliati alla loggia.

La Banca d’Italia ostacolò fortemente il salvataggio della banca, così Michele Sindona si rivolse al banchiere Roberto Calvi.

I due si erano conosciuti alla fine degli anni Sessanta, quando Sindona aveva aiutato Calvi a costituire delle società off shore.

Inoltre, qualche anno dopo, Sindona aveva presentato Calvi a Gelli e lo aveva introdotto nella P2.

Di fronte al rifiuto di Calvi di aiutarlo a ripianare i debiti della Banca Privata, Sindona una notte si vendicò attaccando per tutta Milano dei manifesti che riportavano le operazioni irregolari del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Il carcere e la morte

Dopo l’arresto in una cabina telefonica di Manhattan nel 1980, seguì la condanna a 25 anni di carcere per frode, spergiuro, appropriazione indebita di fondi bancari.

Mentre si trovava nelle prigioni federali statunitensi, il governo italiano presentò domanda di estradizione perché Sindona potesse presenziare al processo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

Sindona rientrò in Italia, dove ricevette la condanna a 12 anni per frode, per il fallimento della Banca Privata Finanziaria, e l’ergastolo per essere stato il mandante dell’omicidio Ambrosoli.

Qualche giorno dopo la condanna all’ergastolo, Michele Sindona bevve un caffè al cianuro di potassio e morì due giorni dopo.

Sebbene ufficialmente si trattò di suicidio, la sua morte fu probabilmente un tentativo di auto-avvelenamento, al fine di ottenere l’estradizione negli Stati Uniti, dove si sarebbe sentito al sicuro.

Tra le ipotesi c’è anche quella che qualcuno avrebbe voluto toglierlo di mezzo, e lo abbia manipolato fornendogli il veleno per fargli simulare un suicidio, e facendogli credere che una bustina di cianuro gli avrebbe causato un semplice malore.

Qualcuno che aveva paura che Michele Sindona, ormai senza più niente da perdere, avesse potuto svelare i segreti della vita politica italiana, ammanicata con Cosa Nostra, i servizi segreti.

E chissà quanto altro.

I gialli finanziari italiani: Michele Sindona e l’omicidio Ambrosoli

Il faccendiere Michele Sindona è stato il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il commissario di Bankitalia che indagò sul crac delle sue banche.

Oggi vi racconto la prima parte di questa storia.

Michele Sindona, 62 anni, siciliano, avvocato. Anni fa l’Economist (…) lo ha definito il più grande finanziere europeo e il Times, l’italiano di maggior successo dopo Mussolini (…). Nel ’74, al culmine della carriera, controllava 146 società in 11 paesi del mondo. (…) Oggi il suo nome è legato al più gigantesco e losco intreccio del secolo. Ne sono coinvolti politici e banchieri, cardinali e giudici, mafiosi e interi stati, assassini e assassinati.

Rai, Mixer – Faccia a faccia, Giovanni Minoli intervista Michele Sindona, 1983

Michele Sindona

Era il 1983 e Michele Sindona, condannato a 25 anni di prigione dal tribunale di New York per il fallimento della Franklin National Bank, si trovava recluso nel penitenziario di Otisville, a un’ora e mezza da New York.

Imputato con 65 capi d’accusa, quella di Michele Sindona era la più severa condanna che un colletto bianco avesse mai avuto nella storia degli Stati Uniti.

Specialista in esportazione di capitali e paradisi fiscali

Michele Sindona nasce nel 1920 a Patti, in Sicilia, per trasferirsi a Milano appena finita la guerra, nel 1946, dove apre uno studio di consulenza tributaria e legale e collabora con importanti società immobiliari.

Le sue specialità sono la pianificazione fiscale, l’esportazione di capitali, e il funzionamento dei paradisi fiscali e anche una certa spregiudicatezza, grazie a cui mette a segno operazioni di Borsa molto vantaggiose, che sono la base per l’attività di banchiere che svilupperà in seguito.

Negli anni Sessanta introduce a Piazza Affari gli strumenti di Wall Street, come l’OPA (offerta pubblica di acquisto), il conglomerate (quando una grande compagnia è divisa in settori che si occupano di affari completamente differenti tra loro), il private equity, (quando un investitore istituzionale acquista le azioni di una società non quotata su mercati regolamentati).

Diventato amico di esponenti della mafia, nel 1961 Michele Sindona compra la Banca Privata Finanziaria e, attraverso la sua capogruppo (holding) lussemburghese Fasco acquisisce anche altre società.

Nel 1969 conosce il cardinale Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, che fa entrare la banca vaticana IOR (Istituto per le Opere Religiose) nella Banca Privata Finanziaria, mentre Sindona continua a spostare i capitali verso le banche svizzere per speculare su scala internazionale.

Ma il colpaccio che Michele Sindona avrebbe voluto mettere a segno arriva nel 1971, quando si mette alla guida di un’OPA sulla Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali.

L’operazione avrebbe portato alla nascita di un fronte di finanza bianca, legato alla DC (Democrazia Cristiana) di Giulio Andreotti e in contrapposizione alla finanza laica.

Inoltre, se il piano fosse riuscito, si sarebbe aperta la strada per una serie di fusioni, scalate, e controlli attraverso pacchetti di maggioranza, di solide società appartenenti ai più disparati settori dell’economia italiana.

