Archives

Podcast

Lo spauracchio della Patrimoniale

Il 12 agosto 2011 me lo ricordo bene. 

Era un venerdì di mezza estate, di quelli che in giro per Roma c’è il consueto fuggi fuggi generale che preannuncia l’imminente Ferragosto.

La patrimoniale

Lavoravo in banca come consulente e quella mattina fu piuttosto movimentata.

La notizia di una nuova, urgente, manovra finanziaria prevista per quella sera, aveva destato molte preoccupazioni in buona parte dei miei clienti.

Nonostante il decreto del mese precedente, con il quale il Governo aveva promesso all’Europa il pareggio di bilancio entro il 2014, l’Italia continuava a essere bersaglio di parecchi speculatori.

Piazza Affari continuava a registrare risultati negativi giorno dopo giorno. 

I miei clienti avevano soldi investiti principalmente in titoli obbligazionari di stato, qualcuno possedeva fondi azionari, ma la loro più grande paura era per la liquidità che tenevano sul conto corrente.

Lo spauracchio della Patrimoniale e la sceneggiata di Berlusconi

Eh sì. Perché 20 anni prima, nel 1992, il Governo di Giuliano Amato aveva imposto un prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti e sui depositi bancari e postali. 

Quella misura, che Amato definì un male necessario, faceva parte di una manovra finanziaria che avrebbe coperto le perdite derivate dalla svalutazione della lira. 

Ma torniamo al 2011 e ai miei clienti. Insomma, qualcuno di loro aveva preso la macchina per lasciare la sua casetta al mare e precipitarsi in banca per acquistare il titolo di stato a breve termine (il Bot), così da liberarsi della liquidità del conto corrente, e mettere al riparo i soldi da un’eventuale tassa patrimoniale.

Quella sera Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti andarono in onda a reti unificate, mettendo in piedi una di quelle sceneggiate in cui gli italiani sono davvero maestri. 

Il nostro cuore gronda sangue quando pensiamo che uno dei vanti di questo governo era quello di non avere mai messo le mani nelle tasche degli italiani.” Queste le parole di Berlusconi.

Tremonti puntò sulla tempestività di un decreto che il Governo aveva studiato e realizzato in sette giorni. “Se c’è un caso di necessità e urgenza per un decreto questo è un caso di necessità e urgenza.”

Beh, dopo i decreti di Giuseppe Conte in piena pandemia, sette giorni sono decisamente tanti..

Per quello che riguardava il mio lavoro, la manovra non colpì i saldi dei conti correnti. Anzi. Fino ad allora gli interessi prodotti dai depositi e dai conti erano stati tassati al 27%. Questa aliquota fu ridotta, per allinearsi alla tassazione sulle rendite finanziarie, che dal 12,50 passò al 20%.

I proventi dei titoli di stato (tra cui i Bot) restarono al 12,50%. 

Tutto questo con buona pace dei miei clienti, che ripresero a godersi il loro soggiorno vacanziero, praticando lo sport che più preferivano.

Lamentarsi che “non si sa più come investire i soldi”.

Eh già.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast.

La sfida delle Fintech in Italia

Cos’è esattamente una società Fintech? Se ne sente parlare spesso, e soprattutto usiamo tutti i giorni i servizi messi in campo da queste aziende. 

Quali?

Beh, per esempio le app di pagamento, per trasferire o ricevere denaro; oppure quelle che ci consentono di sostenere un progetto attraverso il crowdfunding, ovvero il finanziamento collettivo. O addirittura i robo-advisor, le app che possono seguirci e consigliarci nella scelta di un investimento.

Fermi tutti. Già vi sento dire: “E le persone? Che fine faranno? Saremo comandati da robot?”

Facciamo un passo indietro.

Fintech è una parola nuova, nata dall’unione di finanza e tecnologia. E’ l’applicazione della tecnologia ai servizi finanziari, accompagnata dallo user experience.

L’esperienza dell’utente è la chiave delle compagnie Fintech perché  mette al centro dell’utilizzo le percezioni personali su aspetti come l’utilità, la semplicità e l’efficienza.

E la vera rivoluzione è questa. Iniziata nel 2008, proprio con una crisi globale causata dal fallimento di una delle banche che si ritenevano più solide (Lehman Brothers), i clienti hanno iniziato a perdere fiducia nel sistema bancario tradizionale.

Se a questo aggiungiamo la difficoltà che i clienti da sempre incontrano nell’uso dei servizi della banca e la scarsa innovazione che gli istituti di credito hanno apportato nel loro sistema, è facile capire perché le Fintech stiano prendendo sempre più piede.

L’esperienza dell’utente al centro

Dall’avvento dell’internet banking (e parliamo di 20 anni fa) la banca tradizionale non si è più innovata.

O meglio: tanta tecnologia, quella sì, ma poco, pochissimo user experience.

Le nuove aziende finanziarie tecnologiche sono in grado di rendere i servizi accessibili, semplici da utilizzare, e, soprattutto, trasparenti. 

Non soltanto posso fare un pagamento con la stessa facilità con cui scelgo un podcast su Spotify, ma posso usufruire di prezzi più bassi (perchè non ci sono i costi delle sedi fisiche come le filiali) e vengo informato immediatamente del costo del servizio, senza dover cercare tra gli innumerevoli fogli informativi di una banca classica.

E allora le banche? Che fine faranno?

Quello che sta accadendo ora sul mercato italiano è una collaborazione tra gli istituti di credito tradizionali e queste nuove aziende che sono in grado di completare l’offerta di quei servizi che una banca non ha, o i cui tempi di esecuzione sono lunghi (pensiamo ai servizi per le imprese).

E i dipendenti della banca? Rischiano di essere mandati a casa?

La sfida delle Fintech in Italia

Ecco, questo secondo me è un punto interessante. Con i robo-advisor uno potrebbe pensare che la figura dei consulenti finanziari rischi l’estinzione. Invece l’avvento delle Fintech potrebbe dare l’opportunità a certe professionalità di specializzarsi ancora di più. 

Se i clienti possono sottoscrivere tramite app un piano d’accumulo di 50 euro al mese, vuol dire che i consulenti avranno più tempo da dedicargli su questioni più specifiche, come la scelta del mutuo, la pianificazione successoria, la composizione di un fondo pensione.

Inoltre, e questo vale ancora di più per l’Italia dove l’educazione finanziaria è carente, avere i soldi a portata di App ci porterebbe ad avere più confidenza con le nostre finanze. 

Di fatto gli italiani considerano i soldi un tabù. 

Fateci caso: c’è sempre una certa ritrosia quando si tratta di parlare di stipendio, risparmi, eredità debiti.


E questo è anche perché i nostri soldi noi non li conosciamo.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast

Che la pace (fiscale) sia con voi!

Pace fiscale. Sanatoria. Rottamazione. Scudo fiscale. Voluntary disclosure. Saldo e stralcio.

Dietro queste lusinghe linguistiche si nasconde il provvedimento eccezionale con cui lo stato decide di sanare il debito tra il contribuente e il fisco. 

In una parola, anzi due: condono fiscale.

pace fiscale e condono

Dall’unità d’Italia a oggi, in 160 anni, ne sono stati concessi ben 80 dai Presidenti del Consiglio in carica. 

Il condono nella Prima Repubblica e quelli del Cavaliere

I progenitori del condono moderno sono Mariano Rumor, capo del Governo nel 1973 e Emilio Colombo, all’epoca ministro delle Finanze. La loro fu una riforma fiscale che portò alla nascita dell’odierna IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), e un gettito equivalente a 31 miliardi di euro di oggi.

Dopo il secondo condono del 1982, nel 1992 il condono tocca all’ultimo governo Andreotti, proprio alla vigilia di Tangentopoli.

Con Mani Pulite si chiude la Prima Repubblica, e si apre la lunga stagione berlusconiana.

Il Cavaliere ne fa due di condoni: uno nel 2003 e uno nel 2009. Il primo sarà il più redditizio di sempre, con oltre 34 miliardi di euro nelle casse dello stato.

Le lusinghe linguistiche di Matteo Renzi e Giuseppe Conte

La storia recente vede il governo di Matteo Renzi che propone una voluntary disclosure, e Giuseppe Conte che chiama il condono del suo governo: saldo e stralcio.

Secondo uno studio, tutti i condoni varati dal 1973 a oggi avrebbero portato un’entrata di 110 miliardi di euro, pari all’evasione fiscale di un anno.

E’ evidente quindi che gli svantaggi siano maggiori dei benefici. Prima di tutto perché si incassa meno e si sottraggono risorse alla collettività. 

E poi, parliamoci chiaro: il condono rappresenta la resa da parte dello Stato, che in questo modo dimostra chiaramente il suo malfunzionamento.

Con lo stralcio delle cartelle esattoriali del recente Decreto Sostegni, anche il governo di Mario Draghi è ricorso a un condono. E lo ha chiamato esattamente per quello che è, precisando che occorre riformare urgentemente i meccanismi di riscossione perché pare evidente che qualcosa non stia andando per il verso giusto. 

Pare molto evidente.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast.

Un paradiso….(fiscale)!

L’espressione paradiso fiscale nasce probabilmente dalla traduzione inesatta di tax haven, più vicina a rifugio fiscale

In effetti però, la parola heaven, paradiso, sembra quasi più appropriata.

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast

Si tratta di Stati nei quali il prelievo fiscale sui redditi è assai ridotto o del tutto assente, consentendo quindi notevoli risparmi a persone e società che vi stabiliscono la residenza o la sede legale.

Ma il meccanismo dei paradisi fiscali non nasce solo per evadere le tasse. 

Nasce soprattutto per impedire di conoscere la provenienza del denaro e il suo proprietario (e questo nei paesi civili è reato). 

Se mi occupo di traffici illeciti e guadagno dei soldi che poi vado a depositare in banca, questa è tenuta a chiedermi la documentazione che attesti la provenienza di quel denaro. Se li deposito nella banca di un paradiso fiscale, nessuno mi chiede niente. 

Così, dopo averli ripuliti, li trasferisco nella banca del mio paese.  

Per far fronte a questo meccanismo di riciclaggio le banche si sono dotate di un sistema di controllo che impone l’uso di codici che identificano il paese di provenienza e fanno scattare un allarme nel caso in cui questo paese sia nella black list dei paesi a fiscalità privilegiata.

San Marino

Fino al 12 febbraio 2014 in questa lista c’era anche la Serenissima Repubblica di San Marino, uno staterello di 61 kilometri quadrati situato tra la provincia di Rimini e quella di Pesaro-Urbino. 

Dal 12 febbraio del 2014, appunto, la più antica Repubblica d’Europa fondata nel 301 d.C. è uscita dalla black list.

Tra gli interventi che hanno portato il Governo Italiano a prendere questa importante decisione, c’è l’adeguamento di San Marino agli standard internazionali in materia di scambio di informazioni, oltre alla modifica del prelievo fiscale, più in linea con quello italiano.

Il Vaticano

Nello Stato della Città del Vaticano è in corso una riforma della finanza che prevede l’adeguamento alle normative internazionali sulla trasparenza finanziaria e sull’anti-riciclaggio. Una prima tappa del processo è stata formalizzata nel 2015, quando è entrato nella white list fiscale, agevolando così lo scambio di informazioni di natura fiscale con l’Italia. 

Non resta che attendere fiduciosi che il Vaticano si allinei agli standard europei della normativa contro il riciclaggio del denaro sporco.

Del resto, anche Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di combinare armoniosamente, l’efficacia operativa e la natura pastorale essenziale di tutte le azioni.

Ascolta il podcast (speaker Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast

Er Madoff alla vaccinara

Conosciuto come il Madoff dei Parioli, o anche come il Madoff alla vaccinara, con riferimento al famoso piatto tipico della cucina romana, Gianfranco Lande operava da anni nell’elegante quartiere Parioli della capitale.

Scorri per ascoltare il podcast (speaker Marco Chiappini)

L’indagine che portò al suo arresto per abusivismo finanziario era durata tre anni e aveva svelato una truffa ai danni dei suoi clienti, un portafoglio di settecento nominativi, tra aristocratici, liberi professionisti, personaggi del mondo della cultura, della televisione, del cinema, dello sport, dell’edilizia.

Lo scudo fiscale del Governo Berlusconi

Lande prometteva rendimenti tra l’otto e il quindici per cento ed era arrivato a gestire un patrimonio di oltre 237 milioni di euro, investendo in “azioni, obbligazioni e liquidità negli stati fuori dal circuito dei controlli legali, previsti dalla normativa vigente”.

Dagli interrogatori successivi all’arresto di Gianfranco Lande emerse che tra i clienti ce n’erano alcuni che avevano utilizzato i servizi finanziari delle sue società per riportare in Italia i capitali che si trovavano all’estero, utilizzando lo strumento dello scudo fiscale.

Era il 2009 e il governo Berlusconi aveva varato una manovra tributaria chiamata scudo fiscale, che consentiva a chi aveva portato soldi all’estero (molto spesso per non pagare le tasse) di trasferirli nuovamente in Italia, regolarizzando eventuali frodi tramite il pagamento di un’imposta forfettaria di valore inferiore alle normali aliquote tributarie.

La faccenda scatenò parecchie critiche da parte dell’opinione pubblica nei confronti di alcuni personaggi dello spettacolo, i cui spostamenti di soldi all’estero fecero immediatamente pensare a somme guadagnate in nero e nascoste al fisco italiano.

Le banche indagate

Nel mirino delle indagini ci finirono anche alcuni istituti di credito, che non avevano operato correttamente nella classificazione delle società gestite da Gianfranco Lande; oltre all’accusa di abusivismo finanziario, i funzionari di banca furono accusati “di mancato adempimento dell’obbligo di identificazione della clientela”.

Classificando le società di Lande come “società non finanziarie”, gli consentirono di effettuare movimentazioni in entrata e in uscita per 65 milioni di euro, contribuendo così alla realizzazione del mega-raggiro.

Più che mega-raggiro… nà mandrakata!

Ascolta gli altri podcast qui.

I figli di Carlo Ponzi: Madoff e gli altri

Scorri per ascoltare il podcast (Speaker Marco Chiappini)

Carlo Ponzi viene condannato a cinque anni di prigione per frode postale, ma ne sconta tre e sei mesi. Dopo il carcere si dedica nuovamente alle truffe negli Stati Uniti, per poi a tornare in Italia e fare il mestiere di traduttore per una compagnia aerea italiana che ha rapporti con il Brasile. 

Sarà proprio in Brasile che vivrà gli ultimissimi anni della sua vita, sbarcando il lunario tra vari lavoretti, prima di morire, nel 1949.

La morte di Carlo Ponzi non mette fine al suo diabolico schema, che negli anni è stato praticato da personaggi senza scrupoli e alla ricerca di guadagni facili e veloci.

Perché c’è chi cade ancora nella trappola Ponzi?

Ma fermiamoci un attimo.

Se lo schema Ponzi è così noto, perchè ci sono ancora oggi persone che cadono nella trappola?

Eppure è chiaro a tutti che a un basso rischio di un investimento corrisponde un altrettanto basso rendimento. 

Che cosa spinge alcune persone a investire in un’operazione che promette, contro ogni legge di mercato, un capitale garantito e tassi di rendimento stellari?

La risposta è sempre la stessa: l’avidità.

E aggiungerei anche la scarsa educazione finanziaria, di cui si parla molto, ma mai abbastanza.

E anche la resistenza di alcune persone a non voler approfondire certi temi, preferendo a volte tenere fermi i soldi oppure affidandosi completamente a sedicenti promotori, che agiscono in pieno stile Ponzi.

Bernard Madoff

Tra i seguaci di questo stile, non si può non ricordare Bernard Madoff, ex Presidente del NASDAQ, uomo molto in vista a Wall Street, il cui schema Ponzi iniziato negli anni Sessanta saltò nel dicembre del 2008, proprio nel della crisi finanziaria, quando non fu più in grado di onorare le richieste di disinvestimento.

Madoff fu arrestato e condannato a 150 anni di carcere con l’accusa di truffa e per aver causato un ammanco di circa 65 miliardi di dollari ai suoi clienti.

Tra questi, vantava anche personalità dello star-system hollywoodiano come Steven Spielberg, Kevin Bacon, Kyra Sedgwick, e John Malkovich.

Il caso Giuffrè

Anche in Italia, in anni recenti, c’è stato un caso molto simile a quello di Madoff (di cui parleremo la prossima settimana), ma ce n’è un altro meno famoso e altrettanto importante che risale al 1958. 

L’ex impiegato di banca Giovanni Battista Giuffrè aveva iniziato a occuparsi della ricostruzione di chiese e conventi danneggiati dalla seconda guerra mondiale, per conto di enti ecclesiastici. 

La reputazione che si era creata, stando a contatto con gli istituti religiosi, gli aveva fatto ottenere la fiducia dei privati cittadini che gli affidavano i risparmi e a cui Giuffrè prometteva tassi di interesse altissimi.

Lo schema Ponzi applicato da Giuffrè saltò, come da copione, e il caso contribuì all’introduzione in Italia di una normativa più severa sulla raccolta di risparmio, che poteva essere effettuata solo da soggetti autorizzati dalla Banca D’Italia.

Ascolta in podcast

Ascolta gli altri podcast qui.

Lo schema Ponzi

E’ ormai noto in tutto il mondo lo schema Ponzi, un meccanismo ideato dall’italo-americano Carlo Ponzi, che ancora oggi continua a fare scuola tra gli innumerevoli maghi della finanza.

Scorri per ascoltare il podcast

Lo schema Ponzi in soldoni

In soldoni, si tratta di questo

Un promotore finanziario riesce ad attrarre l’attenzione e a raccogliere fondi da persone desiderose di investire e ottenere guadagni sicuri, che il promotore gli ripaga puntualmente grazie all’arrivo di altri soldi da altri risparmiatori. 

A questo punto la buona reputazione che il promotore è riuscito a costruirsi, grazie alla puntualità nel pagamento dei cospicui interessi, gli fa arrivare sempre più soldi attraverso i quali riesce a tenere in piedi la piramide. 

Il sistema rischia il collasso quando iniziano le prime difficoltà a trovare nuovi clienti da cui incassare denaro fresco per continuare a onorare gli impegni con i precedenti creditori.

I buoni di risposta internazionale

Charles Ponzi, al secolo Carlo Ponzi, nato a Lugo di Romagna in provincia di Ravenna, e vissuto poi tra Parma e Roma, emigra negli Stati Uniti nel 1903 dopo i suoi trascorsi giovanili piuttosto dispendiosi e inconcludenti, ma che già erano caratterizzati dal gioco d’azzardo e da una certa propensione a inventare e abbellire gli eventi, per trarne vantaggio.

Dopo alcune truffe negli Stati Uniti e in Canada, Carlo Ponzi scopre un modo per fare guadagni facili e legali attraverso i Buoni di risposta internazionale.

I Buoni sono dei titoli che hanno la funzione di pagare i costi postali tra due persone che vivono in stati diversi, e soprattutto con un diverso costo della vita. 

I Buoni hanno un costo diverso in ciascun Paese ma il loro controvalore in numero di francobolli è lo stesso dappertutto.

Carlo Ponzi capisce che se riceve i Buoni da un paese dove costano di meno, la transazione può generare un profitto. 

Con cento Buoni si possono ottenere cento francobolli, ma se un Buono spagnolo, che costa 10 centesimi di dollaro, è cambiato negli Stati Uniti con francobolli da 15 o 20 centesimi l’uno, ecco che il profitto è del 50% o del 100%. 

Nel 1920 Carlo Ponzi propone una speculazione sui francobolli italiani e dimostra di poter ottenere dei ritorni del 400%. 

Il giochetto funziona fino a che le analisi pubblicate da un giornale statunitense sullo schema di Ponzi rivelano che se i soldi raccolti da Ponzi fossero stati investiti in Buoni di risposta internazionale, avrebbero dovuto esserci centosessanta milioni di questi titoli in circolazione. 

La bancarotta

E invece ce n’erano solo ventisettemila.

Presi dal panico, alcuni risparmiatori si presentano da Ponzi richiedendo immediatamente indietro i soldi. Carlo Ponzi soddisfa le richieste per due milioni di dollari, accompagnandole con ciambelle, caffè, e la rassicurazione che tutto sta andando bene.

In realtà stava accumulando ancora denaro, ma solo aumentando le passività.

L’inchiesta giornalistica prosegue fino alla pubblicazione delle foto di un arresto di Carlo Ponzi in Canada, avvenuto molti anni prima, e delle analisi finanziarie che ne confermano l’imminente bancarotta.

Continua la prossima settimana

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

Tangentopoli sul piccolo e grande schermo

Le vicende di Tangentopoli, lo scandalo politico ed economico nato nel 1992 con l’inchiesta Mani Pulite, e che ha portato al crollo della Prima Repubblica, sono state raccontate forse troppo poco da televisione e cinema.

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast.

Una parte della fitta trama di intrecci tra politici e imprenditori che negli anni dell’inchiesta hanno riempito le pagine dei giornali e i palinsesti della televisione, hanno trovato spazio in serie tv e documentari e in misura marginale anche in qualche film.

Avere una visione totale di tutti gli avvenimenti, con i collegamenti tra fatti, persone, amicizie, schieramenti, non è facile, ma possiamo provare a darvi qualche suggerimento.

1992

Iniziamo con una serie tv andata in onda su Sky qualche anno fa. 

1992 narra in chiave romanzata i mesi caldi di quell’anno, attraverso i punti di vista di sei diversi personaggi, le cui storie si intrecciano tra loro e con altri volti noti dell’Italia dell’epoca.

Alla prima stagione, se ne sono aggiunte altre due, 1993, in cui prosegue il racconto di quello scenario politico ed economico molto complesso e 1994, incentrato sull’arrivo di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

Il cinema

Alcune immagini, tra il drammatico e il grottesco, ricostruiscono i suicidi eccellenti di Tangentopoli nel pluripremiato film Il Divo di Paolo Sorrentino del 2008. Nella scena che segue, Eugenio Scalfari, direttore de La Repubblica, intervista un infastidito Giulio Andreotti, il quale sembra non essere minimamente toccato dall’ondata di scandali e morti che stavano travolgendo il paese.

Anche Marco Bellocchio, nel suo film Fai bei sogni, tratto dal romanzo autobiografico del giornalista e scrittore Massimo Gramellini, ricostruisce la scena del suicidio di uno speculatore finanziario coinvolto nell’inchiesta di Mani Pulite.

Nella realtà, lo stesso Gramellini seguì all’epoca i fatti di Tangentopoli come inviato da Montecitorio, a Roma.

La televisione

Con un taglio decisamente più documentaristico, ci sono i quattro capitoli del documentario Mani Pulite,  realizzati per la Rai nel 1997, a pochissimi anni di distanza dai fatti di cronaca, e oggi disponibili su YouTube:

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

Gli indici principali di Piazza Affari

Il FTSE MIB, acronimo di Financial Times Stock Exchange Milano Indice di Borsa è l’indice azionario italiano per eccellenza.

Gli indici principali di Piazza Affari

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast.

È il riferimento utilizzato da stampa e televisione per far capire come sta andando la Borsa in Italia. 

All’interno del suo paniere ci sono i principali 40 titoli azionari italiani, che rappresentano circa l’80% della capitalizzazione complessiva del mercato della penisola.

Sono quindi le società italiane a maggior capitalizzazione, flottante, e liquidità, a guidare l’andamento dell’indice.

La capitalizzazione è il valore di mercato totale di tutte le azioni di una società; il flottante è il numero di azioni emesse, e che possono essere scambiate sul mercato; la liquidità è la disponibilità di mezzi di pagamento a brevissimo termine.

Circa due terzi dell’indice si concentra in una decina di società e questa concentrazione è evidente anche a livello settoriale; il settore finanziario occupa quasi il 40% dell’indice, seguito da quello energetico e dalle utilities.

Ogni trimestre avviene la revisione delle società che compongono il listino, a seguito di operazioni sul capitale, o di variazioni del flottante oppure dopo scorpori di rami d’azienda, fusioni, delisting (è la cancellazione dalle contrattazioni), o nuove quotazioni.

Gli indici principali di Piazza Affari: le piccole e medie imprese

Accanto al FTSE Mib ci sono gli indici FTSE Italia Mid Cap e FTSE Italia Small Cap.

Il primo indice accoglie le prime 60 società per capitalizzazione che non appartengono all’indice FTSE MIB; il secondo invece ospita le 120 società a bassa capitalizzazione, ma che di fatto rappresentano da sempre la punta di diamante dell’economia italiana.

Tra le società della piccola impresa quotate in Borsa ci sono marchi famosi come Bialetti, Geox, Pininfarina, Piquadro.

Anche le società a media e bassa capitalizzazione sono sottoposte a una revisione trimestrale, rendendo gli indici sempre dinamici e offrendo opportunità di diversificazione alle società di gestione del risparmio che ne replicano la composizione dei panieri.

Ascolta il podcast (voce e musica Marco Chiappini)

Ascolta gli altri podcast qui.

Il Btp Italia e il Btp Futura

La volta scorsa abbiamo parlato del tradizionale Btp, le cui caratteristiche lo hanno reso negli ultimi anni molto volatile e sensibile alle incertezze del paese, e quindi poco adatto ai portafogli dei risparmiatori più prudenti.

Scorri l’articolo per ascoltare il podcast

Btp Italia

Per questo, dal 2012 il debito pubblico italiano si è arricchito di un altro tipo di obbligazione, il Btp Italia, un titolo indicizzato all’inflazione italiana, con cedole semestrali e di durata che va dai 4 ai 5, ai 6 e agli 8 anni, pensato “soprattutto per le esigenze di risparmiatori e investitori retail”.

Il suo rendimento è allineato all’evoluzione del costo della vita e questo gli garantisce una certa stabilità. Ogni sei mesi, chi ha investito in questo titolo riceve un tasso di interesse rivalutato all’inflazione, sulla base dellIndice ISTAT sui prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati (FOI) con esclusione dei tabacchi.

In caso di deflazione, cioè di inflazione negativa, viene comunque garantita la corresponsione degli interessi: le cedole vengono comunque calcolate sul capitale nominale investito.

Il Covid-19 e il Btp Futura

Al fine di finanziare la ripresa economica dal Covid-19 e le spese per fronteggiare la pandemia, prima fra tutti la campagna vaccinale, lo scorso 19 aprile il Ministero delle Finanze ha iniziato il collocamento del Btp Futura.

L’emissione del Btp Futura è stato oggetto di campagna di sensibilizzazione per coinvolgere i cittadini a sostenere il Paese e la sua ripresa, e per “accrescere l’interesse e la partecipazione verso gli strumenti di gestione del debito pubblico, garantiti dallo Stato e cruciali per spesare molti servizi/misure di cui i cittadini beneficiano ogni giorno”.

Lo spot presenta una carrellata di immagini che raccontano l’Italia innovativa, produttiva, solidale, accogliente, e sottolinea l’importanza del debito pubblico come una risorsa necessaria a sostenere la spesa per la vita di tutti i giorni: “la cura delle persone che amiamo, la salute delle nostre imprese, l’innovazione, la salvaguardia del nostro saper fare.” 

E le tasse?

L’introduzione del Btp Futura, destinato proprio a un pubblico di piccoli investitori, fa riflettere su come il risparmio degli italiani rappresenti una risorsa in questo paese.

E anche una stortura.

Perché per coprire il debito pubblico si fa appello al risparmio.

Quando in realtà, questo dovrebbe essere coperto dalle tasse,  che se tutti pagassero regolarmente, sosterrebbero la spesa pubblica. 

Compresa quella sanitaria.

Ascolta il podcast (voce e musica di Marco Chiappini)

Ascolta qui gli altri podcast.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi