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Il Btp e la sua volatilità

il btp e la sua volatilità

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Il Btp o Buono del Tesoro Poliennale è da sempre uno degli investimenti preferiti dei risparmiatori italiani.

Si tratta di un’obbligazione a tasso fisso emessa dallo Stato Italiano, che si impegna a pagare interessi semestrali e a restituire il capitale alla scadenza.

I risparmiatori o gli investitori istituzionali possono acquistarlo attraverso un’asta che si svolge regolarmente ogni mese, oppure direttamente sul mercato.

Le scadenze del Btp possono variare dai cinque, ai dieci, ai venti e addirittura ai trent’anni.

La lunga durata e la natura di titolo a tasso fisso rendono le fluttuazioni dei prezzi molto altalenanti, proprio perché oggetto di transazioni mordi e fuggi, soprattutto in momenti di instabilità nella situazione politica e economica del paese (come successe tra il 2011 e il 2012).

Nonostante si tratti di un titolo a rendimento e a capitale garantito, che lo Stato rimborserà alla scadenza naturale, la vita di un BTP è costellata di momenti di alta volatilità che a volte supera quella dei titoli azionari, che di garantito non hanno nulla.

Non ci credete?

Diamo un’occhiata all’andamento degli ultimi dieci anni del BTP scadenza 1 febbraio 2037 con cedola del 4% (che oggi definiremmo senza dubbio un rendimento molto molto appetibile).

Il titolo, nato il 19 ottobre del 2005 ad un prezzo di 101,29, ha registrato un minimo storico di 62,50 (era il 9 novembre 2011, i giorni dello spread Btp-Bund a 575 e della paura di un possibile default dello stato italiano); nel 2020, durante la prima fase della pandemia, il Btp 2037 ha toccato punte minime intorno ai 117, per poi risalire vertiginosamente e arrivare al massimo registrato, lo scorso 12 febbraio, di 146,54.

Provate ora a mettervi nei panni di un risparmiatore.

Che cosa avreste fatto se aveste comprato il titolo all’emissione, ve lo foste tenuto in portafoglio prendendovi quel 4% annuo, sicuro e tranquillo, e a un certo punto, a novembre 2011, vi foste accorti del tonfo del prezzo sul mercato, che, virtualmente vi stava facendo perdere quasi il 40% del vostro capitale.

Viceversa, che cosa fareste oggi, con il titolo ai massimi storici, magari acquistato ad un prezzo vantaggioso in una delle fasi più critiche di mercato? E dove reinvestireste i soldi guadagnati?  

E ancora: farà meglio un cassettista, il cui unico scopo è quello di tenere in portafoglio dei titoli duraturi con un buon rendimento, e di portarli a scadenza naturale?

Beh, vi dico la mia, che per mestiere un po’ di queste burrasche le ho viste e le ho vissute, e passavo le giornate incollata alle quotazioni dei Btp in tempo reale.

Tenere. Vendere. Comprare. Rivendere, sfruttando i vantaggi fiscali delle minusvalenze accumulate.

In quei momenti questi erano i dilemmi per molti dei miei clienti, ma di fatto erano davvero l’ultimo dei problemi.

Perché il rischio che il paese Italia finisse a gambe per aria era palpabile.

Molto. Palpabile.

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Bitcoin, Blockchain, Nifty

Il bitcoin è una moneta elettronica nata nel 2009 e basata sulla tecnologia blockchain, ossia un registro gestito direttamente dai partecipanti di una rete.

Ogni transazione è validata dai membri della rete e non da una banca centrale.

Bitcoin Blockchain Nifty

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Oltre alla decentralizzazione delle informazioni, questo sistema consente la tracciabilità e la trasparenza dei trasferimenti, e quindi la possibilità di risalire a tutta la catena di operazioni; nonché la loro immutabilità, poiché qualsiasi variazione può avvenire solo e soltanto con il consenso di tutti i membri della rete.

Ma in cosa consiste la tecnologia blockchain?

Si tratta di un grande libro mastro contenente i vari conti con relativi saldi, espressi in bitcoin. 

Chi vuole inviare del denaro a qualcuno, crea un messaggio che firmerà con una chiave crittografica che garantisce l’autenticità e l’attendibilità della transazione.

La chiave crittografica è unica, segreta, collegata alla firma del mittente e impossibile da copiare e da riutilizzare su altre transazioni.

Il movimento di denaro viene inviato a tutti i membri della rete che fanno anche da validatori, garantendone così l’autenticità.

NFT, Non-Fungible Token

L’autenticità digitale della tecnologia blockchain è ciò che ha permesso lo sviluppo dei Non-Fungible Token, meglio noti con il loro acronimo NFT, o con il nomignolo di nifty, e di cui si è sentito molto parlare, soprattutto nel mercato dell’arte.

Gli NFT sono dei contenuti digitali intangibili (intoccabili, protetti) e non replicabili: potrebbero esserci tante copie uguali, ma i non-fungible token diventano unici grazie alla certificazione blockchain.

Un esempio? Anche più di uno

I video che riprendono qualche azione particolare durante le partite dell’ NBA; il primo tweet di sempre, scritto di pugno proprio dal fondatore del noto social network cinguettante; un collage di cinquemila opere digitali, contenute in un file JPEG e battuto dalla nota casa d’aste Christie’s.

L’acquirente, che ha pagato 69,3 milioni di dollari per un file JPEG, sembra essere il proprietario del più grande fondo di NTF al mondo.

Canzoni. Video. Gif. Tweet. Opere digitali.

Chissà se i nifty si riveleranno una bolla oppure un valido supporto per la protezione del diritto d’autore?

Nell’attesa di capirlo, dobbiamo però riflettere sull’impatto ambientale che l’esistenza e il funzionamento di bitcoin, blockchain, NFT (e di tutto il mondo digitale che ci circonda e ci facilita la vita di ogni giorno) hanno sull’energia elettrica necessaria.

Perché quella non è replicabile all’infinito.

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Whatever it takes e il Quantitative easing di Mario Draghi

Tra le poche riunioni interessanti a cui ho assistito nei miei anni di lavoro in banca ne ricordo una in cui intervenne il capo del settore mercati finanziari.

Quantitative Easing

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In occasione di quell’incontro ci illustrò con molto entusiasmo quelle che sarebbero state le conseguenze della decisione del Presidente della Banca Centrale Europea di intervenire nella politica monetaria dell’Unione Europea con delle vere e proprie iniezioni di liquidità all’interno del sistema.

Costi quel che costi

Nell’estate del 2012, il 26 luglio, dopo nemmeno un anno dal suo insediamento a capo della BCE, Mario Draghi pronunciò il famoso discorso Whatever it takes, la cui portata epocale è descritta perfettamente nella versione digitale dell’enciclopedia Treccani:

Il «Whatever it takes» apre nella politica europea un altro orizzonte che non aveva precedenti. È il 26 luglio del 2012. L’Europa dell’euro è in grande difficoltà. Sale lo spread in molti Paesi. In Grecia tornano a soffiare pesanti venti di crisi. L’euroscetticismo inglese si gonfia. Quel 26 di luglio, Draghi, da meno di un anno Presidente della Banca centrale europea, sale sul palco della conferenza di Londra e, senza troppi preamboli, dopo una manciata di minuti di introduzione, pronuncia la frase che cambia la storia della crisi: «Entro il nostro mandato la Bce preserverà l’euro, costi quel che costi. E, credetemi, sarà abbastanza». 

Per sostenere l’Euro e l’Eurozona, la BCE di Mario Draghi acquistò i titoli di debito pubblici dei paesi membri dell’Unione, garantendo così la stabilità del sistema economico, mantenendo lo spread con il Bund tedesco a livelli accettabili, e immettendo liquidità sui mercati. 

Si trattava di una manovra che prima di allora era stata utilizzata durante il periodo bellico da Stati Uniti, Germania, e Italia che emettevano titoli di stato che l’industria militare comprava per finanziare l’acquisto delle armi da parte dei governi.

Si trattava anche di una manovra che andava fuori dal perimetro del mandato della BCE, il cui obiettivo esplicito è quello di controllare i prezzi e mantenere un livello dell’inflazione vicino ma non oltre il 2%. 

Una pioggia di liquidità

Il Quantitative easing, espressione inglese che significa allentamento quantitativo, fece arrivare sui mercati tanta liquidità.

Ed era esattamente questo che rendeva così entusiasta il mio collega, che ne aveva previsto l’effetto sui mercati azionari.

Favoriti dall’abbassamento dei rendimenti sui titoli obbligazionari che per via del Quantitative easing costavano di più,  con tutta quella nuova liquidità i mercati azionari iniziarono una risalita verso rendimenti che raggiunsero presto le due cifre.

I miei clienti erano tutti soddisfatti di quello che stava succedendo nei loro portafogli, convinti che fosse una semplice congiuntura favorevole, o addirittura una mia particolare abilità.

Il QE, che sarebbe dovuto durare fino al 2016, fu esteso a più riprese, fino a concludersi il 31 dicembre del 2018.

In quegli anni, avevo già lasciato la banca e il mio lavoro di consulente finanziario, e facevo tutt’altro mestiere, non ho mai smesso di pensare a cosa sarebbe successo con la fine del quantitative easing. 

E a dirla tutta, me lo sto ancora chiedendo.

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La Tobin Tax

La Tobin Tax è un’imposta pensata nel 1972 dall’economista premio Nobel, James Tobin, che fu tra i primi a proporre un prelievo sulle transazioni finanziarie.

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Nell’intenzione di Tobin c’era di fatto l’obiettivo di far diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio: prelevando una piccola aliquota di mezzo punto percentuale a ogni cambio da una valuta all’altra si sarebbe scoraggiata la speculazione.

Da Keynes a Tobin

Già l’economista britannico John Maynard Keynes, padre della macroeconomia, era favorevole a un’imposizione di questo tipo, proprio affinché gli investitori mantenessero durevolmente i titoli in portafoglio, e evitassero quelle speculazioni a breve, brevissimo, termine, che di certo non fanno bene al mercato. 

L’idea di Keynes, rielaborata da Tobin, aveva assunto così una nuova veste, per colpire in lieve misura le transazioni sui mercati valutari con l’obiettivo di stabilizzarli mediante la penalizzazione delle operazioni mordi e fuggi.

Un dibattito internazionale

L’ipotesi di adozione della Tobin Tax, applicata anche alle transazioni di Borsa, quindi su azioni, obbligazioni, e anche derivati,  ha generato un ampio dibattito a livello internazionale.

Se da un lato Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Cina e Giappone sono da sempre contrari, nel resto d’Europa ci sono stati tentativi di introduzione. 

Nel 2011 la Commissione Europea ha presentato un progetto per l’introduzione della Tobin Tax al fine di armonizzare le diverse forme di tassazione sulle transazioni finanziarie presenti in alcuni stati membri dell’Unione, ma si è ancora raggiunto un accordo, e la discussione resta aperta.

In Italia una sorta di Tobin Tax è in vigore dal 2013 e colpisce le transazioni ad alta frequenza con due aliquote differenziate, a seconda che si tratti di mercati regolamentati oppure no.

Di fatto però, affinché la Tobin Tax si renda efficace, deve trovarsi una comunione d’intenti da parte di tutte le nazioni.

Altrimenti si rischia di fare la fine della Svezia, che l’aveva introdotta nel 1981, per poi abolirla nel 1992, spingendo nel frattempo gli operatori finanziari verso altre piazze e generando così una fuga di capitali all’estero, e una diminuzione del gettito fiscale stimato.

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Le imposte dirette

Nell’ambito del sistema tributario italiano la classificazione più rilevante è quella tra imposte dirette e imposte indirette.

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Le prime colpiscono il reddito e il patrimonio, mentre le seconde agiscono sul consumo e sul trasferimento dei beni.

L’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) è tra le imposte dirette più conosciute e si ispira proprio a quel principio di progressività citato nell’articolo 53 della Costituzione, a differenza delle altre imposte, che sono proporzionali.

L’IRPEF agisce sul reddito del contribuente, cioè sulla sua produzione annuale di ricchezza.

Le aliquote

La percentuale che si applica sui redditi, si chiama aliquota e si determina in base all’imponibile.

L’imponibile è la somma dei redditi, derivanti da lavoro (come lo stipendio), da rendite finanziarie (dividendi e cedole sugli investimenti), o da rendite immobiliari (per esempio se ho una casa e la do in affitto).

Nell’IRPEF, la progressività, cioè la determinazione dell’aliquota da applicare sull’imponibile, avviene per classi (o scaglioni). 

Questo vuol dire che l’aliquota varia da una classe di reddito all’altra.

A titolo di esempio, fino a un reddito imponibile di 15.000€ l’aliquota IRPEF è del 23%, mentre dai 15.001 € fino a 28.000€ l’aliquota passa al 27%).

Un imposta personale

L’IRPEF è un’imposta personale perché tiene conto della situazione familiare del contribuente. Se ha dei figli a carico, avrà diritto a maggiori detrazioni, cioè all’abbattimento dell’imponibile, prima del calcolo dell’imposta.

Inoltre, una volta calcolato l’ammontare da pagare, si possono detrarre una percentuale di somme pagate durante l’anno a titolo di spese mediche, oppure interessi passivi sul mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, o anche le spese universitarie, o l’abbonamento annuale al trasporto pubblico.

Equità di trattamento

La sola applicazione dell’imposta sul reddito non garantisce però l’equità di trattamento tra i contribuenti.

Se Anna guadagna 100 e Marco guadagna 100 pagano le tasse in base al loro scaglione di reddito, ma se Anna non possiede case e Marco ne possiede cinque, allora lui dovrà pagare un’imposta diretta anche sul patrimonio.  

Un esempio è l’IMU, l’imposta municipale da pagare al Comune dove si trovano gli immobili di proprietà. Naturalmente, sull’abitazione principale (o prima casa), cioè quella dove una persona vive, ci sono delle agevolazioni. 

Se l’IRPEF è un’imposta personale, l’IMU è un’imposta reale, che considera soltanto i beni del contribuente, senza tenere conto, per esempio, che questo possa avere un reddito basso e nonostante ciò, essere proprietario di tre case.

Negli ultimi anni, buona parte degli italiani si sono ritrovati proprio in una situazione di questo tipo.

In alcuni casi avevano ereditato degli immobili dai genitori o dai nonni, ma, avendo perso il lavoro a causa della crisi economica, è stato molto difficile sostenere il carico fiscale derivante dal possesso di questi beni, oltre che molto difficile trovare qualcuno a cui affittarli.

Qui si potrebbe fare una lunga, lunghissima digressione, sull’ossessione per il mattone, che insieme al materasso, è stato per anni la forma di investimento preferita dagli italiani.

Ma vi prometto che ci torneremo presto.

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Le imposte e le tasse

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Secondo l’articolo 53 della Costituzione Italiana

tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività

Progressivo vuol dire che l’imposta da pagare deve aumentare in misura più che proporzionale rispetto al reddito e alla ricchezza del contribuente.

Questo fondamentale principio di giustizia tributaria è collegato al principio di uguaglianza contenuto nell’articolo 3 della Costituzione, che sostiene che 

è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Le imposte e le tasse rappresentano lo strumento più importante proprio per la rimozione di quegli ostacoli di cui parla l’articolo 3.

Imposte e tasse: un po’ di chiarezza

A volte si fa confusione con i termini imposte, tasse, tributi, o si dice impropriamente che “ad aprile si calcolano le tasse”, quando in realtà ci si riferisce alle imposte dirette.

Prima di vedere da vicino quali sono le principali voci di entrata del bilancio dello stato, facciamo un po’ di chiarezza lessicale.

E anche un pizzico di storia.

Limposta è un prelevamento obbligatorio di ricchezza da parte dello Stato, per far fronte a obiettivi di interesse generale, di cui beneficia tutta la collettività.

La tassa è la controprestazione di un servizio reso dallo Stato o da un ente pubblico ad un privato cittadino, dietro domanda di quest’ultimo. 

Ci sono le tasse scolastiche, quelle universitarie, quelle amministrative, oppure quelle sui rifiuti, che si pagano per avere un servizio, come l’istruzione oppure un certificato anagrafico, o il ritiro della spazzatura.

Un termine sinonimo di tassa è tributo, che risale all’Antica Roma: si trattava infatti della contribuzione obbligatoria dei cittadini allo Stato, il cui calcolo avveniva in base alle ricchezze possedute e il pagamento era effettuato da ciascuna tribù (una specie di distretto amministrativo).

Da qui il nome latino tributum.

Il sostantivo tributo, insieme all’aggettivo tributario, (tributarium in latino) arrivano ai giorni nostri passando per le varie epoche storiche che si sono poi succedute, prendendo anche l’accezione negativa, come quella di un pagamento estorto con prepotenza.

Accezione che probabilmente, dato l’elevato tasso di evasione fiscale molto alto in Italia, deve essere rimasto nella memoria dei contribuenti di oggi.

Che probabilmente non conoscono bene i principi ispiratori della Costituzione Italiana.

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Una bolgia!

Il settimo cerchio è per i violenti: Dante lo suddivide in tre gironi, i violenti contro il prossimo, i violenti contro sé stessi, e i violenti contro Dio e contro la natura.

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Nel primo girone ci sono gli omicidi, i predoni, i tiranni, e i briganti.

Nel secondo girone troviamo i suicidi e gli scialacquatori, questi ultimi sono quelli che hanno dilapidato grandi fortune.

Nel terzo ci sono i bestemmiatori, i sodomiti, e gli usurai.

Che girone infernale!

Vi può capitare di sentire questa espressione in Italia, che indica un luogo o una situazione caotica dove non si capisce nulla. 

Un’altra espressione che ha lo stesso scopo è che bolgia!

Prima di arrivare al nono e ultimo cerchio, quello dei traditori, Dante percorre l’ottavo dove ci mette i fraudolenti. 

In pratica gli imbroglioni. 

E ce ne sono di talmente tanti tipi che divide il cerchio in ben dieci fosse circolari.

Le bolge, appunto.

Che bolgia!

Molti di questi peccati erano legati al periodo storico in cui viveva Dante, ma alcuni sono ancora attuali.

Come per esempio i ruffiani e i seduttori. I primi conducono con l’inganno le vittime nel letto di chi vuole avere un rapporto fisico con loro, in cambio di un tornaconto, ovviamente.

I secondi invece seducono per il proprio piacere.

Oppure ci sono gli adulatori, una specie che non muore mai, che fanno tanti complimenti soltanto perché vogliono ottenere qualcosa in cambio.

I simoniaci invece si occupavano della compravendita delle cariche ecclesiastiche

I maghi e gli indovini non credono nella scienza né in Dio e convincono gli altri di poter prevedere il futuro.

E poi c’è un peccato sempreverde, quello commesso dai barattieri, che si sono arricchiti grazie cariche pubbliche che ricoprono. In pratica, il reato di concussione.

Gli ipocriti, i ladri, i falsari. Tutti nelle loro bolge.

E i seminatori di discordia, la versione medievale dei moderni hater.

Insomma, un macello…un casino…una bolgia!

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Popolo di santi, poeti, navigatori…e peccatori

Delle tre cantiche della Divina Commedia, Inferno, Purgatorio, e Paradiso, l’Inferno è decisamente quella più interessante. 

Inferno di Dante
Casa in cui presumibilmente visse Dante (Firenze, piazza San Martino angolo tra via dei Magazzini e via Dante Alighieri). Foto di Anna Quaranta

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Vediamo com’è strutturato e quali anime dannate Dante vi colloca.

Il viaggio inizia in una selva oscura, un bosco buio che conduce al vestibolo o antinferno, cioè l’ingresso della parte più bassa dell’aldilà.

Gli ignavi e il Limbo

Quasi subito Dante incontra gli ignavi, i peccatori che non hanno mai preso una decisione nella vita e per Dante sono talmente colpevoli che non meritano nemmeno di stare all’inferno.

Nel primo cerchio c’è il Limbo, ci sono persone brave e buone (i virtuosi) che sono nate prima del Cristianesimo e quindi non sono state battezzate.

Gli incontinenti

Dal secondo al quinto cerchio ci sono gli incontinenti, coloro che pur avendo avuto buoni sentimenti non sono stati capaci di contenerli, e le loro passioni li hanno portati alla morte.

Dante suddivide gli incontinenti in:

–  lussuriosi, che hanno preferito l’amore carnale a Dio, 

– golosi, che hanno commesso peccati di gola, 

– avari e prodighi, i cui peccati sono opposti ma strettamente legati al denaro. Gli avari sono quelli che non vogliono spendere i soldi, nemmeno per le cose necessarie, e i prodighi sono quelli che ne spendono troppi, anche per le cose inutili.

iracondi e accidiosi, i primi sono quelli che si arrabbiano in modo violento, e gli altri sono quelli che non si interessano di nulla.

Nel sesto cerchio, racchiuso tra le mura della Città di Dite,  sorvegliata da una moltitudine di diavoli, ci sono gli eretici, cioè quelli che rinnegano la dottrina religiosa a cui un tempo avevano creduto.

Mercoledì prossimo ci addentreremo negli ultimi tre cerchi dell’infernali. 

Non mancate!

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Dante Alighieri, un uomo del suo tempo

Nel 2021 si celebra il settecentenario della morte di Dante Alighieri, nato a Firenze nel 1265 e morto a Ravenna, in esilio, nel 1321. 

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Il viaggio immaginario descritto nella Commedia inizia nella primavera del 1300, e ci fornisce ancora oggi degli spunti interessanti nel dibattito economico e sociale.

La politica italiana dell’epoca non era molto diversa da quella di oggi. 

Le due fazioni principali erano i guelfi e i ghibellini.

I primi appoggiavano il papato, e i secondi sostenevano l’Impero. 

All’interno dei guelfi, c’era un’ulteriore divisione: i guelfi bianchi, che volevano una maggiore autonomia dal potere del pontefice, e i guelfi neri, che invece erano fortemente legati al Papa per motivi economici, e per questo favorevoli a un suo totale controllo su Firenze e la Toscana.

Dante era un guelfo bianco, ma prima di tutto credeva in Dio e il suo pensiero religioso sarà un punto di vista fondamentale per la comprensione della Commedia, a partire dal modo in cui struttura l’aldilà e vi colloca le anime

Sebbene ispirato da questi forti principi religiosi, l’aggettivo Divina non lo aveva scelto lui.

In principio fu la Commedia, proprio perché vi si racconta la Commedia umana, nel bene e nel male. 

Fu Giovanni Boccaccio, nato nel 1313, e anche autore di una biografia su Dante, a dare alla Commedia l’appellativo di Divina, per sottolinearne la natura teologica. 

L’autore del Decamerone, altro potente e moderno ritratto della commedia umana, con una cornice oggi molto attuale – la peste del 1348 – lasciò in eredità ai posteri quell’appellativo, che mai fu così azzeccato.

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Quant’altro

Nel dicembre del 2003 il glottoteta e scrittore Diego Marani stilò la classifica di parole e espressioni più odiate dai lettori del domenicale de Il Sole 24 Ore.

quant'altro

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Oltre all’abuso del piuttosto che (di cui vi ho parlato qui), in cima alla classifica c’erano altri modismi che all’epoca avevano preso piede nella lingua, e che continuano ancora oggi a essere molto usati.

Quant’altro è uno di questi. 

Si tratta di un’espressione usata in chiusura di frase con il valore di eccetera, che potrebbe avere origine dalla semplificazione della formula e/o quant’altro ritenuto necessario, tipica del linguaggio burocratico.

Eccone un esempio trovato in rete a fine 2020 e che ho riadattato:

Oggi tenere i soldi fermi sul conto corrente è poco conveniente. I tassi di interesse sono ai minimi storici e un piccolo capitale di poche migliaia di euro fermo sul proprio conto rischia di diminuire velocemente tra costi di gestione, bolli E QUANT’ALTRO.

Eccone un altro, anche questo trovato online, su un sito che descrive le caratteristiche di alcuni fondi comuni d’investimento:

Le materie prime o commodity sono prodotti allo stato grezzo che vengono trattati sui mercati finanziari. Possono essere oro, petrolio, cereali, succhi d’arancia E QUANT’ALTRO

Certi tormentoni come piuttosto che con valore avversativo, quant’altro, o anche come assolutamente sì! e assolutamente no!, hanno creato negli anni una specie di lingua plastica, i cui parlanti ricorrono a formule fisse rendendo le narrazioni terribilmente noiose, borioseECCETERA.

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