Il colore rosa

Da dove deriva il colore rosa di giornali finanziari come il FT o il Sole 24 Ore? Scopritelo in questo articolo.

il colore rosa

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Il colore rosa (speaker Marco Chiappini)

Il Financial Times nacque nel 1888 con il titolo di London Financial Guide.

Era destinato a un pubblico di lettori che facevano parte della comunità finanziaria della City di Londra.

Subito dopo un mese cambiò il nome in quello che tutti oggi conosciamo.

C’è un’altra cosa che tutti conosciamo, anzi, ri-conosciamo.

Si tratta dell’inconfondibile colore rosa con cui nel 1893 scelse di distinguersi dall’altro giornale per addetti ai lavori della City, il Financial News, con cui nel 1945, dopo più di mezzo secolo di rivalità, il Financial Times si fuse.

A differenza di oggi, all’epoca il colore rosa era anche più economico poiché si otteneva senza sbiancare la carta e per questo motivo anche il quotidiano sportivo The Sporting Times adottava la stessa tecnica.

In Italia le origini de Il Sole, progenitore del ben noto Il Sole 24 Ore, risalgono al 1865, destinato alla comunità degli affari milanese, mentre quelle del più moderno 24 Ore risalgono al 1946 e è proprio il 24 Ore ad avere le pagine color rosa, forse perché più facilmente reperibile appena finita la guerra.

La fusione delle due testate avvenne nel 1965: Il Sole portò in dote il conteggio delle annate pubblicate (nel 2020 siamo all’ Anno 156 di pubblicazione) e il 24 Ore conferì al nuovo giornale il caratteristico colore rosa.

Anche in Italia il colore rosa si rivela un tratto distintivo dei giornali sportivi. La Gazzetta dello Sport era verde originariamente, ma un mese dopo, a dicembre del 1898, passò al rosa, seguendo l’esempio della stampa d’Oltralpe che usava i colori proprio per non confondersi con gli altri giornali.

Un Paese per vecchi

In Italia la questione del ricambio generazionale è da anni ormai allo stallo, e il Bel Paese sta diventando sempre di più un paese per vecchi.

Un paese per vecchi

Qualche giorno fa ero in macchina con mia nipote F., che dopo un lungo periodo di inattività al volante ha deciso di riprendere a guidare.

Dopo un po’ di riscaldamento con qualche giro nel quartiere, F. si è avventurata nel traffico.

Mentre stava attraversando un incrocio le si è spenta la macchina.

Proprio nel bel mezzo.

Le ho detto di stare tranquilla, perché certe cose capitano.

Ho inserito le quattro frecce per segnalare a chi era dietro di noi che stavamo avendo un problema temporaneo e l’ho invitata a ripartire.

Nel frattempo gli automobilisti hanno iniziato a suonare il clacson. In particolare uno di questi ha azzardato un sorpasso a destra.

Dopo aver rimesso in moto la Panda e aver superato l’incrocio, F. si è accostata al lato della strada per fare mente locale su quanto era successo.

Appena accostata la macchina, un uomo ben oltre la settantina, lo stesso che poco prima aveva tentato di sorpassarci, si è fermato bloccando le macchine che si trovavano dietro di lui.

“Impara a guidare!” ha urlato più volte l’anziano, senza chiedersi nemmeno se per caso quell’ impasse potesse essere stato causato da un malore o qualsiasi altro problema.

Gli ho risposto che era esattamente quello che stavamo facendo, ma F. ha iniziato a urlargli con rabbia coprendo completamente le mie parole con altre, ben più colorite.

Quando l’uomo si è allontanato F. è scoppiata in lacrime: “mi spieghi come facciamo noi giovani a imparare se questi vecchi str*** non ci danno nemmeno la possibilità di provare?”

La frustrazione di un’intera generazione

Nel suo sfogo c’è la frustrazione di una generazione di giovani che deve fare i conti con una società vecchia e dove i vecchi occupano i ruoli chiave e possiedono la maggior parte della ricchezza del paese.

Agevolati da un sistema che gli ha concesso di crearsi una posizione lavorativa e una stabilità patrimoniale neanche minimamente immaginabile per Millennials e Generazione Z, gli over 70 continuano a influenzare la società italiana attraverso la loro mentalità (ancora ferma alla Prima Repubblica).

Parlano di sacrifici.

Alcuni di loro non li hanno nemmeno fatti, e hanno ereditato case e posti di lavoro dai loro genitori.

Invece quelli che li hanno fatti non riescono a capire che non siamo più nell’Italia del boom economico degli anni Sessanta, quando il Paese era una terra fertile e ricca di opportunità anche per chi partiva da zero.

Vecchi e potenti

Ad analizzare questa situazione tutta italiana ci ha pensato la giornalista Nunzia Penelope, con il suo saggio Vecchi e potenti: perché l’Italia è in mano ai settantenni (ed, Baldini Castoldi Dalai, 2006), che nonostante sia stato scritto quattordici anni fa, rintraccia le cause di un fenomeno ancora in atto.

In Italia domina una generazione nata tra gli anni Venti e gli anni Trenta, uomini che hanno iniziato la carriera nel dopoguerra e ancora oggi sono saldamente al potere: in politica come nelle istituzioni, ma soprattutto nelle banche, nelle imprese, nelle università e perfino nel mondo dello spettacolo. Un fenomeno tutto italiano che ha trasformato il nostro Paese nell’impero dei vecchi, frustrando le ambizioni dei quaranta-cinquantenni, costretti eternamente in panchina dai propri padri e nonni.

Nel saggio si citano tre personaggi della finanza italiana e internazionale che all’epoca erano ancora saldamente attaccati ai loro posti di comando.

Tre vecchi banchieri o tre banchieri vecchi?

Sulla scena del potere dominano tre protagonisti assoluti: i banchieri Giovanni Bazoli, classe 1932, Cesare Geronzi, classe 1935, e Antoine Bernheim, classe 1924. Sono tra loro acerrimi rivali. La vittoria dell’uno segna la sconfitta dell’altro e la lotta è senza esclusione di colpi. Le loro età anagrafiche, sommate, fanno circa 230 anni, eppure sono proprio questi anziani e potentissimi signori a decidere gli assetti dell’economia italiana per il prossimo quarto di secolo…”

Il nome di Giovanni Bazoli è legato al più grande istituto di credito italiano, Intesa San Paolo, nato dalla fusione di Banca Intesa e dell’Istituto San Paolo IMI, il cui Consiglio di Sorveglianza è stato presieduto dallo stesso Bazoli fino al 2016, all’età di 82 anni.

Oggi, alla vigilia degli 88, Giovanni Bazoli è presidente emerito di ISP, e continua a ricoprire cariche in consigli di amministrazione e comitati legati al mondo della cultura e della finanza.

Cesare Geronzi ha 85 anni ed è attualmente Presidente della Fondazione Assicurazioni Generali, dopo essersi dimesso nel 2011 (a 76 anni) dalla carica di Presidente delle Assicurazioni Generali, ultimo (e non meno importante) ruolo chiave, dopo essere passato per la stanza dei bottoni di gruppi bancari e testate giornalistiche.

Prima di Geronzi, alla Presidenza di Assicurazioni Generali c’era stato Antoine Bernheim, che aveva lasciato la carica nel 2010, due anni prima della morte, avvenuta all’età di 88 anni.

#BidenHarris2020

Appena eletto Presidente degli Stati Uniti con un plebiscito di voti che supera addirittura quelli ottenuti da John Fitzgerald Kennedy, il nuovo inquilino della Casa Bianca, con i suoi 78 anni è il più anziano della storia del Paese.

Eppure il suo profilo personale e di uomo politico lasciano intuire un disegno che non prevede di restare attaccato alla poltrona e ai suoi privilegi.

Già numero due dell’amministrazione Obama, Biden sarà un ponte di passaggio per una nuova era e per una nuova classe politica.

Accanto a lui una First Lady, Jill Biden, che porta in dote un mestiere prezioso quando si parla di ricambio generazionale: lifelong educator, insegnante da tutta una vita, come si legge sul suo profilo Twitter.

E una Vice, Kamala Harris, classe 1964, che racchiude tutto quello di cui il mondo ha bisogno: il nuovo e la possibilità per tutti di studiare e progredire.

E ci auguriamo che questa sarà la linea guida che Joe Biden seguirà nella scelta del suo staff per i prossimi quattro anni.

Largo ai giovani!

C’è un detto italiano che recita proprio così, largo ai giovani, ma non ha trovato finora molta attuazione.

I giovani hanno bisogno di sperimentare, sbagliare, riprovare, e poi ingranare di nuovo la marcia e ripartire.

Chi ha qualche anno in più ha il dovere morale di stargli accanto e guidarli.

E lasciargli il posto di guida senza restare attaccati al posto di guida troppo a lungo.

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12 marzo 2020: il profondo rosso di Piazza Affari

Raccontiamo in breve quel giovedì 12 marzo 2020, quando Piazza Affari toccò il suo profondo rosso 1.

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12 marzo 2020: il profondo rosso di Piazza Affari

(Speaker Marco Chiappini)

Piazza Affari chiude la seduta più difficile della sua storia con un tracollo del 16,92% dopo una giornata segnata dalla delusione per le misure che la Bce non avrebbe preso nei confronti dell’Italia, che si trovava in quel preciso momento a vivere, da sola, la crisi del Covid-19. 

Complici sia il mancato taglio dei tassi che la decisione di Trump di bloccare i voli per l’Europa, e anche l’apertura disastrosa della seduta di Wall Street, sarà difficile dimenticarsi di quelle pesanti oscillazioni che si susseguivano ora dopo ora.

Mantenere la calma non è stato facile.

Nell’arco di una settimana anche in portafogli ampiamente diversificati si registravano perdite di ben oltre il 25%.

Gli indici hanno invertito la rotta dopo qualche settimana, caratterizzati sempre da incertezza, ovviamente, ma ritornando a variazioni sicuramente più stabili, sia in positivo che in negativo.

  1. Profondo Rosso è un famoso film horror italiano del 1975 del regista Dario Argento. L’espressione profondo rosso si usa spesso in ambito economico proprio per esprimere risultati pesantemente negativi.

Settimana tormentata a Piazza Affari

Settimana tormentata a Piazza Affari così come nelle piazze di tutto il Vecchio Continente, appesantito dal numero dei casi di Covid19 in aumento, da misure di sicurezza sempre più stringenti, dalla preoccupazione per i tragici fatti di Nizza e per il terremoto che ha colpito la Grecia e la Turchia.

Ma andiamo con ordine.

Settimana tormentata a Piazza Affari

Una settimana tormentata: Piazza Affari e le altre

Lo scorso venerdì 23 ottobre, a Borsa chiusa, Standard&Poor ha comunicato di aver mantenuto stabile il giudizio di tripla B (BBB) dell’Italia, e ha spostato l’outlook da negativo a stabile.

Questo non ha impedito a Piazza Affari, all’apertura di lunedì 26, di registrare un segno rosso che è stato solo il primo di quattro sedute consecutive in negativo, facendo perdere in totale alla Borsa di Milano il 7%, la flessione peggiore dallo scorso 20 maggio, quando aveva chiuso a -5,75%.

Anche in quella seduta, così come in questi giorni, si evidenziano vendite consistenti del comparto bancario. Nella giornata di mercoledì 28 ottobre, infatti, tra i titoli in maggior lettera spiccano ISP, BPER, Unicredit.

Londra, Parigi, Madrid e Francoforte non sono state certo da meno. La maglia nera spetta proprio a quest’ultima, il Dax30 brucia l’8,61% soltanto in questa ultima settimana di ottobre. Parigi e Madrid si attestano entrambe a -6,4% mentre Londra lascia sul terreno il 4,83%.

A poco è servito a Piazza Affari il recupero dell’ultima seduta della settimana. La giornata di venerdì 30 ottobre si è conclusa sopra la parità (+0,40%) ma ha soltanto limato le perdite dei giorni precedenti.

Giudizio!

In serata e a Borsa chiusa, la società canadese di rating DBRS ha confermato il giudizio sul nostro paese: BBB con outlook negativo.

Su questa valutazione pesa la possibilità di nuove misure restrittive a causa della pandemia, che potrebbero ostacolare una possibile ripresa.

La valutazione di DBRS è arrivata a una settimana di distanza da quella che S&P aveva emesso una settimana fa.

Nonostante la previsione negativa, la conferma del giudizio precedente si deve ai tratti tipici dell’economia dello Stivale: un’economia diversificata, un settore manifatturiero resistente, e il basso livello di indebitamento di famiglie e imprese.

La capitalizzazione del sistema bancario, più forte rispetto al passato, rappresenta un altro punto di forza, grazie alla riduzione dei crediti deteriorati, “anche se le ricadute economiche della pandemia del coronavirus influenzeranno la qualità degli asset e il costo del rischio”.

46, ‘e denare

Staremo a vedere cosa accadrà durante la prossima ottava.

Sarà una settimana che ha già i riflettori puntati su martedì 3 novembre, giornata in cui i cittadini degli Stati Uniti sceglieranno il loro Presidente numero 46.

Una curiosità sul numero 46.

Nella tradizionale Smorfia napoletana, questo numero indica proprio i soldi (‘e denare, in dialetto napoletano), e si trova tra il vino buono (45) e il morto che parla (47).

Quello che conta, Ottobre il mese dell’Educazione Finanziaria

Quello che conta è l’iniziativa del Governo italiano in occasione del mese di ottobre, dedicato all’Educazione Finanziaria.

Scorri per ascoltare il podcast (Spaker: Marco Chiappini)

In occasione di Quello che conta, l’iniziativa del Governo italiano dedicata alla sensibilizzazione finanziaria dei cittadini, ripercorriamo nei prossimi articoli le tappe degli ultimi vent’anni di storia dei mercati, per capire con quale atteggiamento gli italiani si sono approcciati al tema del risparmio e degli investimenti.

Dal 2018 Ottobre è dedicato istituzionalmente a molteplici iniziative legate all’educazione alla gestione dei soldi, e culmina con la storica Giornata Mondiale del Risparmio che ogni anno, dal 1924, si celebra il 31 ottobre.

Tra le iniziative che affiancano Quello che conta c’è la World Investor Week, organizzata dalla CONSOB, l’organo di vigilanza per le operazioni di Borsa, che si propone di

promuovere capacità di comprensione e autonomia di giudizio nell’assumere decisioni finanziarie nel contesto della vita reale, soprattutto in fasi di incertezza come quella vissuta negli ultimi mesi a causa della pandemia.

La Borsa delle grida

La negoziazione alle grida era un “tipo di negoziazione, caratteristico delle borse italiane fino agli anni ’90 del Novecento, in cui gli intermediari autorizzati, riuniti attorno ad appositi recinti, gridavano le rispettive proposte di acquisto o di vendita specificando il titolo, la quantità e il prezzo. I contratti venivano conclusi in forma orale  e formalizzati per iscritto nel corso della giornata.” (fonte www.borsaitaliana.it)

Qualche riferimento cinematografico

L’abbiamo vista tante volte nei film americani, Wall Street di Oliver Stone resta sicuramente tra i più famosi, ma avevamo assistito al chiasso della piazza delle contrattazioni anche in una commedia di qualche anno prima, Trading Places di John Landis, che in Italia arrivò con il titolo di Una poltrona per due (e che ancora oggi resta un super classico del pomeriggio di Natale).

Sempre in tema di pellicole, agli appassionati di cinema italiano non sarà sfuggito l’incontro tra Monica Vitti e Alain Delon ne L’Eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, proprio all’interno della Borsa di Roma, ospitata nel suggestivo Tempio di Adriano.

Se il film ve lo siete perso, recuperatelo su YouTube.

E la prossima volta che sarete a Roma, da Via del Corso prendete la traversa che porta al Pantheon, passate accanto al Tempio di Adriano, e cercate l’entrata della storica sede, in Via de Burrò.

Roma, Tempio di Adriano

Dopo l’abolizione del mercato gridato che avvenne nel 1994, la Borsa di Roma fu accorpata con tutte le altre piazze finanziare italiane (Trieste, Venezia, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Bologna e Palermo) alla Borsa di Milano.

Spesso appellata dalla stampa come Piazza Affari, la Borsa Valori di Milano dal 1932 ha la sua sede nell’elegante Palazzo Mezzanotte, sito proprio in Piazza Affari.

Milano, Palazzo Mezzanotte

La Borsa delle grida: il recinto e le contrattazioni

Le contrattazioni si svolgevano in dei recinti che si indicavano con la parola francese corbeilles, dove gli agenti di cambio compravano e vendevano azioni, gridando e facendo gesti tramite i quali proponevano i loro affari.

Le grida erano stabilite dalla legge per rendere pubblica la transazione.

I gesti che indicavano i titoli da contrattare venivano fatti con le mani e con le parti del viso. Si trattava di convenzioni adottate e riconosciute da tutti gli operatori. Se si voleva comprare il titolo Eridania, ad esempio, un’azienda che produceva zucchero, ci si toccava la lingua con l’indice e il pollice, come se si stesse assaggiando lo zucchero. Per la Fiat, la nota industria automobilistica torinese, si simulava il movimento del volante di un’automobile; oppure, ancora, se si voleva negoziare titoli azionari di Generali, un’azienda di assicurazioni, con la mano si faceva il noto gesto del saluto militare. (per un ulteriore approfondimento, puoi guardare qui)

All’interno delle corbeilles si accertavano i prezzi ufficiali e si redigevano i listini, trasmessi a un funzionario che si trovava al centro del recinto e che doveva raccogliere le notifiche. A fine giornata si stilava il listino ufficiale.

Le fasi di contrattazioni erano tre: l’apertura, il durante e la chiusura, quest’ultima corrispondeva alla compilazione del listino.

Dalla Borsa delle grida a quella telematica

Nonostante i prezzi si formassero sul mercato ufficiale, questi erano comunque poco rappresentativi, poiché a Borsa chiusa gli agenti continuavano la negoziazione dei titoli su un mercato non ufficiale.

Inoltre la struttura organizzativa che avrebbe dovuto sostenere le negoziazioni non consentiva un aggiornamento in tempo reale delle quotazioni.

Il passaggio alla borsa telematica si completò tra il 1992 e il 1994 e comportò un cambiamento radicale sia per gli operatori finanziari che per gli spazi della contrattazione.

Gli agenti di cambio non erano più gli attori principali degli scambi, ma soprattutto lo spazio fisico della parterre (la sala delle contrattazioni) cedeva il passo a una piattaforma globale, capace di incrociare ordini di acquisto e di vendita provenienti dai luoghi più disparati e in pochissimo tempo.

In questa epoca di Covid19, proprio nel mezzo della seconda ondata, rivedere le immagini degli scambi gridati tra i recinti affollati ci fanno sembrare quel tempo ancora più lontano.

Quando a Tori e quando a Orsi

Che cosa vuol dire mercato Toro o mercato Orso? Scopriamolo qui, per capire meglio le narrazioni della stampa specializzata sull’andamento dei mercati.

Orso e Toro

Quanno a tordi e quanno a grilli (it. Quando a tordi e quando a grilli) è un antico proverbio romanesco che si usa per esprimere gli alti e i bassi della vita. Se la caccia va bene si porta a casa un bottino di tordi (una specie di uccello), se invece va male bisogna accontentarsi dei grilli.

Anche in Borsa, il mercato secondario dei titoli, ci sono tradizionalmente due animali che esprimono le fasi di rialzo e quelle di ribasso: il Toro e l’Orso (così come in inglese: bull market e bear market).

La spiegazione di questa simbologia sembra derivare dalla differente posizione di attacco dei due animali. Il toro attacca con un movimento dal basso verso l’alto, mentre l’orso fa esattamente il contrario.

Le origini dei due termini usati per indicare i mercati rialzisti e ribassisti sono varie. Quello che secondo me è più interessante sono le espressioni che si possono usare per indicare queste fasi di mercato.

Una delle mie preferite è presa in prestito dal linguaggio dell’astrologia: “sotto il segno del toro” (o dell’orso).

Se sfogli il Sole 24 Ore oppure Milano Finanza, i due quotidiani finanziari italiani maggiormente diffusi, ne troverai più di qualcuna tra i titoli.

Il mio consiglio è di annotarle e usarle per parlare delle fasi di mercato del tuo paese. E se ti va di condividerle con me, vai alla pagina contatti e scrivimi.

Italiani: popolo di santi, poeti, navigatori e investitori

Le iniziative legate a Quello che conta, evento organizzato dal Governo per sensibilizzare la popolazione all’educazione finanziaria arrivano forse con vent’anni di ritardo, se pensiamo ai terremoti finanziari che hanno sconvolto il mondo ma anche i portafogli di investitori e piccoli risparmiatori.

In questo articolo ripercorriamo le crisi finanziarie ed economiche che hanno investito l’Italia negli ultimi vent’anni e che hanno dato un nuovo assetto al rapporto degli italiani con i propri risparmi e con gli intermediari.

1999-2001: dalla new economy al crollo delle Torri Gemelle

La bolla della new economy, tra la fine del 1999 e l’inizio del nuovo millennio e il crollo delle Torri Gemelle a New York nel 2001 fecero colare a picco il mercato azionario e prestarono il fianco a manovre speculative da parte di investitori senza scrupoli, lasciando però i piccoli risparmiatori a secco.

A quell’epoca erano in molti a pensare che chi investiva in azioni fosse esposto a un rischio maggiore di chi invece investiva i propri risparmi in titoli obbligazionari, addirittura emessi da uno Stato sovrano.

2003: le obbligazioni Argentina e Parmalat

Il fallimento dell’Argentina nel 2003 e dell’azienda Parmalat, sempre in quello stesso, nefasto, anno fece crollare le certezze anche di coloro che si erano sempre sentiti al sicuro con titoli obbligazionari in portafoglio, senza mai considerare il rischio di insolvenza del paese o dell’azienda a cui prestavano i soldi.

2008: il crac di Lehman Brothers

Cinque anni dopo, infatti, il crac di Lehman Brothers a seguito della crisi dei mutui subprime, colpì i possessori delle obbligazioni della banca statunitense Lehman Brothers, travolgendo i prezzi dei titoli obbligazionari delle altre banche statunitensi come Morgan Stanley, Merril Lynch e Goldman Sachs. Erano parecchi gli investitori italiani ad avere questi titoli in portafoglio e in parecchi vendettero massicciamente per paura che i prezzi scendessero ancora.

Se avessero aspettato qualche mese avrebbero recuperato buona parte del valore e avrebbero così potuto aspettare tranquillamente la scadenza naturale per ottenere di nuovo il 100% di quanto avevano investito.

Ma la paura e soprattutto la mancanza di basi solide nella materia gli giocarono un brutto scherzo.

In alcuni casi questa situazione rivelò un altro grande difetto dei risparmiatori italiani: quello di avere uno o al massimo due titoli in portafoglio, pensando così di ridurre il rischio.

Quando in realtà è vero l’esatto contrario.

La direttiva MIFID

Dopo aver ripercorso le crisi finanziarie ed economiche che hanno investito l’Italia negli ultimi vent’anni, in questo articolo vediamo quali sono stati gli interventi istituzionali che hanno dato agli italiani maggior consapevolezza nel rapporto con i proprio risparmi e con gli intermediari.

L’introduzione della direttiva europea MIFID

L’introduzione della direttiva MIFID, Markets in financial instruments directive, disciplina dal 31 gennaio 2007 i mercati finanziari dell’Unione europea.

Attraverso un dettagliato colloquio con il cliente, la banca è in grado di inquadrarlo in fasce di rischio a cui lo stesso dichiara di essere disposto a esporsi, e attuando dei controlli su titoli e prodotti finanziari che vorrebbe acquistare, che tengono conto dell’età del risparmiatore, della sua situazione reddituale, della condizione contrattuale lavorativa, del patrimonio al di fuori dei redditi da lavoro, dei suoi obiettivi futuri e, soprattutto, della sua propensione al rischio.

Diventa così quasi impossibile che una signora pensionata e senza titolo di studio possa investire in titoli obbligazionari ad alto rendimento, emessi da un paese sull’orlo della bancarotta; oppure che i risparmi di una giovane coppia in procinto di comprare la loro prima casa vengano parcheggiati in un prodotto finanziario il cui ritorno del capitale non è garantito nel breve termine.

L’educazione finanziaria ante-litteram

In un certo senso il colloquio tra banca e cliente previsto dalla MIFID ha avvicinato i risparmiatori a una certa educazione finanziaria di cui prima avevano scarse conoscenze.

Capire la differenza tra un titolo di Stato e un azione, tra un obbligazione e un fondo comune di investimento, e inquadrare anche la situazione dei tassi, quelli a breve termine e quelli a lungo termine, a cui sono ancorati anche i prestiti, dagli anticipi contanti sulle carte di credito ai mutui, può renderci dei cittadini consapevoli, capaci di valutare le nostre scelte, arricchirci personalmente.

Inoltre, sapere di quali opportunità finanziarie disponiamo può aiutarci a capire meglio quali obiettivi possiamo raggiungere, in quanto tempo, e quali sacrifici siamo realmente disposti a fare per arrivarci.

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