Il crac Sindona

Nel 1972 Michele Sindona entra nella Franklin National Bank, tra i primi venti istituti di credito degli Stati Uniti, e partecipa al capitale di altre banche, tra cui la Finabank di Ginevra e la Continental Illinois di Chicago.

Nell’aprile del 1974 un crollo del mercato azionario si trascina dietro la Banca Privata Italiana e la banca Franklin, insolvente per frode, speculazioni in valuta estera e cattiva gestione dei prestiti.

Già nel 1971 la Banca d’Italia ha iniziato a investigare sulle attività delle banche di Sindona, da cui emergono contabilità in nero.

Molti enti pubblici (tra cui l’INPS) avevano affidato i propri depositi a Sindona, su cui applicava tassi d’interesse, sempre in nero, che fruttavano i soldi per le tangenti con cui corrompere amministratori e uomini politici.

Un giallo nel giallo: l’omicidio Ambrosoli

 A seguito del fallimento della Banca Privata Italiana, nel 1974 la Banca d’Italia nomina un commissario liquidatore, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che esamina la trama intrecciata e articolata delle operazioni che Michele Sindona aveva messo in piedi.

Ambrosoli scopre che dietro il crac c’erano i depositi fiduciari: le banche trasferivano i soldi dei depositi dei clienti presso consociate estere e poi li utilizzavano sottobanco per finanziare le altre società del gruppo Sindona

Ambrosoli inizia a ricevere pressioni e tentativi di corruzione, affinché certifichi la buona fede di Sindona e gli eviti il carcere. Ma lo Stato italiano, per mezzo della Banca d’Italia, non poteva coprire le violazioni con cui Michele Sindona aveva creato quegli ingenti scoperti.

Per questo motivo, Giorgio Ambrosoli, pur cosciente del fatto che sta rischiando la pelle, conferma la responsabilità penale di Michele Sindona.

L’11 luglio del 1979 Giorgio Ambrosoli viene ucciso da quattro colpi di pistola da un malavitoso americano, mandato dallo stesso Sindona.

Giorgio Ambrosoli: un eroe borghese

Per approfondire l’indagine del commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli, è molto consigliata la visione del film Un eroe borghese, di Michele Placido (disponibile su YouTube).

Il film del 1995, attraverso materiale originale dell’epoca, ricostruisce gli antefatti che portarono al barbaro omicidio.

Il ruolo di Ambrosoli è affidato a Fabrizio Bentivoglio, che restituisce perfettamente la figura di uomo di Stato e a cui lo Stato aveva affidato un incarico prestigioso e altrettanto oneroso, per poi ritrovarselo contro.

La tematica dell’uomo rappresentante della legge è incarnata anche dall’integerrimo maresciallo della Guardia di Finanza (interpretato da Michele Placido) che affianca Ambrosoli nelle indagini.

Abbandonati dagli amici e dalle loro autorità di riferimento, i due uomini si muovono in una Milano oscura, nel pieno degli anni di piombo, fatta di ricatti e tentativi di corruzione.

Ma con un’unica e sola certezza: quella di stare dalla parte giusta.

(Continua domenica prossima)

Il sistema tributario italiano

Ricapitoliamo in questo articolo il contenuti degli ultimi tre podcast con le caratteristiche principali del sistema tributario italiano.

Secondo l’articolo 53 della Costituzione Italiana, 

tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività

Progressivo vuol dire che l’imposta da pagare deve aumentare in misura più che proporzionale rispetto al reddito e alla ricchezza del contribuente.

Questo fondamentale principio di giustizia tributaria è collegato al principio di uguaglianza contenuto nell’art.3 della Costituzione, che sostiene che 

è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le imposte e le tasse rappresentano lo strumento più importante proprio per la rimozione di quegli ostacoli di cui parla l’articolo 3.

Imposte dirette e indirette

Nell’ambito del sistema tributario italiano la classificazione più rilevante è quella tra imposte dirette e imposte indirette: le prime colpiscono il reddito e il patrimonio, mentre le seconde agiscono sul consumo e sul trasferimento dei beni.

Le imposte dirette sul reddito

L’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) è tra le imposte dirette più conosciute e si ispira proprio a quel principio di progressività citato nell’articolo 53, a differenza delle altre imposte, che sono proporzionali.

L’IRPEF agisce sul reddito del contribuente, cioè sulla sua produzione annuale di ricchezza.

La percentuale che si applica sui redditi, si chiama aliquota e si determina in base all’imponibile.

L’imponibile è la somma dei redditi, derivanti da lavoro (come lo stipendio), da rendite finanziarie (dividendi e cedole sugli investimenti), o da rendite immobiliari (per esempio se ho una casa e la do in affitto).

Nell’IRPEF, la progressività, cioè la determinazione dell’aliquota da applicare sull’imponibile, avviene per classi (o scaglioni). 

Questo vuol dire che l’aliquota varia da una classe di reddito all’altra (a titolo di esempio, fino a un reddito imponibile di 15.000€ l’aliquota IRPEF è del 23%, mentre dai 15.000-e-1 € fino a 28.000€ l’aliquota passa al 27%).

L’IRPEF è un’imposta personale perché tiene conto della situazione familiare del contribuente. Se ha dei figli a carico, avrà diritto a maggiori detrazioni, cioè all’abbattimento dell’imponibile, prima del calcolo dell’imposta.

Inoltre, una volta calcolato l’ammontare da pagare, si possono detrarre una percentuale di somme pagate durante l’anno a titolo di spese mediche, oppure interessi passivi sul mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, o anche le spese universitarie, o l’abbonamento annuale al trasporto pubblico.

Le imposte dirette sul patrimonio

La sola applicazione dell’imposta sul reddito non garantisce però l’equità di trattamento tra i contribuenti.

Se Anna guadagna 100 e Marco guadagna 100 pagano le tasse in base al loro scaglione di reddito, ma se Anna non possiede case e Marco ne possiede cinque, allora lui dovrà pagare un’imposta diretta anche sul patrimonio.  

Un esempio è l’IMU, l’imposta municipale da pagare al Comune dove si trovano gli immobili di proprietà. Naturalmente, sull’abitazione principale (o prima casa), cioè quella dove una persona vive, ci sono delle agevolazioni. 

Se l’IRPEF è un’imposta personale, l’IMU è un’imposta reale, che considera soltanto i beni del contribuente, senza tenere conto, per esempio, che questo possa avere un reddito basso e nonostante ciò, essere proprietario di tre case.

Le imposte dirette: l’IVA

Le imposte indirette colpiscono la ricchezza nel momento in cui si spende per acquistare un bene o un servizio.

L’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) che si paga su ciò che si compra ne è un esempio.

Ma i consumi non sono tutti sullo stesso piano, e per questo quelli primari hanno una tassazione ridotta, il 4%, rispetto all’aliquota principale che attualmente è del 22%.

Fino al 1992, in Italia era in vigore anche l’IVA sui beni di lusso, un’aliquota del 38% che si applicava  sugli acquisti di beni come pellicce, tappeti, auto e moto di grossa cilindrata, grandi imbarcazioni, e vini spumanti DOC.

Con l’entrata dell’Italia nel mercato unico europeo, la percentuale del 38% fu accorpata all’aliquota ordinaria, che all’epoca era del 19%.

I gialli finanziari italiani: Roberto Calvi

Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, nota banca italiana vicina agli ambienti finanziari del Vaticano, fu trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno 1982.

Roberto Calvi

Suicidio o omicidio? La sua morte è rimasta avvolta nel mistero per molti anni, e intrecciata a quella di un altro banchiere che fece più o meno la sua stessa fine, il faccendiere Michele Sindona, avvelenato nel carcere di Voghera il 22 marzo 1986.

Se avete visto Il Divo di Paolo Sorrentino, i due omicidi sono proprio nelle scene inziali.

Questa è la storia di un banchiere. Ma anche di soldi. Di tantissimi soldi. Ma è anche la storia di faccendieri, monsignori, dittatori, mafiosi, assassini, e politici.

(Blu Notte, Misteri Italiani, di Carlo Lucarelli).

Ascesa del ragionier Roberto Calvi

Nato a Milano nel 1920, Roberto Calvi entrò come impiegato presso il Banco Ambrosiano, la banca dei preti (come la chiamano a Milano) nel 1947, dopo essere ritornato dalla guerra.

Negli anni ’70 si alleò con Michele Sindona, banchiere siciliano, che lo introdusse alla Borsa, alle speculazioni finanziarie e alle società con sede nei paradisi fiscali.

Con l’appoggio del Vaticano trasformò l’onesto e prudente Banco Ambrosiano in una banca d’affari, e acquisì altre banche e società di assicurazioni, fino a entrare nel giro della politica e della massoneria.

La carriera di Roberto Calvi fu velocissima.

Nel settore estero della banca si fece una notevole esperienza sui paradisi fiscali e nel 1960 diventò responsabile per le operazioni di carattere finanziario, entrando così anche nei Consigli di Amministrazione di molte società controllate.

Dopo la nomina a direttore generale nel 1971 e a vicepresidente nel 1974, nel 1975 divenne presidente del Banco, avviando una serie di speculazioni finanziarie internazionale.

Di faccendieri, monsignori, dittatori, mafiosi, assassini, e politici

Strinse una collaborazione con l’Istituto per le Opere Religiose (IOR), la banca vaticana.

Fondamentali furono le amicizie con membri della mafia e della politica, sia italiana che latino-americana.

E non ultimi quelli con la loggia massonica Propaganda 2 (P2), in cui venne introdotto tramite il banchiere e faccendiere Michele Sindona.

L’ingresso nel Consiglio di Amministrazione dell’Università Bocconi segnò la consacrazione di Roberto Calvi a membro del salotto buono della finanza italiana, mentre non si arrestava la sua ascesa di finanziere aggressivo.

Costruì una fitta rete di società fantasma in paradisi fiscali. Acquistò una banca in Svizzera. Fondò una finanziaria in Lussemburgo.

Con l’arcivescovo Paul Marcinkus, detto il Gorilla, perché addetto alla sicurezza di Papa Paolo IV, fondò la Cisalpine Overseas alle Bahamas.

La banca fu successivamente messa sotto inchiesta per riciclaggio di soldi provenienti dal narcotraffico.

Su richiesta dello stesso Vaticano, finanziò paesi e associazioni politiche e religiose soprattutto nell’Europa Orientale, che all’epoca era sotto il regime filo-sovietico.

Caduta

Nel 1978 un’ispezione della Banca d’Italia nel Banco Ambrosiano riscontrò molte irregolarità.

A rimetterci furono il giudice che aveva segnalato tali irregolarità, ucciso nel 1979 da un commando di terroristi, e il Governatore e il Vice Direttore della Banca d’Italia, che avevano voluto l’ispezione, e che subirono l’accusa di irregolarità, e per questo arrestati, e poi prosciolti nel 1983 per infondatezza delle accuse.

Dopo la scoperta della loggia massonica P2 e il suo scioglimento, in quanto organizzazione criminale ed eversiva, Roberto Calvi perse una preziosa protezione.

A corto di liquidità, e già invischiato in un affare di tangenti pagate al leader del Partito Socialista Bettino Craxi in cambio di finanziamenti da grosse società, Roberto Calvi si legò a Flavio Carboni, a sua volta legato alla mafia di Pippo Calò e alla sanguinaria organizzazione malavitosa romana della Banda della Magliana, con cui condusse operazioni di riciclaggio di denaro sporco.

Estromesso dal Banco Ambrosiano per via dell’arresto per reati valutari, e abbandonato anche dallo IOR, preoccupato dei fatti criminosi che stavano emergendo, Roberto Calvi decise di fuggire all’estero in gran segreto.

Un giorno prima del ritrovamento del cadavere di Calvi a Londra, la sua segretaria a Milano si era suicidata lanciandosi dalla finestra del suo ufficio, al quarto piano.

Sulla morte di Calvi, che inizialmente la magistratura britannica archiviò come suicidio, fu fatta chiarezza soltanto nel 1996.

Una persona vicina al mandante dell’omicidio dichiarò che ad ucciderlo era stata una persona appartenente a un clan camorrista che aveva affidato a Calvi dei soldi che poi il finanziere milanese aveva perso.

La punta delle scarpe

Nonostante la sua morte violenta e il lungo processo per arrivare alla verità non lascino indifferenti dal punto di vista umano, i suoi legami con la malavita e il suo operato non cristallino ne fanno una figura ambigua e opaca.

La grande finanza milanese, non l’aveva mai accettato completamente, poiché lo considerava solamente un miscuglio di ambiguità e reticenza che pensava solamente al lavoro e non si divertiva mai. Illuminante, a tal proposito, è la citazione di Gianni Agnelli, allora Presidente di Confindustria, su Calvicome si fa a vivere guardandosi la punta delle scarpe? 

(Blu Notte, Misteri Italiani di Carlo Lucarelli)

Per approfondire la storia di Roberto Calvi, è disponibile su Youtube il film I banchieri di Dio – Il Caso Calvi (2002) di Giuseppe Ferrara.

Il posto fisso (seconda parte)

Leggi qui la prima parte

Risale a un anno e mezzo a fa un articolo de Il Sole 24 Ore intitolato Il crepuscolo del posto in banca, compromesso ben pagato in cui si partiva dagli esuberi di Unicredit, uno degli istituti bancari più importanti in Italia, per analizzare quanto l’ambito posto in banca sia cambiato nel corso degli anni.

Negli anni del boom economico e poi più avanti, fino al crollo di Lehman Brothers, era il compromesso definitivo che ti salvava la vita, il piano B che ai piani alti fruttava stipendi da serie A, un «tanti saluti» indirizzato alla precarietà. Negli ultimi 11 anni la percezione sul ruolo del bancario è radicalmente cambiata, non è più quel porto sicuro che, se metti da parte qualcosina ogni mese, alla lunga ti porta pure alla casa al mare.

Un porto sicuro

In particolare, il quotidiano si soffermava sul concetto di porto sicuro che il posto in banca aveva da sempre rappresentato, al punto tale che in passato c’era chi addirittura aveva rinunciato alla passione artistica dei suoi sogni, per ripararsi dietro una sportello o una scrivania.

Il baretto su una spiaggia tropicale

Mi ricordo che il sogno del bancario medio era quello di svegliarsi una mattina, perdere la testa, andare all’ufficio del personale, dare le dimissioni, incassare la liquidazione, e partire per un’assolata spiaggia tropicale dove aprire un baretto e fare festa h24.

Ouidah, Benin (foto di Anna Quaranta)

Non è proprio così che funziona.

Qualcuno sicuramente l’ha fatto e chissà, magari gli è andata bene.

Ma c’è anche chi ha realizzato il proprio sogno e con molto successo, pur giocando in casa, per poi realizzare una carriera riconosciuta a livello internazionale.

L’impiegato

Maurizio Sarri, napoletano classe 1959, ha coltivato sin da giovanissimo la sua grande passione per il calcio, lavorando contemporaneamente in Banca Toscana, per poi rassegnare le dimissioni e passare solo e soltanto al calcio una volta per tutte.

Da sempre allenatore nei campionati dilettanti, nell’Eccellenza, e poi nella serie D, Maurizio Sarri entra tardi nel calcio della massima serie, ma non ci mette molto a far parlare di sé.

Nel campionato di Serie B 2013-2014 Maurizio Sarri porta l’Empoli in Serie A e resta sulla panchina della squadra toscana fino al 2015, quando va ad allenare il Napoli dove resta per tre stagioni.

La squadra arriverà due volte al secondo posto e una al terzo, qualificandosi sempre per la Champions League.

I capisaldi del suo gioco, fondato su velocità e offensiva, si riassumono nel sarrismo, un neologismo entrato nella lingua italiana nel 2018.

Dopo il Napoli, Maurizio Sarri è sulla panchina del Chelsea, dove si aggiudica la UEFA Europa League, per poi tornare in Italia a guidare la Juventus nella stagione 2019-2020.

Il vice-direttore

Gli ex bancari che si dedicano finalmente al mestiere dei propri sogni si portano dentro una foga tutta speciale. Siamo mediani, più che fantasisti.

La metafora è calcistica ma la citazione è di un altro ex bancario eccellente, ora scrittore affermato.

Si tratta di Maurizio De Giovanni, lo scrittore, padre del Commissario Ricciardi e anche autore, tra gli altri, del poliziesco I bastardi di Pizzofalcone.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno aveva portato avanti la sua passione mentre lavorava al Banco di Napoli, con il ruolo di vice-direttore di filiale.

Sempre nell’articolo del 24 Ore, Maurizio De Giovanni conclude che in banca non ci sono più le garanzie di una volta, “quel mondo lì è finito per sempre“, esortando chi ha una passione artistica a provare a seguire un percorso di studi affinché questa diventi una professione.

Perché se uno sa quello che vuole, non è mai troppo tardi (parola di ex bancaria).

Il posto fisso (prima parte)

Martedì 17 marzo di sei anni fa, verso le dieci del mattino, uscii dalla filiale della banca dove lavoravo, nel quartiere romano dell’E.U.R., per andare alla posta a spedire una lettera raccomandata contenente le mie dimissioni dal posto fisso.

Tra paternali e mani tremanti

In realtà ero andata all’ufficio Risorse Umane il giorno prima per rassegnarle di persona, ma il responsabile aveva pensato bene di trattenermi dal farlo con una ridicola paternale, infarcita di assurdità e luoghi comuni.

La decisione per me era già stata presa. Non vi nego che quando arrivò il mio turno allo sportello spedizioni del grande ufficio postale di Viale Beethoven le mani un po’ mi tremavano. Quando vidi l’impiegato prendere la mia busta, pesarla, apporvi i timbri, e infilarla nel sacco della posta in partenza, mi dissi: “adesso non puoi più tornare indietro”.

Punto e a capo.

In Italia lasciare un posto fisso in banca a 41 anni scatena le reazioni più disparate nelle persone a cui lo racconti.

Ricordo più di qualcuno farsi delle grasse risate (chiedendomi scusa subito dopo). Chissà se in quella risata, in fondo, nascondevano un po’ di invidia?

In questi sei anni, ricchi di esperienze professionali che mai avevo pensato di poter fare (non ultimo questo blog), ho lavorato con persone provenienti da diverse parti del mondo, e ne ho conosciute alcune che avevano fatto la mia stessa scelta, o che comunque non trovavano strano che a un certo punto della vita una persona potesse decidere di mettere un punto e ricominciare da capo in un altro settore.

Anzi.

In Italia, almeno fino a sei anni fa, lasciare un posto fisso era considerato da pazzi irresponsabili, da sognatori incapaci di accettare le responsabilità e di fare i conti con il fatto che tutti i posti di lavoro sono uguali e sei tu che ti devi adattare.

Incapace di accettare responsabilità. Io?

Ero entrata in banca per concorso (e senza raccomandazione) quando avevo 19 anni, di botto mi ero ritrovata in un mondo di adulti viziati e autoreferenziali, e pochi anni dopo mi ero messa un mutuo sulle spalle.

Quelli che mi davano dell’irresponsabile, li lasciavo parlare, tronfi di boria e di certezze, e della loro idea di senso di responsabilità.

Ma nun starai mica a fà nà cazzata?

La più grande responsabilità ce l’abbiamo nei confronti di noi stessi, ed è quella di fare ciò che ci fa esprimere al meglio le nostre inclinazioni e aspirazioni e che ci rende soddisfatti anche dopo una giornata pesante.

Per arrivare a fare il lavoro che meglio ci rappresenta la strada è lunga, tortuosa, sicuramente non facile.

Un milione di volte pensi se davvero tu non stia facendo una cazzata.

Perché quattordici mensilità, ferie e malattie retribuite, scatti di anzianità, fondo pensione, convenzioni mediche private, congedi parentali, Legge 104, permessi studio, agevolazioni creditizie su fidi, prestiti, mutui, agevolazioni tariffarie su assicurazione auto, buoni pasto, eccetera… non sono proprio una cazzata.

Eppure, ho scovato un po’ di personaggi famosi che hanno timbrato il cartellino in banca per molti anni prima di fare il lavoro che fanno oggi.

Leggi qui la seconda parte

Parità di genere: la Società Italiana degli Economisti cambia nome

Nata nel 1950 con l’intento di promuovere la ricerca economica, la Società Italiana degli Economisti (SIE), dopo 70 anni, ha cambiato nome. 

Società Italiana degli Economisti

Società Italiana di Economia

Da anni, al suo interno, la Commissione di Genere della SIE lavora per raccogliere, elaborare, divulgare dati e informazioni riguardanti la parità di genere sia nelle Università italiane che tra gli economisti e le economiste, oltre che fornire informazioni utili alle stesse economiste all’inizio della carriera accademica.

Dopo anni di coinvolgimento nel dibattito sulla parità di genere, i membri della Società Italiana degli Economisti hanno deciso per un cambio dello storico nome, che dopo un iter burocratico di qualche mese è diventato Società Italiana di Economia.

E questo perché, ovviamente, a differenza degli anni in cui la SIE era stata fondata, l’economia oggi non è più appannaggio maschile.

Il dibattito linguistico in Italia

La notizia, che è dello scorso 22 dicembre, ha alimentato il dibattito linguistico e sociolinguistico sulla parità di genere della nostra lingua.

La lingua italiana adotta il maschile sovraesteso, cioè il genere maschile per indicare gruppi composti da uomini e donne.

In un’epoca in cui è in atto un cambiamento che le lingue stanno ormai registrando da tempo, il fatto che, in Italia, la maggioranza dei votanti dell’ex Società Italiana degli Economisti abbia considerato proprio la parola ‘Economisti’ anacronistica, è un bel passo in avanti.

Non sono pochi gli italiani e le italiane che si ostinano a non volere vedere questa necessità che ha la lingua di modificarsi per raccontare una realtà che di fatto sta cambiando.

Prendete il femminile di mestieri che prima si esprimevano solo al maschile.

A storcere il naso davanti a ministra, rettrice, sindaca, purtroppo, sono anche le donne, che si aggiungono alla folta schiera di coloro che, in nome della purezza dell’italiano, sostengono che queste sono solo battaglie da femministe.

La società cambia

La società cambia e la lingua ne registra anche le variazioni più impercettibili. Anzi, le anticipa, fornendoci così uno strumento sempre più capace di raccontare la realtà che ci circonda.

Oltre ai numeri, il settore dell’Economia si occupa di cultura e divulgazione.

E in questo senso il cambio di nome della SIE è un doppio riconoscimento: quello della presenza delle economiste, e quello di un linguaggio al passo con i tempi, attraverso il quale rappresentare la società oggetto di studio.

(E le custodi del patriarcato dovranno farsene una ragione)

Leggi qui gli altri articoli

La nascita delle banche

Riprendiamo i testi degli ultimi tre podcast sulla nascita delle banche per lavorare su come si fa un riassunto.

Per ascoltare i podcast: Prima parte Seconda parte Terza parte

La nascita delle banche

La nascita delle moderne banche è una storia tutta italiana e risale all’epoca rinascimentale, durante gli scambi commerciali che partivano dalle Fiandre e dal nord Italia, le due regioni più sviluppate d’Europa.

La moneta di scambio delle merci era l’oro, che, oltre a servire nei pagamenti, era anche oggetto di lavorazioni artigianali da parte degli orafi.

Per conservare l’oro, questi usavano delle casseforti molto robuste.

Fu così che iniziarono a offrire un servizio di custodia ai mercanti che non volevano rischiare la pelle, andando in giro con tutto quell’oro che gli sarebbe servito per il commercio.

La nota di banco

In Toscana o a Genova, non si sa precisamente dove, nacque la prima funzione della banca moderna: il mercante depositava l’oro e  otteneva in cambio una ricevuta.

La ricevuta sarebbe servita non tanto per riottenere indietro il denaro dall’orafo che lo aveva in custodia, ma per riscuotere una quantità di oro uguale a quella scritta sulla ricevuta, magari da un orafo di un’altra città e dietro il pagamento di una commissione.

La ricevuta si chiamava nota di banco, perché veniva firmata dall’orafo sul suo banco di lavoro; è facile intuire come questo titolo di credito a tutti gli effetti, sia l’antenato del moderno assegno. 

Moderno, si fa per dire.

Un titolo di credito per essere affidabile deve essere coperto. 

E la nota di credito aveva la copertura dell’oro che si trovava nei forzieri dell’orafo.

I prestiti e la creazione di moneta in circolazione

Fu per questo motivo che a un orafo, di cui non conosciamo l’identità, venne in mente di usare l’oro che aveva in cassaforte, e che era suo, per prestarlo a chi temporaneamente non ne aveva.

Questo aggiunse due funzioni classiche delle banche: l’erogazione di prestiti e la creazione di moneta in circolazione.

Quando prestavano l’oro, di fatto gli orafi potevano emettere una nota di banco a favore del loro debitore, creando così nuova moneta da spendere.

Naturalmente il valore dei crediti che gli orafi vantavano nei confronti di coloro a cui avevano concesso un prestito, e il valore dei debiti verso i mercanti che avevano depositato l’oro in custodia, doveva essere pari. Questo per garantire solidità e stabilità.

Il rischio a cui questi proto-banchieri si esponevano era quello di liquidità. 

Che cosa avrebbero fatto se, nella stessa giornata, tutti i possessori di note di banco, esigibili a vista, si fossero presentati per riscuotere l’oro che avevano dato in prestito, a medio o lungo termine?

Era un rischio razionale e calcolato, a cui gli orafi riuscivano comunque a far fronte.

Pensate a cosa succederebbe a una banca, se tutti i possessori delle sue obbligazioni volessero indietro  il capitale investito, e, allo stesso tempo, tutti i titolari di mutuo non pagassero regolarmente le rate…. anzi no! Non ci pensate!

La nascita delle banche: una storia tutta italiana

Abbiamo detto che la nascita delle moderne banche è una storia tutta italiana. 

E ovviamente anche la parola stessa banca nasce in Italia per poi diffondersi in altre lingue.

Il francese banque, il castigliano banco, il catalano banc, l’inglese bank, il tedesco Bank, il turco banka, il somalo banki, lo swahili benki, il Tamil vanki.

L’origine risale intorno al 1280 e proviene dalla parola germanica banki, che indicava un sedile lungo e stretto, quella che oggi chiamiamo panca.

Su questi banchi delle botteghe degli orafi avvenivano le transazioni di scambio, perfezionate con la nota di banco

Fino a una ventina di anni fa, alcuni istituti di credito italiani hanno mantenuto il termine “banco” nella loro ragione sociale: il Banco di Santo Spirito, il Banco di Roma, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, tutti poi confluiti in istituti di credito più grandi.

Lombard Street

E ancora un’altra curiosità etimologica.. 

Lombard: nel Medioevo questa parola indicava gli abitanti della Francia meridionale, quelli dell’Italia Settentrionale e della Toscana, famosi proprio per l’attività di piccoli prestiti a tassi molto elevati. 

Da Lombard, i nomi delle famose Lombard Street nella City, il quartiere finanziario di Londra, e la Rue des Lombards, un’animata via parigina nel quartiere di Les Halles.

 Del resto, come si dice? Il denaro fa girare il mondo.

I mercati all’insegna del Toro: le parole della Borsa al rialzo

Dopo aver visto l’origine delle espressioni Toro e Orso e aver lavorato sul lessico della Borsa al ribasso, vediamo oggi le parole e le frasi che servono per descrivere il mercato di Borsa al rialzo.

Borsa al rialzo

Un toccasana per migliorare il vocabolario

Il sito ufficiale di Borsa Italiana pubblica ogni giorno un resoconto della giornata di Piazza Affari e delle principali piazze europee.

Si tratta di un ottimo esercizio di lettura, per prendere confidenza con questa tipologia testuale e acquisire nuovo lessico.

Molte di queste espressioni sono ricorrenti, per cui una lettura frequente può essere un toccasana per il vostro vocabolario.

Giornata di Borsa al rialzo

In apertura di un testo sulla Borsa in rialzo troviamo espressioni come “Borse europee in rally” oppure “Piazza Affari in pole position”, che strizzano chiaramente l’occhio al mondo dinamico delle gare automobilistiche.

Leggera crescita dell’Euro / Dollaro USA, che sale a quota 1,188. Prevale la cautela sull’oro, che continua la seduta con un leggero calo dello 0,57%. Il Petrolio (Light Sweet Crude Oil) continua gli scambi, con un aumento dell’1,00%, a 43,49 dollari per barile.

Il riassunto della seduta dello scorso 24 novembre si apre con i numeri riguardanti il rapporto tra l’Euro e il Dollaro USA, gli scambi sull’oro, e quelli sul petrolio.

Lo spread Btp-Bund

Segue il dato sullo Spread, cioè la differenza tra il rendimento del titolo di stato italiano a dieci anni (BTP) e l’omologo Bund tedesco, immancabile in tutti i bollettini di Borsa europei.

Lo Spread fa un piccolo passo verso il basso, con un calo dell’1,37% a quota +115 punti base, mentre il rendimento del BTP a 10 anni si attesta allo 0,58%.

Le piazze europee

Poi una carrellata di risultati di fine giornata per le altre città europee, tutte positive:

Tra i listini europei bilancio decisamente positivo per Francoforte, che vanta un progresso dello 0,76%, bilancio positivo per Londra, che vanta un progresso dello 0,67%, e buona performance per Parigi, che cresce dello 0,99%.

Piazza Affari: i migliori e i peggiori

Dopodiché è Milano a prendere la scena, con un dettaglio sia sugli indici che sui singoli titoli.

A Piazza Affari, il FTSE MIB continua la giornata con un aumento dell’1,42%, a 22.011 punti; sulla stessa linea, il FTSE Italia All-Share” che chiude a +1,42%.

I titoli azionari di aziende che si occupano di materie prime, viaggi e intrattenimento, petrolio sono quelli che hanno realizzato le prestazioni migliori.

I settori sanitario e alimentare, invece, hanno subito delle prese di beneficio.

“In luce sul listino milanese i comparti materie prime (+3,78%), viaggi e intrattenimento (+2,61%) e petrolio (+2,13%). I settori sanitario (-0,78%) e alimentare (-0,52%) sono tra i più venduti.

Una narrazione accattivante

Se per lavoro dovete fare delle presentazioni spiegando grafici e tabelle, e cercate una varietà lessicale che non vi faccia ripetere sempre lo stesso verbo, tra le frasi che seguono c’è davvero l’imbarazzo della scelta:

Tra le migliori azioni italiane a grande capitalizzazione, decolla Leonardo, con un importante progresso del 4,20%. In evidenza Saipem, che mostra un forte incremento del 3,85%. Svetta Tenaris che segna un importante progresso del 3,82%. Vola Atlantia, con una marcata risalita del 3,71%. Sotto pressione Amplifon, con un forte ribasso dell’1,02%. Tentenna Campari, con un modesto ribasso dello 0,71%.

Decollare, volare, svettare, e anche essere sotto pressione, tentennare.

Il ricorso al linguaggio figurato di verbi che normalmente si usano in altri contesti, non solo arricchisce la narrazione ma la rende accattivante e piena di ritmo.

Storia del cazzotto che diventò un bacio

Dopo aver ripercorso la storia societaria della Perugina (leggi l’articolo di domenica scorsa), vediamo oggi come nasce lo storico prodotto della casa di Perugia, il Bacio.

Che all’inizio era un cazzotto.

Riassunto delle puntate precedenti

Luisa Spagnoli fondò nel 1907 la società Perugina insieme al marito Annibale Spagnoli e ad altri soci, tra cui, in posizione marginale, l’imprenditore Francesco Buitoni.

Due anni dopo la società era sull’orlo del fallimento e per questo venne affidata al giovane Giovanni Buitoni, figlio diciottenne di Francesco, che riuscì a rimetterla in sesto grazie a una politica commerciale che aveva permesso alla Perugina di superare il periodo bellico.

L’espansione della Perugina non si arrestò dopo la fine della Prima guerra mondiale, ma nel 1923 Annibale Spagnoli si ritirò dall’azienda a causa di attriti interni.

La lungimiranza di Luisa Spagnoli

Sembra risalire al 1923 l’inizio della storia d’amore tra Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni. Le persone a loro vicine parlano di un legame profondo e riservato.

Luisa Spagnoli, lungimirante e attenta alla vita dei dipendenti dell’azienda, inizia in quegli anni ad impegnarsi per la costruzione di strutture sociali proprio a loro favore, come, per esempio, l’asilo nido nello stabilimento di produzione di Fontivegge.

Non è un caso che da una personalità così generosa e brillante nasca l’idea di un cioccolatino che ha fatto epoca.

Il cazzotto

Si dice infatti che il Bacio sia nato dall’idea di Luisa Spagnoli di impastare, con altro cioccolato i frammenti di nocciola che venivano gettati durante la lavorazione dei dolciumi.

Quel curioso cioccolatino aveva una forma irregolare che ricordava la sagoma di un pugno chiuso, dove la nocciola intera rappresentava la nocca più sporgente.

In poche parole, un cazzotto.

“Scusi, mi dà un cazzotto?”

Amministratore delegato della Perugina e Presidente della Buitoni, Giovanni Buitoni curava molto l’aspetto commerciale e delle vendite.

Aveva immaginato un cliente entrare in un negozio e dire “Scusi, mi dà un cazzotto?”

Per questo, non convinto del nome che la sua Luisa aveva dato al nuovo cioccolatino, lo ribattezzò con il nome che tutti oggi conosciamo.

I primi cartigli apparvero negli anni Trenta, ma non avevano tutta quell‘aura romantica che invece hanno oggi.

Una leggenda narra che Luisa Spagnoli scrivesse brevi messaggi d’amore a Giovanni Buitoni, avvolgendoli attorno ai cioccolatini che gli mandava perché li controllasse.

Nonostante la loro storia non fosse ufficiale, il direttore artistico della Perugina Federico Seneca prese spunto proprio da questo gesto per dare all’involucro con la frase d’amore un’attrattiva commerciale.

Le campagne pubblicitarie

Sul canale youtube del Bacio Perugina si possono vedere le campagne pubblicitarie ideate per promuovere sia il Bacio tradizionale che le sue varianti.

Nonostante i colori accattivanti dell’involucro, e gli accostamenti dei nuovi gusti ricercati e raffinati delle nuove versioni che si sono affacciate sul mercato, il Bacio tradizionale resta insostituibile.

La sua carta argentata con le stelle blu e quel sapore inconfondibile che si scioglie in bocca ce lo ricordiamo sin dalla nostra infanzia, quando spesso il Bacio rappresentava il premio per esserci comportati bene o aver preso un bel voto a scuola.

Oppure durante l’adolescenza quando attaccavamo sul nostro diario di scuola il cartiglio del Bacio che la persona del cuore ci aveva regalato.

E da adulti, quante volte un collega o una collega dopo averci visto di malumore, ci hanno allietato la giornata facendocene trovare uno sulla scrivania?

Perugina e Alitalia

Un’operazione di marketing che merita di essere ricordata è sicuramente quella di Perugina e Alitalia che hanno concepito una divulgazione congiunta per i Baci e il Boeing 747-200 denominato Portofino.

L’aeromobile, che operava sulla rotta Roma-New York alla fine degli anni Novanta, aveva una livrea completamente dedicata al Bacio: il blu al posto del bianco, le bande argentee al posto di quelle verdi e rosse, e la scritta sulla fiancata: “Baci dall’Italia. Baci da Alitalia“.

Qui trovate una foto dell’aeromobile.

A note to our visitors

This website has updated its privacy policy in compliance with changes to European Union data protection law, for all members globally. We’ve also updated our Privacy Policy to give you more information about your rights and responsibilities with respect to your privacy and personal information. Please read this to review the updates about which cookies we use and what information we collect on our site. By continuing to use this site, you are agreeing to our updated privacy policy.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi