Il posto fisso (prima parte)

Martedì 17 marzo di sei anni fa, verso le dieci del mattino, uscii dalla filiale della banca dove lavoravo, nel quartiere romano dell’E.U.R., per andare alla posta a spedire una lettera raccomandata contenente le mie dimissioni dal posto fisso.

Tra paternali e mani tremanti

In realtà ero andata all’ufficio Risorse Umane il giorno prima per rassegnarle di persona, ma il responsabile aveva pensato bene di trattenermi dal farlo con una ridicola paternale, infarcita di assurdità e luoghi comuni.

La decisione per me era già stata presa. Non vi nego che quando arrivò il mio turno allo sportello spedizioni del grande ufficio postale di Viale Beethoven le mani un po’ mi tremavano. Quando vidi l’impiegato prendere la mia busta, pesarla, apporvi i timbri, e infilarla nel sacco della posta in partenza, mi dissi: “adesso non puoi più tornare indietro”.

Punto e a capo.

In Italia lasciare un posto fisso in banca a 41 anni scatena le reazioni più disparate nelle persone a cui lo racconti.

Ricordo più di qualcuno farsi delle grasse risate (chiedendomi scusa subito dopo). Chissà se in quella risata, in fondo, nascondevano un po’ di invidia?

In questi sei anni, ricchi di esperienze professionali che mai avevo pensato di poter fare (non ultimo questo blog), ho lavorato con persone provenienti da diverse parti del mondo, e ne ho conosciute alcune che avevano fatto la mia stessa scelta, o che comunque non trovavano strano che a un certo punto della vita una persona potesse decidere di mettere un punto e ricominciare da capo in un altro settore.

Anzi.

In Italia, almeno fino a sei anni fa, lasciare un posto fisso era considerato da pazzi irresponsabili, da sognatori incapaci di accettare le responsabilità e di fare i conti con il fatto che tutti i posti di lavoro sono uguali e sei tu che ti devi adattare.

Incapace di accettare responsabilità. Io?

Ero entrata in banca per concorso (e senza raccomandazione) quando avevo 19 anni, di botto mi ero ritrovata in un mondo di adulti viziati e autoreferenziali, e pochi anni dopo mi ero messa un mutuo sulle spalle.

Quelli che mi davano dell’irresponsabile, li lasciavo parlare, tronfi di boria e di certezze, e della loro idea di senso di responsabilità.

Ma nun starai mica a fà nà cazzata?

La più grande responsabilità ce l’abbiamo nei confronti di noi stessi, ed è quella di fare ciò che ci fa esprimere al meglio le nostre inclinazioni e aspirazioni e che ci rende soddisfatti anche dopo una giornata pesante.

Per arrivare a fare il lavoro che meglio ci rappresenta la strada è lunga, tortuosa, sicuramente non facile.

Un milione di volte pensi se davvero tu non stia facendo una cazzata.

Perché quattordici mensilità, ferie e malattie retribuite, scatti di anzianità, fondo pensione, convenzioni mediche private, congedi parentali, Legge 104, permessi studio, agevolazioni creditizie su fidi, prestiti, mutui, agevolazioni tariffarie su assicurazione auto, buoni pasto, eccetera… non sono proprio una cazzata.

Eppure, ho scovato un po’ di personaggi famosi che hanno timbrato il cartellino in banca per molti anni prima di fare il lavoro che fanno oggi.

Leggi qui la seconda parte

Anna Quaranta

9 Comments

  1. Orgogliosamente fiero di aver fatto e fare tutt’ora il tifo per la tua idea. Oltre le certezze c’è sempre l’incognito..ma è nell’incognito che risiedono le più grandi certezze ..

  2. Ora posso capire ancora di più la tua scelta! Non è facile abbandonare il cartellino per tuffarsi in una nuova avventura piena di incognite… chi lo fa è già un protagonista della propria vita e non un semplice spettatore. Seguire le proprie passioni prima o poi porta a realizzare i propri sogni! Con stima Caterina

  3. Ho fatto la tua stessa scelta 5 anni fa, e finalmente, passo dopo passo, sto diventando una persona di cui essere fiera, mi sono riconnessa con me stessa e con i miei valori. Hai la mia stima 😉

    • Complimenti! E grazie per il tuo contributo. In questo momento storico così instabile, penso che poter fare un lavoro che ci piace sia una grande opportunità per esplorare nuove frontiere. In bocca al lupo!

    • Ciao Anna, anche io 4 anni fa a 43 anni ho lasciato un posto fisso.

      Molti l’hanno vista come una scelta un po’ folle, ma anche coraggiosa: io volevo fare un’esperienza di vita all’estero e così ho deciso senza troppi timori e soprattutto senza chiedere pareri ;-). A volte mi chiedo perché non l’abbia fatto prima, ma alla fine evidentemente bisogna aspettare di essere pronti.

      Ti capisco perfettamente quindi, anche perché, se non sbaglio, ora siamo colleghe! ?

      • Ciao Roberta! Grazie per il tuo contributo, è molto bello accogliere qui storie simili alla mia, vuol dire che la mentalità sta cambiando. Sono d’accordo soprattutto sull’ultimo punto: anche io a volte mi chiedo perché non l’abbia fatto prima, ma in effetti, come sottolinei tu, bisogna essere pronti. Vero è che non torneremmo mai indietro, perché come diceva Andrea Pazienza, “mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa!”.
        Un grosso in bocca al lupo, la “Language Industry” è la nostra grande famiglia adesso!

  4. Pingback: Il posto fisso (seconda parte) - L'Italiano della finanza

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