Archives

Gli italiani e i soldi

Er Madoff alla vaccinara

Conosciuto come il Madoff dei Parioli, o anche come il Madoff alla vaccinara, con riferimento al famoso piatto tipico della cucina romana, Gianfranco Lande operava da anni nell’elegante quartiere Parioli della capitale.

Per praticare l’abilità di comprensione orale del testo, scarica le attività didattiche in .pdf e ascolta i podcast (speaker Marco Chiappini).

Lo spauracchio della Patrimoniale

Il 12 agosto 2011 me lo ricordo bene. 

Era un venerdì di mezza estate, di quelli che in giro per Roma c’è il consueto fuggi fuggi generale che preannuncia l’imminente Ferragosto.

La patrimoniale

Lavoravo in banca come consulente e quella mattina fu piuttosto movimentata.

La notizia di una nuova, urgente, manovra finanziaria prevista per quella sera, aveva destato molte preoccupazioni in buona parte dei miei clienti.

Nonostante il decreto del mese precedente, con il quale il Governo aveva promesso all’Europa il pareggio di bilancio entro il 2014, l’Italia continuava a essere bersaglio di parecchi speculatori.

Piazza Affari continuava a registrare risultati negativi giorno dopo giorno. 

I miei clienti avevano soldi investiti principalmente in titoli obbligazionari di stato, qualcuno possedeva fondi azionari, ma la loro più grande paura era per la liquidità che tenevano sul conto corrente.

Lo spauracchio della Patrimoniale e la sceneggiata di Berlusconi

Eh sì. Perché 20 anni prima, nel 1992, il Governo di Giuliano Amato aveva imposto un prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti e sui depositi bancari e postali. 

Quella misura, che Amato definì un male necessario, faceva parte di una manovra finanziaria che avrebbe coperto le perdite derivate dalla svalutazione della lira. 

Ma torniamo al 2011 e ai miei clienti. Insomma, qualcuno di loro aveva preso la macchina per lasciare la sua casetta al mare e precipitarsi in banca per acquistare il titolo di stato a breve termine (il Bot), così da liberarsi della liquidità del conto corrente, e mettere al riparo i soldi da un’eventuale tassa patrimoniale.

Quella sera Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti andarono in onda a reti unificate, mettendo in piedi una di quelle sceneggiate in cui gli italiani sono davvero maestri. 

Il nostro cuore gronda sangue quando pensiamo che uno dei vanti di questo governo era quello di non avere mai messo le mani nelle tasche degli italiani.” Queste le parole di Berlusconi.

Tremonti puntò sulla tempestività di un decreto che il Governo aveva studiato e realizzato in sette giorni. “Se c’è un caso di necessità e urgenza per un decreto questo è un caso di necessità e urgenza.”

Beh, dopo i decreti di Giuseppe Conte in piena pandemia, sette giorni sono decisamente tanti..

Per quello che riguardava il mio lavoro, la manovra non colpì i saldi dei conti correnti. Anzi. Fino ad allora gli interessi prodotti dai depositi e dai conti erano stati tassati al 27%. Questa aliquota fu ridotta, per allinearsi alla tassazione sulle rendite finanziarie, che dal 12,50 passò al 20%.

I proventi dei titoli di stato (tra cui i Bot) restarono al 12,50%. 

Tutto questo con buona pace dei miei clienti, che ripresero a godersi il loro soggiorno vacanziero, praticando lo sport che più preferivano.

Lamentarsi che “non si sa più come investire i soldi”.

Eh già.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast.

Quel caldo agosto del 2011

Il denaro non dorme mai, come dice Gordon Gekko in Wall Street, e non va nemmeno in vacanza.

quel caldo agosto del 2011

Agosto come da tradizione è un mese vacanziero, ma è sempre piuttosto movimentato sul fronte della finanza e della politica.

Oggi vi racconto cosa successe in quel caldo agosto del 2011, quando il governo Berlusconi era agli sgoccioli e tentò di mettere una toppa alle richieste della BCE con una manovra finanziaria che annunciò la sera di venerdì 12 agosto. Verso le 10.

Venerdì. 12 agosto. Verso le 10. Di sera.

Quando noi italiani, dalla notte dei tempi, siamo alle prese con borse frigo e borsoni da mare.

Figuratevi se pensiamo pure alla Borsa.

Luglio, col bene che ti voglio

L’Europa chiede all’Italia il pareggio di bilancio entro l’anno 2014 (siamo nel 2011), necessario per ridurre il debito pubblico.

La riduzione del debito pubblico è necessaria affinché i soldi che lo stato italiano deve pagare a titolo di interessi possano destinarsi alle iniziative per i cittadini e le imprese.

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Ministro del Tesoro Giulio Tremonti ricorrono a una manovra finanziaria di 47 miliardi, che però non basta a mettere a freno l’ondata di speculazioni che sta per abbattersi sui mercati italiani.

A questo si aggiungono gli inasprimenti dei rapporti tra il governo, le opposizioni e le parti sociali.

Giovedì 4 agosto: anticipare i tempi del risanamento

Nonostante le rassicurazioni della manovra appena rilasciata, l’Europa richiama nuovamente l’Italia per accelerare i tempi di raggiungimento del pareggio di bilancio.

L’incertezza è particolarmente alta e la crescita economica dell’area euro è in decelerazione. (…) Anche per l’Italia, come gli altri Paesi dell’area euro, le riforme strutturali sono necessarie, e in particolare occorre anticipare i tempi del risanamento fiscale.

Sono le parole del Presidente della BCE Jean-Claude Trichet a pesare come un macigno sulla Borsa di Milano che lascia sul terreno più del 5%. Nella stessa giornata, Piazza Affari è alle prese un problema nella distribuzione dei dati attraverso alcuni canali di informativa, ma nonostante i problemi di diffusione dei dati, i mercati hanno continuato a funzionare regolarmente.

Lo spread tra Bpt e Bund tedeschi si attesta a 390,2 e supera il record negativo di 390 punti base, toccato il giorno prima.

Pochi mesi dopo, il 9 novembre 2011, lo spread sarebbe arrivato a toccare il record negativo di 575.

Mercoledì 10 agosto: un’altra giornata di passione

La seduta di mercoledì 10 agosto è – secondo il Sole 24 Oreun’altra giornata di passione per le Borse europee.

Dalla Francia soffia il vento del panico da vendite, dopo alcune voci su un possibile declassamento della Francia da parte di S&P e Moody’s. Oltre al debito sovrano, anche la solidità del sistema bancario d’Oltralpe è in affanno. Le indiscrezioni su una crisi di liquidità di Societè Genèrale fanno sprofondare il titolo del 20%, trascinando gli altri titoli dello stesso comparto.

A fare da fanalino di coda in Europa è Piazza Affari che perde il 6,65%. Anche in Italia sono i titoli del credito a soffrire dell’ondata incontrollata di vendite.

Soffre anche Wall Street dove non basta l’annuncio della Fed di continuare a mantenere i tassi di interesse vicino allo zero per i successivi due anni. L’indice Dow Jones, infatti, chiude in calo del 4,63%.

Venerdì 12 agosto: la preoccupazione di Napolitano

In un clima già difficile da punto di vista economico e finanziario, si acuiscono i contrasti tra le parti politiche e sociali, destando più di qualche preoccupazione al Capo dello Stato, all’epoca Giorgio Napolitano.

Secondo una nota diffusa dal Quirinale

Il Capo dello Stato, che nel corso di tutti i colloqui svoltosi ieri e oggi si è ispirato alle preoccupazioni ed esigenze più volte espresse negli ultimi tempi, è ora in attesa delle deliberazioni che il Consiglio dei Ministri adotterà per far fronte ai gravi rischi emersi per l’Italia in conseguenza delle tensioni sui mercati finanziari, e per corrispondere alle attese delle istituzioni europee. (…) Il Presidente Napolitano ha espresso in particolare l’auspicio che prima e dopo le deliberazioni del Consiglio dei Ministri si sviluppi il confronto più attento, aperto alle proposte di tutte le forze politiche e sociali che, come già ieri in Parlamento, appaiono consapevoli delle comuni responsabilità nell’attuale delicatissimo momento.

Alle 19 della stessa giornata viene convocato il consiglio dei ministri per l’esame di provvedimenti urgenti in materia finanziaria, anticipando di alcuni giorni l’incontro che era già stato fissato per giovedì 18 agosto.

La data del 18 agosto si percepisce come troppo lontana. Inoltre, il vertice di Palazzo Chigi si tiene a Borse chiuse, e a ridosso del fine settimana, quindi con due interi giorni di stop alle contrattazioni e a ulteriore manovre speculative.

Ascolta il podcast di mercoledì prossimo per sapere di più.

L’imposta di successione

Facciamo oggi un’excursus storico, politico e sociale sull’imposta di successione, che si applica sui beni caduti in eredità. Da anni si parla di quanto l’imposta di successione in Italia sia alquanto generosa e di come l’aumento delle aliquote e la diminuzione delle franchigie potrebbero contribuire a una più giusta ripartizione della ricchezza.

imposta di successione

Cenni storici

Il moderno prelievo sulle successioni è nato in Francia nel 1704, quando in Italia già c’erano state la vigesima hereditatum dell’imperatore Augusto nel 7 d.C. e alcuni tributi più recenti, come il quintello veneziano del 1565.

Si trattò della trasformazione dell’imposta di registro, che si pagava per il servizio di autenticazione e datazione dei testamenti, che si applicò così sulle quote ereditarie articolata per grado di parentela.

L’esempio francese fece scuola in quasi tutta Italia durante il periodo napoleonico.

Dopo la Restaurazione, sei dei sette Stati preunitari avevano un’imposta modellata su quella d’oltralpe; tranne il Regno delle Due Sicilie, dove vigevano degli diritti fissi bassissimi sui testamenti e dove il prelievo fiscale sulle successioni in linea retta addirittura si azzerava.

Nel 1862 si estese all’Italia appena unificata il sistema piemontese, che era il più oneroso di tutti anche perché colpiva l’asse ereditario al lordo delle passività. In questo modo si poté uniformare il peso del tributo tra le varie province e soprattutto trarre maggiori entrate per l’erario.

Dall’unità d’Italia in poi si è passati per tre tipi di tributi.

Alla forma classica di prelievo sulle singole quote degli eredi si aggiunse nel 1942 l’imposta applicata all’intera eredità prima della divisione in quote (chiamata l’imposta sul morto). Le due imposte si fusero nel 1972: il prelievo sul valore globale era l’unico dovuto fra coniugi e parenti in linea retta, mentre per tutti gli altri eredi si applicava anche quello sulle quote. 

L’importanza dei gradi di parentela nell’imposta di successione

Per capire l’applicazione dell’imposta di successione è importante chiarire le linee e i gradi di parentela.

Il grado di parentela dipende dal numero di persone che ci sono tra l’erede e il de cuius; la linea invece può essere retta, quando le persone discendono l’una dall’altra (padre e figlio, per esempio); oppure in linea collaterale, quando la persona deceduta e l’erede non discendono l’una dall’altra, come nel caso di zio e nipote.

Quindi i figli sono parenti in linea retta discendente di primo grado, mentre i nipoti (figli dei figli) lo sono di secondo grado e i bisnipoti, di terzo grado; i fratelli e sorelle sono parenti in linea collaterale di secondo grado; e i loro figli, cioè i nipoti sono parenti in linea collaterale di terzo grado.

La storia recente è piuttosto travagliata, ma con una tendenza molto chiara. Dopo che nel 2000 il governo Amato ridusse le aliquote e tolse la franchigia unica, il governo Berlusconi abolì del tutto l’imposta l’anno successivo. Il governo Prodi la reintrodusse nel 2006, ma senza modifiche rispetto alla versione del 2000.

Una tassazione troppo generosa

Attualmente, l’imposta di successione per i figli e per i parenti in linea retta è del 4 per cento, ma con una franchigia di un milione di euro: significa che deve pagare l’imposta soltanto chi riceve in eredità un patrimonio di oltre un milione (e soltanto sulla parte eccedente il milione), mentre gli altri non hanno nessun obbligo. 

La tassazione italiana sull’eredità è alquanto generosa, sia per le aliquote esigue che per le franchigie elevate. E non solo. Ci sono beni esenti dall’imposta – per esempio i soldi investiti in titoli di Stato o in assicurazioni a gestione separata – e inoltre il calcolo del valore degli immobili in eredità non è aggiornato ai crescenti valori di mercato.

La proposta di Enrico Letta e del Partito Democratico

Lo scorso maggio nel dibattito politico italiano si è parlato nuovamente di imposta di successione, dopo che il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, ha proposto di aumentare sensibilmente le aliquote per i passaggi ereditari da genitori a figli superiori ai 5 milioni di euro (praticamente l’1 per cento più ricco della popolazione), per introdurre misure di sostegno economico per i più giovani.

La proposta di Letta è stata accolta con freddezza dal presidente del Consiglio Mario Draghi – «in generale non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli», – e ha trovato, ovviamente, l’opposizione delle forze di centrodestra, in particolare della Lega. Anche all’interno del PD ha suscitato qualche mal di pancia, visto che l’aumento dell’imposta di successione potrebbe risultare impopolare tra gli elettori.

Con la proposta del PD si manterrebbe la franchigia da un milione; chi eredita tra uno e 5 milioni continuerà a pagare il 4 per cento (sulla parte eccedente il milione); mentre chi eredita più di 5 milioni dovrà pagare un’imposta del 20 per cento (sempre sulla parte eccedente).

Questa redistribuzione della ricchezza che si inserisce nel dibattito in corso da tempo in Italia e in gran parte dei paesi più ricchi sull’opportunità e sulla funzione delle imposte di successione.

Il contesto europeo e la pressione fiscale in Italia

L’aliquota media dell’imposta di successione dei paesi OCSE è del 15 per cento.

La Francia ha una franchigia di centomila euro (contro il milione di euro dell’Italia) e l’aliquota varia dal 5 al 60 per cento, con un valore medio del 45 per cento. In Germania l’aliquota massima è del 30 per cento, nel Regno Unito del 40 per cento.

In Italia, i detrattori della tassazione dell’eredità sostengono però che anche se le imposte di successione sono decisamente più basse della media dei paesi ricchi, tutte le altre sono invece più alte. Secondo i dati del 2019, l’Italia era sesta in Europa per pressione fiscale.

Prima di alzare l’imposta di successione bisognerebbe perciò pensare a una riforma complessiva del fisco italiano, posizione adottata dal Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Che la pace (fiscale) sia con voi!

Pace fiscale. Sanatoria. Rottamazione. Scudo fiscale. Voluntary disclosure. Saldo e stralcio.

Dietro queste lusinghe linguistiche si nasconde il provvedimento eccezionale con cui lo stato decide di sanare il debito tra il contribuente e il fisco. 

In una parola, anzi due: condono fiscale.

pace fiscale e condono

Dall’unità d’Italia a oggi, in 160 anni, ne sono stati concessi ben 80 dai Presidenti del Consiglio in carica. 

Il condono nella Prima Repubblica e quelli del Cavaliere

I progenitori del condono moderno sono Mariano Rumor, capo del Governo nel 1973 e Emilio Colombo, all’epoca ministro delle Finanze. La loro fu una riforma fiscale che portò alla nascita dell’odierna IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), e un gettito equivalente a 31 miliardi di euro di oggi.

Dopo il secondo condono del 1982, nel 1992 il condono tocca all’ultimo governo Andreotti, proprio alla vigilia di Tangentopoli.

Con Mani Pulite si chiude la Prima Repubblica, e si apre la lunga stagione berlusconiana.

Il Cavaliere ne fa due di condoni: uno nel 2003 e uno nel 2009. Il primo sarà il più redditizio di sempre, con oltre 34 miliardi di euro nelle casse dello stato.

Le lusinghe linguistiche di Matteo Renzi e Giuseppe Conte

La storia recente vede il governo di Matteo Renzi che propone una voluntary disclosure, e Giuseppe Conte che chiama il condono del suo governo: saldo e stralcio.

Secondo uno studio, tutti i condoni varati dal 1973 a oggi avrebbero portato un’entrata di 110 miliardi di euro, pari all’evasione fiscale di un anno.

E’ evidente quindi che gli svantaggi siano maggiori dei benefici. Prima di tutto perché si incassa meno e si sottraggono risorse alla collettività. 

E poi, parliamoci chiaro: il condono rappresenta la resa da parte dello Stato, che in questo modo dimostra chiaramente il suo malfunzionamento.

Con lo stralcio delle cartelle esattoriali del recente Decreto Sostegni, anche il governo di Mario Draghi è ricorso a un condono. E lo ha chiamato esattamente per quello che è, precisando che occorre riformare urgentemente i meccanismi di riscossione perché pare evidente che qualcosa non stia andando per il verso giusto. 

Pare molto evidente.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast.

Un paradiso….(fiscale)!

L’espressione paradiso fiscale nasce probabilmente dalla traduzione inesatta di tax haven, più vicina a rifugio fiscale

In effetti però, la parola heaven, paradiso, sembra quasi più appropriata.

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast

Si tratta di Stati nei quali il prelievo fiscale sui redditi è assai ridotto o del tutto assente, consentendo quindi notevoli risparmi a persone e società che vi stabiliscono la residenza o la sede legale.

Ma il meccanismo dei paradisi fiscali non nasce solo per evadere le tasse. 

Nasce soprattutto per impedire di conoscere la provenienza del denaro e il suo proprietario (e questo nei paesi civili è reato). 

Se mi occupo di traffici illeciti e guadagno dei soldi che poi vado a depositare in banca, questa è tenuta a chiedermi la documentazione che attesti la provenienza di quel denaro. Se li deposito nella banca di un paradiso fiscale, nessuno mi chiede niente. 

Così, dopo averli ripuliti, li trasferisco nella banca del mio paese.  

Per far fronte a questo meccanismo di riciclaggio le banche si sono dotate di un sistema di controllo che impone l’uso di codici che identificano il paese di provenienza e fanno scattare un allarme nel caso in cui questo paese sia nella black list dei paesi a fiscalità privilegiata.

San Marino

Fino al 12 febbraio 2014 in questa lista c’era anche la Serenissima Repubblica di San Marino, uno staterello di 61 kilometri quadrati situato tra la provincia di Rimini e quella di Pesaro-Urbino. 

Dal 12 febbraio del 2014, appunto, la più antica Repubblica d’Europa fondata nel 301 d.C. è uscita dalla black list.

Tra gli interventi che hanno portato il Governo Italiano a prendere questa importante decisione, c’è l’adeguamento di San Marino agli standard internazionali in materia di scambio di informazioni, oltre alla modifica del prelievo fiscale, più in linea con quello italiano.

Il Vaticano

Nello Stato della Città del Vaticano è in corso una riforma della finanza che prevede l’adeguamento alle normative internazionali sulla trasparenza finanziaria e sull’anti-riciclaggio. Una prima tappa del processo è stata formalizzata nel 2015, quando è entrato nella white list fiscale, agevolando così lo scambio di informazioni di natura fiscale con l’Italia. 

Non resta che attendere fiduciosi che il Vaticano si allinei agli standard europei della normativa contro il riciclaggio del denaro sporco.

Del resto, anche Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di combinare armoniosamente, l’efficacia operativa e la natura pastorale essenziale di tutte le azioni.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast

Investimenti: ecco qualche mito da sfatare

Il mondo del risparmio e degli investimenti pullula di idee preconcette che sono spesso sbagliate o che magari ci sono state trasmesse da padri e nonni, probabilmente in linea con il loro contesto economico e sociale.

Proviamo a smontarne qualcuno.

Investire è solo per i ricchi. Falso.

Lasciatevelo dire: niente di più falso.

E se non vi fidate di me, allora seguite le indicazioni di Albert Einstein, che definì l’interesse composto come l’ottava meraviglia del mondo.

L’importante è cominciare a investire appena possibile e attraverso piccoli accantonamenti (dei piani di risparmio ne abbiamo parlato qui). Decidere il settore in cui investire dipende dagli obiettivi di medio e lungo termine, dal rischio che si è consapevoli di voler correre, ma se si hanno a disposizione tempo e un piccolo, piccolissimo, importo mensile, la forza dell’interesse composto di cui parlava Albert Einstein diventa davvero efficace.

Comprare quello che sale e vendere quello che scende. Falso.

Uno dei più grandi errori degli investitori è seguire i risultati di breve periodo, comprando quello che sale e vendendo quello che scende, quasi sempre in ritardo. 

A tutti piacerebbe avere la sfera di cristallo, agli investitori ancora di più ma indipendentemente da quello sta succedendo sui mercati, uno dei più grandi errori è quello di inseguire i risultati di breve periodo e quindi comprare quello che sta salendo e vendere quello che scendendo.

Alcune evidenze continuano a dimostrare che l’investitore medio insegue ciecamente i rendimenti passati, si lascia invaghire dai trend di breve periodo e raramente riesce a resistere alle più potenti emozioni in materia di finanza: l’avidità e la paura. 

Le performance passate, specialmente di breve periodo, sono solo uno degli indicatori da prendere in considerazione. Possono rappresentare un punto di partenza, ma non sono garanzia di risultati futuri. 

Il mattone è sempre l’investimento migliore. Falso. Falso. E ancora falso.

Dati alla mano, il settore immobiliare è piuttosto volatile.

E, potenzialmente, il valore di una singola casa lo è ancora di più. 

Se aggiungiamo la scarsa liquidità, l’ impossibilità di diversificare, i costi di manutenzione, le tasse da pagare (soprattutto se si tratta di una casa diversa dalla prima abitazione), tutto questo rende il mattone molto meno appetibile di altre opzioni.

Gli italiani che avevano ereditato degli immobili dai genitori o dai nonni e che si sono ritrovati senza lavoro a causa della crisi economica, sono riusciti difficilmente a fare fronte al carico fiscale derivante dal possesso di questi beni, che in molti casi non hanno nemmeno prodotto reddito, dato che la crisi economica ha penalizzato anche il mercato degli affitti.

L’investimento immobiliare si può inserire all’interno del patrimonio di una persona, ma solo se il proprietario ha un portafoglio che gli garantisca la liquidità necessaria per far fronte ai costi derivanti dal mantenimento di un immobile, altrimenti comporta un inutile esborso di denaro.

I soldi: meglio sotto al materasso. Falso.

Oltre al mattone e al Bot, le vecchie generazioni di italiani (e i figli che ancora ne seguono i consigli) considerano il materasso tra gli investimenti migliori. E se non li mettono davvero sotto al materasso, come si faceva un tempo, li tengono fermi su conti di deposito o conti correnti.

Su un mercato che offre possibilità di diversificazione sempre più ampie, tenere i soldi fermi è “un’occasione persa per quell’economia reale di cui si auspica da sempre il rilancio.”

Lo sostiene un articolo del Sole 24 Ore che oltre a calcolare la perdita subita da un capitale di mille euro, lasciato inattivo (sul conto corrente) per 20 anni ed eroso dall’inflazione, arriva al nocciolo della questione, legato al mancato sviluppo del paese.

Troppa liquidità bloccata a questo porta. Ciò non significa che i risparmi non vadano tenuti sui conti. Non significa rinunciare alla prudenza. Significa però che non bisogna esagerare. Una gestione più equilibrata della ricchezza potrebbe trasformarsi da occasione persa a volàno per il Paese.

Il Btp Italia e il Btp Futura

La volta scorsa abbiamo parlato del tradizionale Btp, le cui caratteristiche lo hanno reso negli ultimi anni molto volatile e sensibile alle incertezze del paese, e quindi poco adatto ai portafogli dei risparmiatori più prudenti.

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast

Btp Italia

Per questo, dal 2012 il debito pubblico italiano si è arricchito di un altro tipo di obbligazione, il Btp Italia, un titolo indicizzato all’inflazione italiana, con cedole semestrali e di durata che va dai 4 ai 5, ai 6 e agli 8 anni, pensato “soprattutto per le esigenze di risparmiatori e investitori retail”.

Il suo rendimento è allineato all’evoluzione del costo della vita e questo gli garantisce una certa stabilità. Ogni sei mesi, chi ha investito in questo titolo riceve un tasso di interesse rivalutato all’inflazione, sulla base dellIndice ISTAT sui prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati (FOI) con esclusione dei tabacchi.

In caso di deflazione, cioè di inflazione negativa, viene comunque garantita la corresponsione degli interessi: le cedole vengono comunque calcolate sul capitale nominale investito.

Il Covid-19 e il Btp Futura

Al fine di finanziare la ripresa economica dal Covid-19 e le spese per fronteggiare la pandemia, prima fra tutti la campagna vaccinale, lo scorso 19 aprile il Ministero delle Finanze ha iniziato il collocamento del Btp Futura.

L’emissione del Btp Futura è stato oggetto di campagna di sensibilizzazione per coinvolgere i cittadini a sostenere il Paese e la sua ripresa, e per “accrescere l’interesse e la partecipazione verso gli strumenti di gestione del debito pubblico, garantiti dallo Stato e cruciali per spesare molti servizi/misure di cui i cittadini beneficiano ogni giorno”.

Lo spot presenta una carrellata di immagini che raccontano l’Italia innovativa, produttiva, solidale, accogliente, e sottolinea l’importanza del debito pubblico come una risorsa necessaria a sostenere la spesa per la vita di tutti i giorni: “la cura delle persone che amiamo, la salute delle nostre imprese, l’innovazione, la salvaguardia del nostro saper fare.” 

E le tasse?

L’introduzione del Btp Futura, destinato proprio a un pubblico di piccoli investitori, fa riflettere su come il risparmio degli italiani rappresenti una risorsa in questo paese.

E anche una stortura.

Perché per coprire il debito pubblico si fa appello al risparmio.

Quando in realtà, questo dovrebbe essere coperto dalle tasse,  che se tutti pagassero regolarmente, sosterrebbero la spesa pubblica. 

Compresa quella sanitaria.

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

Ascolta qui gli altri podcast.

Il Btp e la sua volatilità

il btp e la sua volatilità

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast

Il Btp o Buono del Tesoro Poliennale è da sempre uno degli investimenti preferiti dei risparmiatori italiani.

Si tratta di un’obbligazione a tasso fisso emessa dallo Stato Italiano, che si impegna a pagare interessi semestrali e a restituire il capitale alla scadenza.

I risparmiatori o gli investitori istituzionali possono acquistarlo attraverso un’asta che si svolge regolarmente ogni mese, oppure direttamente sul mercato.

Le scadenze del Btp possono variare dai cinque, ai dieci, ai venti e addirittura ai trent’anni.

La lunga durata e la natura di titolo a tasso fisso rendono le fluttuazioni dei prezzi molto altalenanti, proprio perché oggetto di transazioni mordi e fuggi, soprattutto in momenti di instabilità nella situazione politica e economica del paese (come successe tra il 2011 e il 2012).

Nonostante si tratti di un titolo a rendimento e a capitale garantito, che lo Stato rimborserà alla scadenza naturale, la vita di un BTP è costellata di momenti di alta volatilità che a volte supera quella dei titoli azionari, che di garantito non hanno nulla.

Non ci credete?

Diamo un’occhiata all’andamento degli ultimi dieci anni del BTP scadenza 1 febbraio 2037 con cedola del 4% (che oggi definiremmo senza dubbio un rendimento molto molto appetibile).

Il titolo, nato il 19 ottobre del 2005 ad un prezzo di 101,29, ha registrato un minimo storico di 62,50 (era il 9 novembre 2011, i giorni dello spread Btp-Bund a 575 e della paura di un possibile default dello stato italiano); nel 2020, durante la prima fase della pandemia, il Btp 2037 ha toccato punte minime intorno ai 117, per poi risalire vertiginosamente e arrivare al massimo registrato, lo scorso 12 febbraio, di 146,54.

Provate ora a mettervi nei panni di un risparmiatore.

Che cosa avreste fatto se aveste comprato il titolo all’emissione, ve lo foste tenuto in portafoglio prendendovi quel 4% annuo, sicuro e tranquillo, e a un certo punto, a novembre 2011, vi foste accorti del tonfo del prezzo sul mercato, che, virtualmente vi stava facendo perdere quasi il 40% del vostro capitale.

Viceversa, che cosa fareste oggi, con il titolo ai massimi storici, magari acquistato ad un prezzo vantaggioso in una delle fasi più critiche di mercato? E dove reinvestireste i soldi guadagnati?  

E ancora: farà meglio un cassettista, il cui unico scopo è quello di tenere in portafoglio dei titoli duraturi con un buon rendimento, e di portarli a scadenza naturale?

Beh, vi dico la mia, che per mestiere un po’ di queste burrasche le ho viste e le ho vissute, e passavo le giornate incollata alle quotazioni dei Btp in tempo reale.

Tenere. Vendere. Comprare. Rivendere, sfruttando i vantaggi fiscali delle minusvalenze accumulate.

In quei momenti questi erano i dilemmi per molti dei miei clienti, ma di fatto erano davvero l’ultimo dei problemi.

Perché il rischio che il paese Italia finisse a gambe per aria era palpabile.

Molto. Palpabile.

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

Il sistema tributario italiano

Ricapitoliamo in questo articolo il contenuti degli ultimi tre podcast con le caratteristiche principali del sistema tributario italiano.

Secondo l’articolo 53 della Costituzione Italiana, 

tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività

Progressivo vuol dire che l’imposta da pagare deve aumentare in misura più che proporzionale rispetto al reddito e alla ricchezza del contribuente.

Questo fondamentale principio di giustizia tributaria è collegato al principio di uguaglianza contenuto nell’art.3 della Costituzione, che sostiene che 

è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le imposte e le tasse rappresentano lo strumento più importante proprio per la rimozione di quegli ostacoli di cui parla l’articolo 3.

Imposte dirette e indirette

Nell’ambito del sistema tributario italiano la classificazione più rilevante è quella tra imposte dirette e imposte indirette: le prime colpiscono il reddito e il patrimonio, mentre le seconde agiscono sul consumo e sul trasferimento dei beni.

Le imposte dirette sul reddito

L’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) è tra le imposte dirette più conosciute e si ispira proprio a quel principio di progressività citato nell’articolo 53, a differenza delle altre imposte, che sono proporzionali.

L’IRPEF agisce sul reddito del contribuente, cioè sulla sua produzione annuale di ricchezza.

La percentuale che si applica sui redditi, si chiama aliquota e si determina in base all’imponibile.

L’imponibile è la somma dei redditi, derivanti da lavoro (come lo stipendio), da rendite finanziarie (dividendi e cedole sugli investimenti), o da rendite immobiliari (per esempio se ho una casa e la do in affitto).

Nell’IRPEF, la progressività, cioè la determinazione dell’aliquota da applicare sull’imponibile, avviene per classi (o scaglioni). 

Questo vuol dire che l’aliquota varia da una classe di reddito all’altra (a titolo di esempio, fino a un reddito imponibile di 15.000€ l’aliquota IRPEF è del 23%, mentre dai 15.000-e-1 € fino a 28.000€ l’aliquota passa al 27%).

L’IRPEF è un’imposta personale perché tiene conto della situazione familiare del contribuente. Se ha dei figli a carico, avrà diritto a maggiori detrazioni, cioè all’abbattimento dell’imponibile, prima del calcolo dell’imposta.

Inoltre, una volta calcolato l’ammontare da pagare, si possono detrarre una percentuale di somme pagate durante l’anno a titolo di spese mediche, oppure interessi passivi sul mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, o anche le spese universitarie, o l’abbonamento annuale al trasporto pubblico.

Le imposte dirette sul patrimonio

La sola applicazione dell’imposta sul reddito non garantisce però l’equità di trattamento tra i contribuenti.

Se Anna guadagna 100 e Marco guadagna 100 pagano le tasse in base al loro scaglione di reddito, ma se Anna non possiede case e Marco ne possiede cinque, allora lui dovrà pagare un’imposta diretta anche sul patrimonio.  

Un esempio è l’IMU, l’imposta municipale da pagare al Comune dove si trovano gli immobili di proprietà. Naturalmente, sull’abitazione principale (o prima casa), cioè quella dove una persona vive, ci sono delle agevolazioni. 

Se l’IRPEF è un’imposta personale, l’IMU è un’imposta reale, che considera soltanto i beni del contribuente, senza tenere conto, per esempio, che questo possa avere un reddito basso e nonostante ciò, essere proprietario di tre case.

Le imposte dirette: l’IVA

Le imposte indirette colpiscono la ricchezza nel momento in cui si spende per acquistare un bene o un servizio.

L’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) che si paga su ciò che si compra ne è un esempio.

Ma i consumi non sono tutti sullo stesso piano, e per questo quelli primari hanno una tassazione ridotta, il 4%, rispetto all’aliquota principale che attualmente è del 22%.

Fino al 1992, in Italia era in vigore anche l’IVA sui beni di lusso, un’aliquota del 38% che si applicava  sugli acquisti di beni come pellicce, tappeti, auto e moto di grossa cilindrata, grandi imbarcazioni, e vini spumanti DOC.

Con l’entrata dell’Italia nel mercato unico europeo, la percentuale del 38% fu accorpata all’aliquota ordinaria, che all’epoca era del 19%.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi