Milano da bere

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Espressione simbolo della Milano degli anni Ottanta, nel pieno del secondo boom economico, Milano da Bere era nata inizialmente come slogan pubblicitario dell’Amaro Ramazzotti.

Accompagnato dalle note dello stupendo brano jazz fusion Birdland del gruppo americano Weather Report, lo spot dell’amaro Ramazzotti racchiude l’essenza di quegli anni, con immagini accattivanti in cui la stessa Milano, già proiettata nella modernità, si fa protagonista.

Nei trenta secondi di spot scorrono le immagini di una città che ha cambiato pelle e che si è lasciata alle spalle un passato industriale e la sanguinosa stagione degli anni di Piombo, pronta a diventare la capitale della finanza e della moda.

Milano che rinasce ogni mattina, che pulsa come un cuore. (…) Positiva, ottimista, efficiente. (…) Milano da vivere. Da sognare. Da godere. Questa Milano…da bere”

L’inchiesta giudiziaria Mani Pulite che ha avuto il suo epicentro proprio a Milano segna la fine del periodo della Milano da bere. 

L’espressione però è rimasta nell’uso comune, per indicare quegli ambienti sociali che tentano di imitare l’arrivismo e il rampantismo degli anni Ottanta. 

Che per fortuna sono passati.

Ascolta il podcast (Speaker e musica Marco Chiappini)

Il mondo dei bancari: Impiegati di Pupi Avati

Dopo Il Gioiellino di Andrea Molaioli, restiamo in tema di film che raccontano il mondo dei soldi con una pellicola molto distante dalla tensione degli scandali finanziari. Impiegati del regista bolognese Pupi Avati racconta uno spaccato, il mondo dei bancari, nell’Italia del secondo boom economico.

il mondo dei bancari
Impiegati, Pupi Avati, 1985

Quindicesimo film di un regista ancora oggi molto prolifico, Impiegati affronta il tema della paura e della prevaricazione in un ambiente di giovani arrivisti, disposti a qualsiasi sotterfugio per fare carriera e ottenere favori personali da superiori e clienti facoltosi.

I personaggi

Il protagonista è Luigi, un giovane neolaureato e neoassunto che ha ereditato dal padre, come tutta la sua generazione, sia il posto fisso in banca che un’Italia ben solida (anche se ancora per poco).

Luigi si integra con molta difficoltà nel gruppo di lavoro, l’ufficio fidi, dove si istruiscono e si deliberano pratiche di fido importanti.

Il suo lavoro consiste nel controllare l’attendibilità dei documenti a garanzia dei fidi da concedere.

A guidarlo c’è lo spregiudicato capoufficio Enrico, che per ammorbidire il giovane Luigi lo presenta alla sua enigmatica e affascinante moglie Annalisa.

Così come Enrico anche gli altri colleghi sembrano incapaci di provare una sincera socializzazione, nonostante trascorrano insieme le serate tra discoteche e feste mondane e i fine settimana al golf club.

Ma l’allegria diffusa e un ostentato benessere economico sono pura apparenza.

Il sogno

L’unico che cerca di sfuggire al grigiore di questa vita è Dario, il coinquilino di Luigi, uno studente di Cinema al DAMS, il Dipartimento di Arte, Musica e Spettacolo, una storica facoltà universitaria da sempre simbolo di Bologna.

Il giovane racconta di essere nato in un cinematografo una sera in cui davano A qualcuno piace caldo di Billy Wilder.

Per le troppe risate sua madre lo aveva partorito lì, e lui, da grande, ha deciso di inseguire quel sogno grazie al quale era venuto al mondo.

La maledizione del posto fisso

Gli altri personaggi invece ai sogni ci hanno rinunciato, e questa è un po’ la maledizione del posto fisso.

All’epoca lavorare in banca era considerato come vincere alla lotteria.

E ci si entrava molto spesso per conoscenza e raccomandazione.

Qualcuno ci riusciva per merito (posso personalmente metterlo per iscritto!) e questo suscitava un po’ di invidie da parte di colleghi e superiori.

Pupi Avati lo fa dire proprio a uno dei personaggi del film, un funzionario bloccato nella carriera e per questo invidioso di un suo collega che è stato promosso per meriti:

E quello che è veramente doloroso lo sai cos’è? È’ avvenuto tutto alla luce del sole, senza santi in paradiso, senza raccomandazioni…per soli meriti. Non ti sembra offensivo?”

Il terzo mercato

Oltre al mercato primario e a quello secondario anni fa ce n’era anche un terzo, che prendeva appunto il nome di Terzo Mercato.

il terzo mercato
Il terzo mercato (speaker Marco Chiappini)

Sul primo si quotano titoli di nuova emissione e mai usciti sul mercato.

Il secondo, noto come mercato di Borsa, riguarda i titoli già in circolazione.

Sul terzo mercato si scambiavano titoli di una certa notorietà ma non ammessi ai mercati ufficiali, oppure in attesa di essere quotati per la prima volta.

Le contrattazioni erano spontanee, e le regole le facevano i venditori.

La storia

Si trattava di un mercato non ufficiale, non regolamentato, e senza alcun controllo sul meccanismo di formazione dei prezzi.

Eppure verso la fine degli anni Novanta in molti si rivolgevano a questo mercato grigio per acquistare quote di società assicurative o piccole banche e soprattutto di società high tech, che stavano emergendo proprio in quel momento.

Le operazioni si facevano alla vecchia maniera (carta e penna), e sembra addirittura che gli scambi avessero luogo nel retrobottega di un bar.

Nell’aprile del 2002 il terzo mercato è stato bloccato dalla CONSOB, l’organo di vigilanza per le operazioni di Borsa, per mancanza di trasparenza e regolarità; nell’estate di quello stesso anno è riapparso come mercato telematico, per chiudere i battenti nel 2006.

A cosa serve un terzo mercato?

Può aiutare a capire l’andamento di quei titoli che stanno per entrare nel mercato ufficiale attraverso il meccanismo di asta.

La presenza di un terzo mercato può ridurre il livello di incertezza che i potenziali acquirenti nutrono nei confronti di una matricola.

E soprattutto può contenere il fenomeno della maledizione del vincitore, che avviene quando una persona è disposta a pagare un bene o un titolo in asta più del suo valore effettivo.

Sui comportamenti messi in atto per la paura di questa maledizione, gli economisti statunitensi Robert Milgrom e Paul Wilson sono stati insigniti del premio Nobel lo scorso settembre.

La motivazione: perché le aste, luogo dove la domanda e l’offerta si incontrano “influenzano la nostra vita quotidiana“. 

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Corrado Ferlaino: l’uomo che portò Diego Armando Maradona a Napoli

Il calcio è passione ma dietro al calcio c’è una società fatta di bilanci, fatturati, investimenti. Ripercorriamo brevemente le tappe della carriera societaria di Corrado Ferlaino, l’uomo che portò Diego Armando Maradona a Napoli.

Documentario Diego Maradona di Asif Kapadia

Corrado Ferlaino, ingegnere progettista, costruttore e venditore di immobili, nato a Napoli nel 1931 è stato per 33 anni al timone della Società Sportiva Napoli Calcio, dal 1967 al 2000.

Di calcio sapeva molto poco. Con il padre aveva da sempre lavorato nel settore immobiliare. Per gioco, insieme ai suoi amici decise di comprare alcune quote della squadra del Napoli.

Così entrò nella società nel 1967, in punta di piedi, con un numero irrisorio di azioni. Dopo due anni bruciò la concorrenza dei tre azionisti di maggioranza comprando la quota della vedova di uno di loro, da poco deceduto.

A quel punto iniziò la sua parabola ascendente

Fu una dura battaglia contro la vecchia classe dirigente, ma il Presidente Ferlaino riuscì a vincere.

Tra i suoi colpacci ci fu l’acquisto di Giuseppe Savoldi, il miglior attaccante del campionato italiano dell’epoca: era il 1975 e la città di Napoli viveva una devastante epidemia di colera.

Ferlaino sborsò due miliardi, una cifra esorbitante che fece gridare allo scandalo, visto il dramma che la città stava affrontando.

L’investimento di Savoldi non si rivelò del tutto vincente in campo, ma da un punto di vista finanziario ebbe un ottimo ritorno economico, poiché il Napoli fece il record di abbonati.

E all’epoca gli abbonamenti allo stadio erano la principale fonte di reddito per una squadra di calcio.

Ma il Napoli non aveva il potere e l’autorevolezza che invece avevano le squadre del Nord Italia, la Juventus della famiglia Agnelli o il Milan di Silvio Berlusconi.

Noi galleggiavamo, fieri del nostro bilancio, ma la svolta avvenne un giorno che andai in banca e mi accorsi che il Napoli era sostanzialmente ricco, però storicamente povero. Volevo vincere, non mi bastava più il benessere economico“.

Maradona al Napoli

Nel 1984 Corrado Ferlaino, con una serie piuttosto tormentata di trattative e alleanze politiche, riuscì a portare a Napoli il calciatore argentino Diego Armando Maradona, che era in rotta con il Barcelona F.C., dove era arrivato due anni prima.

Maradona Ferlaino

Il Napoli per Maradona pagò tredici miliardi delle vecchie lire. Alcune banche intervennero a garanzia di un’operazione che era stata fortemente voluta da Ferlaino e che ripagò in modo molto redditizio i soldi investiti:

C’era un solo modo per aumentare il fatturato, anche se allora gli introiti arrivavano principalmente dagli stadi, ed era quello di vincere lo scudetto. Per questo puntai su Maradona, il più forte del mondo”.

Nell’era Maradona di scudetti il Napoli ne vinse due, uno nel 1987 e uno nel 1990, oltre alla Coppa Italia e all’ambitissima Coppa UEFA.

E il resto è storia. Maradona e le sue prodezze entrano ufficialmente di diritto della storia del calcio mondiale, in queste ore in cui tutto il mondo (l’Argentina, l’Italia, e la città di Napoli, in particolare) ne sta piangendo la scomparsa.

Organizzazione e bilancio

Dopo gli scudetti la situazione finanziaria del Napoli Calcio risentì della minaccia del calcio scommesse.

Per fare in modo che i giocatori non si lasciassero attrarre da chi gestiva il giro di scommesse clandestine, Ferlaino istituì dei premi partita molti alti.

I bilanci accusarono il colpo ma lui dichiara ancora oggi, orgogliosamente, di aver tenuto lontano il malaffare dal Napoli.

Corrado Ferlaino lasciò la poltrona di Presidente della società nel 2000.

Oltre ad aver portato Maradona a Napoli, Ferlaino sarà ricordato come l’uomo che mise al primo posto l’organizzazione e il bilancio in una società sportiva simbolo di una città che vive tutto di cuore e pancia.

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Il borsellino elettronico

Già da anni in alcuni paesi il l’uso del borsellino elettronico è una pratica quotidiana. E l’Italia è pronta a diventare una cashless society?

il borsellino elettronico

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Il borsellino elettronico (speaker Marco Chiappini)

Sette anni fa ero in Kenya per un progetto di cooperazione con una ONG locale. Vivevo a Kikuyu, una cittadina a mezz’ora da Nairobi.

Un sabato decisi di andare a Mombasa e qualche giorno prima di partire prenotai un posto sull’autobus notturno che da Nairobi raggiungeva la costa.

La prenotazione era valida per poche ore e avrei potuto effettuare il pagamento in contanti presso l’ufficio, oppure a distanza con M-PESA.

M-PESA è un borsellino elettronico facilmente accessibile anche dai vecchi modelli Nokia e attraverso la tecnologia SMS.

Offerto dalla compagnia telefonica Safaricom, il nome del servizio deriva dalla lettera M di Mobile, e Pesa, che in lingua swahili vuol dire denaro.

Non c’è bisogno di avere un conto corrente bancario: per attivare il servizio basta un telefono cellulare e versare i soldi nel borsellino tramite uno dei tantissimi punti Safaricom disseminati in tutto il paese.

Se ci siete stati, avrete notato quei chioschi verdi in lamiera o legno che sbucano su strade disabitate e polverose.

All’epoca i paesi di economie emergenti stavano già avanti sui pagamenti tramite dispositivi portatili.

Per pagare un caffè o il quotidiano, comprati in un chioschetto sulla strada, bastava digitare un messaggio di testo molto semplice che comprendeva il codice del venditore a cui si inviavano i soldi.

Avete mai provato a pagare un caffè o un quotidiano allo stesso modo, in Italia?

In certi paesi ATM e banche sono difficilmente raggiungibili per chi abita in zone lontane dalle città. Inoltre il trasporto è reso difficile oltre che dai costi, anche dalla condizione delle strade. Per questo la velocità di diffusione dei pagamenti elettronici è davvero impressionante.

In Italia, nonostante una rapida diffusione degli ultimi anni, le persone sembrano ancora molto legate al contante.

Se vivete in Italia fateci caso: scoppia una bufera ogni volta che il Governo abbassa il limite di importo per i pagamenti in contanti.

I detrattori dei pagamenti elettronici sostengono che questi siano un mezzo con cui controllare i cittadini, poiché le operazioni sono ovviamente tracciate.

Lo scopo del Governo è quello di combattere l’evasione fiscale, il male più grande del nostro paese.

E per fare questo, all’abbassamento del limite di importo a duemila euro, introdotto lo scorso luglio, ne seguirà un altro il primo gennaio del 2022, che lo porterà a mille euro.

Con buona pace dei sostenitori del contante.

Il golden power: lo Stato e i suoi superpoteri

Il golden power è un potere speciale che lo Stato può esercitare per tutelare i settori strategici dell’economia italiana.

Si applica quando questi si trovano in una situazione di vulnerabilità sui mercati di Borsa.

Il golden power

Proteggere i settori strategici dell’economia

Istituito con il Decreto Legge n.21 del 15 marzo 2012 e integrato con successivi atti, l’esercizio del golden power da parte dello Stato si applica ai settori della difesa e della sicurezza nazionale, e alle attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni.

Ma in soldoni, in che cosa consiste questo golden power?

Avete presente quando il mercato è talmente al ribasso che potrebbe essere molto facile per un’azienda, magari straniera, iniziare a comprare a mani basse e a prezzi di saldo?

Ecco, il golden power serve a questo: a limitare le scalate ostili con cui le aziende straniere potrebbero prendere il controllo delle imprese italiane, il cui prezzo è appetibile grazie all’instabilità di mercato.

Il golden power durante la pandemia Covid-19

Si tratta di un super potere che proprio in questa fase di pandemia si è reso ancora più importante nella protezione delle società italiane quotate a Piazza Affari.

Il suo avvento nel 2012 arrivava in un momento di forti speculazioni create dalla crisi politica.

In questi mesi si è rivelato uno strumento con cui fare scudo a quei settori che da sempre fanno gola agli investitori stranieri.

Quindi, oltre alla difesa, alla sicurezza nazionale, all’energia, ai trasporti e alle telecomunicazioni, i DPCM degli ultimi mesi hanno ricompreso anche altri comparti dell’economia.

Tra i settori inclusi nel decreto, ci sono quello alimentare, delle infrastrutture, delle tecnologie legate alla salute, dei servizi bancari e assicurativi, e le PMI (piccole e medie imprese).

L’altro lato della medaglia

Nell’editoriale di domenica 9 novembre 2020, Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore sostiene che:

Quest’anno, con la pandemia che ha abbassato i prezzi delle imprese rendendole bocconi più facili, (il golden power, n.d.r) è stato rafforzato, allargato a più settori, forse troppi.

Sembra quindi che questo potere speciale del Governo possa ritorcersi contro le aziende italiane, le quali per ripartire hanno bisogno di investimenti che arrivino dal mercato.

E così – sempre secondo de Bortoli – rischiano invece di allontanarli.

Il calepino dell’azionista

Scopriamo insieme con questo podcast qualche curiosità su uno degli strumenti più importanti per i risparmiatori: il calepino dell’azionista.

Il calepino dell'azionista

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Il calepino dell’azionista (speaker e musica di Marco Chiappini)

Il calepino dell’azionista è una guida di consultazione che raccoglie dati sulle società quotate in Borsa, pensato per risparmiatori e investitori istituzionali che hanno bisogno di approfondimenti sulle società in cui vogliono investire.

Il Calepino fornisce informazioni su azionariato, amministratori, sindaci, revisori, dettagli sul capitale sociale, sui rendimenti passati e i bilanci degli ultimi tre anni.

Pubblicato per la prima volta dall’ufficio studi di Mediobanca nel 1956, il Calepino è oggi on line e si può consultare l’ultima edizione aggiornata sul sito di Ricerche e Studi di Mediobanca.

L’origine del nome deriva da Ambrogio da Calepio, detto Calepino, che nel 1502 compilò un dizionario latino, che divenne la falsariga dei dizionari moderni.

Sul vocabolario della lingua italiana alla voce Calepino, oggi troviamo come definizione: “grosso volume antiquato e vecchio”. E anche l’espressione “Calepino ambulante”, per indicare una persona molto erudita (e noiosa).

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Cinema e Finanza: Toni Servillo protagonista del crac Parmalat ne Il Gioiellino

Il crac Parmalat è stato il più grande scandalo di bancarotta fraudolenta e aggiotaggio messo in piedi da una società privata in Europa; il cinema lo ha raccontato nel film Il Gioiellino (2011) di Andrea Molaioli con Toni Servillo, nel ruolo del ragioniere Ernesto Botta.

La storia è ispirata a fatti realmente accaduti analizzati attraverso lo studio di materiale pubblico e di articoli di stampa. Tuttavia, alcuni personaggi e molti fatti narrati sono frutto di invenzione e di creazione artistica degli autori“, si legge nei titoli di coda.

Leda è un gioiellino

Storica impresa familiare produttrice di latte e dolciumi, ben radicata nel territorio di una virtuosa provincia del Nord Italia, l’azienda Leda è guidata dal suo patron Amanzio Rastelli.

Il Gioiellino, Andrea Molaioli, 2011

Rastelli sembra ispirato dai valori della tradizione e della famiglia.

Ma il latte non dà marginalità, non porta ricavi, e la Leda si trova ad affrontare grossi problemi di liquidità.

Dove li troviamo questi soldi?

Amanzio Rastelli si confida con il suo braccio destro, Ernestino: Ernesto Botta, un contabile vecchio stampo che fa fatica con le tecnologie e con un mondo che sta iniziando a cambiare.

Sono gli Anni Novanta, la finanza è roba per pochi, per addetti ai lavori; la piccola e media impresa italiana è la spina dorsale del Paese che pensa a produrre e a tenere alta la bandiera del made in Italy nel mondo.

Circondato da una giovane generazione di dirigenti laureati alla Bocconi di Milano, è il ragioniere Ernesto Botta a tirare fuori il coniglio dal cilindro per risolvere i problemi di liquidità.

Dove li troviamo questi soldi?

Entriamo in Borsa. Ci facciamo sovrastimare il prezzo delle nostre azioni e poi i capitali arriveranno dal mercato.

Lunga vita alla Leda!

Dopo l’euforia iniziale per l’entrata in Borsa e la quotazione all’indice MiB30 di Piazza Affari i problemi di liquidità riaffiorano ancora più pressanti.

Il Paese è cambiato: i partiti della Prima Repubblica non possono più concedere alle aziende i favori di un tempo.

L’Europa è cambiata: dopo il crollo del Muro di Berlino Rastelli guarda alla Russia, sperando di trovare nuovi mercati ancora fertili, ma con poco successo.

E se mi ritirassi dalla campagna di Russia?

Siamo nella Seconda Repubblica di Silvio Berlusconi, e il vecchio Rastelli non può fare altro che seguire le indicazioni di un suo vecchio amico politico:

Per stare nella Serie A del capitalismo bisogna giocare a tre punte, con il tridente: un giornale, una squadra di calcio, e una banca.

Rastelli una squadra di calcio ce l’ha.

Non ha un giornale, ma soprattutto non ha una banca che possa coprire le emorragie di liquidità sempre più profonde.

Un’enorme liquidità

Così Rastelli si affida a banche straniere per emettere prestiti obbligazionari che possano tamponare l’emergenza di liquidità.

Per ottenere il consenso di queste banche il ragionier Ernesto Botta aveva ritoccato il bilancio, così da far sembrare la Leda solida e liquida.

Questo non sfugge ai giornalisti che assediano Rastelli e Botta durante una conferenza stampa molto serrata e dove i due si difendono con risposte affilate e quasi preconfezionate:

Come mai continuate a indebitarvi quando in cassa avete quasi quattro milioni di euro? Con quell’enorme liquidità non sarebbe più opportuno ripianare i debiti?

– (…) Restiamo liquidi per cogliere al volo le occasioni che il mercato può offrire.

Sì, però alcuni fondi di investimento e altre banche d’affari stanno consigliando di vendere le azioni Leda…

E’ una mossa di quei miserabili degli analisti finanziari per deprimere le quotazioni, comprare al ribasso e speculare sul titolo. Abbiamo già pronto un esposto alla CONSOB per turbativa di mercato.

Se i soldi non ci sono, inventiamoceli

Quando i nodi vengono al pettine, sul finire del 2003, la Guardia di Finanza arresta il ragionier Botta e il suo collaboratore.

Rastelli riesce a fuggire all’estero, ma la cronaca di quei giorni ci dice che il vero patron, Calisto Tanzi, fu arrestato il 27 dicembre e processato per bancarotta fraudolenta e aggiotaggio.

Il crollo finanziario della Parmalat (la Leda nel film) ha comportato la perdita dei soldi investiti per i piccoli azionisti.

Quelli che avevano investito in obbligazioni hanno ricevuto solo un parziale risarcimento.

Un gioiellino di film

Aiuto regista di Nanni Moretti, da Palombella Rossa fino a La stanza del figlio (Palma D’Oro a Cannes), e anche regista della prima e della seconda stagione della serie Netflix Suburra, Andrea Molaioli firma un’opera seconda che spicca, oltre che per la sua regia, anche per un cast tecnico e artistico di grandi professionisti.

L’inconfondibile fotografia di Luca Bigazzi, ben noto anche per sue numerose collaborazioni con Paolo Sorrentino (tra cui Le conseguenze dell’amore, Il Divo e La grande bellezza) si sposa perfettamente con la musica incalzante del compositore Teho Teardo.

In primo piano c’è un cast di attori di lungo corso: Toni Servillo nel ruolo di Ernesto Botta e Remo Girone in quello di Amanzio Rastelli, ma non passa inosservato nemmeno l’inossidabile (ancora oggi) Renato Carpentieri, nel ruolo del politico amico di Rastelli.

Accanto a loro c’è una nuova generazione di attori, come Lino Guanciale, nello scomodo ruolo del Direttore marketing, assalito da sensi di colpa e conflitti interiori e Sarah Felberbaum, personaggio ambiguo e controverso, nipote di Rastelli e amante di Botta.

Primo film nel panorama cinematografico italiano a parlare di finanza, a distanza di nove anni, Il Gioiellino resta attuale e ben rappresentativo di un’Italia che (per fortuna) non c’è più, ma di cui ancora paghiamo le colpe.

Il gioiellino

Il colore rosa

Da dove deriva il colore rosa di giornali finanziari come il FT o il Sole 24 Ore? Scopritelo in questo articolo.

il colore rosa

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Il colore rosa (speaker Marco Chiappini)

Il Financial Times nacque nel 1888 con il titolo di London Financial Guide.

Era destinato a un pubblico di lettori che facevano parte della comunità finanziaria della City di Londra.

Subito dopo un mese cambiò il nome in quello che tutti oggi conosciamo.

C’è un’altra cosa che tutti conosciamo, anzi, ri-conosciamo.

Si tratta dell’inconfondibile colore rosa con cui nel 1893 scelse di distinguersi dall’altro giornale per addetti ai lavori della City, il Financial News, con cui nel 1945, dopo più di mezzo secolo di rivalità, il Financial Times si fuse.

A differenza di oggi, all’epoca il colore rosa era anche più economico poiché si otteneva senza sbiancare la carta e per questo motivo anche il quotidiano sportivo The Sporting Times adottava la stessa tecnica.

In Italia le origini de Il Sole, progenitore del ben noto Il Sole 24 Ore, risalgono al 1865, destinato alla comunità degli affari milanese, mentre quelle del più moderno 24 Ore risalgono al 1946 e è proprio il 24 Ore ad avere le pagine color rosa, forse perché più facilmente reperibile appena finita la guerra.

La fusione delle due testate avvenne nel 1965: Il Sole portò in dote il conteggio delle annate pubblicate (nel 2020 siamo all’ Anno 156 di pubblicazione) e il 24 Ore conferì al nuovo giornale il caratteristico colore rosa.

Anche in Italia il colore rosa si rivela un tratto distintivo dei giornali sportivi. La Gazzetta dello Sport era verde originariamente, ma un mese dopo, a dicembre del 1898, passò al rosa, seguendo l’esempio della stampa d’Oltralpe che usava i colori proprio per non confondersi con gli altri giornali.

Un Paese per vecchi

In Italia la questione del ricambio generazionale è da anni ormai allo stallo, e il Bel Paese sta diventando sempre di più un paese per vecchi.

Un paese per vecchi

Qualche giorno fa ero in macchina con mia nipote F., che dopo un lungo periodo di inattività al volante ha deciso di riprendere a guidare.

Dopo un po’ di riscaldamento con qualche giro nel quartiere, F. si è avventurata nel traffico.

Mentre stava attraversando un incrocio le si è spenta la macchina.

Proprio nel bel mezzo.

Le ho detto di stare tranquilla, perché certe cose capitano.

Ho inserito le quattro frecce per segnalare a chi era dietro di noi che stavamo avendo un problema temporaneo e l’ho invitata a ripartire.

Nel frattempo gli automobilisti hanno iniziato a suonare il clacson. In particolare uno di questi ha azzardato un sorpasso a destra.

Dopo aver rimesso in moto la Panda e aver superato l’incrocio, F. si è accostata al lato della strada per fare mente locale su quanto era successo.

Appena accostata la macchina, un uomo ben oltre la settantina, lo stesso che poco prima aveva tentato di sorpassarci, si è fermato bloccando le macchine che si trovavano dietro di lui.

“Impara a guidare!” ha urlato più volte l’anziano, senza chiedersi nemmeno se per caso quell’ impasse potesse essere stato causato da un malore o qualsiasi altro problema.

Gli ho risposto che era esattamente quello che stavamo facendo, ma F. ha iniziato a urlargli con rabbia coprendo completamente le mie parole con altre, ben più colorite.

Quando l’uomo si è allontanato F. è scoppiata in lacrime: “mi spieghi come facciamo noi giovani a imparare se questi vecchi str*** non ci danno nemmeno la possibilità di provare?”

La frustrazione di un’intera generazione

Nel suo sfogo c’è la frustrazione di una generazione di giovani che deve fare i conti con una società vecchia e dove i vecchi occupano i ruoli chiave e possiedono la maggior parte della ricchezza del paese.

Agevolati da un sistema che gli ha concesso di crearsi una posizione lavorativa e una stabilità patrimoniale neanche minimamente immaginabile per Millennials e Generazione Z, gli over 70 continuano a influenzare la società italiana attraverso la loro mentalità (ancora ferma alla Prima Repubblica).

Parlano di sacrifici.

Alcuni di loro non li hanno nemmeno fatti, e hanno ereditato case e posti di lavoro dai loro genitori.

Invece quelli che li hanno fatti non riescono a capire che non siamo più nell’Italia del boom economico degli anni Sessanta, quando il Paese era una terra fertile e ricca di opportunità anche per chi partiva da zero.

Vecchi e potenti

Ad analizzare questa situazione tutta italiana ci ha pensato la giornalista Nunzia Penelope, con il suo saggio Vecchi e potenti: perché l’Italia è in mano ai settantenni (ed, Baldini Castoldi Dalai, 2006), che nonostante sia stato scritto quattordici anni fa, rintraccia le cause di un fenomeno ancora in atto.

In Italia domina una generazione nata tra gli anni Venti e gli anni Trenta, uomini che hanno iniziato la carriera nel dopoguerra e ancora oggi sono saldamente al potere: in politica come nelle istituzioni, ma soprattutto nelle banche, nelle imprese, nelle università e perfino nel mondo dello spettacolo. Un fenomeno tutto italiano che ha trasformato il nostro Paese nell’impero dei vecchi, frustrando le ambizioni dei quaranta-cinquantenni, costretti eternamente in panchina dai propri padri e nonni.

Nel saggio si citano tre personaggi della finanza italiana e internazionale che all’epoca erano ancora saldamente attaccati ai loro posti di comando.

Tre vecchi banchieri o tre banchieri vecchi?

Sulla scena del potere dominano tre protagonisti assoluti: i banchieri Giovanni Bazoli, classe 1932, Cesare Geronzi, classe 1935, e Antoine Bernheim, classe 1924. Sono tra loro acerrimi rivali. La vittoria dell’uno segna la sconfitta dell’altro e la lotta è senza esclusione di colpi. Le loro età anagrafiche, sommate, fanno circa 230 anni, eppure sono proprio questi anziani e potentissimi signori a decidere gli assetti dell’economia italiana per il prossimo quarto di secolo…”

Il nome di Giovanni Bazoli è legato al più grande istituto di credito italiano, Intesa San Paolo, nato dalla fusione di Banca Intesa e dell’Istituto San Paolo IMI, il cui Consiglio di Sorveglianza è stato presieduto dallo stesso Bazoli fino al 2016, all’età di 82 anni.

Oggi, alla vigilia degli 88, Giovanni Bazoli è presidente emerito di ISP, e continua a ricoprire cariche in consigli di amministrazione e comitati legati al mondo della cultura e della finanza.

Cesare Geronzi ha 85 anni ed è attualmente Presidente della Fondazione Assicurazioni Generali, dopo essersi dimesso nel 2011 (a 76 anni) dalla carica di Presidente delle Assicurazioni Generali, ultimo (e non meno importante) ruolo chiave, dopo essere passato per la stanza dei bottoni di gruppi bancari e testate giornalistiche.

Prima di Geronzi, alla Presidenza di Assicurazioni Generali c’era stato Antoine Bernheim, che aveva lasciato la carica nel 2010, due anni prima della morte, avvenuta all’età di 88 anni.

#BidenHarris2020

Appena eletto Presidente degli Stati Uniti con un plebiscito di voti che supera addirittura quelli ottenuti da John Fitzgerald Kennedy, il nuovo inquilino della Casa Bianca, con i suoi 78 anni è il più anziano della storia del Paese.

Eppure il suo profilo personale e di uomo politico lasciano intuire un disegno che non prevede di restare attaccato alla poltrona e ai suoi privilegi.

Già numero due dell’amministrazione Obama, Biden sarà un ponte di passaggio per una nuova era e per una nuova classe politica.

Accanto a lui una First Lady, Jill Biden, che porta in dote un mestiere prezioso quando si parla di ricambio generazionale: lifelong educator, insegnante da tutta una vita, come si legge sul suo profilo Twitter.

E una Vice, Kamala Harris, classe 1964, che racchiude tutto quello di cui il mondo ha bisogno: il nuovo e la possibilità per tutti di studiare e progredire.

E ci auguriamo che questa sarà la linea guida che Joe Biden seguirà nella scelta del suo staff per i prossimi quattro anni.

Largo ai giovani!

C’è un detto italiano che recita proprio così, largo ai giovani, ma non ha trovato finora molta attuazione.

I giovani hanno bisogno di sperimentare, sbagliare, riprovare, e poi ingranare di nuovo la marcia e ripartire.

Chi ha qualche anno in più ha il dovere morale di stargli accanto e guidarli.

E lasciargli il posto di guida senza restare attaccati al posto di guida troppo a lungo.

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